Mi abbandono

 

In questa penultima puntata della saga su Péguy devo parlare del suo avvincente, imprevedibile, profondissimo cristianesimo. Va da sé che le usuali tremila battute di un editoriale non sono sufficienti neppure per abbozzare il discorso. Preferisco, allora, far spazio al mio autore e citare alcuni folgoranti brani che mettono in evidenza, da un lato, la critica verso un cristianesimo che ha tradito il suo specifico e, d’altro canto, il fascino semplice e commovente del suo volto autentico.
Nella sua ultima opera – Nota congiunta su Cartesio e la filosofia cartesiana; il titolo non inganni, non si tratta di un difficile trattato – Péguy se la prende con le «anime abituate», quelle cioè che non si aspettano più nulla dall’incontro con la realtà perché presumono che le idee bell’e fatte che si sono costruite in testa siano sufficienti a spiegare tutto. In campo cristiano la schiera delle anime abituate va a formare il «partito dei devoti», quelli che non hanno nessuna apertura nella corazza della loro sicumera e, pertanto, non permettono alla Grazia di penetrare nella propria dura scorza. Il loro albero è ormai tutto secco, è solo corteccia e non c’è più nessuna giovinezza di linfa che possa far sbocciare l’inattesa gemma della speranza.
Così ridotti, i devoti non sono più disponibili a nessun cambiamento e – quel che è più grave – non riescono a cogliere niente della continua iniziativa dell’Eterno che vuol coinvolgersi con noi temporali, dell’Infinito che prende iniziativa verso noi limitati. Restano rigidi, ma non vogliono ammettere di essere tali e si vantano della loro devozione che non si sporca mai le mani con la vita concreta. Ed ecco la frase tremenda con cui Péguy bolla l’errore dei devoti: «Poiché essi non hanno la forza e (la grazia) di essere della natura credono di essere della grazia. Poiché non hanno il coraggio temporale credono di essere entrati nella penetrazione dell’eterno. Poiché non hanno il coraggio di essere del mondo credono di essere di Dio. Poiché non hanno il coraggio di essere di uno dei partiti dell’uomo credono di essere del partito di Dio. Poiché non sono dell’uomo credono di essere di Dio. Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio».
La bellezza del cristianesimo, per contro, sta tutta nella semplicità bambina con cui l’uomo – senza rinnegare nessuno degli avvenimenti che la realtà gli propone – li affronta nella confidente compagnia dell’Eterno incarnato. È l’atteggiamento infantile di chi non sta lì sempre a preoccuparsi di quello che deve fare o di come comportarsi, perché ha una grande Compagno che gli sta accanto e quindi può sperimentare «quel mettersi nelle mani di un altro, quel lasciamo andare, quel e poi non me ne occupo più che è all’origine delle più alte fortune».
Dopo il celebre pellegrinaggio a Chartres del 1912 Péguy disse di se stesso: «Non sono un santo. Sono un testimone, un cristiano nella parrocchia, un peccatore, ma un peccatore che ha tesori di grazia e un angelo custode incredibile. Non c’è niente di meno cristiano del moralismo. Seguo il consiglio che Dio dà nei miei “Innocenti”. Mi abbandono».
Ecco come Dio stesso nel Mistero dei santi Innocenti esemplifica tale atteggiamento di abbandono: «Nulla è bello come un bambino che s’addormenti nel dire la preghiera. Sotto l’ala dell’angelo custode e che sorride da solo scivolando nel sonno. E già mescola tutto insieme e non ci capisce più nulla. E arruffa le parole del Padre Nostro e le infila alla rinfusa tra le parole dell’Ave Maria».

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Libertà come adesione

Si può essere liberi anche in guerra o sotto il totalitarismo più subdolo. A scuola da Grossman

Giugno 29, 2014 Giovanni Maddalena
Servono nuovi diritti o un approfondimento della natura del soggetto? Lo scrittore russo mette in luce la radice profonda di tante discussioni di oggi: la libert

