Volto familiare

 

Bernardino Luini, Madonna del Roseto.Bernardino Luini, <em>Madonna del Roseto</em>.

Bernardino Luini, Madonna del Roseto.
Il quadro più commovente della mostra è la Madonna del Roseto, che davvero sembra una Madonna apparsa e ritratta nel giardino di casa: non per niente è l’opera scelta per il manifesto e per la copertina del catalogo della grande e bellissima mostra che Milano ha voluto dedicare al “suo” Bernardino Luini.
C’è un qualcosa di immediatamente familiare in questa tavola dipinta dall’artista intorno al 1516 e custodita a Brera. Da una parte s’intuisce una grande familiarità con il soggetto, continuamente richiesto dal “mercato”, tanto che il suo studio doveva funzionare come una piccola “factory” in quella Milano di primo Cinquecento. Dall’altra c’è una dimensione di familiarità più profonda e originaria, perché l’orizzonte domestico del Dio bambino, dello sguardo intenerito e insieme venato di malinconia della madre, era quello che Luini sentiva completamente congeniale a sé e alla propria natura poetica.
Nel dipinto, Maria è seduta davanti ad un accuratissimo graticcio sul quale si arrampica una rosa, con tanto di fiori, di boccioli e di foglie di un verde corposo, che comunicano un senso di tenerezza e insieme di frescura. Davanti, a far da protagonista è il Bambino, che punta lo sguardo, già molto consapevole, verso di noi; nello stesso tempo s’allunga a prendere con la mano il fiore d’aquilegia piantato nel bel vaso appoggiato sul ripiano. La mamma, dal canto suo, assiste a quel gesto, che probabilmente allude simbolicamente ai dolori che dovrà sperimentare per il destino di suo figlio, senza interferire. Ma è di una delicatezza indimenticabile il gesto con cui tiene tra le dita, quasi accarezzandolo, il piedino del suo bambino.

Luini è un artista che ama la misura media. Anzi in questa “medietà” trovò il suo spazio e la sua fortuna. Quando nel 1501 lo troviamo stabile a Milano (dove era arrivato dal paese natale, Dumenza, vicino a Luino), il grande Leonardo aveva lasciato la città da pochi mesi. In quasi 20 anni di permanenza alla corte di Ludovico il Moro aveva lasciato un segno profondo, che poteva anche impaurire e quasi paralizzare un giovane artista, tanto la sua grandezza appariva inarrivabile. Ma Luini con la sua natura calma, da gran lavoratore della pittura venuto senza pretese di primeggiare, riuscì a metabolizzare il vertiginoso immaginario leonardesco, rendendolo visione diffusa e alla portata di tutti. Così se Leonardo nella sua ansia di inoltrarsi in strade vergini e ignote, aveva lasciato a Milano pochissime opere, Luini invece agisce in direzione opposta: abbassa le pretese e dissemina la città, e tutto il territorio tra Lombardia e Ticino, di quelle sue immagini, nate per diventare immediatamente familiari a tutti.

Luini, infatti, è uno straordinario pittore diffuso; per questo, oltre che in mostra, andrà scoperto in alcuni luoghi dove ci incanta con la sua bellezza, la sua vocazione a narrare e per questa sua capacità di avvolgere il nostro sguardo. Luini è un pittore in cui quasi ci si immerge, come se la sua pittura s’allargasse felicemente anche all’aria attorno con quella sua dolcezza e quella familiarità di cui si diceva a proposito della Madonna del Roseto. San Maurizio al Monastero Maggiore, San Giorgio al Palazzo, Santuario di Saronno, Santa Maria degli Angeli a Lugano, per dirne solo alcune, sono tappe davvero imperdibili in questo territorio che Luini ha quasi impregnato di se stesso.

Ma la sua popolarità non si è sempre tradotta anche in fortuna critica. Se nell’Ottocento per Stendhal, Balzac e Ruskin era il Raffaello del Nord, nel Novecento la sua fortuna è andata via via scemando, così come andava dissolvendosi e trasformandosi il tessuto di quel cattolicesimo lombardo semplice e popolare.
Le immagini di Luini vegliavano nelle case e dietro i lettoni dei nostri nonni; oggi, evidentemente, le cose sono messe in maniera molto diversa e quelle immagini, se non si sono perse, stanno tutte impolverate in soffitta. Quindi rilanciare Luini nel 2014 rappresentava una grande e anche rischiosa sfida. Sfida raccolta da due storici dell’arte dell’Università Statale di Milano, Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, che hanno proposto al Comune di Milano non di fare una doverosa mostra, ma di fare una “grande” mostra su Luini.
Il problema era quello di far dialogare l’immaginario e la poesia di Luini con la contemporaneità; di non chiudere l’artista dentro un allestimento protettivo e un po’ museale, ma provare ad esporlo in modo nuovo. Di qui l’idea vincente di affidare l’allestimento a un grande designer milanese di oggi, Piero Lissoni, che ha guardato a Luini non con occhio antiquariale, ma cercando sottotraccia un link tra la Milano di quel tempo e quella che oggi è leader nel creare belle cose per la vita di tutti i giorni: nell’arte di Luini c’è, infatti, un gusto positivo per la quotidianità, una premura nei confronti delle cose concrete della vita, che la fa essere di stimolo allo sguardo e alla fantasia di un creativo di oggi.

La religiosità di Luini si dispiega sempre dentro un orizzonte di normalità. Le sue immagini non sono concepite per suscitare grandi pensieri o sussulti mistici ma per far compagnia ai semplici. È emblematica e anche indimenticabile, da questo punto di vista, la Madonna della Buonanotte, dipinta da Luini alla Certosa di Chiaravalle, in cima alla scala che i monaci cistercensi ancor oggi salgono per andare alle celle. In occasione della mostra questo spazio, in genere chiuso ai visitatori, verrà invece reso accessibile in determinati orari.
La Madonna più che grande sembra dilatarsi in larghezza, con il mantello che abbraccia e accoglie chiunque si avvicini salendo quelle scale. Sullo sfondo si scorge un paesaggio docile anche se immaginario rispetto al contesto dell’abbazia, in cui si raccontano episodi della vita di san Bernardo e san Benedetto. In alto si scorge la grande torre campanaria di Chiaravalle, che era ed è un punto di riferimento per chiunque da Sud si avvicini a Milano. Tutto in questa immagine ha un tono familiare ed amico, come di un mondo ben noto, affidabile, quasi premanzoniano. È la forza di Luini, maestro semplice che ti fa sentire sempre a casa.

