Qualcosa di cui fare esperienza

In un mondo in cui sembrano dominare l’homo oeconomicus, che pensa a soddisfare i suoi bisogni e i piaceri, e l’homo technologicus, che provvede a fare e a realizzare sempre meglio, Leopardi riporta in primo piano l’unico uomo che sia veramente tale, che non sia bestia e gregge. Quell’homo religiosus con le sue domande sulla vita e sul destino, che permangono oggi come un tempo con tutta la loro urgenza di risposta e che riecheggiano con potenza nei versi del Canto notturno quando il poeta si rivolge alla Luna: «Ove tende/ Questo vagar mio breve,/ Il tuo corso immortale? […] Che fa l’aria infinita, e quel profondo/ Infinito sereno? […] E io che sono?».
Nella società dove comandano i bisogni, Leopardi chiarisce il vero e originario desiderio dell’uomo (di felicità, di amore e di bellezza) e ci parla di un cuore che è capacità di Infinito, proprio come se fosse un contenitore che non può mai essere colmato da beni terreni finiti.
Ciò che occorre davvero al lettore di Leopardi è un cuore aperto e che domandi la vita. Solo un cuore che palpiti e che percepisca l’abisso di vita che provava Leopardi può cogliere il vero valore della sua opera. Leopardi, come pochi altri, riesce a ricordarci la vera statura dell’uomo e la grandezza del suo desiderio.
Leopardi ha intuito che per l’uomo l’unica e autentica possibilità di letizia è quella di incontrare la bellezza con la «b» maiuscola, cioè l’Ideale. Lo vediamo nella poesia «Alla sua donna». L’unica speranza è quella di percorrere un sentiero nuovo, diverso da quelli fino ad allora percorsi e di incontrarla, così come spesso Leopardi sperava da giovane. Questa bellezza è quanto di più grande l’uomo possa immaginare in terra: è la Bellezza con la «b» maiuscola, l’Ideale. Se qualcuno la amasse, la sua vita sarebbe più felice, sarebbe come quella che nel cielo «india», cioè porta a Dio; se l’amasse, l’uomo cercherebbe la virtù, la bontà. Leopardi sembra avvertire l’urgenza di Dio e lo invoca, lo sfida a epifanizzarsi: è un grido umanissimo (perché Dio non ti riveli?) che si tramuta in preghiera o in invocazione (Dio rivelati).
Potremmo allora chiederci quale fosse il rapporto di Leopardi con il cristianesimo. Ad un certo punto della sua vita il poeta afferma che le sue idee si completano con il cristianesimo, che può spiegare quella parte della «natura delle cose» che nel suo sistema resta «oscura e difficile», ad esempio l’origine dell’uomo e la facilità dell’uomo a decadere e a «perdere il suo stato primitivo» (peccato originale). Chiunque leggesse queste pagine della miscellanea del Recanatese rimarrebbe stupito nel cogliere come lo scrittore, ad un certo punto della sua vita, avvertisse l’estrema ragionevolezza del cristianesimo, la sua capacità di fornire ragioni adeguate ai perché dell’esistenza e al Mistero delle cose. «Il Cristianesimo spiega chiaramente perché la ragione e il sapere corruttori dell’uomo siano in lui così facili a prevalere, giacché attribuisce la cagione originale e radicale della corruzione al peccato, il quale introdusse lo squilibrio fra la ragione sua e la natura sua […]. Ora, secondo lo stesso Cristianesimo, era certamente meglio che l’uomo non peccasse: ed egli sarebbe rimasto più perfetto e più buono non peccando, e non corrompendosi, e questo gli era destinato primordialmente. Eppure Iddio permise che peccasse». Per Leopardi il cristianesimo rimane un fatto intellettuale, il Recanatese ne coglie la ragionevolezza, ma il giudizio della ragione non è supportato dalla efficacia della affettività e dell’esperienza. Leopardi, così, prenderà ben presto le distanze da quel cristianesimo della madre per cui sarebbe meglio non vivere che peccare.
Di questo allontanamento e delle ragioni abbiamo testimonianza già nel settembre del 1821 nella prosa dello Zibaldone: «Il Cristiano fugge il mondo per non peccare in se stesso o contro se stesso, cioè contro Dio […]. Che vantaggio può venire alla società, e come può ella sussistere, se l’individuo perfetto non deve far altro che fuggir le cose per non peccare? Impiegar la vita in preservarsi dalla vita? Altrettanto varrebbe il non vivere. La vita viene ad essere come un male, come una colpa, come una cosa dannosa, di cui bisogna usare il meno che si possa, compiangendo la necessità di usarne, e desiderando esserne presto sgravato».
Invece, non è un ragionamento, ma un incontro che decide dell’esistenza: un affetto e un abbraccio, non un discorso o una morale! Già qualche anno prima Leopardi scriveva nello Zibaldone: «La perfezione della ragione consiste in conoscere la sua propria insufficienza a felicitarci». E poi: «La ragione non può essere perfetta se non è relativa all’altra vita (è la ragione al suo apice che si apre alla fede, spalanca la sua finestra sul Mistero) […]. Un ritorno della ragione, non ragionato, ma solamente volontario, non può esser che vano, instabile e passeggero, come quello de’ moderni filosofi sensibili, che, cercando a più potere di riprendere le illusioni perdute, ci riescono, al più, momentaneamente, e del resto passano la vita nella freddezza, indifferenza e morte. Dopo la cognizione pertanto, non possiamo tornare alle illusioni, cioè ripersuadercene, se non conoscendo che son vere. Ma non son vere se non rispetto a Dio e a un’altra vita (tutto è effimero e passeggero a meno che non sia salvato da qualcosa di infinito, da Qualcuno che promette che ogni capello del nostro capo è contato ed è salvato). Rispetto a Dio ch’è la virtù, la bellezza ecc. personificata (qui sta parlando della cara beltà del canto «Alla sua donna»), la virtù sostanza e non fantasma […]. Rispetto a un’altra vita, dove la speranza sarà realizzata, la virtù e l’eroismo premiato, […] dove insomma le illusioni non saranno più illusioni ma realtà. Dunque la perfezion della ragione (tanto rispetto a questa come all’altra vita, perché ho mostrato che la perfezione rispetto a questa vita dipende dalla perfezione rispetto all’altra) consiste formalmente nella cognizione di un altro mondo. In questa cognizione dunque consiste la perfezione e quindi la felicità dell’uomo corrotto. Dunque l’uomo corrotto non poteva essere perfezionato né felicitato se non dalla rivelazione, ossia dalla Religione».
E ancora: «L’esperienza conferma che l’uomo qual è ridotto, non può essere felice sodamente e durevolmente (quanto può esserlo quaggiù) se non in uno stato (ma veramente) religioso, cioè che dia un corpo e una verità alle illusioni, senza le quali non c’è felicità, ma ch’essendo conosciute dalla ragione, non possono più parer vere all’uomo, come paiono agli altri viventi, se non per la relazione e il fondamento e la realtà che si suppongono avere in un’altra vita». Ciò che dà consistenza alle cose è solo la persuasione di un’altra vita»; «dunque bisogna che la religione ci persuada». Leopardi afferma che occorre una fede ragionevole, ben fondata sulla ragione, che conosca le ragioni adeguate per cui avere fiducia, bisogna sapere perché credere. Molte sono le domande che sorgono da questi estratti dello Zibaldone: come avere quella cognizione dell’altro mondo di cui parla il poeta? Come essere persuasi e credere davvero?
Non può essere un discorso a persuaderci, non può essere un ragionamento, deve accadere Qualcosa di cui poter fare esperienza. Nella vastissima produzione del Recanatese, però, non ci imbattiamo mai nella lettura di testi che ci testimonino l’avventura dell’incontro. Esso è solo sospirato, vagheggiato come in un sogno oppure descritto come qualcosa che sta per accadere come nel «Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez».
Se Leopardi si sia aperto alla conversione in punto di morte rimane un mistero insondabile, ma credibile. Nella Chiesa Annunziata a Fonseca di Napoli troviamo l’atto di morte che recita: «A 15 giugno 1837 Don Giacomo Leopardi conte figlio di Don Monaldo e Adelaide Antici, di anni 38, munito dei Santissimi Sacramenti, a’ 14 detto mese, sepolto id. Deceduto Vico Pero n. 2». Non è possibile né opportuno sintetizzare qui ai fini del nostro discorso il dibattito aperto dagli studiosi sulla conclusione della vita di Leopardi.
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Il sole si è alzato

