E’ sempre un nuovo inizio

.
Padre Mauro Giuseppe Lepori.
«Siamo presi dalla ricerca di soluzioni globali e adeguate alla misura del problema – misura che definiamo noi! – e non vediamo più che, la soluzione, Dio la sta facendo sgorgare». Parlare di nuovo inizio, persona, libertà sembra poetico e inutile davanti agli immensi problemi dell’Europa. Mentre per padre Mauro Giuseppe Lepori, svizzero, abate generale dell’Ordine Cistercense, «la crisi è credere così poco alla novità che fa risorgere la situazione da non vederla».

Che cosa l’ha colpita del documento?
Ripropone la possibilità di uscire dalla crisi, dalla negatività, a partire dalla persona, dalla libertà personale. Quella frase che si riferisce ad Havel: i fattori che cambiano la storia sono quelli che passano attraverso il cuore dell’uomo, mi raggiunge sul problema della mia vita, su quello che mi chiedo quotidianamente, anche rispetto al mio Ordine, al modo di esercitare il mio ministero. Già nel mio ambito, nel mio piccolo, mi rendo conto che dobbiamo sempre tornare alla coscienza di cosa permette il cambiamento. Altrimenti il rischio è che affondiamo in una desolazione senza prospettive, senza positività. Questo volantino mi ha ridestato l’unica consapevolezza che mi dà slancio. Anzi, speranza. Cioè una positività che ha la sua ragione ora, di cui faccio esperienza adesso, senza dover aspettare o sognare il momento in cui le cose finalmente andranno meglio.

Cos’è questo «nuovo inizio» possibile?
Quando si ha solo il sentimento di essere nel negativo, nelle cose che vanno male, allora si corre cercando di afferrare una positività che verrà. Ma questa corsa ha la stessa dinamica della violenza. Una guerra, in fondo, ha la rapidità, lo slancio del negativo che non trova nessuna positività possibile ora per fermarsi, per riconciliarsi, parlare, ripartire. Si arriva a distruggere pur di ottenere qualcosa che verrà. Per questo, capire che c’è una sorgente ora, che l’uomo ha un’origine, che quello che sta avvenendo ha un’origine che sgorga adesso, ferma il falso dinamismo della ricerca di soluzioni future, o irreali, da ottenere con la forza. Si tratta di riconoscere che c’è qualcosa ora che fa risorgere la situazione, da cui posso attingere e che mi interpella per poter rinnovare quello che sto vivendo, il mio cuore.

Cos’è questa sorgente ora e come la sorprende?
La ragione della speranza è in ciò che accade, negli altri, negli incontri che faccio: nella presenza di Cristo che tocco ora. È qualcosa che ha la potenza di fermare il flusso irragionevole che a volte prende la storia, la società, la mentalità comune, e la mia vita. Ma bisogna accettare questo atto di fermarsi per attingere da altro da sé, ma che è presente: una sorgente di vita, la Risurrezione di Cristo. Qualcosa che ti raggiunge mentre tu pensi che tutto sia finito, come i discepoli di Emmaus, per i quali l’orizzonte era tutto negativo. Proprio lì dentro, arriva non sai da dove questa compagnia che fa ardere il cuore, che ti dice una parola diversa, che trasforma i tuoi sentimenti, le tue idee. Non dobbiamo preoccuparci di creare noi questa sorgente, ma avere l’umiltà e la semplicità di vederla sgorgare. La presenza di Cristo di fronte ai discepoli di Emmaus dopo la Risurrezione, non l’hanno suscitata loro. È stata una sorpresa.

Cosa significa rispetto alla nostra situazione attuale?
A livello di politica, di società, di cultura è importante che non perdiamo la speranza che sempre riaccade e riaccadrà questa Risurrezione. Basta pensare a papa Francesco: tutto a un tratto c’è qualcosa che sorge e che nessuno prevedeva. Come, piccolo esempio, a volte mi stupiscono certi film. In una cultura come l’attuale, in questa giungla di falsità e vanità, all’improvviso salta fuori un film di una profondità, di una verità umana, che sono riconosciute da tutti. Lo Spirito Santo soffia continuamente dove vuole ed è Lui l’origine di questa novità sempre possibile. Credo che il vero problema è che non la riconosciamo, non le diamo valore. La sorgente è sempre qualcosa di apparentemente molto piccolo, ma potenzialmente è la madre di un fiume che alimenta il mare. È questa la coscienza che i fattori che cambiano la storia passano per il cuore umano: non c’è niente di più piccolo di un cuore umano rispetto all’universo e alla Storia, eppure io vedo – nel mio Ordine, nella storia della Chiesa e del mondo – che accade sempre una persona che si manifesta come profetica. Profeta è qualcuno che cambia dal piccolo e irradia una novità per il popolo. Questo credo sia il punto: non perdere la fede nella novità sempre possibile dell’avvenimento di Dio nel mondo. Non ci è chiesto di risolvere tutto, ma di acconsentire personalmente a questa novità. Se la colgo io, possono coglierla tutti, e può cambiare tutto.