 

http://www.tracce.it/default.asp?id=329&id_n=40982

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La bellezza che fa amabile la vita

ALESSANDRO D’AVENIA
Denunciateci, cari genitori, ma non per quello che facciamo leggere ai vostri figli, ma per quello che non facciamo leggere loro.

Noi insegnanti, frequentatori delle belle lettere, a volte rinunciamo alla bellezza. Per questo dovete mandarci in galera. Denunciateci perché non facciamo leggere che una vivisezione dei Promessi sposi (chi non odia quel romanzo dopo la scuola?). Denunciateci perché non facciamo leggere Dante, perché è difficile, perché tanto non lo capiscono, perché parla troppo di Dio. Denunciateci perché non facciamo leggere i classici per intero ma li facciamo a brani, come in macelleria. Denunciateci perché facciamo credere ai ragazzi che le poesie siano inutili coriandoli, e non parti di raccolte significative nella loro interezza. Denunciateci perché non facciamo leggere la letteratura straniera ma solo quella nostrana, minori compresi, piuttosto che Baudelaire, Dostoevskij, Eliot. Denunciateci perché non crediamo più alla bellezza tutta intera. Per farti amare la Venere di Botticelli te ne faccio vedere solo alcuni centimetri quadrati o ti porto di fronte al quadro?
Flash
Flash

Quando dico ai miei ragazzi di prima superiore di mettere da parte l’antologia di epica perché leggeremo l’Odissea per intero si disperano. Pensano sia una follia, una noia. E non è né l’uno né l’altro, perché i classici sono sì faticosi, ma sempre interessanti (e l’interesse è l’unico antidoto alla noia, e non – come molti pensano – il divertimento). Non sanno che un libro dell’Odissea si legge ad alta voce in meno di 30 minuti e che quindi per leggere i 24 di cui è composta basterebbero 12 ore. Solo 12 ore. Alla fine di quell’esperienza (sì la lettura è ex-per-ire: andarsene in giro in posti diversi uscendo dal proprio guscio), ringraziano, come dopo un bel viaggio: sono stati ad Itaca, ciascuno di loro ha dato voce ad uno o più personaggi. Tutto è diventato «vera presenza», direbbe George Steiner e l’insegnante si è concesso lusso e gusto di essere Omero-narratore.

Lo stesso accade quando affronto con i ragazzi di seconda superiore la lettura integrale dell’Allegria di Ungaretti. All’inizio sono sanamente confusi, poi a poco a poco le parole li possiedono. La bellezza educa se noi gli accordiamo quella fiducia «integrale» che merita.

Questo è l’unico criterio per scegliere le letture: integralità e bellezza. Il resto è antologia o ideologia. Lascia il tempo che l’interrogazione trova.

Denunciateci se non scegliamo letture capaci di intercettare la maturazione di un ragazzo che troverà finalmente parole vere per dare nome – quindi possedere e vivere direbbe Eliot – ciò che di invisibile c’è nella propria vita interiore, che abbiamo il compito di far fiorire.

«Tra i segnali che mi avvertono essere finita la giovinezza è l’accorgersi che la letteratura non mi interessa più veramente. Voglio dire che non apro i libri con quella viva ed ansiosa speranza di cose spirituali che, malgrado tutto, un tempo sentivo». Così scriveva Cesare Pavese nel suo diario.

Denunciateci, allora, quando priviamo i vostri ragazzi dell’alimento che li affama, come non mai, nella vita: la bellezza che nutre e fa sentire abitabile il mondo, la bellezza che non ha ragioni, ma dà ragioni all’esistere e lo rende per questo sensato e non semplicemente da consumare. Denunciateci non se facciamo leggere cose brutte, ma se non facciamo leggere secondo bellezza. Se lo facessimo non ci rimarrebbe tempo per le banalità. E per le denunce.

Alessandro D’Avenia insegna italiano, latino e greco al liceo San Carlo di Milano

http://www.lastampa.it/2014/04/29/cultura/ma-il-peccato-dimenticare-la-bellezza-HKuNboEmPmHpelBU89eEUL/pagina.html?ult=3

L’avvenimento, metodo supremo di conoscenza

 