Quella mattina il signor B., operaio in una grande azienda milanese, come ogni giorno gettò un’occhiata dalla finestra del bagno della sua casa nell’hinterland, mentre alle sei e mezza del mattino si faceva la barba: il cielo sembrava limpido, l’asfalto asciutto. «Non piove», disse soddisfatto a voce alta alla moglie, che ancora sonnecchiava nella stanza accanto. I ragazzi dormivano. Versò il caffè dalla caffettiera fumante, mise in una ciotola sul pavimento il cibo del gatto, che stranamente quel mattino non corse a mangiare. B. lo intravide in un angolo del soggiorno, rannicchiato, immobile – si disse, «povera bestia, comincia anche lui a invecchiare».
Scese in cortile, mise in moto la sua Fiat e si avviò verso lo svincolo della tangenziale. Si era di febbraio, e alle sette era ancora buio. Dal giornale radio, un rosario di notizie banali. «Non è successo niente», si disse B., annoiato di quella mattina identica alle altre, e spense l’apparecchio. Alla rotonda prima dell’autostrada, la solita bolgia. B. si incolonnò mite sulla destra e lentamente, quasi a passo d’uomo, raggiunse il casello. Ore 7.02, lampeggiava un orologio elettronico rosso. Tutto come ogni mattina. La colonna di auto procedeva compatta dalla Brianza verso Milano. Una strana sensazione si affacciò alla soglia della coscienza del signor B.. C’era qualcosa di inconsueto quel giorno, ma lui non riusciva ad afferrare cos’era. L’auto filava tranquillamente, le spie sul cruscotto erano tutte a posto, il serbatoio era pieno, il cellulare, in tasca, silenzioso. B. alzò le spalle, e continuò a guidare.
Le sette e un quarto. La tangenziale in quel punto procedeva nella direzione di Venezia, verso Est. Davanti a B. la colonna di auto con le luci di posizione rosse avanzava lenta e disciplinata. B. ora aggrottò la fronte. No, qualcosa proprio non andava. Alzò gli occhi all’orizzonte. Finalmente capì: quella mattina, non albeggiava. «Si vede che verso Est il cielo è coperto – si disse –, il meteo, del resto, l’aveva detto». Procedette verso la solita uscita dentro la notte ancora scura. «Strano però, sono certo che ieri a quest’ora era giorno», registrò fra sé, appena inquieto. Ma passarono le sette e trenta, e il buio restò fondo. Nelle strade automaticamente a quell’ora venivano spenti i lampioni, e solo allora la gente parve accorgersi che qualcosa non andava. Milano, ed erano ormai le otto, continuava a giacere nell’oscurità.
Il ritorno in chiesa
C’era chi accostava l’auto al marciapiede, e scendeva a scrutare il cielo. Capannelli si formavano davanti ai bar e alle scuole e alle fabbriche, di gente attonita che si consultava; che telefonava agli amici dall’altra parte della città, vanamente chiedendo: ma da voi, si è fatto giorno? E, niente. Il cielo era ora una cappa di piombo senza stelle, totalmente nera. I centralini di polizia e vigili del fuoco impazzivano. I Tg diedero cautamente la inverosimile notizia: «Pare che a Milano il sole non sia sorto». L’aria fu traversata ovunque da sirene di volanti che non sapevano, in realtà, dove andare. Di veicoli della protezione civile, che non sapevano cosa fare.
Ora tutti si era per strada, o alle finestre, i bambini attaccati alle mamme. Nelle strade con i lampioni spenti ci si vedeva a stento. Ci fu gente che cadde e si fece male, e vecchi, e deboli di cuore, che si sentivano il petto scoppiare. Qui e là nei caseggiati il pianto di un bambino che si svegliava nel buio accresceva l’inquietudine. «Sarà un’eclisse», dicevano gli ottimisti, ma nessuno li stava ad ascoltare. Il traffico, intanto, era impazzito. Il signor B. avrebbe voluto tornare indietro per andare a prendere i figli a scuola, ma la tangenziale era ormai un muro impenetrabile di auto bloccate. I clacson esasperati, il lampeggiare azzurrino delle volanti e, sopra a tutto, quel buio innaturale, pesante, che gravava sulla città: come se qualcuno le avesse messo sopra un immenso masso di pietra. Come una notte, per sempre.
Da qualche parte, nelle campagne attorno alla metropoli, le campane cominciarono a suonare. Nelle chiese prese a radunarsi della gente, non i soliti pochi, ma anche tanti che non venivano da anni. Stavano seduti sulle panche, muti, senza sapere più pregare. Le donne anziane cominciavano a recitare il rosario. Voci esitanti, incespicanti, le seguivano in quelle parole dimenticate.
Il signor B. parcheggiò accanto a una chiesa dove non era mai stato ed entrò, mettendosi in fondo, come uno che non si senta di casa. Avrebbe voluto chiamare la moglie, ma ormai le linee erano sovraccariche, ed era impossibile telefonare. Da fuori veniva un ululare lamentoso di cani. Gli uccelli quel mattino non cantavano, e non li si vedeva nemmeno volare. Accanto alla chiesa in cui B. si era fermato c’era un asilo parrocchiale. Dalle finestre illuminate si vedevano le suore che cercavano di distrarre i bambini facendoli disegnare. I bambini disegnavano cieli neri senza stelle, e uomini che a braccia spalancate guardavano in su.
Ormai era quasi mezzogiorno e la gente atterrita se ne stava ferma per le strade, e non trovava più parole. C’erano professionisti e casalinghe e mendicanti, e studenti e punkabbestia con i loro dobermann, e stavano tutti insieme, come se fra loro non ci fosse più estraneità. Molti piangevano, seduti sui marciapiedi, di quella quieta spaventevole fine del mondo. Né terremoti né tempeste, né tuoni: solo, semplicemente, il buio, un mattino, per sempre. Faceva sempre più freddo. Le pozzanghere nelle strade, in quel lungo buio, cominciavano a gelare.
Felice di quella cosa ovvia
Un suono forte, come un trillo martellante, si levò d’improvviso. Il signor B. sussultò e aprì gli occhi nel suo letto. Era fradicio di sudore. Il whisky, maledizione, il whisky di ieri sera, si disse. Non aveva nemmeno sentito la sveglia. Quella che suonava ora era di sua moglie, e segnava le 7 e mezza passate. Benché fosse molto in ritardo, con ansia B. si precipitò ad aprire gli scuri, li spalancò con forza sbattendoli contro il muro del palazzo.
Il sole si era da poco alzato. Un pallido sole di febbraio, come convalescente da un malanno, che galleggiava in un cielo lattiginoso; e però era il sole, e ridisegnava come ogni mattina l’orizzonte e la città nella sua luce chiara. «Chiudi, che viene freddo», bofonchiò la moglie dal letto. Ma il signor B. non la sentì nemmeno. Aspirò a pieni polmoni l’aria fredda che sapeva di scarichi di diesel e nebbia. E si scoprì felice, quel mattino, di quella cosa ovvia, che ora gli sembrava una grazia. Felice, semplicemente, perché il sole ancora una volta si era alzato, su Milano.
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Il punto di non ritorno


