Che fantastica storia è la vita

Preghiera dell’evidenza

Berlicche

Evidenza: qualcosa che salta fuori da ciò che si vede. E-videnza, per gli antichi latinisti.
Che l’erba sia verde è e-vidente, ma non se sei cieco; che il cielo sia blu è e-vidente, ma non se tieni lo sguardo basso.
Per vedere qualcosa bisogna poter vedere; e bisogna voler vedere.

Occorre, insomma, essere pronti ad afferrarla questa evidenza, quando sguscia fuori da ciò che ci circonda. Perché, se la smarriamo, corriamo il rischio di non essere in grado di capire cosa abbiamo veduto. E finiamo a ragionarci sopra e credere di vedere ciò che non è.
Ma l’erba rimane verde, il cielo blu.

Signore, aiutami a vedere l’evidenza delle cose e a trovarti in ogni evidenza.

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Lo sguardo che fa vivere

Secondo una stima dell’Istat, la capacità di generare reddito di ogni italiano – tenuto conto dell’età, del genere, della possibilità di partecipare al mercato del lavoro e di tutte le altre possibili condizioni di realtà – equivarrebbe a 342mila euro annui: una cifra otto volte superiore a quella effettiva. Si può concludere rilevando la scarsa efficacia del nostro sistema produttivo, ed è del resto in questo senso e per questo fine che simili indici sono stati elaborati. Tuttavia è opportuno rilevare come simili analisi possano avere un senso solo all’interno del contesto nel quale sono state chiamate ad operare e non ne hanno alcuno al di fuori di questo. Nella ricerca di soluzioni alla crisi occupazionale, vale la pena ricordare come il problema della scarsa efficienza del nostro sistema produttivo non sia solo quello di recuperare maggiore efficienza, ma anche quello di riappropriarsi di altri tempi, altrettanto indispensabili.

Ci sono infatti delle attività che non danno reddito ma quote di umanità, cioè restituiscono una dimensione dell’umano che fa crescere chi ci si impegna ed aumenta la soddisfazione di quanti gli stanno intorno. Ci sono tempi che, benché impiegati in qualcosa di diverso dalla produzione di reddito, consentono di conseguire risultati molto più rilevanti per lo sviluppo della persona intesa come soggetto in relazione. Sono cioè dei risultati che consentono di far crescere il livello di coesione umana, che consiste tanto nella solidarietà sociale quanto nell’attenzione all’universo circostante.

Il tempo per ascoltare qualcuno, per accoglierlo, per commuoversi è molto più prezioso del tempo per produrre reddito. Il tempo per fermarsi a pensare, meditare, riflettere e, per i molti che credono, pregare, è molto più importante del tempo impiegato ad agire. Tutti questi usi del tempo costituiscono altrettante forme di utilizzo non produttivo che segnano il respiro dell’anima, scandiscono il nostro rapporto con gli altri, ci fanno uomini e donne in relazione e ci sottraggono alla contemplazione egocentrica, all’introversione, sviluppando relazioni significative che fanno crescere.

Ma non si tratta solo dei tempi dedicati allo sviluppo delle relazioni con gli altri; i tempi non produttivi sono destinabili anche ad un processo di appropriazione valorizzante di quanto ci circonda. Il tempo di contemplare uno scenario naturale o un’opera d’arte, il tempo per ascoltare un brano musicale o concentrarsi nella lettura di una poesia costituiscono altrettante funzioni indispensabili all’edificazione del nostro edificio culturale. Ciò non è affatto casuale ma è dovuto alla nostra struttura antropologica.

La natura non è il nostro codice, non dice affatto tutto ciò che noi siamo. Accanto al patrimonio naturale esiste un patrimonio culturale del quale siamo eredi. Si tratta di percorsi di civilizzazione, opere realizzate e scelte compiute, ciascuna delle quali ci ha portato ad essere ciò che siamo.

Un tale patrimonio può essere ignorato, irriso o anche semplicemente squalificato. Possiamo illuderci di poter fare a meno di una tale eredità, attivando il gigantesco processo di riduzione culturale e di immiserimento del pensiero riflesso che è sotto i nostri occhi. Porre tutta la cultura non immediatamente utilizzabile in una parentesi, collocandola in uno spazio da destinare a pochi, è possibile ma non auspicabile: scendere dalle spalle dei giganti credendo di poterne fare a meno ci riporta ad essere dei nani. Un tale processo non può essere realizzato automaticamente. Il patrimonio ereditato richiede di essere frequentato, acquisito e quindi meritato attraverso un percorso di formazione che richiede tempo.