È un capovolgimento di conoscenza. Siamo abituati a pensare la storia come «progresso addizionabile», come dice il volantino citando la Spe Salvi, per cui ci sembra ingenuo puntare sulla libertà, sul nuovo inizio che è la persona.
Se pensiamo alla cultura cristiana in Europa in termini di realtà addizionabile, vediamo che l’apparire di altre culture, che diventano maggioritarie, è come se la annullasse. Invece la radice cristiana rimarrà una sorgente dell’Europa qualsiasi cosa accada. Basta che rimanga una sola persona che crede in Gesù Cristo. Non è una questione di forze, né numerica, ma è una questione di libertà. Una quantità numerica, anche dominante, non è più libera di un’individualità che liberamente acconsente a qualcosa che la supera. Ciò che è chiesto a me è sempre solo acconsentire a qualcosa che è dato: alla novità di Cristo. Che io sia solo su un milione o che siamo un milione su un milione, si tratta sempre di un atto personale, di un sì personale. Per chi fa l’atto da solo (in verità, non è mai solo!) sembra più difficile, più sterile, ma rispetto a quello che Dio vuole creare non cambia niente. Il nostro difetto è lo stesso di Davide, quando Dio lo ha punito perché ha fatto il censimento. Noi diciamo un sì a Dio e poi iniziamo a contarci, a misurare e calcolare l’effetto della grazia, con la pretesa che corrisponda ai nostri criteri. Facciamo l’esperienza di una grazia e poi ci preoccupiamo dell’impatto. Maria, dopo il sì, non ha cominciato a contare quanta gente c’era. Neanche gli apostoli. Uno dice sì e sa che la fecondità è infinita.

Cosa vuol dire che è infinita?
È la fecondità del sì a Cristo che non ha misura di tempo, di spazio, di frutti. Anche se non si vede niente. Ma noi non ci crediamo e cominciamo subito a misurarla: come numero, come forza politica, come incidenza sulla società. È questo il grande punto di conversione. Anch’io sono molto tentato, quando vedo che in Europa diminuiscono le vocazioni nel mio Ordine, di cominciare a dire: «Andiamo male perché siamo sempre meno». Poi visito una comunità di poche monache anziane e trovo un’intensità di vita, di adesione a Cristo, di bellezza fraterna per cui devo dire: «No, questa non è morte. Qui c’è una vita!». E una vita avrà sicuramente una fecondità. Chissà dove, chissà come. Ma non è affare mio.

Non bisogna preoccuparsi dei frutti.
Ci è chiesta la fede. Se penso agli apostoli, loro culturalmente non hanno visto niente: non hanno visto una società trasformata dal cristianesimo. Hanno visto sorgere qualche piccola comunità sperduta in città immense. Roma, Antiochia, Corinto. Non hanno visto neanche un re cristiano. Eppure la vittoria di Cristo l’hanno vista, ci hanno creduto completamente, mentre stavano morendo martiri. Soprattutto in quel momento.

Vale per san Benedetto, che ha “fatto” l’Europa senza vederla…
Noi diciamo: «San Benedetto ha fatto l’Europa». Ma quando lui è morto, c’era qualche sparuto monastero. La sua Regola è diventata Regola generale in tutta Europa solo qualche secolo più tardi, e comunque c’è voluto tempo perché i monasteri forgiassero e diffondessero una cultura europea. Ma ciò è avvenuto, ed è una prova lampante che un cambiamento universale può nascere dalla disponibilità di un solo cuore.

Cosa significa essere tesi, come dice il volantino, ad «ogni scintilla di vero che scocca nell’incontro con l’altro»?
È il mistero della relazione, su cui insiste il Papa, per esempio quando ha indetto la Veglia per la pace in Siria: insisteva sul cercare l’incontro, sullo scegliere la relazione, il dialogo. Il punto è non fuggire l’incontro con l’altro, qualsiasi cosa accada. Nell’incontro diventa possibile disinnescare i sogni per entrare in una comunione di desiderio. Il desiderio non è il sogno, come si pensa oggi. Il desiderio d’infinito, di pace, di bellezza, di unità, sembra un punto di riconoscimento fra gli uomini che non ha nessuna consistenza, mentre è la realtà in noi che ci apre alla realtà tutta: desideriamo, e questo è un punto di comunione con qualsiasi essere umano. Più desidero cose grandi, più non escludo nessuno, e posso vivere un’unità con tutti, anche col “nemico”.