Profe, non so se lei ha in mente ma, in India, ci sono le mucche sacre. Sono bianche e sono talmente segno di Dio che non si possono neanche toccare. Ecco, secondo me Dante, quando dice che Beatrice compare ‘vestita di colore bianchissimo’ vuol dire questo: che è sacra“.

Questa risposta, data da un alunno indiano di terza Operatore Elettrico, è solo una delle impensabili sorprese riservateci da qualche lezione sulla Vita Nuova di Dante Alighieri.

L’idea è nata e si è sviluppata per approssimazioni successive. All’inizio, si pensava di inserire nel percorso di terza almeno il primo canto della Commedia. Poi, confrontandosi con altri docenti, ci si è accorti che era indispensabile cominciare con La Vita Nuova; discorrendo con una studentessa universitaria appassionata di Dante, viene l’idea di cominciare facendo tenere a lei una lezione su questo testo.

Addentrandoci nella lettura, si pongono ai ragazzi continue domande, per vedere se riescono a seguire. Ogni loro risposta, reazione, è preziosa per noi: tutto può essere un punto di partenza per capire di più. Così, l’inaspettata risposta dell’alunno indiano; così, un’altra domanda di un suo connazionale. Si stava spiegando la poesia della loda: Dante, ad un certo punto, si accorge che, anche se Beatrice gli ha tolto il saluto, quando lui la vede vivere lei gli cambia ancora il cuore, forse anche più di prima. Harnek salta su: “Ma questo qui, che cazzo ha visto?!“: ancora adesso, mi chiedo se potesse esserci domanda più intelligente.

Alla fine dell’ora, si avvicina un ragazzo: “Comunque, questa storia di Dante mi è proprio piaciuta. È una bella storia“. Obietto che, avendo Beatrice appena tolto il saluto a Dante, non sembra proprio “una bella storia”. “No profe, lei non può dire così. Le cose che ci ha detto, che lui scrive dopo che lei gli ha tolto il saluto, sono così belle che non può dire che finisce male“; gli faccio notare che non è da tutti dire una cosa del genere, ma lui ribatte ancora: “Va bene, profe, peccato che cose come quelle che racconta Dante accadono veramente“.

Mi ricorda un alunno di prima che, alla traccia di un tema che cominciava con “È possibile…”, rispondeva concludendo il suo racconto con queste parole: “È possibile, perché a me è successo”.

Shakespeare scrive che “ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”. La loro concretezza di alunni così, tecnici, “operatori”, come vengono qualificati, priva di concettualizzazioni, di sicuro priva di qualsivoglia filosofia, è per noi studiosi, laureati, una risorsa della quale occorre accorgersi.

Con loro si può parlare solo di fatti; poco gli interessa cosa si possa “pensare sopra” di essi; quel che vogliono è vedere, con i loro occhi, che cosa può veramente accadere nella vita dell’uomo. E, poi, capirlo. Per questo amano tanto la storia e insistono, ogni volta che si legge qualcosa, col chiedere: ma è successo veramente? Recentemente, in seconda, abbiamo guardato il film Joyeux Noel: era talmente forte la loro obiezione che fosse tutta un’invenzione, perché “in guerra è impossibile”, che ho dovuto portargli un libro di testimonianze che dimostra che quel che hanno visto è un fatto reale. Dopodiché, in tre (per la prima volta mi succede tra elettricisti) mi hanno chiesto i dati per prenderlo in biblioteca.