Se i poeti non avessero gettato un ponte tra finito ed infinito; se gli altri artisti non ci avessero insegnato a guardare, la realtà ci troverebbe indifferenti, ci passerebbe accanto senza nessun significato e senza lasciare traccia. Se non ci riappropriassimo costantemente e senza sosta delle eredità di cui siamo strutturati saremmo tutti più poveri e forse anche più smarriti. Tutto si svolgerebbe come se il pastore errante cantato da Leopardi, anziché guardare la luna, si fosse occupato solo delle pecore.

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/2/26/O-la-luna-o-le-pecore/print/472801/

L’amore alla vita di un Io

Guerra e pace è un romanzo del 1869 che narra avvenimenti del 1812 – un romanzo storico, quindi, che arriva a noi dopo centocinquant’anni: si tratterebbe quindi di una “storicità al quadrato”. Ma – ed è questo il punto di partenza di Tiziana Liuzzi – c’è qualcosa, nella sua configurazione complessiva, che lo rende di un’attualità sbalorditiva: ed è, se si può definirla così, la sua natura conflittuale. Il grandioso romanzo di Tolstoj (al centro del secondo incontro barese del ciclo di seminari dedicati alla cultura russa) si presenta infatti come un campo di forze: due istanze, due moventi esistenziali vengono a confliggere – uno è quello “razionalistico”, l’altro quello “panteistico”. Ma sono due nozioni che ne sottendono altre, ben più importanti e – in un certo senso – più decisive.

Guerra e pace narra infatti del tentativo napoleonico d’invasione della Russia. Napoleone, nella cultura russa e in particolare nel pensiero di Tolstoj, non è un semplice personaggio storico, ma sottende una gamma di implicazioni che ne fanno una sorta di prototipo dell’Occidente illuminista: razionalismo geometrico, repubblicano, euclideo. L’invasione di Napoleone viene così a coincidere con un assalto che questa ragione totalizzante, volitivamente onnicomprensiva, compie ai danni di una cultura diversa, di segno quasi opposto: quella russa – ortodossa, tradizionalista e “irrazionalistica”. Così lo scontro tra Francia e Russia viene, nel romanzo, ad assumere i termini di una vera e propria lotta fra civiltà. Ma – ed è qui il fulcro dell’analisi – è una differenza che si instaura non (solo) fra due culture e due tradizioni, bensì fra due modi – entrambi radicali – di rapporto con le cose. Due modi che si rivelano entrambi, in ultima istanza, tragici. Perché se da un lato appare quasi eroica la resistenza che Tolstoj oppone ad un’idea di ragione che coincide con le forme di una bruta misurazione intellettuale, è vero allo stesso modo che anche quell’irrazionalismo popolare e teistico da lui proposto presenta un’oscurità in cui non è mai l’io ad insorgere, ma la sua partecipazione al cosmo.

Per “vivere bene”, per essere felice, l’individuo non deve attraversare una ricerca di significato – questa sarebbe una pretesa intellettualistica, brutalmente razionale, quindi violenta o tutt’al più inutile. La felicità sta quindi, per Tolstoj (e le differenze fra i personaggi del romanzo e persino fra momenti diversi dello stesso personaggio – dal principe Andrej a Pierre, dal mite Platon alla giovane Rostova – stanno lì a dimostrarlo, nella prosa narrativa straordinaria in cui Tolstoj è maestro insuperato) nel passo con cui l’uomo compie un passo indietro rispetto a se stesso e si fa assorbire dal cosmo di cui è parte, diventa “particella del tutto”. Abdicando ad un attraversamento razionale del significato, l’uomo (e in particolare l’uomo russo, che di questa cultura sarebbe l’esponente “qualificato”) dovrebbe sopprimere la coscienza e l’impeto dell’io in favore dell’impeto più vasto della natura tutta.

Ed è bene ricordare che non è che Tolstoj neghi l’esistenza di un significato del vivere, che potrebbe anche esserci: ciò che egli nega è che questo significato possa essere realmente utile alla felicità del singolo. Si tratta di un panteismo ultimamente distruttivo, poiché in esso l’uomo in quanto individuo sembra essere destinato a sparire. Sparire nel tentativo inutile di comprendere il senso delle cose; sparire soppresso dal freddo razionalismo occidentale; sparire come esistenza individuale dentro il flusso ininterrotto del cosmo: sono in ultima istanza tre declinazioni, diversamente tragiche, di una medesima fine, di una remissione.