Diceva che l’incontro disinnesca il sogno, perché?
Faccio spesso l’esperienza che il semplice accettare di incontrare l’altro disinnesca tutta l’irrealtà di sogni, sentimenti, istintività che uno ha dentro e che applica agli altri. Il puro, semplice fatto di accettare l’incontro, la relazione con l’altro, rimette tutto già dentro una realtà, una consistenza di verità nella quale, a volte, sgorga veramente una sorgente nuova. Come fra i due discepoli di Emmaus: quando camminavano lamentandosi l’un l’altro non erano uniti, ma dopo passa Cristo e – anche quando Lui sparisce – si sentono unitissimi, perché una sorgente è sgorgata anche dentro al loro rapporto. È talmente profonda questa esperienza che non è esclusiva del rapporto fra cristiani: è il Mistero che l’ha messa nella natura umana. Qualsiasi incontro con cui accetto di essere in relazione diventa un luogo in cui Lui può sgorgare. Chiunque sia, l’altro mi diventa allora preziosissimo. È il simbolo che trova il suo complemento, la metà che gli manca per essere se stesso: mi permette di realizzarmi come uomo, come cuore, perché io sono fatto per la comunione, per il “tu”. È il mistero del Rapporto che è Dio Trinità, e che Dio ha cosparso in tutti i rapporti umani.

Come questa coscienza di sé trasforma l’agire?
Penso al mio Ordine: i monasteri, benché abbiano tantissime opere, hanno come opera principale la comunità in quanto tale, come luogo di comunione. A volte, anzi spesso, arrivo in comunità che sono piene di problemi: oltre ai problemi di ciascuno, tutti sono a un livello in cui vedono soltanto una negatività negli altri, in quello che fa uno o che fa l’altro. E mi capita di arrivare a non poterne più di sentirli parlare di negativo… Finché – e questo succede più spesso di quanto io riesca a sperare – accade un momento di comunione, di incontro vero. A volte è effettivamente preparato dal fatto di tirare fuori i problemi, guardarsi in faccia, ritrovarsi tutti insieme. Più spesso il momento di comunione avviene per l’umiltà di uno solo che dice: il problema è mio, quello che deve convertirsi sono io, vi chiedo perdono e aiuto. Quando accade questo momento, si capisce che in un certo senso tutto è risolto, che inizia una novità. Poi magari si ricade, ma lì c’è un avvenimento di comunione che è più dato che prodotto, che è una grazia. Come la Pentecoste: erano lì, questi 120, ed è un avvenimento che è venuto dall’alto, quella gioia, quella bellezza di rapporto che è successa.

Com’è possibile che questo diventi il criterio di giudizio?
Un’esperienza che accade e riaccade è il miglior criterio di giudizio. Non c’è un altro modo: è sempre così che accade l’inizio. In un certo senso, è inevitabile che io ricada nell’errore di dire: adesso faccio io. Ma lo faccio finché non arriva di nuovo quel punto in cui dico: «No, la mia iniziativa ha un limite». Il problema è se quel punto diventa un punto di umiltà, in cui riconosco: «Va bene, allora mi fermo e mendico quella novità, e mi faccio aiutare da Dio e dagli altri». Un santo, come Madre Teresa, mendica sempre, fin dall’inizio, vive e respira in questa mendicanza. Noi iniziamo sempre con il piede sbagliato, ma la misericordia di Dio fa in modo che anche i passi fatti con questa falsa intenzione ci portino a quel punto: allora, o lasciamo perdere tutto, oppure mendichiamo. Capiamo sempre di nuovo di doverci aprire a qualcosa di più grande. Prima si parla, si cercano soluzioni, tutti propongono la propria, fino a che questa procedura ci fa sentire il limite delle nostre soluzioni. La grazia è che scatti un punto o un momento di mendicanza comune. Allora la novità accade. Se la riconosco, se vedo che è possibile, allora parto un po’ di più con il piede giusto. Pensando all’Europa, alla nostra società, penso ai tanti testimoni, ai profeti, che tutti in un modo o in un altro hanno riconosciuto come veri. Attraverso queste persone Dio ha donato qualcosa al mondo intero e questo mi “tranquillizza”, perché se Dio manda dei profeti vuol dire che ha uno sguardo positivo sul mondo e anzitutto sulla nostra libertà: un desiderio di bene che accade e che possiamo cogliere.