In una famosa intervista del giugno 1992 Alain Finkielkraut – recentemente accolto tra gli “immortali” dell’Académie française – disse: “Péguy pone al centro della sua riflessione l’avvenimento. Un avvenimento è qualcosa che irrompe dall’esterno. Qualcosa di imprevisto. Ed è questo il metodo supremo di conoscenza. Bisogna ridare all’avvenimento la sua dimensione ontologica di nuovo inizio. È una irruzione del nuovo, che rompe gli ingranaggi, che mette in moto un processo”.
Mi sembra la migliore sintesi per spiegare il punto infuocato che ha caratterizzato la riflessione di Péguy e la sua insistita polemica con quello che chiamava “mondo moderno”; punto che rimane validissimo anche a distanza di un secolo e anche in un mondo che si definisce “post” moderno.
La questione è semplice e riguarda l’uso della ragione; ed è per questo che il “metodo supremo” dell’avvenimento riguarda tutti gli aspetti dell’esistenza – dalla cultura alla politica, dagli affetti alla religione, in quanto la ragione li osserva e giudica tutti quanti. Péguy si è accorto che i principali maîtres-à-penser della Francia del suo tempo ragionavano pressappoco così: se noi raccogliamo tutti i dettagli di un fenomeno – che sia storico, sociale, psicologico, religioso poco importa -, li suddividiamo in gruppi omogenei, li cataloghiamo per bene, identifichiamo i reciproci nessi, li ordiniamo in funzione del rapporto causa-effetto, alla fine avremo «conosciuto» quel fenomeno. Ma – osserva Péguy – l’esperienza vera, quella quotidiana, l’unica che facciamo, non si comporta affatto così.
Essa deborda continuamente dalle schedature in cui quel metodo falsamente razionale intende racchiuderla. Basta pensare al fenomeno dell’inesorabile scorrere del tempo; la semplice constatazione di questo «dato» impedisce di fare dei rapporti interpersonali – ad esempio – una categoria; in essi niente è mai uguale all’istante prima, tutto si sviluppa, tutto cambia, tutto «avviene». E noi non possiamo farci niente, se non umilmente accettare la «sovranità dell’evento». Ma il «partito degli intellettuali» non si rassegna a questa visione al contempo umile e ampia della ragione che si piega alla realtà così com’è.
Essi, al contrario, edificano continuamente del «sistemi» in cui la realtà venga ingabbiata, compressa, limata fino a farla coincidere con le idee da cui si era partiti. «I sistematici hanno preso la buona decisione di disprezzare la realtà. Quando hanno ragione, sono loro che hanno ragione; e quando hanno torto è la realtà, che avendo ragione contro di loro, ha torto di avere questa ragione».
È la descrizione perfetta del sistema ideologico che ha imperversato nei regimi totalitari del Novecento e che vige ancora oggi nella forma del «pensiero» unico o della «correctness» imperante. Ovviamente scrivere queste cose agli inizi del secolo scorso, in una Parigi dominata dal progressismo positivista, non era comodo e non suscitava consensi. Péguy – coi suoi Cahiers – si trova quindi sempre più solo e incompreso; l’accademia, la politica ufficiale, la grande stampa, per ben che vada, lo ignorano. Si apre nella sua vita un periodo di dolorosa difficoltà, che pone la radicale domanda su che cosa possa salvare un poveruomo dall’inaridimento funerario in cui sta cadendo il mondo moderno. Non potrà essere che la sorpresa di un avvenimento.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/4/28/La-sconfitta-degli-intellettuali/print/494052/

La festa di Dio

Dio ci ha preparato una festa. Una festa per il più grande regalo concesso a noi contemporanei. La canonizzazione di Wojtyla è il vertice di una storia di misericordia. Nel momento più duro e difficile per la Chiesa dei nostri giorni è arrivato un uomo che ha conquistato il mondo alla causa di Cristo. Fra le tante meraviglie, un’osservazione: nel 2000 Giovanni Paolo II ha istituito la festa della Divina Misericordia, è morto il sabato sera che la precede, verrà canonizzato in quello stesso giorno. Come non vedere un disegno della Provvidenza?
Anche Papa Francesco ci parla continuamente della misericordia di Dio. È l’ora di imparare a rivolgermi alla Sua misericordia con tutto il cuore. Davanti ai pericoli, davanti alle mie fragilità, davanti alle aggressioni contro la tua Chiesa, Signore, Tu m’inviti ad affidarmi a Te che sei la misericordia. Devo imparare che assomigliarTi significa essere misericordioso, è ora che io impari ad amare. Solo così m’identifico con Te e la nostra comunione è vera. Perdonare, saper voler bene: è questo il cammino della felicità e della vita eterna. «Non abbiate paura!», ci dice Karol, di «spalancare le porte» del nostro cuore. Sembra sempre che i Tuoi amici siano minoranza, perseguitati e sbeffeggiati, ma Tu ci inviti a lavorare, pregare, sorridere e perdonare. Alla fine il Cuore di Gesù e il Cuore di Maria, immagine della tua misericordia, prevarranno. E grazie Signore per i Tuoi continui regali, per averci dato Papa Roncalli e Papa Wojtyla.

Leggi di Più: Dio ha bisogno di uomini forgiati dalla misericordia | Tempi.it

I perché fondamentali

“Da molti anni gli scritti di monsignor Giussa­ni hanno ispirato la mia riflessione. (…) Il senso religioso non è un libro ad uso esclusivo di coloro che fanno parte del movimento; neppure è solo per i cristiani o per i credenti. È un libro per tutti gli uomini che prendono sul se­rio la propria umanità. Oso dire che oggi la questione che dobbia­mo maggiormente af­frontare non è tanto il problema di Dio, l’esi­stenza di Dio, la cono­scenza di Dio, ma il problema dell’uomo, la conoscenza dell’uo­mo e il trovare nell’uo­mo stesso l’impronta che Dio vi ha lasciato per incontrarsi con Lui. (…) Non si può i­niziare un discorso su Dio se prima non ven­gono soffiate via le ce­neri che soffocano la brace ardente dei ’per­ché’ fondamentali. Il primo passo è creare il senso di tali domande che sono nascoste, sotterrate, forse soffe­renti, ma che esisto­no».

Correva l’anno 1999 quando l’arcive­scovo di Buenos Aires, Jorge Maria Bergoglio, pronunciava queste parole in occasione della presentazione di El sentido religioso , traduzione in lingua spagnola dell’opera fondamentale di Lui­gi Giussani, Il senso religioso. Le ragioni di una con­sonanza ideale tra i due, che non si sono mai incontrati diretta­mente, vengono sot­tolineate anche due anni più tardi in occa­sione della presenta­zione di un’altra ope­ra del leader di Comu­nione e liberazione, L’attrattiva Gesù: «La prima, più personale, è il bene che negli ul­timi dieci anni que­st’uomo ha fatto a me, alla mia vita di sacer­dote, attraverso la lettura dei suoi li­bri e dei suoi articoli – ebbe a dire l’ar­civescovo – . La seconda ragione è che sono convinto che il suo pensiero è profondamente umano e giunge fino al più intimo dell’anelito dell’uomo. Oserei dire che si tratta della fenome­nologia più profonda e, allo stesso tempo, più comprensibile della no­stalgia come fatto trascendentale».