La storia di Dante è una storia vera, di un ragazzo come loro. Così, gli hanno dato credito, hanno posto delle domande e, senza nemmeno accorgersene, hanno paragonato questa vicenda con la loro. “La cosa che mi ha colpito di questa storia è che anche a me sono capitate certe cose di questa storia. A diciassette anni l’ho vista per la prima volta insieme ad una mia amica. Siamo usciti a fare un giro. Mentre stava seduta sulla panchina con il suo cellulare rosa. La guardai negli occhi per la prima volta. Era bella, bellissima ma non ero così attratto al momento. […] Dopo un po’ di tempo inizia ad attrarmi. Mi stavo innamorando di lei, la cercavo in ogni cosa che vedevo. Poi ho fatto una cosa simile a Dante. Per non farglielo sapere, un giorno le ho detto che ero innamorato di una donna, che in realtà era lei, ma non lo sapeva! Lei forse era rimasta male però mi ascoltava sempre. Gli ho detto tutti i miei sentimenti verso questa donna. Lei iniziò a staccarsi da me“.

Ma si è andati ben oltre: dialogando con Dante, alcuni studenti hanno potuto dare un nome a quello che era già accaduto nella loro vita, ma non era ancora stato capito. Per questo mi permetto di riportare un ampio estratto di un altro tema: come avrebbe potuto scriverlo, senza un incontro così?

L’antefatto è: lei gli ha detto che “è solo un amico”. “Già, ci rimasi male. Non dissi nulla, ma nei giorni successivi stavo malissimo. Restammo amici, continuai a frequentarla anche nei mesi seguenti. Io soffrivo molto, avrei voluto lasciar semplicemente perdere e continuare per la mia strada, ma sentivo che era sbagliato, non potevo. Mancava qualcosa: non le avevo detto nulla oltre al fatto che ci ero rimasto male. Non sapevo cosa fare: lei me per era diversa dalla altre persone che conoscevo. Il tempo passò, ma era sempre nella stessa situazione. Dopo decine di poesie che scrivevo e tenevo per me, dopo centinaia di ore passate a pensare a lei, decisi che dovevo fare una cosa. Andai da lei e dissi: ‘Devo dirti una cosa, 5 minuti’. Lei rispose: ‘Va bene!’. Andammo in un posto dove potevamo stare da soli. Un corridoio della scuola dove non passava nessuno. Eravamo in piedi, uno davanti all’altro“.

Parlammo un po’ per calmarmi, dopo poco decisi che dovevo arrivare al punto. ‘Quello che volevo dirti è che tu per me non sei solo una ragazza per cui ho preso una cotta, da quando ti ho conosciuta mi hai cambiato: prima ero una persona chiusa e fredda, tenevo tutti i miei sentimenti e le mie emozioni dentro di me, congelate nel mio cuore. Ora mi sono accorto che lasciar andare quello che si prova è meraviglioso. Io credevo che l’amore fosse vero solo nelle favole; poi ho visto la tua faccia’. Lei rimase in silenzio per qualche secondo, dopo un po’ aggiunsi: ‘Hai qualcosa da dire?’. Lei iniziò a dire qualcosa ma non ci riuscì poi, balbettando, disse: ‘[…] Prima di tutto grazie perché nessuno mi aveva mai detto queste cose. Però io il ragazzo non lo voglio in questo momento, mi dispiace’. Mi abbracciò ancora e mi ribadì che non voleva perdere la mia amicizia. Non soffrii, non ci rimasi male. Ero più che felice che mai, anche se il mio amore non era corrisposto era qualcosa di meraviglioso e io gliel’avevo detto. Ora riesco a lasciar andare i miei sentimenti per le persone e siamo ancora amici. Grazie…“.

Questo tema dedicava due pagine a raccontare l’intervallo in cui lui l’aveva conosciuta: descriveva il tempo, le persone che c’erano, le frasi che si erano detti, fino alla “rampa di scale che porta al piano superiore” dove il suo amico gliel’ha presentata. Stavo per scrivere, nella valutazione, che questa parte era un po’ troppo lunga e sproporzionata rispetto al resto. Poi, dopo numerose riletture, ho capito. Non aveva sbagliato: con Dante, aveva capito che, per ciò che aveva scoperto, quell’intervallo era un punto di non ritorno per la sua giovane vita; un fatto successo veramente, in “una tiepida mattina di settembre”.

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2014/3/30/SCUOLA-Quando-un-operatore-elettrico-incontra-Dante-e-Beatrice-/print/485253/

L’amore aspira al “per sempre”


Due notizie contradditorie nella stessa giornata: plauso alla Gran Bretagna, per il via libera ai matrimoni gay. E commento sociologico-culturale  per le statistiche che, sempre in Gran Bretagna, danno in continuo calo i matrimoni, tanto da far presagire, in tempi non lontani, la scomparsa del matrimonio come istituzione. Sindrome da Bridget Jones, la chiamano. Ovvero, i giovani non vogliono prendersi impegni, hanno paura di farlo, non credono sia possibile mantenerli. Il nesso qual è?