Ma qualcosa può accadere, e di fatto accade: il miracolo di un evento alogico, inedito, come è, ad esempio, il personaggio di Nataŝa, simbolo forse della Russia intera, capace, non malgrado il dolore del lutto ma proprio grazie ad esso, di un’emergenza umana in cui l’io riaccade, come la Liuzzi ha voluto ricordare in conclusione: «La vita non del cosmo, non della natura, ma dell’uomo, ha un’essenza che non è la vita stessa, ma l’amore alla vita di un’anima, di un io»; come a ribadire che – drammaticamente, e il grande romanzo tolstojano è lì a dimostrarlo – non esiste salvezza, non esiste soluzione né felicità che tenga fuori l’io del singolo, che lo escluda; non esiste accesso all’essere senza che sia il singolo uomo – lui e nessun altro – a desiderare quel passo e a volerlo compiere.


L’incontro dal titolo: “Guerra e pace: lo slancio della vita oltre il nichilismo e il panteismo” è stato il secondo appuntamento del ciclo d’incontri dal titolo “Al fondo del nulla, il soffio della vita: viaggio nella cultura russa”, a cura del Centro Culturale di Bari. Il prossimo appuntamento è oggi, martedì 25 febbraio: “Rivoluzione e poesia nel Dottor Zivago di B. Psternak”.

 

Una sfida continua

La storia di una ragazza come tante altre

Giulia è convinta che l’amore vero non esista. In realtà, il suo cuore le dice il contrario. Sono anni che cerca un rapporto stabile con un ragazzo, una relazione seria, non come quelle legate solo alla carnalità e alla soddisfazione dei sensi che durano lo spazio di poche settimane, al più qualche mese. I suoi genitori sono separati da quando era bambina, tanto che non si ricorda più la famiglia felice riunita tutta insieme. Gli ultimi ricordi sono legati alle litigate tra i suoi. Ora la mamma si è rifatta una famiglia, ha un compagno che vive in casa loro. Quanto durerà quest’altra storia, si chiede Giulia che non riesce a pensare che, dopo la conclusione del matrimonio, la mamma possa conservare nel tempo un’altra relazione.

La storia di Giulia è quella di tanti ragazzi dei nostri tempi, figli di un’epoca incerta, in cui le relazioni stabili sono ormai in minoranza rispetto a quelle provvisorie. I genitori che si separano, spesso, mi dicono ai colloqui che per i figli è stata meglio così. Quando parlo con i ragazzi, mi rendo conto che nella maggior parte dei casi non è vero. I genitori si vogliono, però, illudere di avere tenuto conto dei figli nelle loro scelte. Nelle domande che molti miei studenti pongono sull’amore emergono tutta l’incertezza e lo scetticismo in cui crescono.

Educazione all’affettività e all’amore?

Qualsiasi educazione all’affettività presuppone evidentemente una particolare visione dell’uomo. Spesso i fautori e i promotori di questa educazione nelle scuole si presentano come innocui portavoci  di un insegnamento asettico, mentre sono troppo spesso messaggeri di una cultura cinica, scettica, materialista, in cui anche l’amore è ridotto all’unica sfera fisiologica. Nelle scuole primarie o secondarie di primo grado l’educazione all’affettività è spesso ridotta ad un’educazione alla sessualità in cui le figure degli educatori si sostituiscono spesso alle figure genitoriali nell’affrontare temi troppo precocemente quando sarebbe senz’altro meglio che venissero affrontati in famiglia nei tempi opportuni e adeguati alla crescita psico-fisica di ciascun ragazzo. Come possiamo pensare che i tempi di crescita delle persone siano gli stessi e che si possano affrontare questioni così delicate con un destinatario così fragile e magari non ancora pronto senza provocare in loro traumi? I danni che taluni subiscono sono facilmente intuibili e mi sono state confermati da genitori i cui figli hanno subito questa educazione violenta e lesiva.

Prima di chiedersi che cosa sia l’affettività è indispensabile chiedersi davvero chi sia l’uomo. La cultura odierna tende a presentare la sessualità come uno dei piaceri da soddisfare, equiparabile agli altri piaceri o ad altri aspetti ludici dell’esistenza o ai bisogni primari dell’uomo. Questa considerazione affonda le sue radici in una visione dell’uomo esclusivamente materialista per cui noi siamo considerati alla stregua degli animali. Tutta la cultura di ascendenza positivista, scientista e darwiniana opera ormai da un secolo e mezzo, soprattutto nelle scuole, per trasmettere il messaggio che tra noi e le scimmie non esiste in realtà alcuna differenza se non per il fatto che noi siamo semplicemente più avanti nella linea evolutiva. Sarebbe lungo ripercorrere le tappe del graduale e subdolo affermarsi di un presupposto che annienta qualsiasi affermazione che l’uomo sia in realtà qualcosa di più che un grumo di cellule. Se l’uomo è un aggregato di cellule, un insieme di nervi, di impulsi, di bisogni e nulla di più, è necessario, oltre che giusto, soddisfare qualsiasi necessità che insorga. L’amore appare solo come un’idealizzazione di queste reazioni ormonali e chimiche e di pulsioni fisiche. Sentiamo come É. Zola, gran teorico del Positivismo, si esprime al proposito: «L’uomo metafisico è morto ed il nostro terreno si trasforma interamente con l’uomo fisiologico. Indubbiamente l’ira di Achille, l’amore di Didone sono rappresentazioni eternamente belle, ma ora dobbiamo analizzare l’ira e l’amore e vedere propriamente come funzionano queste passioni nell’uomo». L’uomo nella sua complessità è, così, ridotto esclusivamente ad una componente fisica.