Pubblichiamo stralci dell’intervento di Giovanni Maddalena all’incontro Educare alla libertà, organizzato dalla Fondazione Tempi il 9 giugno scorso a Milano.
Servono nuovi diritti o un approfondimento della natura del soggetto? Non è inutile rispondere a questa domanda a partire da Grossman perché lo scrittore russo mette in luce la radice profonda di tante discussioni di oggi: la libertà. Ed è questo approfondimento della natura del soggetto che occorre per capire che cosa sta succedendo.
Per Grossman la vita stessa dell’uomo coincide con la libertà ma la libertà può essere intesa in modi diversi. Due in particolare, da Agostino in avanti, sono quelli decisivi: libertà minore e maggiore, di scelta e di adesione al bene. Sono due significati che oggi non si articolano tra di loro in modo semplice, perché uno dei due, quello della libertà maggiore (di adesione), è stato minato nel profondo dall’esperienza dei totalitarismi del ventesimo secolo. Abbiamo paura della libertà come adesione al bene perché il bene quando è imposto non è più tale. Si è quindi avuta una progressiva accentuazione dell’altro significato: la libertà come scelta. Si assiste ora a una difesa di ogni scelta in quanto tale, tanto cara alla cultura liberale, senza più riguardo al bene. Si rischia però un effetto rebound: un’esclusione, altrettanto totalitaria, del parlare e del confrontarsi sul bene. Il problema sociale si è spostato in maniera esclusivistica da “che cosa è bene?” a “che cosa è giusto?”.
Eppure i due significati del termine libertà devono vigere insieme e compenetrarsi (come molte leggi, dall’obbligatorietà della scuola al divieto delle droghe, hanno sempre fatto emergere). Per questo è istruttivo vedere l’esempio di Grossman, il quale, vivendo in un totalitarismo, è stato certamente un difensore della libertà di scelta ma, allo stesso tempo, data la sua passione cristallina per descrivere la realtà in modo sincero, ha presentato un quadro più complesso e attento della natura del soggetto umano che mette in luce il ruolo centrale della concezione di libertà come adesione.
Che cosa vuol dire essere liberi, per Grossman? La libertà è l’antidoto all’ideologia, dove per ideologia egli intende la triste tendenza dell’uomo a scegliere un idolo come significato ultimo della propria esistenza e della storia. Grossman è un classico perché capisce che questa possibilità non riguarda solo i totalitarismi, ma ciascun essere umano. Siamo tutti tendenzialmente ideologici, ossia tendiamo a scegliere e rendere esclusivo un pezzo della realtà (che può essere anche un desiderio o un concetto o un discorso) e lo erigiamo a principio unico e assoluto. L’ideologia è il contrario del senso religioso autentico, che è un’apertura al fatto che il significato non sia posseduto dall’uomo e un’attenzione esistenzialmente partecipata a ogni particolare così com’è, in quanto segno di un significato.
L’ideologia di tutti i giorni
Il totalitarismo è la versione estrema dell’ideologia, ma anch’esso si può trovare spesso, a vari livelli, nell’esperienza quotidiana. Il totalitarismo si caratterizza, oltre che per l’ideologia, per propaganda, violenza fisica e/o morale, delazione sistematica, burocratizzazione, creazione del nemico oggettivo. Non è difficile vedere come, anche in una concezione teoricamente liberale come quella attuale, permangano forme di totalitarismo ideologico, a volte esercitate in nome degli stessi diritti che devono difendere desideri che in principio, dentro un ordine complessivo, hanno un’origine vera e profonda.
Come si descrive, dunque, l’uso sociale della libertà? Il primo grado, mai scontato, è il rifiuto del dominio altrui. Se si vuole, si potrebbe dire che il livello più elementare della libertà grossmaniana ha un accento illuministico, di difesa di se stessi, come singoli e come popolo, in quanto esseri umani, dotati di ragione. È il livello dell’anti-fascismo, il rifiuto del farsi piegare dalla forza altrui. Ed è un livello che trova il proprio aiuto fondamentale nella legge, così come è avvenuto dalla Rivoluzione francese in avanti. È questo tipo di concezione, con alleanza giuridica, che oggi resta spesso l’unico significato della parola “libertà”: poter fare ciò che si vuole senza ingerenze altrui.
Il secondo livello è quello della libertà di espressione. L’uomo ha bisogno di comunicare se stesso per custodire la propria identità. Non esiste una libertà senza legami e l’uomo è dunque libero, cioè se stesso, solo quando può essere in rapporto con gli altri, come testimonia l’eroe della libertà grossmaniana – Darenskij – dopo un dialogo sulla politica sovietica, avvenuto con uno sconosciuto, sperduti nella notte della steppa calmucca.
Ma aveva comunque pensato e detto ciò che di solito non pensava e non diceva, ed era una gioia. “Sa cosa le dico?” concluse. “Mai nella vita, qualunque cosa mi dovesse succedere, rimpiangerò questa nostra conversazione notturna” (Vita e Destino).
Fa parte di questa libertà di espressione anche quella di essere informati, di potersi formare da soli un giudizio, “senza balia” (VD: 261), di non avere notizie contraffatte o parziali. Grossman è un difensore del secondo aspetto elementare della libertà di scelta o “negativa”: devo poter formare un giudizio personale su quanto avviene perché senza quest’aspetto personale, nulla è mai effettivamente proprio, capito e vissuto.
Ma c’è un terzo livello, più profondo, della libertà descritta da Grossman: il rapporto con il vero, che è l’unica «forza prodigiosa», fonte di interesse e di gusto, di qualsiasi conversazione che sia «franca». Il rapporto decisivo della libertà con la verità emerge anche nel silenzio stupefatto dell’esercito sovietico dopo la vittoria, un silenzio nel quale tutte le cose tornano nuove, originali e vere.
Erano i più begli attimi di silenzio della loro vita. E in quegli attimi provarono sentimenti solo umani. Nessuno di loro, in seguito, avrebbe saputo spiegare la ragione di tanta felicità e tristezza, di tanto amore e tanta rassegnazione. […] La verità è una. Una sola, non due. Vivere senza verità, o con qualche briciola, qualche suo frammento, con una verità tosata o potata è difficile. Perché un pezzo di verità non è più verità. E in quella notte splendida e silenziosa si meritavano di averla tutta nel cuore la verità, tutta quanta (Vita e destino).
La libertà come rapporto con il vero raggiunge il suo apice nei “gesti”, in certe azioni che “portano” il vero (dal latino “gero”). Senza gesti, la verità rimane “vaga” cioè non determinata e non efficace. Il colonnello che rimanda di 8 minuti l’assalto ordinato da Stalin per salvare migliaia di uomini, il prigioniero del lager tedesco che si rifiuta di costruire una camera a gas, la vecchia russa che cura il soldato tedesco del plotone che sta uccidendo suo marito. Questi gesti di libertà vissuta, anche quando arrivano dentro tanti tradimenti, sono un’obbedienza delle persone a una verità più grande di sé, delle proprie idee, dei propri sentimenti, della propria convenienza.
Questo legame con il vero apre a un quarto e ultimo livello in cui l’uomo avverte di avere domande ed esigenze che oltrepassano le proprie capacità e possibilità, avverte che il rapporto con il vero implica un legame con l’origine profonda dell’intera realtà. La libertà è qui consapevolezza e amicizia con l’intero cosmo che viene sentito partecipe di ogni situazione, come la steppa calmucca che sempre «parla all’uomo di libertà e la ricorda a chi l’ha perduta». La libertà dell’uomo coincide qui con l’autocoscienza del cosmo. E tale dimensione apre alla caratteristica più grande della libertà: quella di essere accettazione della vita e domanda che quell’origine profonda dell’universo c’entri con la vita e i problemi che essa pone. La grande domanda si esprime come una questione sul destino di tutti coloro che amiamo, come dimostra la pagina finale di Vita e destino, dove la vecchia capostipite torna nella Stalingrado distrutta e si interroga sul destino delle persone a lei care.
Che cosa la aspettava? Aveva settant’anni e non sapeva rispondere. […] Che ne sarebbe stato dei suoi cari? Non lo sapeva. […] La vita della sua famiglia era caotica, confusa, poco chiara, piena di dubbi e di errori. …Perché le loro sorti erano così ingarbugliate, così oscure? […] Sebbene confusi, colmi di amarezze, di dubbi e di segreto dolore, tutti speravano di trovare la felicità. […] Per quanto né lei né loro potevano dire che cosa avesse in serbo la sorte, […] avrebbero comunque vissuto da uomini e da uomini sarebbero morti e chi era già morto era comunque morto da uomo: è questa la vittoria amara ed eterna degli uomini su tutte le forze possenti e disumane che sempre sono state e sempre saranno nel mondo, su ciò che passa e ciò che resta. (Vita e Destino)
Tale vertice di accettazione e domanda trova nell’articolo di Grossman La Madonna Sistina un momento profetico di certezza che il significato della vita, la sua origine, deve essere presente e compagna. Nell’immagine della Madonna l’autore russo vede la forza spirituale di tutta la maternità che diventa compagna di ogni atrocità vista o subita, a Treblinka come nella carestia ucraina o nelle automobili scure del Kgb.
Grossman in questo senso è un vertice del senso religioso. Come in Leopardi, le domande ultime dell’uomo, le sue esigenze profonde, sono segno sicuro dell’esistenza della risposta. Grossman, da ateo, afferma così che c’è un senso ultimo, un Dio non un idolo, e che la vita può avere un esito felice.
Una sfida educativa
L’articolazione della libertà grossmaniana mostra che la libertà originaria è aderire a un bene, a un vero e alla totalità dell’universo. Si tratta di una totalità che uno può accettare o rifiutare, e in questa possibilità di rifiuto sta la salvaguardia di fronte ai totalitarismi. Ma nella possibilità di aderire a qualcosa di vero, e che si possa dunque parlare di che cosa è vero e di cosa è bene – e si possa proporlo in gesti concreti – sta tutto il gusto della libertà personale contro l’omologazione. Per non perdere questo gusto uno deve essere educato, affettivamente e concretamente, a percepire il proprio legame con tutto. Tale educazione implica che ci sia la proposta di un bene, la tensione a dire il vero, la concretezza dell’azione, la sincerità della parola: la libertà deve essere “gesto”. Infatti, quando l’esperienza umana non ha dentro questa ricerca sincera o questa proposta appassionata della verità in atto, si chiude a ogni critica e a ogni dialogo, diventando inevitabilmente settaria, cioè ideologica.
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Il desiderio genera il desiderio