San Bernardo, il protagonista della fioritura del vostro Ordine nel XII secolo, è stato anche un grande protagonista politico. Goffredo d’Auxerre scrive di lui: «Si era fatto servo di tutti, quasi fosse nato per il mondo intero. Eppure custodiva la sua anima libera da tutto e da tutti, come se non si dedicasse che alla custodia del proprio cuore». Che richiamo è per noi la vita, così unita, di san Bernardo?
San Bernardo è un grande esempio di quello che stiamo dicendo. Un uomo che si gioca tutto con Cristo diventa servo del popolo. San Benedetto, lo stesso: non ha mai pensato di formare l’Europa, si è preoccupato solo di non preferire nulla a Cristo nella vita monastica che ha voluto vivere. È come Gesù quando incontra Pietro e gli chiede: «Mi ami tu?». Quel concentrarsi sul Tu che ci ama e chiede amore permette di pascere tutte le pecore, permette di essere servi del mondo intero, di servire un’opera totale, globale, anche politica. San Bernardo ha fatto moltissima politica, fino ad esserne rimproverato. Ma ciò vuol dire che è possibile servire il mondo intero: la condizione è “solo” quella di aderire a Cristo, dire «io Ti amo»; e questa rivoluzione che cambia il mondo, questa opera immensa di rinnovamento della società e della cultura, di affronto degli immensi problemi, diventa possibile. Tutto si svolge all’interno di quest’unico impegno di amare Cristo. Penso proprio che è qui che dobbiamo convertirci. San Bernardo si occupava di mille cose, era sempre in viaggio, faceva un’enorme attività sociale e politica, ha scritto centinaia di lettere, si è occupato di Papi e antipapi, ha avuto contatti con i re… Sicuramente è la persona che ha dominato il suo secolo, proprio per come ha influito sulle scelte ecclesiastiche e politiche del suo tempo, fino a promuovere la crociata. Ma tutto l’ha vissuto dal cuore del suo rapporto con Cristo, cercando di vivere solo quello. Questo – che è lo straordinario del cristianesimo – viene dal mistero di Cristo stesso, perché Lui ha salvato il mondo morendo sulla Croce, in un atto di amore totale al Padre. Non ha percorso il mondo intero. Quando si visita la Terra Santa, stupisce in che piccolo mondo ha vissuto il Figlio di Dio. Ma così ha salvato realmente il mondo intero.

Quindi, che richiamo è per noi oggi san Bernardo?
Ci testimonia la fede nel fatto che il cuore dell’esperienza cristiana ha un influsso universale. È ciò che dobbiamo recuperare. Quando ci preoccupiamo che la società non va bene o di quello che dobbiamo fare, invece di alimentare quello che facciamo con la presenza di Cristo nel mondo, con quello che Cristo fa nel mondo, allora diventiamo sterili. Siamo in contrapposizione agli altri, perché gli altri fanno lo stesso. Siamo armate contro altre armate. Invece Cristo vuole instaurare il Suo Regno, ed è un Regno che ha al centro del mondo il Suo Cuore, che ama e chiede di essere riamato.

Che richiamo è per l’Europa?
Credo che l’Europa crescerà sempre fra due carismi complementari, che gli ultimi due Papi ci hanno richiamato: quello di san Benedetto e quello di san Francesco. Benedetto è colui che ha dato all’Europa dei «luoghi di risveglio dell’io», delle dimore, delle comunità in cui la persona è educata e resa feconda, capace di generare un popolo. Quello di Francesco è il carisma che va a cercare le pecore perdute, le raduna, che è l’urgenza sottolineata da papa Bergoglio. Ma è necessario poi accogliere le pecore perdute in luoghi di vita, nei quali poter dimorare, nella “Casa di Dio” che san Benedetto ha avuto il carisma di saper definire come luogo di fraternità e di educazione cristiana dell’umano. Oggi c’è la coscienza che bisogna tornare ad incontrare l’uomo, uscire a cercare i figli perduti, e allo stesso tempo serve costruire “case” in cui siano accolti e possano crescere, e diventare padri e madri. I due carismi saranno sempre complementari. Sono i due poli di una cultura veramente umana, ed è di questo che l’Europa e il mondo hanno bisogno.

 

http://www.tracce.it/default.asp?id=371&id_n=41002

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...