Estate di San Martino

 

Le colline e le rive dei Po sono un giallo bruciato
e noi siamo saliti quassù a maturarci nel sole.
Mi racconta costei – come fosse un amico –
Da domani abbandono Torino- e non torno mai più.
Sono stanca di vivere tutta la vita in Prigione.
Si respira un sentore di terra e, di là dalle piante,
a Torino, a quest’ora, lavorano tutti in prigione.
Torno a casa dei miei dove almeno potrò stare sola
senza piangere e senza pensare alla gente che vive.
Là mi caccio un grembiate e mi sfogo in cattive risposte
ai parenti e per tutto l’inverno non esco mai più.
Nei paesi novembre è un bel mese dell’anno:
c’è le foglie colore di terra e le nebbie al mattino,
poi c’è il sole che rompe le nebbie. Lo dico tra me
e respiro l’odore di freddo che ha il sole al mattino.
Me ne vado percbé è troppo bella Torino a quest’ora:
a me piace girarci e vedere la gente
e mi tocca star chiusa fincb’è tutto buio
e la sera soffrire da sola. Mi vuole vicino
come fossi un amico: quest’oggi ha saltato l’ufficio
per trovare un amico. Ma posso star sola costì?
Giorno e notte – l’ufficio – le scale – la stanza da letto –
se alla sera esca a fare due passi non so dove andare
e ritorno cattiva e al mattino non voglio più alzarmi.
Tanto bella sarebbe Torino – poterla godere –
solamente poter respirare. Le piazze e le strade
han lo stesso profumo di tiepido sole
che c’è qui tra le piante. Ritorni al paese.
Ma Torino è il piú bello di tutti i paesi.
Se trovassi un amico quest’oggi, starei sempre qui.

 

Cesare Pavese, Estate di San Martino

Dopo il buio arriva il sole

 

Nella omelia della messa celebrata questa mattina a casa Santa Marta, come riporta Radio Vaticana, il papa ha preso spunto dal momento che Gesù passò nell’orto dei Getsemani, il momento in cui anche Lui ebbe paura. In precedenza aveva commentato la figura di san Paolo, un uomo coraggioso ha detto perché aveva la sua forza nel Signore, ma anche lui in certi momenti aveva paura. In quei momenti ci si chiede se non convenga essere meno cristiani e cercare dei compromessi con il mondo, ha detto, aggiungendo che quello che faceva Paolo non piaceva ai giudei e ai pagani ma lui non si fermò ugualmente. Anche Gesù ebbe paura, ha poi detto: “E noi dobbiamo dircela la verità: non tutta la vita cristiana è una festa. Non tutta! Si piange, tante volte si piange. Quando tu sei ammalato; quando hai un problema in famiglia col figlio, con la figlia, la moglie, il marito; quanto tu vedi che lo stipendio non arriva alla fine del mese e hai un figlio malato; quando tu vedi che non puoi pagare il mutuo della casa e dovete andarvene via… Tanti problemi, tanti che noi abbiamo. Ma Gesù ci dice: ‘Non avere paura!’. ‘Sì, sarete tristi, piangerete e anche la gente si rallegrerà, la gente che è contraria a te'”. Quindi ha detto che un’altra cosa che ci succede è di essere tristi, quando prendiamo strade che sappiamo non essere buone strade: “è la tristezza della cattiva allegria”. Invece la gioia cristiana è la gioia in una speranza che arriva: “Ma nel momento della prova noi non la vediamo. E’ una gioia che viene purificata dalle prove e anche dalle prove di tutti i giorni: ‘La vostra tristezza si cambierà in gioia’. Ma è difficile quando tu vai da un ammalato o da una ammalata, che soffre tanto, dire: ‘Coraggio! Coraggio! Domani tu avrai gioia!’. No, non si può dire! Dobbiamo farlo sentire come lo ha fatto sentire Gesù. Anche noi, quando siamo proprio nel buio, che non vediamo nulla: ‘Io so, Signore, che questa tristezza cambierà in gioia. Non so come, ma lo so!’. Un atto di fede nel Signore. Un atto di fede!”. Francesco ha poi usato l’esempio di Gesù della donna che partorisce, che soffre tantissimo ma quando il bambino è nelle sue braccia dimentica ogni sofferenza. E’ la gioia che rimane, che a volte si nasconde ma è viene sempre, la gioia della speranza. Ha concluso: “Essere coraggioso nella sofferenza e pensare che dopo viene il Signore, dopo viene la gioia, dopo il buio arriva il sole. Che il Signore ci dia a tutti noi questa gioia in speranza. E il segno che noi abbiamo questa gioia in speranza è la pace. Quanti ammalati, che sono alla fine della vita, con i dolori, hanno quella pace nell’anima… Questo è il seme della gioia, questa è la gioia in speranza, la pace. ‘Tu hai pace nell’anima nel momento del buio, nel momento delle difficoltà, nel momento delle persecuzioni, quando tutti si rallegrano del tuo male? Hai pace? Se hai pace, tu hai il seme di quella gioia che verrà dopo’. Che il Signore ci faccia capire queste cose”.