L’attenzione alle esigenze elementa­ri della persona e la categoria dell’’incontro’ come modalità che fa accendere la fede, sono i due ‘focus’ su cui si gioca, sia per Bergoglio sia per Giussani, la capacità del cristia­nesimo di fare presa sull’uomo con­temporaneo.
In un lungo e dettagliato articolo pub­blicato nei giorni scorsi sul sito wwww.terredamerica.com, il filosofo Massimo Borghesi, dopo avere evi­denziato la sintonia tra i due, ne sot­tolinea tre conseguenze rilevanti. La prima è che la Grazia è qualcosa che viene ‘prima’: presentando L’attrat­tiva Gesù, Bergoglio sottolinea che «sempre primerea la grazia, poi viene tutto il resto». La seconda conse­guenza è che se l’incontro è la moda­lità essenziale con cui la fede si co­munica, in un mondo tornato larga­mente pagano il cristianesimo deve declinarsi nella sua forma essenziale e non, primariamente, nelle sue con­seguenze etiche, la cui salvaguardia spetta ai cristiani impegnati nella so­cietà.

Come osserva papa Francesco nell’intervi­sta a padre Spadaro su ‘Civiltà cattolica’, «l’annuncio di tipo missionario si con­centra sull’essenziale, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai disce­poli di Emmaus. Dob­biamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edi­ficio morale della Chiesa rischia di cade­re come un castello di carte, di perdere la fre­schezza e il profumo del Vangelo. La propo­sta del Vangelo deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali». L’«attrattiva Gesù», un termine ripreso nella Evangelii gaudium (39) precede quindi la dottrina morale. Una posizione, questa, che contribuisce a preve­nire il sorgere di forme di fondamentalismo cristiano, che in questi tempi sono tornate al­la ribalta.

La terza conseguenza è rintracciabile nelle due possibili derive che vanno evitate, la gnosi e il pelagianesi­mo, individuate espli­citamente anche nel­la Evangelii gaudium (94). Borghesi nota che «se il cristianesi­mo è un avvenimento che si rende manife­sto in un incontro sto­rico e sensibile, se es­so primerea rispetto a ogni nostra azione o intenzione, allora lo svuotamento spiritualistico del fatto cristiano, la negazione del suo esse­re carne, così come la pretesa mora­listica di poter costruire da sé il mon­do nuovo, appaiono le deviazioni da correggere».

Come affermava lo stesso Bergoglio nel 2011: «Questa concezione cristia­namente autentica della morale che Giussani presenta non ha niente a che vedere con il quietismo spiritualoide di cui sono pieni gli scaffali dei su­permercati religiosi oggigiorno. E nep­pure con il pelagianesimo così di mo­da nelle sue diverse e sofisticate ma­nifestazioni. Il pelagianesimo al fon­do è rieditare la Torre di Babele. I quie­tismi spiritualoidi sono sforzi di pre­ghiera o di spiritualità immanente che non escono mai da se stessi». In en­trambi i casi, siamo davanti a un pro­cesso di mondanizzazione della fede e, come avverte Papa Francesco nel­la Evangelii gaudium, «non è possibile immaginare che da queste forme ri­duttive di cristianesimo possa scatu­rire un autentico dinamismo evange­lizzatore».

Giorgio Paolucci

 

http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/BERGOGLIO%20E%20DON%20GIUS%20%20LE%20AFFINIT%20ELETTIVE.aspx

Sempre abbracciati

ilsussidiario.net – il quotidiano approfondito
CRONACA
CROCE DI WOJTYLA/ Marco, 21 anni, ucciso dal crocifisso o dal nostro scetticismo?
Roberto Persico

Moltissimi anni fa, un amico mi regalò un libro di Thornton Wilder, Il ponte di San Luis Rey. Non glie ne sarò mai abbastanza grato. Il libro racconta di un ponte sospeso sulla strada maestra fra Lima e Cuzco, che improvvisamente cede, procurando la morte dei cinque passanti che lo stavano attraversando. «San Luigi di Francia in persona lo proteggeva, con la chiesetta di argilla posta sull’altra sponda»; e la tragedia avvenuta a dispetto di una così alta protezione non manca di suscitare inquietudine e sgomento. Così che nella mente di un timido francescano, Frate Ginepro, si insinua una domanda: «Perché è toccato a quei cinque?»; e avvia una sua personale indagine.
Scopre che Doña Maria, marchesa di Montemayor, ha scritto due giorni prima una lettera meravigliosa, in cui si riconcilia con la figlia dopo una vita di incomprensioni. Scopre che Esteban era stato sul punto di suicidarsi, e aveva intrapreso il viaggio per Lima per comperare un regalo per la suora che si era presa cura di lui. Scopre che lo zio Pio, dopo essersi preso cura per una vita di un’orfana che poi aveva avuto successo come attrice, poi era stata l’amante di personaggi importanti, poi era rimasta sfigurata, ora stava conducendo a Lima con sé il figlio di costei. Eccetera. Insomma, poco a poco scopre che, in un modo o nell’altro, la morte non ha colto quei cinque in un istante qualsiasi, come per un caso o un capriccio; ma in un momento in cui, ciascuno a suo modo, ciascuno era pronto per essere abbracciato dalla misericordia di Dio.
Ecco, questo libro mi è tornato alla mente – una volta di più – leggendo della morte di Marco Gusmini, 21 anni, schiacciato innocente nientemeno che dal crocifisso eretto in onore di Karol Wojtyla, santo dopodomani. Certo, è un romanzo. Certo, ci saranno anche, forse, le responsabilità dell’architetto, dell’ingegnere, di questo e di quell’altro. Ma la questione decisiva è comunque quella che pone Wilder nel libro: «Alcuni sostengono che per gli dèi noi siamo come le mosche uccise dai bambini nelle giornate estive. Altri dicono che perfino i passeri non perdono una penna senza che il dito di Dio si muova per farla cadere». Chi ci dice che Marco Gusmini, 21 anni, innocente, non fosse pronto per il grande abbraccio col Dio che lo ha creato, e che sta al termine della vita sua come di ciascuno di noi?
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Una vita sorprendente

Berlicche

Io sono un lettore molto rapido. E’ inconsueto per me metterci più di una settimana per terminare un libro, anche quando ne leggo parecchi in contemporanea come mio solito. Su questo sono stato per cinque mesi.
Quando lo prendi in mano non diresti che possiede più di milleduecento pagine. E’ ingannevolmente sottile, la carta su cui è scritto è leggerissima. Ed è pure un carattere fitto, bello piccolo. Di materiale ce n’è.
Eppure chi cercasse in questa “Vita di Don Giussani” i particolari delle sue giornate, la descrizione delle case in cui è vissuto, tutti quei piccoli aneddoti di cui in generale le biografie sono irte…nel nostro caso,  resterebbe deluso.