Forse dobbiamo riconsiderare la concezione dell’uomo, come l’uomo l’ha recepita, provata, assunta. E dobbiamo cambiare mente e linguaggio, che si basano sulla percezione sensibile di una diversità naturale, oggettiva, riconducibile ai caratteri sessuali, il maschile e il femminile. Ma resta il senso di uno straniamento: non solo perché per secoli e secoli ci è stato insegnato a usare la ragione secondo la potenzialità dei suoi fattori, a partire dall’esperienza. E l’esperienza impone ai sensi la realtà di uomini e donne, così come l’evidenza che le donne procreano, i maschi no, e sempre delle donne hanno bisogno, anche per mater-nità (si dice così!) surrogate. Il termine matrimonio ne deriva: implica la procreazione, la promuove, la sostiene, la tutela. Se non ci si vuol più sposare, è perché allora non si vogliono più fare figli. Eppure i gay chiedono il matrimonio: forse hanno una tenuta umana più solida, capace di contrastare la fragilità della sindrome sopracitata? Loro i figli li vogliono, e chiedono che la legge e la scienza seguano i loro desideri, poco importa se manipolando l’uomo, se stravolgendo la sua natura. È l’uomo che crea la natura, non viceversa: è l’uomo che si fa tale, l’uomo che si dà la vita, il sesso, la morte. Perché se si trattasse di diritti – a parte quelli della persona, che in Gran Bretagna sono uguali per tutti da tempo – nel Regno Unito godono anche di quelli che regolano le cosiddette “coppie di fatto”: sono così liberali e rispettosi delle diversità, questi inglesi, non come noi italiani, oppressi e condizionati dalla ridondante presenza della Chiesa cattolica! Grazie al progresso mentale, si dice, anche da quelle parti the times are changing, si crede, e seguiranno presto aperture al diritto inalienabile all’amore, sempre e comunque, ai figli, che non sono proprio persone finché non hanno a loro volta diritto a diventarlo scegliendosi la vita. Non proseguo, mi pare una posizione così irrealistica e deprivante per l’uomo.

Torno indietro invece a quella paura della stabilità, figlia sicuramente delle nostre società incerte. Non è vero: basterebbe ricordare società e tempi ben più provati da sconvolgimenti e miserie, quando tuttavia non si è mai smesso di sperare e puntare sul futuro. Perché mai i giovani, oggi, che come tutti i giovani di ogni epoca e luogo pongono l’amore al di sopra di ogni sogno, si accontentano di amori a termine? Perché abbassano il livello dei loro desideri alla loro debolezza?

Non è strano che si sia incapaci di fedeltà e tenuta, è strano partire già senza volere il “per sempre”, riconoscere un’incapacità strutturale e adeguarsi ad essa, esattamente il contrario di quello slancio che l’uomo sente vibrare in sé, ad ogni passo del suo crescere, l’opposto di quell’incrollabile fiducia nell’uomo che ha segnato la storia del pensiero occidentale.

L’amore aspira, anela  a un per sempre. È il sottofondo di ogni capolavoro artistico, letterario, musicale, ma anche dei lucchetti a Ponte Milvio, di mille scritte sui muri, sui diari di scuola, di mille sms gettati al vento. Perché accontentarsi del poco, perché cedere alla nostra mancanza di tensione. A meno che il cedimento non sia soltanto all’istinto, che riduce l’amore al consumo del sesso; o al languore romanticoide, al palpito che subito sfuma e svanisce al mutare di stagione. Ma adeguarci alla nostra pochezza non ci renderà più felici. Nessuno in fondo cerca qualcosa di meno dell’infinito. Negare questa verità a se stessi è una condanna all’infelicità. Negarla ai giovani, raccontando loro menzogne, è un delitto.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2014/3/30/IL-CASO-Dalle-adozioni-gay-al-matrimonio-in-crisi-la-Gran-Bretagna-rovescia-l-uomo/print/487212/

Educare all’Io o alla strategia

 

“Perché parlare d’identità europea? Un incontro dal titolo: Irlanda o Germania: Identità o strategia? non sarebbe pensabile. Ma dell’identità europea va parlato proprio perché pensiamo che sia chiara la nostra identità nazionale”. Con queste parole Bernhard Scholz, presidente della Compagnia delle opere e ospite del primo “Rhein-Meeting” tenutosi a Colonia a metà marzo, ha introdotto il suo intervento conclusivo. Gli organizzatori del Meeting sono partiti dalla constatazione che l’idea europea nella società e in gran parte della politica tedesca sono state ridotte all’unione monetaria, a strategie economiche e finanziarie. E questo a noi non bastava. Di qui l’idea di approfondire il tema della nostra identità: mi definisco tedesco, italiano, irlandese, ma raramente europeo. Perché? Eppure è proprio questa identità quella fondante delle identità nazionali.
Lo ha esposto Joseph Zöhrer, docente di Teologia a Freiburg i.B. e allievo di Joseph Ratzinger, intervenuto sull’idea di Europa in Benedetto XVI. “Geograficamente l’Europa è un’idea astratta e indefinibile che nel corso della storia si è modificata svariate volte” ha sostenuto. Essa è invece un contenuto culturale, il luogo in cui l’esperienza cristiana ha assunto il proprio volto introducendo il principio fondamentale della dignità di ogni persona umana, la distinzione tra politica e religione, esaltando la ragione e un suo rapporto positivo con la fede che è all’origine di quella passione per la ricerca e la scienza che Lucio Rossi, fisico del Cern, ha testimoniato con il suo contributo sulle nuove frontiere della ricerca apertesi con l’individuazione del “bosone di Higgs”.
“Una Nazione non ha bisogno di giustificare il motivo della propria esistenza, l’Unione Europea sì” ha sostenuto Scholz. “È nata per assicurare la pace e la libertà in Europa. Ciò si è modificato nel corso del tempo: il mezzo per raggiungere questo scopo, l’economia (allora l’unione del carbone e dell’acciaio), si è trasformato nello scopo. Pace e libertà sono oggi scontate e quindi siamo alla ricerca di una nuova legittimazione per un’unione economica”. Su questo punto Scholz ha concordato con il giornalista irlandese John Waters che nel suo intervento si era espresso molto criticamente nei confronti della riduzione dell’Europa a un apparato burocratico e, riprendendo l’immagine usata da Benedetto XVI nel suo discorso al Parlamento tedesco, del bunker in cui la ragione era stata rinchiusa. “Non possiamo mitizzare l’Europa aspettandoci da essa ciò che mai ci potrà dare”.
E non si tratta soltanto del problema di una maggiore legittimazione democratica di quanto non sia dato allo stato attuale. “Il futuro dell’Europa dipende dalle società civili europee” ha sostenuto ancora Scholz. Il vero pericolo è una ragione che diventa irragionevole, che esalta come assoluto ciò che è particolare e relativo: il benessere, il profitto, la salute o lo Stato.
“Se l’economia diventa un idolo è la ragione a essere sfidata!”. Per questo il vero problema è e rimane la persona umana, se l’io rimane fedele a stesso. “Considerare come assoluto ciò che è relativo conduce ultimamente a una deresponsabilizzazione del singolo. Per questo la vera sfida è che la ragione torni a essere ragionevole. Io, Bernhard Scholz, come rispondo alle sfide della vita, in questa circostanza, con le mie potenzialità, i miei limiti, la mia storia?”.
Il Rhein-Meeting si è concluso con l’annuncio della prossima edizione che avrà a tema Il rischio dell’educazione. Perché l’alternativa tra identità e strategia non riguarda solo l’Europa, riguarda ogni uomo. Sono io, “io”? Posso riconoscere, vivere, far fiorire la mia identità? Posso, voglio pormi la domanda dell’origine, dell’essenza, della natura, della verità della mia persona? O sono costretto a pensare e ad agire strategicamente? Chi, cosa riduce la mia persona e mi priva della libertà? Perché di questa alternativa si tratta: libertà o schiavitù. Di chi, di cosa mi faccio io dipendente? Di quel mistero, che esso stesso è essere e ragione, di cui la mia persona è immagine o di un’immagine che io stesso mi sono costruito o che − ancor peggio − lascio che altri mi impongano fino all’alienazione di me?
Abbiamo bisogno di testimoni, di uomini che ci siamo amici e compagni sulla strada del destino e che ci aiutino a dare risposta a questa domanda. Non si può scoprire la propria identità se non a partire da un rapporto, da un’amicizia. Perché la domanda di partenza e al contempo lo scopo dell’educazione è come io posso diventare me stesso. È la strada che l’Essere stesso ha scelto facendosi presenza amica dell’uomo nell’avventura della vita.