 

tratto da :http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2014/5/30/PAPA-FRANCESCO-Omelia-di-Santa-Marta-dopo-la-sofferenza-viene-sempre-la-gioia-nella-speranza-del-Signore/print/503966/

 

Storia di un’ anima carnale

Mostre
Storia di un’anima carnale. A cent’anni dalla morte di Charles Péguy
Domenica 24 agosto 2014 – Sabato 30 agosto 2014

«Storia di un’anima carnale. A cent’anni dalla morte di Charles Péguy» è il titolo della mostra che il Meeting di Rimini propone il prossimo mese di agosto per celebrare l’anniversario di uno scrittore ben radicato nella cultura da cui il Meeting sorge e straordinariamente illuminante per il presente che viviamo.

L’apparente ossimoro della prima parte del titolo aiuta a spiegare le numerose polarità della biografia di Péguy: la povera gioventù orleanese e l’attiva maturità nel cuore della cittadella culturale parigina, il mai rinnegato socialismo e la lotta contro l’ideologia partitica, il dreyfusismo e il patriottismo, la fedeltà alla condizione di sposo e padre senza negare i sentimenti che l’hanno messa alla prova, la passione per l’amicizia e la netta rottura con chi non ne condivideva più il motivo ideale, il pungente vigore di polemista e l’afflato poetico.
Quell’apparente ossimoro dà poi ragione del filo conduttore che attraversa tutti gli scritti di Péguy: l’assoluto rispetto del reale concreto – carnale appunto – così come si pone, nell’inesausta ricerca della sua «anima». Deriva da qui la sua persistente polemica contro ogni stortura ideologica: politica o dei “sistemi” teorici, giornalistica o letteraria, pedagogica o sociologica; tutte quelle cioè che caratterizzano il «mondo moderno».

Da ultimo e soprattutto, «anima carnale» definisce compiutamente la profonda e radicale percezione dell’avvenimento cristiano propria di Péguy. Quella che gli ha permesso di scrivere le pagine indimenticabili dei Misteri e che ha suggerito a Von Balthasar di dichiarare: «Non si è mai parlato così cristiano».

La mostra riminese si pone su un registro biografico. Un percorso guidato accompagna il visitatore lungo le principali tappe di una vita (1873-1914) che, del resto, non ha avuto – a parte la morte sul campo di battaglia il primo giorno della controffensiva della Marna – eventi esterni particolarmente eclatanti, essendosi sostanzialmente consumata nel faticoso lavoro di editare i Cahiers de la quinzaine. Il percorso biografico è funzionale a far prendere contatto diretto coi testi di Péguy, autore prolifico e dalla prosa così ricca da mettere in difficoltà chi voglia estrarne degli stralci e, nel contempo, così potente da arrivare ad espressioni che suonano come indimenticabili aforismi.

Per favorire ancora di più l’immedesimazione del visitatore, la mostra offre anche quattro tappe durante le quali sarà possibile vedere la messa in scena di alcuni momenti della vita di Péguy, non tanto in chiave descrittiva, quanto piuttosto per consentire la miglior fruizione possibile del testo péguyano, che è la lettura ad alta voce.