C’è ben poco del Giussani quotidiano nella pur ragguardevole mole dello scritto di Alberto Savorana. In effetti, più che del fondatore del movimento di Comunione e Liberazione – cosa che era e non era – in parecchi capitoli si ha…

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La vita come un canto

La Via Crucis a Santarcangelo di Romagna.
È la quarta volta che partecipo al Triduo di Gioventù Studentesca a Rimini, ma per la prima volta con il coro. Si parte la mattina presto, il coro non dorme mai… nemmeno in pullman, infatti si canta. Giovedì pomeriggio, in salone per le prime prove. Il colpo d’occhio è impressionante: la grandissima sala è già piena di sedie e il palco è pronto. Dopo alcuni minuti è arrivato don José Medina, che da tre anni conduce questi giorni, e ha posto a noi e al servizio d’ordine una domanda che mi ha molto aiutato per tutto il triduo: «Qual è l’utilità di questo servizio per te?». L’influenza di questa provocazione si è vista subito nel modo in cui abbiamo cantato: non era il solito anche se le canzoni erano le stesse e le avevamo già provate tante volte. Si è vista anche nella precisione con cui il servizio d’ordine ha riempito la sala: senza lasciare sedie vuote, ogni volta, ad ogni lezione.

Poi è iniziato per tutti il Triduo: un libretto dei canti nuovo su ogni sedia insieme al classico libretto di testi. Medina ha quindi cominciato leggendo una frase di Eliot: «Bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati e ottusi come sempre lo furono prima, eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce; spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un’altra via». E si parte con la lezione. Medina ha chiarito un punto secondo me fondamentale: il compimento di me è in un Altro. Questo, insieme alla domanda che ci aveva posto all’inizio, mi ha accompagnato per tutto il Triduo. Dopo la lezione del giovedì sera siamo tornati in albergo. In pullman siamo rimasti in completo silenzio come aveva chiesto don José. Non era un silenzio vuoto, ma un silenzio carico di pensieri e attenzione.

Lo stesso silenzio ci ha accompagnato la mattina seguente tornando in salone. Medina partendo da Abramo e arrivando all’uomo moderno ci ha portato alcuni esempi di quale fosse la posizione di chi accetta la corrispondenza, e il compimento, in un Altro e di chi non la accetta. Al termine della mattinata niente ritorno in albergo per il coro… Solo un rapido pranzo al sacco ed una mezz’ora di rilettura degli appunti e di silenzio, poi abbiamo provato e riprovato i canti per la Via Crucis del pomeriggio.

Arriviamo a Santarcangelo prima degli altri per provare altri canti tra cui Crux fidelis, che accompagna ogni stazione. Inizia poi la Via Crucis, quest’anno è particolarmente bella: c’è il raccoglimento della gente intorno al coro e alla croce e ci sono le letture di Péguy che accompagnano ogni stazione e che aiutano a centrare l’attenzione sul punto davvero interessante: l’avvenimento che accade e che il Vangelo descrive.

Fioccano nel frattempo i post su spotted:#triduoGS, una pagina di Facebook che segue la strada già inaugurata al Meeting 2013 e in molti licei, anche questo è un modo per stare insieme e cogliere spunti, qua e là, da chi viene dal Nord a chi viaggia dalle isole. Una straordinaria ricchezza di contenuti e di fatti si è resa chiara e ci ha trovati tutti al lavoro su ciò che Medina ci aveva detto. Questo è venuto fuori nelle assemblee di ogni comunità che si sono svolte negli alberghi dopo la cena, finalmente tranquilla anche per il coro.

Il sabato mattina abbiamo fatto l’assemblea, guidata da Medina e da Alberto Bonfanti. Don José risponde alle domande arrivate dai vari gruppi e dopo di lui Alberto legge il saluto che don Carrón rivolge ad ognuno di noi. Il triduo finisce col canto del Regina Coeli. Il coro non torna in albergo, ma resta in fiera per il pranzo al sacco e per qualche canto alpino da parte di alcuni ragazzi (che hanno ancora voce e resistono).

Andandocene abbiamo tutti provato un poco di nostalgia ma, durante il ritorno, posso dire anche che abbiamo tutti trovato qualcosa su cui lavorare. Qualcosa che ci ha reso sicuramente un po’ più felici e più certi. E, per non perdere l’abitudine, abbiamo cantato anche in pullman.
Iacopo, Milano

 

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Consigliere comunale e cameriere per far quadrare i conti in famiglia

il blog di Costanza Miriano

Sono orgogliosa di essere amica di Gigi De Palo, davvero orgogliosa e davvero amica!      Costanza

assessore

di Tommaso Labate  per Il Corriere della Sera

«Ti direi cacio e pepe. Ma oggi è giovedì, ci sono le pappardelle al ragù di cinghiale…». Nascosta in una delle vie comprese tra l’Ostiense e la Cristoforo Colombo, c’è una di quelle trattorie in cui puoi capitare solo per caso. Un onesto ristorante di periferia, frequentato solo da chi abita nei dintorni di una Roma che guarda a sud, quasi all’Eur, dove ci sono palazzoni e non palazzine, terrazzi e non attici. Tra sala e cucina lavorano tre bengalesi, un albanese, un italo-marocchino più Gigi, che insieme a un’altra cameriera e al titolare Christian è l’unico italiano.
Fuori dai confini della Capitale il cameriere «Gigi», il ragazzo trentaseienne che decanta una «cacio e pepe» ma consiglia «il ragù di cinghiale», è…