 

La solennità del Sacro Cuore di Gesù mi riporta a un episodio della mia adolescenza. Eravamo in tre: io, mia nonna e un mio fratello. Mio fratello era appena tornato dal Medio Oriente, dove aveva passato un periodo in prigione; ci raccontò che il giorno del suo rilascio era rientrato in città per aspettare un po’ di giorni prima di tornare negli Stati Uniti. Scendendo dal pullman che l’aveva portato dalla prigione, vide camminare davanti a sé una bellissima ragazza e lui, essendo stato incarcerato per molto tempo, si era detto “io la avrò”. Infatti, come ci raccontò, la conquistò. Io avevo dodici anni all’epoca, ed ero molto, molto curioso di capire come aveva fatto, come era possibile decidere di possedere quella bella ragazza e alla fine riuscire ad averla il giorno stesso. Alla mia domanda rispose mia nonna, che – come mio fratello – aveva vissuto pure lei una vita molto avventurosa, amore compreso. “Ma non vedi?” – disse – “Non capisci? Il desiderio genera desiderio”. Non mi aspettavo che quella lezione sarebbe diventata così paradigmatica per il mio rapporto con il Mistero.
Il Mistero, come dice il nome stesso, è misterioso. Chi è capace di dire “io conosco il Mistero”? L’umanità stessa riesce con fatica ad affermare l’esistenza del Mistero, ma non può andare oltre. Il sapere umano non ha mai osato pretendere di possedere e di conoscere il Mistero. Eppure la solennità che la Chiesa festeggia oggi è proprio lo spettacolo del popolo cristiano che si alza a dichiarare di conoscere il cuore del Mistero, non grazie alle nostre capacità ma grazie a Gesù Cristo stesso che ce Lo rivela.
Il dinamismo di questa scoperta è lo stesso di qualunque incontro umano. Un uomo incontrando un altro uomo si domanda “Chi è questa persona?”. Come può egli rispondere a questa domanda? Deve cercare di capire cosa cerca quest’altra persona, cosa vuole, qual è il desiderio del suo cuore. Quando pensiamo di aver capito il desiderio che spinge l’altra persona, possiamo dire di aver capito chi è. Questo vale anche con noi stessi: quando arriviamo a capire quello che vogliamo veramente nella vita, iniziamo ad avere un forte senso di chi siamo, di cosa cerchiamo. Iniziamo ad avere un forte senso della nostra identità, iniziamo a conoscerci. Cristo sta in mezzo a noi per farci conoscere il Padre, cosa Egli vuole, cosa Egli cerca; il desiderio del Padre.
Come Gesù ci fa conoscere il desiderio del Padre? Inizia con la sorpresa di farci incontrare una o più persone che vogliono il nostro bene più di quanto lo vogliamo noi per noi stessi, persone che sono più disposte a sacrificarsi per il nostro bene più di quanto non osiamo noi, che hanno più compassione per la nostra esistenza di quanta ne abbiamo noi. Questo ci fa vedere, un po’ alla volta, la presenza del Mistero che semplicemente ci vuole.
È questa la grande pretesa e sorpresa dell’incontro con Dio: scopriamo quello che vuole. Egli vuole noi, vuole me, mi desidera. È come scoprire vivo in mezzo a noi un versetto del libro del profeta Isaia 62,4: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata,/ né la tua terra sarà più detta Devastata,/ma sarai chiamata Mia Gioia/ e la tua terra Sposata,/ perché il Signore troverà in te la sua delizia/ e la tua terra avrà uno sposo”. Dio ci desidera e questo ci fa cominciare a desiderarLo a nostra volta: il suo voler stare con noi per sempre genera il desiderio, dentro di noi, di andare alla sua casa per stare con Lui, per sempre. Proprio come mi aveva detto la nonna su come mio fratello era riuscito a sedurre quella ragazza in Medio Oriente: il desiderio genera desiderio. Il Sacro Cuore di Gesù ci fa sperimentare il desiderio del nostro Creatore che è come uno sposo per la sua sposa: ci fa vivere desiderosi di Lui, non più da abbandonati, rendendoci un popolo che cammina certo del destino buono.

 

 

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Il vuoto che è uno schianto dell’inquietudine

Ho scritto un libro su uno scrittore suicida, Cesare Pavese, e nelle decine di incontri di presentazione a cui sono stato invitato ho sempre trovato qualcuno del pubblico che mi poneva la domanda sul perché del gesto estremo dello scrittore piemontese. È una domanda a cui mi sono senza eccezione rifiutato di rispondere, se non rimanendo sul vago e soprattutto facendo notare che la scelta di togliersi la vita è misteriosa e conseguenza di una catena di motivi e precedenti di difficile, se non impossibile, interpretazione. Questo vale per tutti, per un grande scrittore come per chiunque altro, anche e soprattutto per una giovane, come Rosita Raffoni, che lo scorso 17 giugno, a sedici anni, si è gettata dal tetto della sua scuola, il liceo classico di Forlì, morendo per lo schianto.

Rosita andava bene a scuola, dove aveva concluso l’anno scolastico con ottimi voti, era impegnata come educatrice nel centro estivo della sua parrocchia, aveva una famiglia normale, con genitori e un fratello, maturando nella stessa scuola. Cosa succeda nella mente e nel cuore di una ragazza così è difficile da dire: e il gesto rimarrà sempre enigmatico e di complicatissima definizione; di fronte ad esso, come per Pavese, viene più naturale il silenzio e un profondo rispetto.
Anche per questo la notizia di ieri, rimbalzata sugli organi di stampa, soprattutto locali, ha fatto più che mai trasalire: i genitori di Rosita sono stati denunciati per istigazione al suicidio e maltrattamenti in famiglia, e sono ora sotto indagine per opera della procura di Forlì. Una lettera della ragazza, trovata nello zainetto lasciato sul tetto della scuola, ha portato gli inquirenti a questa decisione. Vi si parla di proibizioni ripetute a frequentare gli amici e anche di continuare gli studi in Cina, secondo un desiderio della ragazza stessa. Forse di un voto al di sotto delle aspettative. Questo è bastato perché iniziassero le indagini, con tanto di perquisizioni in casa e sequestro di scritti e computer.
Anche stando a tutte le ragioni riportate dalla stampa, c’è qualcosa di macroscopico e sproporzionato nell’avvio di una simile azione legale ed è impossibile non pensare ai genitori che, assieme al colpo di quello che è il più grande dolore del mondo, la perdita di una figlia, ora dovranno vivere il calvario di un’indagine e forse un processo che li inchioderà per anni.
Dovranno difendersi dalla morte della loro figlia, non è assurdo? Mettiamo pure che sia comprovata la loro severità: può bastare a renderli colpevoli assoluti, aggravando un senso di colpa che già staranno provando in maniera sterminata e terribile, come tutti i genitori a cui è accaduta una tragedia del genere (e sono molti: nei due soli mesi estivi di uno degli anni scorsi in Italia si sono tolti la vita una settantina di ragazzi delle scuole superiori)?
Non conosciamo Rosita e la sua famiglia. Ma oggi qualsiasi genitore vive l’esperienza che sto per dire. Sembra di abitare un mondo in cui tutto pare organizzato a rendere i nostri figli fragili, volubili, instabili, sul baratro di scelte tremende. Molti bevono e si drogano, e non sanno neanche il perché. Mai come oggi l’adolescenza è una lotta con la morte. I ragazzi sanno oscuramente di desiderare per sé cose grandi, e ricevono sciocchezze, senza ormai neppure avere le parole e le categorie per esprimere quel grande desiderio che hanno; scelgono come significato assoluto dell’esistenza un particolare, spesso somigliante a una fuga (studiare in Cina!), e paiono non vedere tutte le cose che ci affanniamo a dare loro, forse troppe e sconnesse. Non sanno avere speranza; sono affascinati dalla durezza e dal torbido, quando vorrebbero segretamente amore e limpida amicizia. Danno agli affetti e all’impegno, ad esempio nello studio, un senso che è senza orizzonte, limitato a traguardi assolutamente inadeguati all’oscura sete del loro cuore: il voto!
E tutto ciò che abbiamo preparato per loro, la cosiddetta società, li spinge proprio in quella direzione, togliendo loro persino le parole per esprimere la grandezza delle loro aspirazioni, attraverso strumenti apparentemente affascinanti e tecnologicamente modernissimi, creando così una sensazione di vuoto e impotenza anche in coloro che fanno il mestiere oggi più difficile del mondo e che, statistiche alla mano, sempre meno vogliamo fare: i genitori.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2014/6/26/RAGAZZA-SUICIDA-Che-colpe-hanno-i-genitori-se-l-adolescenza-e-una-lotta-con-la-morte-/print/510241/