La mostra è arricchita dal video di una intervista inedita ad Alain Finkielkraut.
L’obiettivo è, in definitiva, quello di avvicinarci il più possibile – ben consapevoli, secondo l’insegnamento di Péguy stesso, che nessuno lo può produrre a suo piacimento – ad una mostra che sia avvenimento, l’avvenimento dell’incontro con un uomo di genio.

 
A cura di Piero Cappelli, Pigi Colognesi, Flora Crescini, Massimo Morelli.

tratto da http://www.meetingrimini.org/default.asp?id=673&item=5996

Lungo la stessa via

 

Questa quinta puntata della biografia di Charles Péguy in previsione del centenario della morte è senz’altro la più difficile da scrivere. Sarebbe più semplice se si potesse parlare di «conversione» come altre sono successe in quegli stessi anni; pensiamo a quella di Paul Claudel che entrò in una chiesa ateo e ne uscì cattolico. Sarebbe inoltre più semplice se l’interessato avesse scritto un dettagliato diario coi passi che l’hanno ricondotto alla fede; ma Péguy non amava mettere in piazza i propri moti interiori.
Per di più è lui stesso a rifiutare il termine «conversione»: «È attraverso un approfondimento costante del nostro cuore nella stessa via, non è affatto per un ritorno indietro che noi abbiamo trovato la via della cristianità. Noi non l’abbiamo trovata ritornando. Noi l’abbiamo trovata alla fine». Si tratta, quindi, di capire la dinamica di questo «approfondimento» lungo la «stessa via».
Ho dedicato la puntata del mese scorso a cercare di spiegare che il modo di ragionare e di agire di Péguy non era determinato dal privilegio dato al pensiero, ma dall’ubbidienza all’avvenimento della realtà così come si pone. Tale lealtà ha significato accorgersi che la cultura dominante stava inaridendo l’umanità; dove trovare le risorse per una rinascita? Péguy ripensa al «catechismo di quando eravamo bambini»; l’aveva imparato con la stessa gioia con cui aveva appreso l’insegnamento laico dei suoi maestri. Ora si accorge che proprio in quel «catechismo» sta la nuova linfa che cerca.
Perché? Perché il cristiano non bara su che cosa sia l’uomo e su quello di cui ha veramente bisogno; non fa come l’uomo «moderno» che, accecato dal mito del progresso, finge di non vedere l’inesorabile decadimento prodotto dal tempo e, obnubilato dalla pretesa della scienza, appiattisce tutto in schemi senza riconoscere l’irriducibile individualità di ogni cosa. Il cristiano sa che ogni uomo è una storia unica e sa, da quando l’eterno è entrato nell’effimero, che il tempo non è più sprofondamento verso il nulla. E lo sa non perché l’ha letto sui libri di teologia, ma perché una medesima esperienza umana, carnale, si è trasmessa di padre in figlio, una stessa fatica e una comune speranza hanno attraversato i secoli, perché «il peccatore dà la mano al santo, il santo dà la mano al peccatore. E tutti insieme, l’uno con l’altro, l’uno tirando l’altro, essi fanno una catena che risale fino a Gesù».
Così la preghiera del cristiano ridice il Padre nostro pronunciato quella prima volta da Gesù stesso, la speranza che vive prosegue quella del buon pastore che cerca la pecora smarrita, la malattia che sopporta lo fa partecipare ai patimenti della croce, il lavoro che compie replica quello del Padre nella creazione e quello del Figlio nella bottega di Nazaret. Insomma, da quel primo momento in cui Dio «si è scomodato» per implicarsi nella vicenda umana, nulla è più destinato all’inaridimento, tutto vale.
A patto che il cristiano stesso non cada nel tranello «moderno» e faccia di quello che è per sua natura avvenimento un «sistema» di pensiero, di morale, di organizzazione, di devozione. Proprio perché invischiati in questa tentazione, molti cattolici a lui contemporanei non hanno compreso Péguy e anzi hanno guardato con sospetto alla sua fede. Che, invece, ha una potenza profetica che è indubbiamente necessaria anche oggi.
http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/5/28/Il-cristianesimo-di-Peguy/print/501613/