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Il sacrificio della coscienza

Così, inseguendo le «cause sante» di un «potere impersonale», ci stiamo giocando la ragione, la libertà e la «forza politica» della realtà
«Si può dire che, malgrado la complicazione delle peripezie storiche, l’origine prima dello stato moderno e della moderna politica di potenza sia da ricercare proprio in questo punto, in cui si inizia a “liberare” la ragione umana dall’uomo, dalla sua personale esperienza, dalla sua personale coscienza e personale responsabilità». (Václav Havel, Politica e coscienza, 1984)
Sono passati trent’anni da quando Havel, con il suo discorso destinato alla cerimonia per la laurea honoris causa dell’Università di Tolosa a cui il regime comunista gli impedì di partecipare, mise in guardia i suoi amici del mondo libero dal pensare che l’esperienza del totalitarismo non li riguardasse. In realtà, scriveva il futuro primo presidente della Cecoslovacchia democratica, «i sistemi totalitari (…) sono prima di tutto una lente d’ingrandimento delle conseguenze inevitabili del razionalismo dell’Occidente. Un’immagine grottescamente ingrandita delle sue tendenze profonde».
Havel invitava i suoi ingenui supporter occidentali a osservare attentamente le dinamiche antiumane in atto oltrecortina, non tanto per esibire solidarietà ai poveri dissidenti come lui, né per favorire la vittoria del capitalismo sul socialismo (erano categorie ideologiche superate già allora), quanto piuttosto per prepararsi essi stessi all’avvento del «dominio totale di un potere ipertrofico, impersonale e anonimamente burocratico» di cui presto avrebbero dovuto prendere atto a loro volta. Insomma Havel ci aveva avvertito: non commiserateci cari occidentali, perché anche a voi prima o poi sarà chiesto il sacrificio della coscienza. Allora forse si poteva solo intravedere la verità di questa specie di profezia. Ma oggi quelle parole tremende sono la nostra pura quotidianità.
«L’uomo non è Dio, e giocare a fare il dio si ritorce crudelmente contro di lui. Egli ha abolito l’orizzonte assoluto al quale rapportarsi, ha rifiutato la propria personale “pre-oggettiva” esperienza del mondo e ha relegato nella sala da bagno della propria intimità la coscienza personale e la coscienza morale, come cose esclusivamente private che non riguardano nessun altro». (V. Havel, ibidem)
aborto-femmine-inghilterraEclatante documentazione dell’assedio in atto contro la coscienza è, per forza di termini, l’ennesima ripresa della campagna contro l’obiezione di coscienza dei medici rispetto all’aborto. L’ultima occasione è stata, a inizio marzo, il richiamo all’Italia approvato a maggioranza schiacciante dal Consiglio d’Europa, secondo cui l’obiezione di coscienza, espressa dalla stragrande maggioranza dei ginecologi italiani, va sì garantita al personale sanitario, ma «non può impedire la corretta applicazione» della legge 194. È il solito irrisolvibile conflitto fra “diritti” che rende da sempre delicatissima questa materia, e che tuttavia non ha impedito a molti di approfittare della deliberazione per scodellare vecchi e nuovi argomenti ideologici contro l’articolo 9 nella norma italiana: dall’idea di incentivare economicamente i medici abortisti alle proposte di vietare agli obiettori la pratica nelle strutture pubbliche, o di interdire loro l’accesso alle scuole di specializzazione di ginecologia (nero su bianco su Repubblica).
Maurizio Mori, ordinario di bioetica a Torino e presidente della Consulta di bioetica, è arrivato a suggerire direttamente l’abrogazione della «clausola» sull’obiezione di coscienza della 194. Con ragionamenti di questo tipo: «La legge oggi prevede che tra i compiti del medico ci sia anche l’aborto. Un giovane che sceglie di fare il medico sa già sin dall’inizio che l’aborto è un intervento sanitario previsto dalla professione», allora «come mai la legge riconosce al medico la facoltà di obiezione di coscienza a un servizio la cui erogazione essa stessa prevede come esplicitamente dovuto?».
In effetti, se l’aborto non è che un «servizio dovuto», come può un bravo cittadino, in piena coscienza, rifiutarsi di fornirlo?
«Se questa illusione richiederà il sacrificio di milioni di persone in campi di concentramento scientificamente diretti, non è certo questo che inquieterà “l’uomo moderno” (a meno che il caso non conduca lui stesso in uno di tali campi, e la vita che lì si conduce non lo rigetti bruscamente nel mondo naturale). Non è certo questo che l’inquieterà, poiché il fenomeno della compassione personale per il prossimo appartiene al mondo ormai abolito dei pregiudizi personali, al mondo che ha dovuto cedere il passo alla Scienza, all’Oggettività, alla Necessità storica, alla Tecnica, al Sistema, all’Apparato; e questi non possono provare inquietudine perché non sono personali. Sono astratti e anonimi, sempre utilitari e, per questo, sempre a priori innocenti». (V. Havel, ibidem)
Aborto. Universitari Cl contestati a Madrid
In tema di “diritti riproduttivi” il tentativo di relegare la coscienza «nella sala da bagno della propria intimità» non è solo italiano. In Svezia, per esempio, l’operazione è perfettamente riuscita. L’obiezione di coscienza all’aborto, sebbene sia tutelata da trattati internazionali sottoscritti anche da Stoccolma, è semplicemente un non-argomento ormai, e se qualche settimana fa il paese è tornato a parlarne è per via di un’ostetrica, Ellinor Grimmark, che si è rifiutata di collaborare alle interruzioni volontarie di gravidanza, è stata licenziata dall’ospedale in cui prestava servizio e non è più riuscita a trovare lavoro perché, naturalmente, «per quelli che hanno le sue opinioni non c’è posto qui».