Il miracolo della vera compagnia

 

La vicenda del drammaturgo Diego Fabbri, nato a Forlì nel 1911 e morto a Riccione nell’80, è singolare: in vita, un successo teatrale stabile e continuo che ne ha fatto l’autore italiano più rappresentato sui palcoscenici internazionali dopo Goldoni e Pirandello; dopo la scomparsa, un oblio diffuso, tanto nella critica letteraria quanto nei cartelloni teatrali. Un silenzio che, se da un lato si spiega con una certa diffidenza ideologica (Fabbri era dichiaratamente cattolico), dall’altro non deve indurre a considerare questo silenzio una realtà immutabile. Speriamo quindi di tornare a occuparci di un autore che – spesso in posizione solitaria nei suoi anni – ha voluto mettere al centro del proprio discorso artistico la questione cristiana, considerandola non un semplice argomento di discussione, ma il punto focale, il luogo di sintesi di qualsiasi dibattito che avesse al centro l’uomo.
Non potendo in una sola volta affrontare una carrellata sull’intera opera di Fabbri, vogliamo soffermarci oggi su un’opera, una delle sue prime, scritta nel 1946 e messa in scena a Milano nel ’50, dal titolo Inquisizione. Trattandosi di un testo noto perlopiù solo agli studiosi, possiamo permetterci per una volta il piacere di raccontarla. La struttura di Inquisizione è, peraltro, molto semplice, quasi simmetrica. Ambientato in uno sperduto santuario di montagna, quattro personaggi: l’Abbate (il cui nome non viene mai pronunciato); Sergio, un giovane e inquieto sacerdote suo coadiutore; Renato, un docente universitario, e sua moglie Angela. Questi ultimi arrivano al santuario in preda a una profonda e diversa inquietudine: verremo infatti a sapere che Renato, in gioventù, voleva diventare sacerdote. Fu Angela, innamorata di lui, a cercare d’impedirglielo: prima con la seduzione erotica, poi con il ricatto morale del suicidio. Arrivano al santuario col desiderio di un chiarimento; e vi trovano un altro uomo in crisi, Sergio, ribelle verso la Chiesa e sul punto di lasciare il santuario e abbandonare il sacerdozio. Vigile, burbero e taciturno è invece l’Abbate, con le mani nascoste nella tonaca a sgranare il suo rosario.
I drammi individuali, incrociati e messi a reazione, esplodono, venendo alla luce per quello che sono: una richiesta d’aiuto, il desiderio di percorrere una vera strada, di compiersi in un destino, di accettare la croce della propria imperfezione e di quella altrui. Ma, soprattutto – ed è su questo che il centro del dramma poggia, e verso cui precipita – l’urgenza di imparare ad amare: di realmente capire come amare gli uomini. Fabbri introduce qui il sentimento di una mancanza – quella di non sapere come amare – che tanto la sua epoca quanto la nostra rifugge continuamente. Ovunque, nella cultura e nell’arte, perfino nella pubblicità e nella politica – oggi come allora – l’amore è celebrato come valore assoluto e indiscutibilmente positivo. Pochi sono quelli che pongono invece la questione di cosa effettivamente sia l’amore, e di come davvero si possa amare – amare realmente, senza distruggere, senza annientare l’altro, affermandolo con tenerezza pari a quella che si vorrebbe per sé.
Fabbri, in Inquisizione, ci fa intravedere tutta la provvisorietà e anche la violenza di questo tentativo: Angela confessa infatti che, in passato, quando ha capito che Renato le sarebbe “sfuggito”, avendo deciso finalmente di entrare in seminario, ha tentato di uccidere se stessa e lui. Così lei dichiara: «Io sentivo che Renato non mi apparteneva più… Perché – l’avevo capito – era nelle mani… dell’Altro. Era interamente prigioniero di Dio. E allora mi prese una selvaggia volontà di strapparlo anche all’Altro; non timore, ma un impulso smisurato, gigantesco, totale di combattere contro Dio stesso… Io sento un sordo rancore – un odio verso questo Dio che non ha compassione di me, e me lo strappa… e continua a strapparmelo ancora… Io lo voglio osteggiare con tutti i mezzi, con tutte le mie forze, io, io, da sola, una donna, io».
L’amore, affermando se stesso, si era capovolto in violenza; e solo una miracolosa casualità aveva impedito la morte di entrambi. Il matrimonio fra i due era stato, paradossalmente, non il compimento dell’amore ma la resa ad esso, una resa simile a una sconfitta: un cedere ad un’incapacità di amare che si riconosce come definitiva. C’è nel rapporto fra Renato e Angela uno scandalo, una lotta, fra due modi d’amare, due possibilità dell’amore, e questo scandalo viene individuato nella persona di Cristo. È Angela stessa ad affermarlo, con rabbia: «Vuoi sapere quel che ci divide? Tu non lo sai… ma io sì! Ci hai girato attorno, attorno… Proprio l’amore di Cristo. Io non amo Cristo. Per me Cristo non c’è, non c’è stato… per me Cristo non è venuto… non è passato… non ha lasciato traccia… e invece tu l’adori. Il nostro nemico è Lui».
Sarà infine l’Abbate a dire, in un grande monologo finale, una parola definitiva, che non è una predica bensì la domanda, la necessità di un evento: «Si tratta di scegliersi un’altra compagnia. Stringi stringi, il problema di tutta la vita, per tutti, è solo questo: cercarsi, scegliersi una compagnia. (…) Una donna – dei figli – degli allievi – o la scienza, o l’arte – o il popolo da difendere… l’umanità intera da trasformare! Che credete! È tutta sete di compagnia. Eppure, a un certo momento: macché! La bocca amara, lo scontento, il vuoto. Ci si accorge di essersi sbagliati. Non era quella la cosa importante che volevamo fare… La cosa importante c’è sfuggita, si è come camuffata e c’è sfuggita… (…) È che noi pretendiamo di cambiarci. Mi capite? Uno vuol cambiar l’altro e l’altro l’altro… e così via… L’origine di tutto il male è qui. Questa pretesa, questo diritto alla tirannia che crediamo d’avere… Il miracolo è tutto qui: riuscire ad accettarci così come siamo. (…) Questo ci fa paura: l’abisso immutabile di quel che siamo – e il coraggio di accettarci così come siamo… Se non abbiamo questo coraggio, questa forza io vi dico che è la tirannia, la guerra eterna… − Ci vuole un miracolo, ci vuole! Chiamare tra noi Colui che ci ha fatti così. Solamente Lui può accettarci così come siamo perché è Lui che ci ha fatti così. Lui può amarci».
E dopo questo lungo appello, alla domanda di Cristo, l’Abbate come un sospiro aggiunge: «Ecco rinascere la compagnia». La compagnia, come l’Abbate la intende, è appunto una nuova, sovversiva possibilità dell’amore: un amore non come violento possesso, come tentativo tragico, ma come luogo dell’accadimento, spontanea reazione e innamorata risposta che scaturisce dal miracolo. Un miracolo che, proprio perché così necessario per vivere, per non morire, per non scannarsi, non si può fare a meno di implorare in ginocchio.