 

Il dono

Un “caso letterario” purtroppo dimenticato e censurato. Vita e opere di una poetessa che cercò in ogni dove «un amore pieno»
ada-negriAnche quest’anno tempi.it dedica uno spazio speciale alla preparazione dell’esame di maturità. Lo trovate qui e sarà in continuo aggiornamento.
La vita
Quello di Ada Negri (1870-1945) rappresenta un «caso letterario», proprio come quello di Svevo, ma dagli esiti assolutamente antitetici. Se il triestino, scrittore sconosciuto fino a pochi anni prima della morte (1928), entrerà nel novero dei grandi scrittori europei del Novecento, la poetessa trovò la fama fin da giovane e cadde nel Secondo dopoguerra nella dimenticanza e smemoratezza della critica. Le sue poesie non solo non si studiano a scuola, ma neppure compaiono sulle antologie, segno di una immeritata censura che colpì una delle poche poetesse del nostro panorama letterario.
A soli ventidue anni (1892) Ada Negri già pubblicava la sua prima raccolta Fatalità per Treves, una delle maggiori case editrici dell’epoca. L’anno precedente era uscita la prima raccolta del trentaseienne Pascoli (Myricae). Sofia Bisi Albini parlò di «poesia impressionistica» al riguardo dei componimenti della Negri recensendo la sua raccolta su Il Corriere della Sera, mentre già nel 1894 le veniva assegnato il premio Giannina Milly, primo di tanti riconoscimenti. L’anno successivo usciva la seconda raccolta, Tempeste. Una vita intensa e dai toni profondamente drammatici caratterizza questi anni: il matrimonio, la nascita di un primo figlio e, poi, di Vittoria che morirà a solo un mese (1900), la morte del fratello (1903). Seguiranno la raccolta Maternità (1904), la separazione dal marito, la sua attività umanitaria, altre sillogi di poesie, di racconti, il romanzo autobiografico. Il premio Mussolini (1931) non è che il preludio all’apoteosi: la medaglia d’oro del Ministero dell’educazione (1938) e la nomina ad accademica d’Italia (1940), prima ed unica donna ad ottenere un simile riconoscimento.
Le poesie
La natura umana è desiderio di compimento e di risposta alla domanda di felicità e di amore. Per questo la vita è attesa di un’avventura, nel senso etimologico del termine, attesa di qualcosa che, non costruito e non progettato da noi, irrompa e sopraggiunga dall’esterno. La poesia di Ada Negri vive di questa consapevolezza e si traduce spesso nell’attesa di un amore pieno. Nel componimento «A colui che non è venuto» la poetessa scrive: «Io t’aspettavo fin dal giorno in cui/di fiorire m’accorsi all’improvviso,/ primula di marzo. E venne uno, con viso/dolce. Ma io mi dissi: «Non è lui».//Pioggia e sol, spine e rose, fieno e paglia/m’apportarono gli anni. Anche l’amore./Non te!… Qualcun ti assomigliò, che il cuore/aggrovigliar mi seppe in gemmea maglia://ed io mi persi a capofitto, giù,/col desiderio folle d’annientarmi/tra forti braccia che potean spezzarmi/come la creta. – Ma non eri tu. –». La poetessa si sente nata per questo sconosciuto e ignoto amante. Lo sconforto per l’unione impossibile («Non venisti, non vieni, non t’attendo/ più. Domani morrò. La vita ha fretta») non riesce a spegnere la fiamma e la segreta speranza che un giorno l’amore sarà totale: «Ma forse/ di là, nell’ombra ove uno spirito tocca/l’altro in silenzio, io troverò la bocca/ che solo in sogno la mia bocca morse». Questo desiderio di infinito, di pienezza, di senso, di capire dove stiamo andando, questo abisso di vita, di pienezza, di non accontentarsi è la vera statura dell’uomo. La poesia appartiene alla raccolta Esilio (1914). La poetessa si è appena separata dal marito e dall’anno successivo si dedicherà in maniera indefessa all’assistenza ai feriti di guerra della Prima guerra mondiale.
Vent’anni più tardi, nella raccolta Il dono (1935), nella poesia che dà il nome all’intera silloge, Ada Negri manifesta la stessa attesa: «Il dono eccelso che di giorno in giorno/ e d’anno in anno da te attesi, o vita/ (e per esso, lo sai, mi fu dolcezza/ anche il pianto), non venne: ancor non venne. Ad ogni alba che spunta io dico: “È oggi”: ad ogni giorno che tramonta io dico: “Sarà domani”».