Per addentrarci meglio nel sentimento che unisce un uomo e una donna dobbiamo cercare di capire meglio il mistero dell’essere umano, una complessità così grande da non poter essere circoscritta alla sfera fisica. L’uomo è spirito e corpo, componenti non separate, ma unite in una reciproca relazione. Non si può, perciò, parlare completamente di sessualità e di affettività delimitando l’ambito alla sfera fisica ed escludendo così l’ambito delle aspettative, dei desideri, delle domande, della realizzazione e del compimento della persona, ovvero dello spirito. In poche parole anche nell’ambito dell’affettività, come del resto in tutte le sfere dell’umana natura, non emerge solo la componente dell’istintività e dell’impulso. Un rapporto affettivo può essere vissuto solo in tutte le componenti in quest’apertura che salvaguarda e rispetta tutti gli aspetti dell’uomo. Questa apertura a tutti i fattori della realtà viene chiamata ragione. Dante definisce lussuriosi nel canto V dell’Inferno proprio coloro che la «ragione sottomettono al talento». Sentimento e attrazione («talento») per l’altro sono importanti, ma non possono sopraffare la ragione. Voler bene all’altro significherà voler il bene dell’altro, la sua realizzazione e il suo compimento. Come può essere considerato un amore vero un rapporto che non realizza e non compie, che non guarda al destino e alla strada dell’altro? Quante volte si sente dire che due persone si amano anche se poi non si aiutano a volersi davvero bene, ma soddisfano semplicemente un narcisistico compiacimento sensuale! Come è, invece, importante imparare a guardare l’altro con il distacco che permette di vederlo per quello che è, diverso da noi, dalle nostre pretese e soprattutto con una strada, un destino! La mano che strappa il fiore per possederlo lo costringe al rapido inaridimento. Colui che fa un passo indietro può osservare il fiore e sorprendersi stupito per la sua bellezza. Chi capirà meglio il fiore: chi l’ha reciso o chi l’ha ammirato? Chi amerà meglio la propria ragazza? Chi saprà aspettare e si meraviglierà per un amore che cresce e sa manifestarsi in diverse forme di affettività o chi pretenderà di possedere l’altro prima ancora di essersi promesso, di aver fatto sacrifici per lui? Sarà amore l’egoistica e narcisistica soddisfazione del proprio desiderio sessuale o lo strappo che non soddisfa subito il desiderio, ma solo per salvaguardare sé e l’amato? Quanta educazione risiede in questo sguardo puro sulla realtà che permette di guardare le cose per quello che sono, non per il nostro desiderio di possesso!

Tanto per partire leggiamoci un libro

Un testo che ci può introdurre all’educazione all’affettività è la Bottega dell’orefice, magnifica opera teatrale di Papa Giovanni Paolo II, scritta nel 1960, quando Carol Wojtyla era ancora Vescovo di Cracovia. Tre dialoghi tra altrettante coppie si succedono secondo il ritmo paziente della coscienza che riflette sul passato e sulle scelte decisive per l’esistenza. Un personaggio accomuna le tre storie, quell’orefice che non prende mai direttamente la parola. La verità delle sue parole è rievocata nei dialoghi delle coppie.