 

Una vita senza baci

 

Esemplarità. È la parola del momento, quella che può risolvere tutto. Intendiamoci, la crisi non è stata solo economica, ma è l’espressione di un mondo impazzito e ora bisogna tornare a una condotta che sia d’esempio, alle buone pratiche etiche. Quando qualunque magistratura vuol rispondere al desiderio sociale di cambiamento, lo fa offrendo onestà, trasparenza e, se possibile, anche sobrietà.
Certo, il messaggio è semplice e sembra promettente: non basta applicare la legge, occorre cercare un plus extragiuridico di onestà e decenza. Il tuo esempio deve produrre negli altri (che siano figli, fratelli, compagni di lavoro) una buona influenza, civilizzatrice. Una raccomandazione che ci attrae, perché è come il vecchio imperativo categorico kantiano. Non ce ne vogliano i moralisti, ma è come un cibo da fast food, che scivola bene in bocca, ma che non sazia.
In realtà, siamo dinanzi a una nuova pace di Westfalia, quell’accordo del 1648, arrivato dopo la Guerra dei Trent’anni e gli scontri tra luterani, calvinisti e cattolici, che ha risolto il problema alla radice: tutto quello che aveva a che fare con la religione andava chiuso nella sfera privata, cosicché l’ambito pubblico restasse asettico, neutrale.
La nostra è stata una guerra di 60 anni, per fortuna senza morti e senza eserciti vaganti per l’Europa. Dalla metà degli anni ‘50, è esploso il problema del significato e c’è stata una feroce resistenza a che rimanesse limitato alla sfera privata. Il movimento beat, la pop art, il post-68, la movida madrilena, e un lungo elenco di ecc. che comprende anche l’avidità finanziaria dei primi Duemila, furono e sono espressione dell’insufficienza di una risposta basata solamente sui valori.
Giusto perché non ci siano malintesi, la corruzione non è giustificabile, l’avidità è stata un grande male. Nel mixer si sono mescolati quattro ingredienti molto pericolosi: la crescita del debito pubblico e privato nel mondo occidentale, grandi quantità di conoscenza e di energia applicata ai mercati per ottenere un arricchimento rapido, globalizzazione e deregolamentazione finanziaria. Il risultato è stata una vera bomba a orologeria, che ci è esplosa in faccia nel 2008 e che ancora ci fa male con la sua onda espansiva.
La minaccia continua a essere presente, perché l’avidità, che è un’energia molto potente e che non trova nulla che la soddisfi, sta speculando con le commodities alimentari e può creare una nuova bolla con la politica di espansione della liquidità che, per fortuna, la Bce ha adottato.
Se tutto questo non può essere negato, il problema è che la nuova pace di Westfalia non risolverà nulla. È un po’ più sofisticata della precedente. Si riconosce che la ricerca di significato e di soddisfazione è irrefrenabile, ma la si torna a relegare alla sfera privata attraverso i nuovi diritti, diritti soggettivi di ogni genere. E per la vita comune si torna un’altra volta all’etica.
Così non può funzionare. Prima ci hanno tolto il bello, ora ci spogliano dell’autentico e pretendono che siamo buoni e uniti. L’esemplarità nuda e cruda è come un anno senza estate, una settimana senza vino o una vita senza baci: triste. Lo spazio pubblico non può essere quel luogo che ci priva di quello che più ci appartiene: questa potenza che portiamo dentro, che ci permette di incontrare gli altri, di costruire, di sacrificarci. Jefferson era più realista e ha voluto includere nella Dichiarazione d’indipendenza americana il diritto alla ricerca della felicità.
Attenzione, non si tratta di abolire la separazione tra Stato e Chiesa. Il fatto è che, come propone John Rawls, le dottrine comprensive devono fare il loro ingresso sulla piazza comune e sottomettersi alla prova di un’argomentazione standard, senza i criteri di autorità esogene. Per far questo è però necessario che esse compaiono e non svaniscano via.
Il tratto dell’esemplarità è grigio come un pomeriggio di narcisismo; la testimonianza di coloro che cercano l’autentico, anche se sono moralmente incoerenti, ha tutti i colori di un giorno con gli amici. È aperta, si riferisce alla verità.

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La sfida dell’esserci

 