La giovinezza è un atteggiamento del cuore, non un dato anagrafico. Ci sono cuori che vivono pieni di domanda e di attesa e altri che, già a vent’anni, non si aspettano più nulla. Ada Negri è testimone che la facoltà di sorprendersi è l’atteggiamento proprio della giovinezza che può permanere nel cuore, anche quando l’età avanza. La giovinezza è, infatti, una dimensione dello spirito. La poetessa lo esprime molto bene in «Mia giovinezza», appartenente a Fons amoris (1939-1943). Ada Negri scrive, rivolgendosi alla gioventù: «Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo/all’essere. Sei tu, ma un’altra sei:/senza fronda né fior, senza il lucente/ riso che avevi al tempo che non torna,/ senza quel canto. Un’altra sei, più bella». Questa giovinezza, non più accompagnata dall’appariscenza esteriore, è divenuta più consapevole e si è fortificata nel dolore, più capace di riconoscenza e di gratitudine, piena di speranza, fiduciosa e tesa a ciò che non inganna e non passa: «Ami, e non pensi esser amata: ad ogni/ fiore che sboccia o frutto che rosseggia/o pargolo che nasce, al Dio dei campi/ e delle stirpi rendi grazie in cuore./ Anno per anno, entro di te, mutasti/ volto e sostanza. Ogni dolor più salda/ ti rese: ad ogni traccia del passaggio/ dei giorni, una tua linfa occulta e verde/ opponesti a riparo. Or guardi al Lume/ che non inganna: nel suo specchio miri/ la durabile vita. E sei rimasta/ come un’età che non ha nome: umana/ fra le umane miserie, e pur vivente/ di Dio soltanto e solo in Lui felice.// O giovinezza senza tempo, o sempre/ rinnovata speranza, io ti commetto/ a color che verranno: – infin che in terra/ torni a fiorir la primavera, e in cielo/ nascano le stelle quand’è spento il sole». In realtà l’atteggiamento di domanda stupita non è naturale solo del bambino, non è fanciullesco, ma è proprio di una persona che sia interessata al reale, cioè che sia pienamente coinvolta nella vita. Lo stupore non ci fa fermare all’immagine immediata, ma ci sprona ad andare oltre l’apparenza, a cogliere per così dire l’oltranza, il significato, la ragione, la provenienza di ciò che vediamo e che accade. Allora l’atto della conoscenza diventa un impeto, un movimento, una tensione e una propensione verso il Mistero che si coglie nella realtà e che si desidera conoscere.
Nella poesia di Ada Negri questa tensione si tramuta, spesso, in preghiera: «Fammi uguale, Signore, a quelle foglie/ moribonde che vedo oggi nel sole/ tremar dell’olmo sul più alto ramo./ Tremano, sì, ma non di pena: è tanto/ limpido il sole, e dolce il distaccarsi/ dal ramo per congiungersi alla terra» (da «Pensiero d’autunno» appartenente alla raccolta Vespertina del 1930). Quello della foglia è un movimento delicato di ritorno a casa. Il tramonto della vita è l’avvicinarsi al Mistero che la poetessa ama con tutto il cuore tanto che confessa in «Atto d’amore» (Il dono 1935): «Non seppi dirti quant’io t’amo, Dio/ nel quale credo, Dio che sei la vita/ vivente, e quella già vissuta e quella/ ch’è da viver più oltre».
Invito alla lettura
Esilio: «A colui che non è venuto»;
Il dono: «Il dono», «Atto d’amore»;
Fons amoris: «Mia giovinezza».
Vespertina: «Pensiero d’autunno».
Proposta di analisi di testo
“A colui che non è venuto”
Io t’aspettavo fin dal giorno in cui
di fiorire m’accorsi all’improvviso,
primula di marzo. E venne uno, con viso
dolce. Ma io mi dissi: “Non è lui”.
Pioggia e sole, spine e rose, fieno e paglia
m’apportarono gli anni. Anche l’amore.
Non te! … Qualcuno ti assomigliò, che il cuore
aggrovigliar mi seppe in gemmea maglia:
ed io mi persi a capofitto, giù,
col desiderio folle d’annientarmi
tra forti braccia che potevan spezzarmi
come la creta. Ma non eri tu.
Così, polvere e cenere divenne
ciò ch’io toccai. Seccarono le polle.
Avvizzirono i tralci e le corolle,
e morte, in vita, in suo poter mi tenne.
Tu, nato troppo presto o troppo tardi,
per me creato ed a me occulto, solo
perch’io son sola, indifferente al volo
degli anni, se nel tuo deserto guardi! …
Tu, che m’avresti avuta come il mare
ha l’onda, uguale a te ma in te perduta,
e nel dominio avvolgitor veduta
a somiglianza tua trasfigurare! …
Non venisti, non vieni, non t’attendo
più. Domani morrò. La vita ha fretta,
non vedi? … Appena schiusa, appena detta
una parola, fugge, impallidendo,
quasi colpita da terrore … Ma forse
di là, nell’ombra ove uno spirito tocca
l’altro in silenzio, io troverò la bocca
che solo in sogno la mia bocca morse
Comprensione del testo
1) Spiega la poesia nei suoi nuclei concettuali fondamentali.
Analisi di testo
2) Identifica la forma metrica del componimento.
3) Nella poesia sono molto frequenti le metafore floreali. Individuale e spiegale. Motiva le ragioni della loro abbondante presenza in questi versi.
4) Esprimi le tue opinioni personali sul componimento.
Approfondimento e inquadramento generale
5) Approfondisci il tema dell’attesa nella produzione di Ada Negri. In alternativa, delinea un percorso sull’attesa dell’incontro e del compimento nella poesia del Novecento.
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Il presente è adesso