L’amore coniugale sa unire ciò che è diviso, riempie di una presenza il desiderio umano e la domanda di compiutezza. «L’amore può essere anche uno scontro nel quale due esseri umani prendono coscienza che dovrebbero appartenersi, malgrado la mancanza di stati d’animo, e di sensazioni comuni. Ecco uno di quei processi che saldano l’universo, uniscono le cose divise, arricchiscono quelle grette e dilatano quelle anguste». L’unico amore che sa unire quanto è diviso, che sa raccogliere in un solo volume ciò che naturalmente è disperso è l’amore di Dio. Quando Karol Wojtyla descrive il rapporto coniugale come unità sta alludendo al mistero sacramentale del matrimonio. Il matrimonio è sacramento, perché lì, nel matrimonio, il segno coincide con il Mistero, nell’unità degli sposi è presente Colui che rende possibile questa unità. Ciò che non è possibile agli uomini in Dio è possibile. Ora c’è un’analogia tra quell’amore umano così fragile che lega un uomo e una donna nel matrimonio fino all’accoglienza dei figli all’amore del Dio cristiano trinitario. Le fedi portate al dito «saranno loro a segnare il nostro destino. Ci faranno sempre rievocare il passato come fosse una lezione da ricordare. Ci spalancheranno ogni giorno di nuovo il futuro allacciandolo con il passato. E insieme, in ogni momento, serviranno a unirci invisibilmente come gli anelli estremi di una catena».

L’amore è la forza di attrazione, il legante più forte che esista. Le fedi da sole non hanno peso, non hanno valore, ricevono significato dalla comunione dei due sposi. Il peso delle fedi d’oro «è il peso specifico dell’essere umano». La fede è il segno di un amore che ha la portata di tutto il nostro destino. L’amore «non può durare un solo momento. L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore. Ecco perché si ritrova nella dimensione di Dio – solo Lui è Eternità». L’esperienza umana dell’amore è quanto più ci avvicina alla condizione divina, nell’esperienza dell’amore l’uomo prende parte della natura divina. Non c’è parola che possa essere pronunciata in nome dell’amore che possa avere una ristrettezza temporale o un limite spaziale. Nessuno potrebbe dire con verità parole d’amore alla propria donna se non con il desiderio che esse abbiano valore per l’eternità. Ciò che è per poco tempo è fasullo, non dura, non è vero. Eppure tanta cultura contemporanea sprona a vivere solo l’istante seguendo un becero e superficiale carpe diem (cogli l’attimo). «Esistere solo un attimo, solo adesso – e recidersi dall’eternità. Prendere tutto in un momento e tutto subito perdere. Ah, maledizione dell’attimo che arriva dopo e di tutti gli attimi che lo seguono».

L’uomo cerca spesso gli amori dimenticandosi dell’Amore, di quell’Amore di cui sentiamo la nostalgia e che ci manca. Così, nel secondo atto dell’opera, che vede protagonista una coppia in crisi (Stefano e Anna), l’amico Adamo sprona la donna a non fermarsi all’apparenza, bensì a guardare il desiderio profondo che alberga nel cuore dell’uomo. Al fondo di ogni amore c’è la nostalgia dello Sposo.

La figura di Adamo incarna l’uomo che è pienamente tale. Sarà lui a richiamare in un lungo monologo conclusivo il significato più profondo dell’amore: «Certe volte la vita umana sembra essere troppo corta per l’amore. Certe volte invece no – l’amore umano sembra essere troppo corto per una lunga vita. O forse troppo superficiale. In ogni modo l’uomo ha a disposizione una esistenza e un amore – come farne un insieme che abbia senso? E poi questo insieme non può essere mai chiuso in se stesso. Deve essere aperto perché da un lato deve influire sugli altri esseri, dall’altro sempre riflettere l’Essere e l’Amore assoluto. Deve rifletterli almeno in qualche modo».

Quanti amori, quanti rapporti, quanti matrimoni finiscono perché nei due sposi non si è approfondita la consapevolezza che il nostro desiderio di felicità non può essere colmato dalla persona che amiamo, ma non per questo lei vale di meno! In quante coppie l’entusiasmo iniziale si illude che il compagno o la compagna sia la risposta all’umana sete di felicità. «L’amore è una sfida continua», ogni istante si gioca la nostra scelta di amare, di riaffermare la strada intrapresa un giorno verso il nostro destino. «Se il destino non spezzerà l’amore, sarà una vittoria dell’uomo». L’amore risana le ferite, ricompone i traumi, riempie le assenze e le mancanze.

Leggi di Più: Corsi affettività a scuola. Ma insegnare l’amore vero? | Tempi.it

Stoffa della realtà

Così la filosofa tedesca-statunitense illuminò con la sua attitudine realista e positiva l’epoca del rancore, del dubbio, della disperazione. E delle catastrofi

Il successo del film Hannah Arendt di Margarethe von Trotta sta superando ogni aspettativa. Programmato inizialmente nei cinema italiani per due soli giorni (27 e 28 gennaio, memoria della Shoah), continua a essere replicato in tutto il paese grazie alle richieste e all’iniziativa del pubblico. Riproponiamo questo articolo sulla filosofa tedesca-statunitense apparso nel numero di marzo 1997 di Tracce, mensile di Comunione e Liberazione.