Ci sono cose su cui la forza della diceria non si può frenare. Prendi la prova orale degli esami di maturità e il peggiore dei suoi miti, quello che per un anno occupa la testa dei maturandi: “i collegamenti”. Chissà chi riuscirà a estirpare la diceria, perché di diceria si tratta. La normativa degli esami, infatti, non pretende alcun collegamento. Al punto 7 c’è scritto: «Il colloquio ha inizio con un argomento o con la presentazione di esperienze di ricerca e di progetto, anche in forma multimediale, scelti dal candidato». Ripetiamo le parole della normativa: «argomento», «ricerca», «progetto». «Collegamento» non c’è.
Ma vaglielo a spiegare ai maturandi, assetati di collegamenti! E prima ancora vaglielo a spiegare agli insegnanti, che da mesi glieli chiedono! Qui tocchiamo probabilmente il punto più basso della concezione dello studio. Mi auguro infatti che nessuno voglia dissentire dall’affermazione che studiare vuol dire scoprire qualcosa di nuovo. E invece cosa accade con l’ossessione dei collegamenti? Che si parte da un titolo generale (il viaggio, l’illusione, l’infanzia eccetera) per poi andare a caccia di collegamenti, ossia per costringere un autore di italiano e un autore di latino e un autore di filosofia e un autore di arte eccetera a dire quello che il maturando ha già deciso che debbano dire. «Io “porto” il viaggio: chi è che parla del viaggio in latino? chi è che parla del viaggio in filosofia? e in storia cosa posso portare? e in fisica?». Non ti interessa più scoprire cosa ha da dire Seneca, ti interessa che pronunci la parola “viaggio”. E via alle più strampalate, futuristiche e ridicole delle associazioni mentali.
Come sarebbe diverso, invece, approfondire un «argomento» che ti incuriosisce davvero. Come sempre, ciò che ti piace è il punto di partenza migliore. Quale poeta ti ha colpito? o quale fatto storico? o quale teorema? Ti ha incuriosito Pirandello, per esempio? Benissimo, approfitta di questi giorni per andare fino in fondo alla tua curiosità, leggendoti Uno, nessuno e centomila, qualche novella, vedendo almeno i Sei personaggi. Senza il problema di incasellarlo a priori in un argomento: parti da Pirandello, non c’è bisogno di collegargli niente. Il collegamento sei tu! Pirandello c’entra con te, non devi farlo c’entrare con Bergson o con il fascismo o con Magritte. Togli il titolo preconfezionato, e mettici il tuo nome: questa tesina parla di te!
Ti prego, lascia stare D’Annunzio che va con Nietzsche, Oscar Wilde e il fascismo, Svevo collegato a Joyce e Leopardi accoppiato a Schopenhauer. Per favore, vuoi “portare” (verbo orrendo!) D’Annunzio? Leggiti Il piacere, o Alcyone, altrimenti non lo “portare”. In queste settimane sarai l’unico a non andare al mare, e il popolo degli abbronzati ti additerà come un reietto, irridendoti, sfigato di un maturando: bene, che tutto questo sacrificio valga la pena! È la tua occasione!
Spiega ai tuoi insegnanti che se colleghi 9 materie, e parli 5 minuti per ognuna, la somma evidentemente fa 45 minuti, e non gli rimane più tempo né per le famose altre domande (del cui senso o nonsenso parleremo un’altra volta) né per dialogare sulle tre prove scritte. Tieni presente, inoltre, che il giorno dell’orale dettagli banali finiscono per farla da padrone: il caldo, la stanchezza, se sei il primo o il terzo della mattinata, le beghe interne alla commissione.
E tu che, dopo un anno di pensieri a vuoto, eri finalmente giunto all’intuizione da Nobel secondo cui, dato che il titolo della tua tesina – chissà perché mai – è “Il rosso”, e in filosofia giustamente porti Marx, passando da Rosso Malpelo di Verga a Rosso relativo di Tiziano Ferro in italiano, volevi approdare in fisica alla storia dei semafori e in chimica alla composizione della RedBull, ben sapendo che il commissario esterno ti avrebbe guardato in cagnesco aspettando ansiosamente per 3 minuti che tu la finissi con quella sbobba scopiazzata da Wikipedia e buona solo a nascondere che logaritmi non ne sai fare… invece, proprio nel momento del geniale volo pindarico da Tiziano Ferro ai semafori, tristemente vagando in cerca di considerazione da metroquadro a metroquadro della cattedra con la tua sedia rigorosamente incollata alle terga dal sudore di inizio luglio, hai scoperto, girandoti dalla parte di quello di matematica e fisica – che durante tutta la tua esposizione di Marx se n’è bellamente infischiato chiacchierando del Costa Rica con il collega di arte –, ecco, girandoti appunto per sferrargli contro l’arguto collegamento, hai notato il vuoto sulla sua sedia, scoprendo che se n’è andato un attimo in bagno perché dopo il gelato ci stava proprio, e allora quella di inglese ha interrotto il tuo sgomento gracchiando un odioso quanto incomprensibile “beh, visto che nel percorso porti Dickens, allora parliamo di Orwell”.
Non girare con quella sedia, rimani fermo al posto tuo. Rimani anche in un quarto d’ora soltanto. Rimani pure su una sola materia o comunque in un discorso unitario senza collegamenti né interruzioni di materie o – se il coraggio non ti manca – come fece una mia amica che era stata in Nuova Zelanda con Intercultura, balla davanti alla commissione la danza maori dei rugbysti (per la cronaca: fu 100 e lode). E poi offriti al fuoco delle loro domande: immòlati, digli “sono qui, chiedetemi quel che vi pare”. Se hai la fortuna che siano intelligenti, potrebbe a quel punto anche capitarti di dialogare a tutto campo per approfondire quello che hai detto nel tuo quarto d’ora.
Cosa hai da dire, questo è decisivo. Ammesso che tu davvero voglia parlare di viaggio o di infanzia o del superuomo, cosa hai da dire tu sul viaggio, sull’infanzia o sul superuomo? Non esiste solo l’argomento: qual è la tua ipotesi sull’argomento? e quale tesi sviluppi? con quali passaggi logici? Tutto questo è possibile se in quello di cui parli ci sei tu, se il tuo quarto d’ora vibra delle tue scoperte, se sei pronto a dialogare con gli autori, con i fatti e con i fenomeni. Un anno ho avuto i brividi ascoltando una tesina sull’orfanità, che ovviamente partiva dal X agosto di Pascoli, tanto asettica da rimanere gelati al pensiero che qualche mese prima proprio quella ragazza era rimasta orfana: sembrava stesse parlando di una cosa che esiste soltanto nei libri, e non nella realtà.
C’è bisogno di te, invece. Tutti i collegamenti fanno ridere, e li sanno già. L’unico collegamento che non sanno già è cosa diavolo c’entra quello che studi con te.

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La verità dei piccoli

 