Berlicche

Leggevo l’altro giorno che le autorità cinesi stanno eliminando tutte le croci dallle chiese perché “troppo vistose”. In qualche maniera la notizia mi si è collegata con un altro articolo, dove una parlamentare europea asseriva che sì, lei era cattolica, ma non lo dava a vedere.
Il governo cinese e la parlamentare fanno tutt’e due la stessa cosa, nascondere una presenza.
Una presenza è qualcosa di presente. Non qualcosa di passato, ricordo più o meno pio, non qualcosa di futuro buono per politici e talk show; presente, ora. Altrimenti non darebbe noia. Quello che dà noia lo nascondiamo, o lo distruggiamo.

Ciò che non trasforma il presente, che non ha la capacità di farlo, è una fragile illusione. Ciò che si rifugia nella protezione di un passato o verso un futuro che potrebbe arrivare mai è sogno: leggero e inconsistente.

Se il nostro presente, l’azione nel nostro presente non nasce…

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7 – Diario dalla Terra Santa. Un viaggio piovuto dal cielo

il blog di Costanza Miriano

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di Costanza Miriano    foto di  Leonora Giovanazzi

“Sono stato giovane, ora sono vecchio. Ma ho imparato che i sogni non invecchiano, e raccomando a tutti di vivere seguendo questa convinzione. Lei è venuto in pellegrinaggio in Terra Santa, e ha aperto una strada per la pace. Che lei sia benedetto.” Il discorso di Peres al Papa, stamane, non sembrava affatto formale, era davvero il discorso di un uomo arrivato alla fine della sua parabola politica (il suo mandato scade a luglio), che fa un bilancio della sua vita, e che parla con sincerità a una persona che stima.