Ma l’assalto alla coscienza non è necessariamente legato all’“obiezione” in senso tecnico. Il 20 marzo scorso – per citare uno fra i tanti episodi del genere che capitano ogni giorno un po’ in tutto il mondo “civilizzato” – alcuni studenti di Comunione e Liberazione sono stati aggrediti nei locali dell’Università di Madrid da un gruppo di femministe e dei collettivi anarchici per avere osato distribuire un volantino in cui esprimevano apprezzamento verso un progetto di legge inteso a rivedere la liberalizzazione selvaggia dell’aborto operata in Spagna nel 2010 da Zapatero. Su quel pezzo di carta avevano scritto che «non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana», e che l’ivg andrebbe vista non come diritto assoluto della donna bensì quanto meno «in chiave di conflitto di interessi» tra la madre e il nascituro.
aborto-proteste-pro-life-pro-choiceMa una volta che un fatto come l’aborto è diventato un «servizio dovuto», perdendo agli occhi dell’uomo (coscienza) tutti i suoi terrificanti connotati reali, chiunque proverà anche solo a metterlo in discussione dovrà essere combattuto in quanto reazionaro. Illiberale. «Fascista» (così gridavano le femministe agli studenti ciellini).
«Nel mondo della tradizione razionalista e dei concetti ideologici c’è forse un modo migliore per neutralizzare ogni uomo onesto e capace di pensare liberamente (principale pericolo per ogni potere impersonale) di quello di proporgli una tesi il più possibile semplice, recante tutti i segni esteriori di una causa santa?» (V. Havel, ibidem)
È un meccanismo prêt-à-porter che si può osservare, replicato con varianti, in molte campagne ideologiche. Havel nel 1984 faceva l’esempio del pacifismo, la mitica causa della guerra alla guerra. E oggi quale causa è più «santa» della lotta alle discriminazioni? In questo ambito il giochino è facilissimo. Inevitabile prendere a esempio la questione dei cosiddetti “diritti” Lgbt. L’unione fra persone dello stesso sesso non ti sembra proprio #LoveIsLove? Sei “omofobo”. Ti disturba che ai tuoi figli tocchi sciropparsi la teoria del gender a scuola? Lo chiameremo “corso anti-omofobia”. E indovina un po’ chi è l’omofobo. È così che si costringe la coscienza a rintanarsi nella sala da bagno dell’intimità personale con tutte le sue obiezioni non più “innocenti”.
«Questo processo di anonimizzazione e depersonalizzazione del potere, e la sua riduzione a mera tecnica di dominio e manipolazione, ha ovviamente mille forme, mille varianti ed espressioni; talvolta è nascosto, non appare, talaltra è del tutto manifesto; talvolta è strisciante e le sue vie sono raffinatamente tortuose, talaltra è, al contrario, brutalmente diretto. Ma quanto alla sostanza si tratta di un movimento unico e universale». (V. Havel, ibidem)
barilla-scuseCerto, a volte possono essere necessarie le maniere forti per ottenere lo scopo. Vedi il disegno di legge “anti-omofobia” in discussione al Senato italiano; oppure, in Francia, il diritto dei sindaci all’obiezione di coscienza rispetto ai matrimoni gay, prima promesso e poi negato dal governo Hollande. Ma non è detto che sia necessario perseguire l’infame per le vie legali. Può essere perfino più efficace percorre le «vie raffinatamente tortuose» della burocrazia, come è avvenuto per i corsi di gender nelle scuole del nostro paese, introdotti all’insaputa di quasi tutti con la scusa dell’adesione al solito ignoto “programma europeo”.
Altre volte, invece, la «causa santa» prevale quasi da sé. Havel direbbe: per «necessità storica». Guido Barilla ha dovuto creare in azienda un “Comitato per la diversità e l’inclusione” (affidandolo a David Mixner, «nominato dal Newsweek il gay più potente d’America») per potersi ritenere finalmente purificato dal marchio dell’omofobia piombatogli sulla capoccia dopo che aveva espresso pubblicamente il suo «concetto differente rispetto alla famiglia gay».
mozilla-firefox-gay-brendan-eichSolo pochi mesi dopo è scoppiato lo scandalo Mozilla, il colosso americano del software che a inizio aprile ha licenziato il suo amministratore delegato fresco di nomina, il genio dell’informatica Brendan Eich, perché si è scoperto che nel 2008 aveva osato donare mille dollari a sostegno del referendum per limitare la definizione di matrimonio all’unione tra uomo e donna nella costituzione della California. Per giustificare l’epurazione Slate, rivista capofila di molte battaglie “antidiscriminazione” negli Stati Uniti, ha scritto che «la gente può continuare a pensarla e a sentirla come vuole in privato. (…) Ma gli standard sociali evolvono, e se possiamo trarre un’indicazione dal polverone Mozilla, siamo all’apice di una nuova epoca in cui le personalità pubbliche non possono più dar voce al loro anti-gay animus e pretendere di essere trattate con rispetto, né tanto meno di rimanere leader e volto pubblico di una grande azienda». Si noti come il solo fatto di non riuscire a vedere un “matrimonio” in una unione tra persone dello stesso sesso basti già per ritrovarsi addosso un «anti-gay animus» da nascondere subito nella stanza da bagno della propria intimità.
Pochi giorni fa poi è degenerata la vicenda di John Waters, columnist del quotidiano irlandese Irish Times. Accusato di omofobia durante uno show della tv di Stato Rté per essersi messo di traverso con la propria coscienza nel dibattito sul matrimonio gay, Waters ha ottenuto le scuse e un risarcimento dal network (che tuttavia, nota bene, si è rifiutato di definire l’accusa «infondata»), ma da quel momento la sua vita è diventata impossibile. È stato preso di mira più volte per strada, anche con insulti pesanti, tanto da non riuscire a dormire la notte. «Non ho più amici nei media», dice. E ammette di aver pensato di mollare il giornalismo per ritirarsi – ma guarda il caso – a vita privata.