Un altro anno scolastico è passato, con le storie, le scoperte, le difficoltà, le avventure di ogni anno scolastico. Così potrebbe iniziare il titolo del tema finale, da assegnare ai ragazzi delle nostre classi. E, anche se non nuovo – anzi, classico classico –, sarebbe sempre interessante leggere le composizioni. E per la scuola primaria? Sarebbe possibile chiedere e capire cosa i bambini dai sei ai dieci anni hanno vissuto e avrebbero desiderato dalla loro scuola? Sicuramente sì, forse addirittura con più precisione.
I bambini, perfino quelli di oggi più complessi e complessati, per ciò che sono, hanno le idee chiare. Si potrebbe sintetizzare in questo modo: vorrebbero che la scuola fosse un bene comune. Qualcosa che si costruisce tutti insieme: dove ci sono maestri (proprio così: in barba ad alcune recenti e ripetute circolari ministeriali decine di migliaia di sfrontati fanciulli continuano bellamente a chiamare i loro insegnanti con questa parola bella e antica, “maestri”) accoglienti, e autorevoli però, i quali abbiano chiaramente in mente i loro alunni e a cuore la loro vita, senza perdere nel frattempo il loro ruolo di guida, di punto di riferimento, né diventare degli improbabili amiconi fuori tempo.
Gli adulti sono adulti, nella scuola primaria perfino i bidelli hanno un importantissimo ruolo educativo. E le materie: occorre sapere e studiare tutto quello che è proposto, come fosse un’affascinante scoperta di tesori imprescindibili, “se si vuole diventare grandi”. Ai bambini piace anche che i genitori entrino nella scuola. Per questo, “bene comune”. E non solo quando devono andarli a prendere. Entrare proprio. Magari diventare amici dei maestri, perché gli adulti per i bambini sono un’unica cosa, o dovrebbero esserlo, e hanno un’unica intenzione: quella di fare il loro bene. Magari i genitori potrebbero addirittura lavorare qualche ora nelle loro classi, mettendo a disposizione quello che sanno fare e mostrando che la conoscenza, gli affetti e la vita sono in stretta connessione fra loro, rispondendo così alla struttura esistenziale dei bambini, i quali non fanno ancora tante distinzioni.
I bambini ambiscono ai voti solo quando l’aspettativa degli adulti è su quelli. Altrimenti se ne infischiano. Preferiscono stupirsi, cosa che, purtroppo, accade molto spesso per l’ultima volta alla scuola primaria. Non hanno idea che il registro adesso sia elettronico, se non che vedono ogni inizio mattina il maestro scrivere qualcosa al computer. Non hanno seguito neppure una volta le vicissitudini sulle circolari per l’adozione dei libri di testo. Amano molto la lavagna elettronica che sta entrando in tante aule, ma amano di più modellare la creta con le mani, sporcarsi rigorosamente le ginocchia con l’erba del prato della scuola durante la ricreazione, scoprire che persino nel perimetro della scuola entra talvolta una cavalletta o addirittura una lucertola.
Non sanno che l’intelligenza passa dall’uso delle mani, ma lo mettono in pratica, mentre molti di loro, che vivono in aule tecnologicamente avanzate dotate di lavagna iperattiva, inforcano anticipatamente gli occhiali e scordano anticipatamente le nozioni del video di scienze a cui hanno appena assistito.
I bambini soffrono sempre di più, perché per quanta legislazione possiamo produrre sulla liberalizzazione di svariate forme di matrimonio e di velocità del divorzio, per questi antiquati infantili la cosa logica è che la mamma e il papà (li chiamano proprio così) stiano insieme nella loro stessa casa e si vogliano bene. Impenitenti come sono, nonostante questi e altri dolori, sono protesi a stupirsi appena si presenta loro un fenomeno della natura o un racconto avvincente e avventuroso. Insomma sanno ancora spalancare la bocca. Dio non voglia che qualche adulto li induca a chiuderla troppo velocemente.

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Il giuramento di Ippocrate

Vincent Lambert deve morire. È questo il verdetto emesso dal “rapporteur”, il commissario del governo francese presso il Consiglio di Stato, i cui 17 magistrati sono stati chiamati a giudicare su un caso molto simile a quello di Terri Schiavo. Vincent, finito in coma cinque anni fa e ora in stato di minima coscienza, è al centro di una battaglia giudiziaria tra la moglie dell’uomo e i suoi genitori che i 17 giudici chiuderanno martedì prossimo alle 16 con una sentenza definitiva.
NESSUNA SPINA DA STACCARE. Come nel caso di Eluana, anche nel caso di Vincent non c’è nessuna spina da staccare. L’uomo di 38 anni respira in modo autonomo, risponde agli stimoli, sorride, piange ma viene nutrito e idratato in modo artificiale. La moglie di Vincent ha chiesto ai giudici che idratazione e alimentazione vengano sospese e l’uomo lasciato morire, i genitori e i fratelli vogliono invece che continui a vivere. Vincent non ha mai lasciato nessun testamento biologico e non ha mai nominato un suo tutore legale e legittimo.
COMMISSARIO DEL GOVERNO. Secondo quanto dichiarato oggi dal “rapporteur”, «interrompendo i trattamenti, i medici non uccidono [Vincent]», è lui che si avvicina «alla fine della vita». Vincent deve morire perché «per quanto forte sia l’amore di un fratello, di una sorella e soprattutto dei genitori, questo non è abbastanza per tenere in vita il paziente». Le sue «lesioni irreversibili», «senza speranza di miglioramento», fanno sì che nutrirlo diventi una forma di «accanimento terapeutico» che lo «mura nella sua solitudine e incoscienza».
«VI SEMBRA MORENTE?». Vincent in realtà non è affatto solo, visto che è accerchiato dall’affetto dei suoi genitori e dei suoi fratelli. Ma per il magistrato deve comunque essere lasciato morire di fame e di sete, cosa che dalla sospensione della nutrizione avverrà «entro tre o cinque giorni». L’avvocato dei genitori ha protestato davanti a questa argomentazioni sventolando una foto di Lambert urlando: «Vi sembra che abbia l’aria morente?». Poi, per ricordare che il paziente non è affatto in uno stato di incoscienza, ha letto una email che la madre ha scritto martedì scorso: «Ho tenuto Vincent tra le mie braccia. Lui aveva gli occhi pieni di lacrime e mi guardava».
ULTIMA SPIAGGIA. Se i 17 giudici martedì seguiranno il consiglio del “rapporteur”, sarà una sentenza storica per la Francia, la prima a legalizzare di fatto un caso di eutanasia. Ai genitori e ai fratelli di Vincent rimarrebbe allora una sola possibilità: fare ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, l’unica in grado di ribaltare una eventuale sentenza di morte.
@LeoneGrotti
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Cristo mi prende sul serio

L’idea? L’ha avuta Cleuza, prendendo spunto dal modello della Giornata nazionale della Colletta alimentare. È nata così la risposta alla provocazione ad assumersi maggiori responsabilità nella promozione della rivista del movimento, Passos (Tracce). Una riflessione che era partita già alla fine dell’anno scorso e che è arrivata come proposta a tutta la comunità durante gli Esercizi della Fraternità. A poco a poco, le comunità hanno aderito. Domenica 1 giugno, in trenta città, è stata realizzata la “Giornata Nazionale della rivista Passos”. Il risultato più immediato di questa iniziativa è stata la vendita di circa 1.800 copie, e la sottoscrizione di trenta nuovi abbonamenti.

Ma, le testimonianze che stanno arrivando mostrano un favore che supera abbondantemente questi numeri. In tutte le regioni del Brasile abbiamo trovato amici e sostenitori che attestano, anche per noi, la forza e la bellezza del carisma. Molti sacerdoti hanno dato un grande appoggio nelle loro parrocchie. È stato sorprendente sentir dire da preti, poco conosciuti, che stimano Giussani, e raccomandano la rivista che nasce «dal carisma di un sant’uomo di cui è in atto il processo di beatificazione», come ha affermato un sacerdote barnabita a Rio de Janeiro. Altri religiosi volevano abbonarsi personalmente, o hanno chiesto di leggere la rivista per poterne poi parlare conoscendone il contenuto.

A São João Del Rey, nell’entroterra di Minas Gerais, Dener e Beth sono arrivati non troppo ben disposti, pensando che si sarebbero vendute poche copie, ma padre Magela ha fatto un annuncio molto forte, e alla fine ha anche detto: «Questa rivista è molto bella e vale la pena acquistarla o abbonarsi». Dopo la messa hanno venduto velocemente le quindici copie che avevano portato e diverse persone hanno chiesto di entrare in contatto per fare Scuola di comunità.