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Celebrare la vita come avvenimento

Ieri non è stato solo il giorno delle elezioni europee a Parigi. I francesi hanno infatti celebrato la “Festa della mamma” in un clima sociale dove si cerca di sminuire il ruolo della maternità e della donna con l’utero in affitto, quello della famiglia con il matrimonio gay e quello del concepimento con la fecondazione assistita. Secondo il filosofo Fabrice Hadjadj, intervistato per l’occasione dal Le Figaro, questa ricorrenza viene festeggiata in un momento storico in cui in Francia la «commercializzazione tecno-liberale» vorrebbe imporre «nuove “feste” gioiose per il 21esimo secolo: dopo i padri e i nonni, la “festa delle madri surrogate”, la “festa dell’utero artificiale”, la “festa dei papà-senza-mamma-grazie-agli-ingegneri-della-compassione”, eccetera».
francia-utero-affitto-pmaPERCHÉ FESTEGGIARE LA MAMMA. Non solo. «Nel frattempo – continua il filosofo – per festeggiare la sua mamma malata, il nostro governo sembra orientarsi verso nuove idee-regalo grazie alla legalizzazione dell’eutanasia». Davanti a tutti questi «stravolgimenti», «perché festeggiare ancora?». Per Hadjadj, «ogni festa è prima di tutto una celebrazione della vita. Una festa per essere tale presuppone che l’esistenza sia giustificata, che la nascita non sia solamente un regalo dei vermi». E non a caso uno «dei comandamenti più antichi dice “Onora il padre e la madre”, precedendo il “Non uccidere”. Viene prima perché significa: “Ama la vita che hai ricevuto”. Se la vita non fosse una cosa buona in sé, perché non distruggerla? Non ha senso dire “non uccidere”, se prima non si onorano i genitori che ci hanno dato la vita».
La maternità, dunque, «è questa situazione originaria dove una persona fa spazio all’altro nel suo proprio corpo, fino alla deformazione, fino a consentire una certa aggressione (nausee, dolori). Questa non è negazione di sé, ma dono della vita. Bisogna quindi festeggiare la maternità non solo perché è la nostra matrice, ma anche perché è modello di generosità, una speranza in atto».
UTERO IN AFFITTO MASCHILISTA. Ma qual è il ruolo della maternità nella Francia di oggi, in cui anche le femministe appoggiano l’ipotesi di legalizzare l’utero in affitto? Per il filosofo è un controsenso, visto che «la maternità è il potere più specifico del femminile: è ciò che fa dipendere l’uomo dalla donna per la possibilità di avere un avvenire. L’utero in affitto, che si potrebbe concepire come un accessorio di liberazione femminile, permette piuttosto di confermare il dominio degli uomini o almeno la logica maschile sulla nascita. Un femminismo che va contro la maternità diventa rapidamente una rivendicazione di uguaglianza che si appiattisce sul livello del maschio, che vuole arrogarselo. [La maternità surrogata] sarebbe la rinuncia della donna al suo potere più singolare e proprio, quello che permette di porre fine al mondo bellicoso dei maschi».
mamma-bambinoMISTERO DELLA MATERNITÀ. Con la legalizzazione del matrimonio e dell’adozione gay, il governo socialista ha aperto la strada alla possibilità di creare famiglie strutturalmente mancanti della figura del padre o della madre. «L’uomo è un intreccio di carnale e spirituale. Fino ad oggi – ragiona Hadjadj – le generazioni sono sempre discese dall’unione di un uomo e una donna. Non si diventa madri senza un padre. Adesso però si può decidere di uscire dall’umano: si può negare alla carne la sua spiritualità, ridurla a un materiale, accoppiarsi in un laboratorio e fabbricare Ogm a base di homo sapiens sapiens».
Questa possibilità, però, non distruggerà mai «la maternità», che «si rapporta alla gestazione e la gestazione consiste nell’accogliere in sé un processo oscuro, misterioso, che comporta l’apparire di un altro. La tecnica si rapporta invece alla fabbricazione e la fabbricazione consiste nel produrre qualcosa esterno a sé (questa è la sola possibilità maschile), in un processo controllato e trasparente: in vitro. Ecco perché non dirò che il mistero della maternità è minacciato dalle nuove tecnologie ma che la maternità è il luogo stesso del mistero e rappresenta una resistenza radicale, più efficace di mille discorsi, all’impresa tecnocratica. Solo la maternità può garantire che un bambino resti un avvenimento e non il risultato di un programma».
Leggi di Più: Festa della mamma, Hadjadj: «È il luogo del mistero» | Tempi.it