Nel 1947, in una lettera all’amico Kurt Blumenfeld, capo di una organizzazione sionista con cui Hannah si era attivamente coinvolta, prima a Berlino favorendo la fuga di ebrei e di oppositori al nazismo e poi a Parigi organizzando il trasferimento di giovani della comunità ebraica in Palestina, scrive: «Io in realtà sono molto felice, perché non si può andare contro la propria vitalità naturale. Il mondo, così come Dio l’ha creato, mi sembra buono». È all’apparenza paradossale che una filosofa ostinatamente laica riecheggi le parole del libro della Sapienza: «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per la vita; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la giustizia è immortale». Il carattere fiducioso di Hannah è tanto più miracoloso se si tiene conto che questo giudizio viene espresso al cospetto dell’immane tragedia che aveva appena strappato dal mondo sei milioni di ebrei.

Il “tipo ebraico”
Nonostante la catastrofe, nell’ebrea Hannah Arendt resiste la certezza del «miracolo» come «stoffa della realtà», come il fondo azzurro del cielo che non può essere cancellato da nessun uragano (e che uragano era stato il nazismo!). Questa attitudine realista e positiva è, a giudizio della Arendt, anche il tratto caratteristico di una «sorta di “tipo ebraico”». Un “tipo” che in una lettera del 7 settembre 1952 al filosofo Karl Jaspers delinea così: «È un tipo umano in cui c’è molto di positivo, e cioè tutto ciò che io faccio rientrare nel concetto di “qualità dei paria” e che Rachel (intellettuale ebrea berlinese di epoca romantica, ndr) chiamava “le vere realtà della vita: amore, alberi, bambini, musica”. C’è uno straordinario sentimento d’insofferenza delle ingiustizie; domina un’assoluta mancanza di pregiudizi e una grande magnanimità».

Esattamente l’opposto della disposizione affettiva caratteristica dell’uomo moderno, che la Arendt designa con il termine «rancore». Rancore contro «tutto ciò che gli è donato, compreso la sua propria esistenza»; rancore contro «il fatto che egli non è il creatore dell’universo, né di lui medesimo». Spinto da questo rancore fondamentale «a non vedere né senso né ragione nel mondo tal quale esso si dona a noi» l’uomo moderno «proclama apertamente che tutto è permesso ed egli crede segretamente che tutto è possibile».

Come ha notato Alessandro Dal Lago, curatore delle traduzioni italiane degli scritti arendtiani, l’atteggiamento filosofico della Arendt riposa sull’assunto che il mondo «non sia una proiezione del pensiero, ma una datità irriducibile». Di qui «l’esaltazione del common sense» (da intendere nella sua originale accezione di «senso condiviso della realtà») contro «il postulato filosofico di un io puro, mero artificio retorico, una robinsonata (da Robinson Crusoe, ndr), uscita dalla condizione comune dell’esistenza» (Dal Lago) e tradimento della ragione frutto di una storia in cui «la realtà e la ragione umana hanno sciolto l’alleanza».

In un saggio sull’età moderna la Arendt scrive: «Nella filosofia e nel pensiero moderni, il dubbio occupa la stessa posizione centrale che occupò per tutti i secoli prima il thaumazein dei greci, la meraviglia per tutto ciò che è in quanto è» (Vita activa). Tale pregiudiziale sospensione dell’assenso sulle cose sembrerebbe all’origine anche di quella immoralità che la Arendt rimproverò ad esempio agli intellettuali tedeschi della sua generazione, da Heidegger a Adorno, che tentarono di ingraziarsi il regime nazista («Tra gli intellettuali l’allineamento – Gleichschaltung – era la regola, mentre non avveniva in altri ambienti. E non l’ho mai dimenticato». La lingua materna).

Scrivendo la biografia di Rachel Varnhagen (1771-1833), intellettuale ebrea protagonista della Berlino romantica (nel cui salotto si riunivano personalità del rango dei fratelli von Humboldt e August e Friedrich von Schlegel) Hannah Arendt osserva: «L’autonomia dell’uomo diventa vittoria delle possibilità che respinge ogni realtà. La realtà non può portare niente di nuovo, la riflessione ha già anticipato tutto». Dove Rousseau appare come il prototipo del «ricordo malinconico» che è «lo strumento migliore per dimenticare del tutto il proprio destino» e in cui «il potere e l’autonomia dell’anima sono assicurati. A prezzo però della verità che, senza realtà, realtà condivisa con altri uomini, perde ogni senso». Ecco allora la fondamentale slealtà dell’intellettuale moderno: «I fatti reali non mi tangono proprio» scrive Rachel a Veit «perché, che siano veri o no, li si può negare».