 

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La sete natural che mai non sazia

 

Ritornano le ideologie con lo stesso piglio arrogante del passato, e la stessa presunzione scientifica, che a ben vedere di scientifico non ha proprio nulla. Emblema della deriva ideologica dell’Occidente è la lettura ideologica del genere – una vera dittatura – che vuole appiattire le diversità, omologare tutto fino a trattare l’identità di uomo e donna come pure astrazioni. Si è chiesto il cardinale Bagnasco nella sua prolusione al Consiglio permanente della Cei: vogliamo fare della scuola dei ”campi di rieducazione” e di ”indottrinamento”? La considerazione è tanto più amara se si pensa all’età dei ragazzi che non hanno ancora gli strumenti culturali per rispondere a queste provocazioni. I genitori hanno ancora il diritto/dovere di educare i loro figli o ne saranno esautorati? I figli, ha affermato il cardinal Bagnasco, non sono materiale da esperimento. I genitori non si facciano intimidire! I tre volumetti intitolati Educare alla diversità a scuola approdati nelle scuole italiane istillano nei bambini giudizi preconcetti contro la famiglia, la genitorialità, la fede religiosa, la differenza tra padre e madre, parole che si vorrebbero eliminare; “…Non possiamo non ricordare il grave pericolo che deriva dallo stravolgere o disattendere i fondamentali fatti e principi di natura che riguardano i beni della vita, della famiglia e dell’educazione”.
Proviamo a ragionare su questi temi in modo pacato, laico e onesto. Che cosa c’è in ballo in questa nuova ideologia? Io penso che in fondo è la stessa concezione della scienza che viene manipolata o addirittura ignorata, tanto che, quando la moda passerà (perché di moda si tratta) quelli che verranno dopo di noi e dovranno ricostruire sulle macerie della nostra civiltà, come fece San Benedetto, si chiederanno: ma quella fu vera scienza? E ora vi racconto un episodio, un esempio di quella che è la scienza vera, la passione vera alla conoscenza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori. Si tratta di un’iniziativa intrapresa da ben sette anni da studenti e docenti dei licei scientifici Sant’Anna di Torino e di Roma, gestiti dalle Suore di Sant’Anna, congregazione fondata dai Servi di Dio Carlo Tancredi e Giulia di Barolo.
Da sette anni, dicevo, stanno proponendo ai loro compagni e a tutta la città la “Tre giorni della scienza”. La mostra, esposta nei locali del liceo di Via Massena 32 a Torino, quest’anno ha come titolo: Dal noto all’ignoto. Solo la passione apre alla conoscenza. La prima parte del titolo – come ci racconta il rettore professor Enzo Arnone – è tratta dal saggio di Ugo Foscolo Dell’architettura del carme in cui il poeta spiega gli elementi che hanno ispirato il suo poemetto Dei sepolcri.
Quello di farci passare dal noto all’ignoto è il compito della scienza che dai dati dell’esperienza ci conduce all’ignoto. È la realtà incontrata come mistero, come diceva Einstein, che genera stupore, domanda e incessante passione alla ricerca. E l’hanno capito bene i ragazzi che hanno organizzato questa mostra. Dice Maria Vittoria: abbiamo cercato il motore che ci ha spinto a fare tutto questo: lasciarci colpire, ferire dalla realtà perché la passione viene dal verbo patire. È questa la molla del dinamismo conoscitivo. La cultura dell’età moderna si costituisce sul dogma del distacco tra ragione e affezione, su un’idea di ragione senza interferenze del cuore. Ma in realtà l’impeto verso la conoscenza è mobilitato dalla passione e dal desiderio e qui il prof. Arnone, dantista appassionato, cita: ”La sete natural che mai non sazia/ se non l’acqua onde la femminetta/ Samaritana domandò la grazia” (Purgatorio, 22, vv. 1-3).
Dice Alessandra: questa tre giorni l’ho vista crescere negli anni sempre più partecipata da noi studenti; siamo noi che scegliamo gli argomenti e anche le persone che vengono a parlare, ad esempio ho conosciuto i fratelli Collavino dell’impresa che ha costruito la Freedom Tower a New York. Gli argomenti spaziano dall’archeologia alla fisica, dalla neurochirurgia all’impresa di Umberto Raspini; ci siamo collegati con Paolo Bellotta da Houston che lavora presso il Jet Propulsion Laboratory in California; altri invitati illustri sono l’astronauta Luca Parmitano, Franco Malerba, Marcello Maddalena procuratore della Repubblica, e altri, tutti testimoni di una passione che − dice Maria Vittoria − ci aiutano anche nella scelta e nell’orientamento in vista dell’università. Per Marco Ferraris questi giorni sono il modo migliore per incontrare persone che ci stupiscono per la passione che hanno nella loro professione. Ad esempio, non ci basta visitare un museo di archeologia, siamo interessati a conoscere come sono stati scoperti questi tesori, il percorso che ha portato al rinvenimento di questi reperti.
Dagli occhi di questi ragazzi si intravede una curiosità per ciò che sta al fondo della realtà. Ho seguito con loro la stupenda lezione di Aldo Bonomo, giovane collaboratore della Nasa, che si dedica allo studio dei pianeti extrasolari o esopianeti. Sono rimasto tutto il tempo a bocca aperta e continuavo a pensare: questa si che è la vera scienza. Noi piccoli esseri che pretendiamo di stravolgere tutto viviamo su un piccolo pianeta roccioso che si chiama Terra tra cento miliardi di galassie. Veramente tutto nasce dallo stupore che la realtà suscita in noi e che svela sempre qualcosa di assolutamente nuovo. Scorrono sul grande schermo del teatro le parole del docente, di Carlo Rubbia e di Albert Einstein.
Per dirla con Carlo Rubbia: “La più grande forma di libertà è quella di potersi domandare da dove veniamo e dove andiamo. Non esiste forma di vita umana che non si sia posta questa domanda. E non c’è forma di società umana che non abbia cercato in qualche modo di darvi una risposta. Credo che tutto ciò faccia parte di un nostro bagaglio etico. […] E poiché tutti noi pensiamo che il nostro essere uomini sia qualcosa che ci mette al di sopra di tutti gli altri esseri viventi sulla terra, per forza dobbiamo anche pensare che siamo stati fatti a immagine di qualcosa di ancora più importante di noi. È difficile non crederci, quasi impossibile. È addirittura inevitabile. Talmente inevitabile che penso sia scritto dentro di noi”. E ancora: ”La cosa più incomprensibile dell’universo è che esso sia comprensibile” (Einstein). Terminata la conferenza partono a raffica le domande dei ragazzi: ci sono forme di vita su altri pianeti? Quando è comparsa la vita sulla Terra? Ci sono pianeti in una zona abitabile?
È evidente come l’incontro con uomini appassionati alla propria professione e dediti alla propria vocazione rilanci i ragazzi nella curiosità e nel bisogno di conoscenza vera, non ideologica della realtà.
Questa è vera scienza.