Una presenza ordinaria che apre allo straordinario

Ieri, secondo una consuetudine che ho appreso da San Josemaría, sono stato a recitare il Rosario con uno studente nel parco delle catacombe di San Callisto, di fronte alla chiesa del Quo Vadis a Roma. I rumori della città scompaiono entrando nel parco; il viale è circondato da prati con i colori della primavera, ed è accompagnato per un tratto da cipressi, mentre più in là costeggia un uliveto che riluce al sole.
Maggio è il momento opportuno per pregare la Madonna e affidarle i prossimi tempi. Abbiamo riso pensando a come dovrebbe essere la sua futura moglie. Nell’ordine: allegra, cattolica, affettuosa. Lo studente, un tipo brillante reduce da un corso di ritiro (esercizi spirituali), sta vivendo, a suo dire, il periodo più felice della vita. È incredibile quanto fa bene ritirarsi alcuni giorni in preghiera. Diventa evidente che la creatura è fatta per il creatore, mentre tutto intorno sembra spingerci al contrario: allo stordimento e all’autosufficienza. Il futuro sarà di chi sa amare, di chi farà nascere figli dal proprio amore.
Chi si identifica con Cristo sembra sempre in minoranza ma quella minoranza è il lievito, come diceva Gesù. Il ragazzo confidava che era innamorato della Madonna e trovava bellissima una sua statua situata nel parco. A dir la verità a me sembrava una statua un po’ ordinaria ma mi ha fatto piacere che gli sembrasse bellissima. Aveva ragione, abbiamo una Madre che è bellissima sempre. Maggio è il suo mese: tornerò in quel luogo a dire il Rosario.
Leggi di Più: Corigliano: felice come un ragazzo innamorato della Madonna | Tempi.it

Solidarietà di fatto

Pubblicato il 24 / 05 / 2014

È innegabile che nessun paese europeo può reggere da solo, ma allo stesso tempo occorre desiderare e impegnarsi per un cambiamento. Un’economia “smart, sustainable and inclusive”: tre priorità che si rafforzano a vicenda e che intendono aiutare l’UE e gli Stati membri a conseguire elevati livelli di occupazione, produttività e coesione sociale.
I cittadini europei possono riscoprire nel loro quotidiano quello che Robert Schuman disse il 9 maggio 1950: “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”.

Oggi è possibile costruire di nuovo l’Europa.

La prima sfida per i cittadini europei è l’appuntamento delle prossime elezioni europee del 25 maggio. La prima sfida a cui saranno chiamati i deputati eletti sarà di rispondere e di lavorare ogni giorno per costruire insieme questa nuova Europa.

Chiediamo ai deputati eletti di impegnarsi a:
garantire il diritto all’alimentazione e l’accesso a cibo nutriente e sicuro sufficiente per soddisfare i bisogni nutrizionali di base per tutti i cittadini, in particolare i più indigenti.
promuovere politiche che abbiano come obiettivo la riduzione il recupero delle eccedenze alimentari, secondo una gerarchia che riconosca il valore del cibo e dia la priorità al consumo umano, rispetto al consumo animale, all’uso industriale e infine allo smaltimento.
chiarire il contesto giuridico relativo alle donazioni alimentari alle organizzazioni caritatevoli che si occupano di distribuzione di prodotti alimentari a fini di solidarietà sociale e promuovere incentivi fiscali e legali che favoriscano il recupero delle eccedenze alimentari da tutta la filiera agro-alimentare.
semplificare e applicare esenzioni alle norme fiscali e di igiene UE per le organizzazioni caritatevoli che si occupano di distribuzione di prodotti alimentari a fini di solidarietà sociale, pur assicurando alti standard di food safety per i beneficiari finali.

Una nuova Europa è possibile, a noi di decidere se giocare la partita o restare a guardare dalla panchina.

Marco Lucchini
Direttore Generale Fondazione Banco Alimentare Onlus

http://www.bancoalimentare.it/it/I-cittadini-europei-possono-riscoprire-ciò-che-li-tiene-uniti-nella-diversità