Il vero nemico del cristianesimo
Anche il concetto di “secolarizzazione” assume agli occhi della Arendt un contenuto affatto diverso da quello comunemente inteso. «A minare la fede cristiana non fu l’ateismo del XVIII secolo o il materialismo del XIX (…) ma piuttosto l’atteggiamento di sfiducia di uomini genuinamente religiosi, agli occhi dei quali il contenuto e la promessa tradizionali del cristianesimo erano diventati “assurdi”». I responsabili vanno cercati all’interno della stessa tradizione religiosa. «Comunque si voglia intendere nell’uso corrente la parola “secolare”, storicamente non può essere fatta coincidere con l’essere-nel-mondo; a ogni modo l’uomo moderno non guadagnò questo mondo quando perse l’altro mondo, e neppure la vita ne fu favorita. Egli fu proiettato in se stesso, proiettato nella chiusa interiorità dell’introspezione, dove tutt’al più poteva sperimentare i processi vuoti del meccanismo mentale, il suo gioco con se stesso». Profezia straordinaria: «È perfettamente concepibile che l’età moderna – cominciata con un così eccezionale e promettente rigoglio di attività umana – termini nella più mortale e nella più sterile passività che la storia abbia mai conosciuto».

Si provi a rileggere il bilancio di una vita di due illustri intellettuali italiani, il laico Norberto Bobbio (De senectute) e il cattolico Carlo Bo (intervista al Giornale, 12 febbraio). E poi li si compari a questo brano della Arendt: «La speranza induce a esplorare il mondo alla ricerca di una piccola, minuscola crepa che potrebbero aver lasciato rapporti e legami; una fessura – sia pur sottilissima – che aiuti a ordinare e centrare il mondo indefinito perché l’inatteso desiderato dovrà infine uscirne fuori come felicità definitiva. La speranza porta alla disperazione se la convinzione non fa trovare nessuna fessura, nessuna possibilità di essere felice. Questa è la situazione di Rahel a ventiquattr’anni; non ha ancora vissuto nulla, in una vita che non ha ancora contenuto personale. “Sono sfortunata; non mi lascio convincere del contrario; il che ha un brutto effetto”. La convinzione diventa definitiva; non si preoccupa del fatto che continui a sperare nella felicità per quasi tutta una vita; Rahel sa in segreto che in tutto quello che accadrà, la condizione della sua giovinezza aspetta solo di essere confermata».

Postilla apparsa in calce a questo articolo: «Come siamo d’accordo con Hannah Arendt! … Forse perché da cristiani cerchiamo di essere partecipi della vita di una eredità ebraica?». Naturalmente l’autore di questa postilla è don Luigi Giussani, all’epoca capo di Cl e “revisore-editore” di Tracce.

Leggi di Più: Hannah Arendt, l’ebrea laica che confidava nel «miracolo» | Tempi.it

Una presenza che affascina

Riporto la mia prima conversazione con don Giussani in italiano. – Don Giussani, ho una domanda da fare! –Allora, cosa è? – Nel tuo intervento hai parlato molto di poter riconoscere Cristo e il cristianesimo attraverso un “di più”. Di che cosa consiste questo “di più”? – E perché mi fai questa domanda? – Beh, tu lo sai, don Giuss, che ho appena finito un Master in Teologia a Berkeley insieme con studenti di ogni sorta di dissenso dalla chiesa, dai comunisti, agli omosessuali, agli ambientalisti ecc.  E tutti in un modo o l’altro parlavano di un di più. Perciò voglio capire cosa c’è nel “di più” di cui parli tu che è veramente il “di più”. A quel punto Giussani disse, con il suo dito puntato su di me e la sua voce piena di sdegno e rabbia: – Questa tua domanda non mi interessa affatto! E se ne andò.

Insomma, per aiutarmi a vivere e a capire l’incontro con un “di più”, con Cristo, don Giussani era disposto a spendere tutto. Ma per aiutarmi a vincere un dibattito teologico era sdegnato di aver perso anche trenta secondi della sua vita.