Come è successo a loro, la giornata di Passos è stata un’occasione per fare molti incontri. Giovanna di Ribeirão Preto racconta come l’ha vissuta: «Ho parlato durante due messe e ho scoperto che parlare della rivista era come parlare di quello che era più importante nella mia vita. È stata anche una scoperta piena di gratitudine! Ed è successo che abbiamo venduto tutte le copie, anche tanti numeri arretrati. Quel che veramente mi ha commosso è stata una ragazza che di solito vedo alla messa e nel quartiere, che mi è venuta a chiedere l’articolo sulle madri che hanno avuto i figli pur sapendo che avevano delle malformazioni, e poi ha detto: “Io sono una di quelle madri”. Sono rimasta stupita, l’ho ringraziata e le ho detto che le avrei procurato quell’articolo. Le ho anche detto che avrei pregato per sua figlia. E mi sono resa conto che in quel momento eravamo insieme, eravamo una compagnia, eravamo un’unità, in quanto Chiesa. E tutto questo grazie a Passos».

Fabiana, di Petrópolis afferma: «Penso che il successo di tutti gli sforzi, durante la giornata della rivista, sia stato quello di farla arrivare a diversi tipi di pubblico: persone della classe media che frequentano la cattedrale, casalinghe della Cappella di Morin, o giovani di Pedro do Rio… Dire loro che vale la pena leggere perché leggere mi aiuta a vivere, è stato questo il mio contributo alla vita di quelle persone, che non conosco, ma che so che hanno il mio stesso bisogno di felicità e di un senso della vita».

A Caxias do Sul, dove Stefano, italiano, risiede per lavoro da qualche anno, la vendita di Passos è stata una preziosa opportunità proprio per lui: «La prima cosa, e forse la più importante, è che posso dire “abbiamo venduto” e non “io ho venduto”, perché Rudi e Daniela, una coppia di amici incontrati in questi ultimi mesi, hanno accettato di impegnarsi con me in questo gesto e mi hanno accompagnato alla vendita che abbiamo organizzato nella parrocchia di San Pellegrino. Don Mario, il parroco, ha parlato estesamente della nostra iniziativa alla fine della messa, e per questo le copie della rivista sono finite rapidamente. Per la prima volta, a Caxias, è stata organizzata una manifestazione del movimento, e questo è un bene. Ma ciò che veramente mi interessa è che è stato un gesto mio, che ha implicato la mia libertà».

Da Campinas, Beth ci ha scritto: «Come si dice nella Scuola di comunità: “Il successo della nostra ricerca può richiedere un cambiamento radicale, una rottura degli stessi limiti della nostra natura”. Infatti, l’esperienza della vendita ci sorprende in primo luogo perché ci mettiamo in movimento per dare l’annuncio di qualcosa che amiamo, poi avviene un cambiamento perché molti di noi sono timidi, ma siamo stati lì e alla fine di ogni turno le persone che avevano aderito erano molto felici».

A Salvador, la gioia ha coinvolto tutti i partecipanti. Silvana racconta: «Oltre alla bellezza di un’amicizia che sta nascendo con gli amici impegnati nella promozione di Passos, l’esperienza che ho fatto in quei giorni è stata questa: Cristo mi prende sul serio! Prende sul serio i desideri del mio cuore – anche i più semplici – e mi risponde. Ciò dimostra che è Lui che fa tutto, io devo soltanto essere aperta. E lo sono stata».

A Brasilia la comunità si è messa in moto per preparare un segnalibro da distribuire all’uscita dalle messe mentre offrivamo Passos. Le famiglie sono venute con i figli e anche se avevamo portato una buona quantità di riviste, le abbiamo vendute tutte in mattinata; durante le messe del pomeriggio siamo tornati soltanto per dire che ci sarebbe stata un’altra offerta la settimana seguente. Angela ha portato un gruppo di studenti che si preparano alla Cresima perché aiutassero nella diffusione, e dice: «Il bello è stato incontrare molta gente e parlare del movimento. Alcuni ragazzi che erano con me non appartengono al movimento, e nemmeno le loro madri, che però li hanno lasciati partecipare con me. E alla sera ho pensato: non posso considerare tutto questo ovvio; è un miracolo, è Gesù stesso che sta permettendo una cosa del genere. Erano così felici».

A San Paolo sono state coinvolte molte persone, che hanno dato la loro disponibilità per offrire la rivista in diversi punti della città. Dyetry parla di ciò che ha imparato: «In una delle messe vicino a casa mia, ho finito per cercare di vendere la rivista a quelli che mi conoscevano. Una signora, con cui non parlavo molto, è rimasta un bel po’ a chiacchierare con noi del più e del meno, di politica e del Papa. È stato bello riuscire ad avvicinarsi a lei. Un’altra persona mi ha detto che comprava solo per aiutarmi, e io le ho detto che non ero lì solo per vendere una rivista – se così fosse non sarebbe valsa la pena di comprarla -, ma per promuovere uno strumento che mi aiutava ad avere la certezza che è possibile vivere nel mondo come cristiani. Queste due scene mi hanno fatto capire per Chi ho fatto quel gesto».

A Rio de Janeiro, durante le settimane che hanno preceduto la giornata, siamo stati colpiti dall’incontro con due sacerdoti. Il primo, padre Ionaldo, che aveva studiato in seminario con due sacerdoti del movimento e conosceva la rivista già da allora, non solo ha dato la sua disponibilità perché promuovessimo Passos nella sua parrocchia, ma ci ha chiesto di organizzare un incontro per parlare della figura di don Giussani, dato che, ha detto, pochi lo conoscono. Il giorno della vendita ha fatto in modo di trasmettere la notizia e le riviste sono finite in un baleno grazie alla sua “propaganda”. Il gruppo che è venuto dopo ha seguito l’esempio chiedendo altre copie per la messa successiva.

In un’altra parrocchia, quando abbiamo detto che apparteniamo a Cl, il parroco è rimasto perplesso, dato che fa parte di una congregazione religiosa. Ma dopo ci ha detto: «Nella nostra congregazione abbiamo un sacerdote che è stato salvato dall’appartenenza a questo carisma, allora potete venire». Le vendite sono state effettuate nelle tre diverse messe della sua chiesa, e quel padre ripeteva sempre ai suoi fedeli che «la vita di fede non si fa da soli, e la Chiesa ha molti carismi per aiutare in questo cammino». Poi diceva loro che stavano ricevendo la visita di Comunione e Liberazione, e ha suggerito di venire a conoscerci. Al termine della messa delle 19, un ragazzo si è avvicinato a Vitor, il responsabile dell’evento in quel luogo, e ha detto: «Buona sera, il mio nome è Juliano e sono anni che aspetto di incontrarvi. Ho conosciuto il movimento all’Università di Ribeirão Preto nel 2000, e poi, da quando mi sono trasferito, ho sempre avuto il desiderio di partecipare di nuovo. E adesso vi ho incontrato».

Sono solo alcuni fatti. Però rivelano come la prima grande lezione che noi tutti abbiamo ricevuto, ancora una volta, è che Dio è sempre sorprendente e meraviglioso nel suo amore per noi. Perché questo amore si manifesti, basta una cosa: la nostra disponibilità a seguire.

http://www.tracce.it/default.asp?id=341&id_n=42081