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Vivere inquieto

Berlicche

Ho sentito recentemente affermare che per trovare la felicità basta accettarsi per quelli che siamo. Trovare una propria regolarità, nel lavoro, nel cibo, nel sonno…

La regolarità, per me, può essere utile al gabinetto, ma in ben altri pochi ambiti. Forse sarò strano, ma non penso che la gioia risieda nel seguire i consigli di un dietologo e andare a letto presto. Conosco poi molta gente che si accetta per quello che è,  mentre io li trovo inaccettabili.

La regolarità si trasforma in uniformità, l’uniformità in routine, che si interrompe solo quando un mattino la sveglia suona e noi non ci svegliamo. Mai più.

Solo un imprevisto ci può salvare. Uno specchio che ci faccia vedere non quello che siamo, ma ciò che non siamo.
Io non mi accetto. Non voglio cambiare la realtà, non voglio essere diverso, voglio essere di più.

E’ quello che mi fa muovere, che mi…

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Andare a fondo della natura del soggetto

 

(.)La libertà pre- suppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio». Le difficoltà del presente ci rendono consapevoli che «anche le strutture migliori funzionano soltanto se in una comunità sono vive delle convinzioni che siano in grado di motivare gli uomini ad una li- bera adesione all’ordinamento comunitario» (Spe salvi, 24).

Questa è allora la grande possibilità che la cri- si offre a noi europei: riconquistare le ragioni del nostro “esistere comunitariamente”. Si tratta di una sfida inderogabile, e la ragione ce la ricorda ancora Benedetto XVI: «Poiché l’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è sempre anche fra- gile, non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi pro- mette il mondo migliore che durerebbe irrevo- cabilmente per sempre, fa una promessa falsa; egli ignora la libertà umana». In altre parole, «le buo- ne strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può mai essere redento semplice- mente dall’esterno» (Spe salvi, 25).

Un elemento rende oggi ancora più ardua la strada: non abbiamo più la stessa consapevolez- za della profondità del bisogno umano che ave- vano i padri fondatori, è venuta meno una spin- ta ideale ed è diventata dominante una logica di puri interessi.

Andare alla radice della crisi cercando di capi- re tutti i fattori in gioco è l’unica strada per ri- trovare la nuova consapevolezza di cui l’Euro- pa di oggi necessita. È proprio per noi europei che è diventato vitale promuovere un dibattito reale sul presente e il futuro del Vecchio Continente, va- lutando se i tentativi fatti sin qui sono stati ade- guati alla natura della crisi. Ciò riguarda tanto l’eco- nomia quanto le sfide antropologiche. Pretende- re di risolvere le gravi questioni antropologiche che stiamo affrontando solo con gli strumenti giuri- dici è tanto inefficace quanto illusorio. Come si ren- de evidente di fronte ai problemi più radicali del- l’esistenza umana, la soluzione «non avviene di- rettamente affrontando i problemi, ma appro- fondendo la natura del soggetto che li affronta» (don Giussani, 1976).

 
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o questo o quello, amico mio!

Alessandro, studente del liceo Volta di Milano, è l’autore di questo breve dialogo che coinvolge Existentia, Ratio, Esse, Fides. La scena si apre con un botta e risposta serrato tra Existentia e Ratio, accostati ad arte proprio nel punto in cui più sono incompatibili. Come arbitri della disputa, nel dialogo, intervengono alcuni grandi della storia: da Pascal a Kierkegaard passando per Nietzche. E infine quella frase di Giussani: «O si spalanca o si corruccia». Ed è proprio questo l’Aut-aut che pone Fides, vero deus ex-machina, in un finale ormai non più rivolto alle parti in lotta ma al lettore.
Un lavoro che ha coinvolto, per i temi trattati, anche il professore di matematica, che del giovane autore scrive: «Mi entusiasma la serietà con cui affronta la vita, e la sua libertà nei confronti delle tracce di verità che scintillano sul suo cammino». Lo studente metterà in scena questo breve dialogo nel suo liceo in occasione di una mostra sulla creatività.
Esistenza e Ragione

Existentia: Tu mi uccidi, Ratio.
Ratio: Se sono io ad ucciderti, allora la morte è la verità.
Existentia: Che la morte sia la verità, come dici, può anche essere. Ma se la realtà non si fermasse al tuo giudizio? Se andasse oltre?
Ratio: Non posso escluderlo. Ma anche fosse, tu non potresti mai saperlo. Potresti solamente fantasticare.

Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano. È ben debole, se non giunge a riconoscerlo. (Blaise Pascal)

Existentia: Allora perché mi chiedi cose cui non mi consenti di rispondere? Perché mi fai domande cui tu stessa non sai replicare? E’ crudele, Ratio. Ed è anche imbarazzante, almeno per te.
Ratio: Chiedo perché posso, e non rispondo perché non posso.

La ragione umana, anche senza il pungolo della semplice vanità dell’onniscenza, è perpetuamente sospinta da un proprio bisogno verso quei problemi che non possono in nessun modo esser risolti da un uso empirico della ragione… e così in tutti gli uomini una qualche metafisica è sempre esistita e sempre esisterà, appena che la ragione s’innalzi alla speculazione (Immanuel Kant)

Existentia: Ratio, tu mi offendi. Parli con supponenza, ti rivolgi con stizza, sei fredda e insensibile. Parli a me aspettandoti riconoscenza, soddisfazione, e ti sorprendi quando mi dispero. Ma mi dispero perché le tue risposte mi fanno schifo, ecco, schifo! Io mi sono ritrovata in un mondo ostile, io sono nata in una culla di sofferenze, io sono stata schiava delle circostanze, e ciononostante ho cercato la verità, perché fu detto: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Tu, invece, neghi la possibilità di conoscere verità al di fuori delle tue bieche, inutili, e ripugnanti deduzioni. Io anelo a una verità che tu mi neghi, io desidero la risposta a quelle domande che per te sembrano così futili, così… elegantemente trascurabili! Io, Ratio, sono morta, e tu mi hai ucciso.

Ciò di cui ho veramente bisogno è di chiarire nella mia mente ciò che devo fare, non ciò che devo conoscere, pur considerando che il conoscere deve precedere ogni azione. La cosa importante è capire a che cosa sono destinato, scorgere ciò che la Divinità vuole che io faccia; il punto è trovare la verità che è vera per me, trovare l’idea per la quale sono pronto a vivere e a morire (Soren Kierkegaard)

Ratio tace.
Existentia: E cosa dovrei sostituire al vuoto che hai creato? La potenza? La volontà? Essa è solo un motore che romba in un universo vuoto. Dovrei godere? Perseguire l’utile? Se lo facessi, mentirei a me stessa. Non posso ingoiare una pillola di zucchero consapevole che non sia una medicina, non avrebbe effetto. E se quello è zucchero, anche lo zucchero è diventato amaro.
Ratio: Ricordati, Existentia, io non posso dirti cosa fare, ma solo come conoscere.
Existentia: E allora, alla fine, mi sei inutile! Tu, se sei chi dici di essere, non puoi aiutarmi.

Esiste un punto d’arrivo, ma nessuna via (Franz Kafta)

Esse entra in scena.
Ratio: Chi sei?
Esse: Non pensavo che me lo avresti chiesto proprio tu. Tu mi conosci, fosti creata per questo. Tu dovresti essere una finestra spalancata su di me, dal cui davanzale Existentia possa contemplarmi. E lo fosti. Ma poi le cose cambiarono, e mutò la tua natura. Decisero di focalizzarti su una parte di me, affinché essa si potesse conoscere con più sicurezza. Il risultato fu straordinario, ma mai quanto il prezzo. Essi infatti ridussero deliberatamente il tuo angolo di visuale, cosa perfettamente lecita, purché alla fine del processo non ci si dimentichi di aver intenzionalmente operato tale restrizione. La loro svista non fu nell’atto della tua riduzione, necessaria al metodo scientifico, ma nella sua dimenticanza, per cui confusero la realtà intera con una sua semplificazione.
Ratio: Potrebbe essere così, Esse. Forse questo sono io.
Esse: E tu, Existentia, non farti intimidire dalle parole dure di Ratio, che cerca solo di fare il suo mestiere. Rifletti su quanto ho detto e sentirai una brezza, uno spiraglio nuovo che sembrava inesistente, un raggio di luce. Non ti sarà più negato il confronto con le tue domande; forse la loro risposta rimarrà nel mistero, ma ora che le finestre sono spalancate, affacciati.

Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita (Giovanni 8,12)

Fides entra in scena.
Fides: Eccomi, dunque. Nasco dalla ragione per l’esistenza. Nasco dalla categoria della possibilità dell’assoluto cui tu, Ratio, ti sei nuovamente aperta. Ora, Ratio, prendi la mia mano. Ci accompagneremo a vicenda come facemmo quando Esse venne in Terra, e si mostrò all’umanità. Fu difficile anche per coloro che furono più vicini a Lui non essere abbagliati dalla sua luce. I Vangeli narrano proprio quel nostro cammino, insieme, nelle menti di chi per primo vide e testimoniò. Existentia, mi rivolgo ora solo a te.

Un giorno il viandante chiuse la porta dietro di sé e pianse. Poi disse: questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del certo, come lo odio… (La gaia scienza, Nietzsche)

Fides: Eccoti la scelta.

Quello che t’ho già detto tante volte te lo ripeto qui, anzi te lo grido: o questo o quello, amico mio! Aut-Aut! (Soren Kierkegaard)

Fides: Puoi chiudere la porta alla speranza acquattata in fondo al tuo cuore, trasmessati da tutto ciò che ti anticipa nella storia: questo evidente desiderio del vero, del reale, del certo. Puoi ribellarti ed eludere le domande di cui parlavi prima, e nel ribellarti affermare la tua libertà assoluta. Puoi fare come un bimbo che si ripara la faccia con il gomito, e non guarda, non vede. Oppure puoi essere come il bambino del Vangelo cui è promesso il regno dei cieli, con gli occhi sgranati di fronte alla vita e con la ragione aperta ai suoi misteri.

O ci si spalanca o ci si corruccia, e questa è la scelta cruciale dal punto di vista religioso comune agli uomini di tutti i tempi (La coscienza religiosa dell’uomo moderno, Luigi Giussani)

 

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