«Il problema è di sapere se si riuscirà in qualche modo a ricostruire il mondo naturale come vero terreno della politica, a riabilitare l’esperienza personale dell’uomo come criterio originale delle cose, a porre la morale al di sopra della politica e la responsabilità al di sopra dell’utilità, a dare di nuovo un senso alla comunità umana e un contenuto al linguaggio dell’uomo, a far sì che il punto focale dell’azione sociale sia l’“io” dell’uomo, l’“io” autonomo, integrale e degno, capace di rispondere di se stesso perché in rapporto con qualcosa che è al di sopra di lui». (V. Havel, ibidem)
gender-scuola-tempi-copertinaIn questo assedio alle coscienze “diverse” ogni tanto parte anche qualche carica per così dire più folcloristica. È il caso per esempio della battaglia contro il razzismo negli stadi, trasformata in autentica comica dalle squalifiche di intere tifoserie per colpa di pochi somari che intonano cori da «discriminazione territoriale». O della pazza idea, solo accademica e più sciocchina che altro per ora, di perseguire penalmente i “negazionisti” del riscaldamento globale. O, ancora, dell’assurda proposta di legge per introdurre il reato di “sessismo” in Belgio, compreso il rischio paradossale di dover punire in quanto sessista pure chi dà del sessista a un maschio.
Fa un po’ meno ridere, invece, il fatto che dopo la batosta subita da Hollande alle elezioni amministrative francesi si cominci a bollare come “eurofobo” (lo ha fatto per esempio il Corriere della Sera) chi ha scelto di votare certi partiti troppo recalcitranti alle direttive di Bruxelles.
E – per cambiare completamente argomento – continuare a sostenere, in barba all’ordinamento italiano, che siano “pubbliche” solo le scuole statali non è in un certo senso un modo folcloristico per relegare le cattive coscienze libere nelle sale da bagno degli istituti “privati”?
«La prospettiva di un futuro migliore di questo mondo non risiede forse in una sorta di comunità internazionale di “coloro che hanno subìto il crollo”, di coloro che, incuranti dei confini degli stati, dei sistemi politici e dei blocchi di potere, al di fuori dei giochi della politica tradizionale, non aspirando a funzioni e posti di riguardo, senza prestare ascolto alle derisioni dei tecnologi, tenteranno di fare della coscienza umana una forza politica reale?». (V. Havel, ibidem)
hobby-lobby-obamacareEcco. È giusto riconoscere alla coscienza umana «forza politica», rilevanza pubblica anche quando contraddica il potere? O meglio, il potere può comandare all’uomo di relegare la coscienza «nella sala da bagno della propria intimità» quando essa sia costretta a obiettare alla «causa santa» stabilita dal potere stesso?
È il mega interrogativo intorno a cui si sviluppa la disputa presso la Corte suprema americana sul cosiddetto “contraception mandate”. Bisogna stabilire se la Hobby Lobby, azienda leader del fai-da-te di proprietà di una famiglia cristiana battista, possa legittimamente opporsi all’obbligo previsto dalla riforma sanitaria di Obama di pagare per i dipendenti piani assicurativi che includano la copertura di contraccettivi e farmaci abortivi. «Il governo non dovrebbe chiedermi di andare contro la mia coscienza», protesta Steve Green, il fondatore della società. Si tratta cioè di stabilire se l’opposizione dell’impresa ricada nelle libertà sancite dal Religious Freedom Restoration Act, legge varata nel 1993 per proteggere la fede delle persone dalle invasioni normative dello Stato, o se invece non costituisca un tentativo di imporre le convinzioni della proprietà anche ai dipendenti.
La questione non è affatto banale, e infatti attualmente è dibattuta in altre decine di cause che coinvolgono anche opere di diretta ispirazione religiosa. Perciò sono particolarmente istruttivi i dubbi sollevati dagli alti giudici durante gli “oral arguments” del 25 marzo, così come li ha riportati la stampa americana. Il tenore è più o meno questo. Se riconosciamo ai datori di lavoro cristiani l’esenzione dal contraception mandate, teoricamente l’Obamacare potrebbe essere disfatto un pezzo alla volta in base ai precetti religiosi di chiunque: no alle trasfusioni, no ai trapianti, eccetera (strepitosa la battuta del giudice di nomina obamiana Sonia Sotomayor: «Sarà tutto spezzettato, nothing would be uniform»); ma se avessimo saputo che tutelare la libertà religiosa si sarebbe tradotto nel permettere alle aziende di far valere pubblicamente la propria fede, l’avremmo tutelata?
Barack ObamaVa da sé che in un’aula di tribunale, per quanto “supremo”, sia complicato assumere un punto di vista diverso da quello “impersonale” della giurisdizione. Ma se si potesse prescindere un istante da leggi e prescrizioni di qualunque tipo, incluse quelle religiose e statali, è chiaro che agli occhi dell’uomo il problema è personalissimo. La realtà – un bambino che nasce, la mano che glielo impedisce – parla o no alla coscienza umana? Ha o non ha diritto di espressione nell’era del potere senza volto?
«Il secolo scorso abbiamo visto tutti noi le dittature del pensiero unico, che hanno finito per uccidere tanta gente. Ma (…) anche oggi c’è l’idolatria del pensiero unico. Oggi si deve pensare così e se tu non pensi così, non sei moderno, non sei aperto o peggio. Tante volte dicono alcuni governanti: “Io chiedo un aiuto, un aiuto finanziario per questo”. “Ma se tu vuoi questo aiuto, devi pensare così e devi fare questa legge, quell’altra, quell’altra…”. Anche oggi c’è la dittatura del pensiero unico e questa dittatura è la stessa di questa gente (i farisei del Vangelo, ndr): prende le pietre per lapidare la libertà dei popoli, la libertà della gente, la libertà delle coscienze, il rapporto della gente con Dio. Ed oggi Gesù è crocifisso un’altra volta». (Papa Francesco, omelia della Messa alla Casa Santa Marta, 10 aprile 2014)
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