Avevo fatto un lungo viaggio personale per arrivare ad abbracciare Cristo nella Chiesa cattolica, che mi aveva obbligato a confrontarmi fino in fondo colle posizioni teologiche, antropologiche, filosofiche del cristianesimo. Purtroppo tale viaggio mi aveva lasciato con una fede piuttosto astratta e intellettuale. Mentre portavo avanti battaglie continue per difendere la dottrina cristiana, un’amica mi disse: “Parli sempre di questo Cristo buono e pieno di amore, però in te vedo solo rabbia”. Ho mendicato Dio per un incontro con qualcuno o qualcosa che mi avrebbe dato letizia invece di rabbia, che mi avrebbe fatto aprire di più alla gente invece di difendermi dalle loro idee e posizioni.

Da lì a poco incontrai i miei primi amici del movimento di Comunione e liberazione. La prima cosa che notai frequentando la scuola di comunità era che chi guidava non era mai preoccupato di aver ragione ma, ascoltando le obiezioni o domande di chi aveva davanti, cercava di capire da che cuore veniva tale obiezione o domanda e di proporre a quel cuore una strada e una compagnia in cui la risposta alla nostra domanda ci veniva incontro. Fu durante tre giorni passati negli Stati Uniti insieme a persone che avevano incontrato il carisma di Giussani, che mi venne la domanda: queste persone amano Cristo e la sua chiesa come me ma non sono arrabbiate, non si lamentano degli altri, perché?

Durante le lodi recitate insieme ebbi la risposta: perché queste persone riconoscono una presenza qui in mezzo a noi che nessun argomento può far sparire, una evidenza contro la quale non tiene nessun dibattito.

In quel momento ho cominciato anch’io a riconoscere quella stessa presenza in mezzo a noi. L’ho imparato guardando i volti lieti, intelligenti e stupiti di persone colpite da quella evidenza. Questo era il metodo di don Giussani, una libertà radicale per andare dietro il “di più” che si rivela come Salvatore e Redentore del mondo.

Pochi mesi, dopo questi incontri, ho venduto tutto quel che avevo per venire a Milano ed incontrare don Giussani. Avevo ancora molto da capire sulla fede, come dimostra la conversazione con Giussani che ho raccontato. Ma posso comunque dire che da quel momento in poi ho capito che si trattava di una presenza evidente, invece di una posizione vincente; che il cristianesimo non era qualcosa da imparare e costruire, ma una presenza da incontrare e seguire, invitando gli altri a condividere questo sentiero. Mi ha dato una gioia che non mi ha mai lasciato.

Il mio ultimo incontro con don Giussani molti anni dopo fu un’altra lezione del suo metodo di fede. Era già molto malato. Mi parlò della Madonna e mi disse di non aver paura. Poi, con fatica enorme, si alzò dalla sua poltrona, mi accompagnò alla porta, giù per le scale, fuori, attraverso il cortile, poi fuori del cancello sul marciapiede. Là mi abbracciò di nuovo.

Andai via per la strada e quando raggiunsi l’angolo guardai indietro. Stava ancora lì, e mi salutava col suo braccio alzato. Come sempre, disposto a spendersi interamente per aiutare me, per aiutare tutti noi ad andare fino in fondo ad un incontro che si rivela come Cristo. Salvatore del mondo.

 

I protagonisti della propria vita

 

Pensate a Reece Puddington, che ama a tal punto la vita da voler vivere i suoi ultimi momenti vivendo, a casa sua, con gli amichetti e la sua famiglia. Pensate a Reece, che ha il fegato, seppur malato, di raccontare le sue vicende su facebook, e di spiegare a tutti perché ha deciso di lasciarsi andare, di non proseguire le cure.

Reece è inglese, ha 11 anni, ha un cancro devastante. Fa la chemio e la radioterapia da quando, a 5 anni, gli hanno diagnosticato un neuroblatsoma, annidatosi nelle cellule dal suo sistema nervoso dal suo stato embrionale. Giust’appunto, diranno, se con qualche analisi lo scoprivano dall’inizio, evitavano a una creatura infelice di venire al mondo. Eppure vedo su fb le foto di Reece, che fa la linguaccia in biciletta, e non pare affatto infelice. Che ride con sua madre, Kay, cui lo unisce una complicità adulta e rara.

Kay ha fatto di tutto per suo figlio, come il papà. Hanno vissuto tra l’uno e l’altro ospedale del regno, hanno sperato di stroncare la malattia, che le cure facessero effetto. Sembrava così. Poi il fatale, terribile verdetto: il tumore ha preso il fegato, niente da fare. Si poteva, certo, e si può, continuare con quelle sedute tremende con la flebo che ti sfiancano, con la nausea, il vomito e le corsie d’ospedale. Oppure si poteva scegliere di combattere in altro modo, sorridendo, giocando, facendosi abbracciare da mamma e papà, affidandosi.

E’ questo che intende Reece quando scrive “che la natura faccia il suo corso”. Aggiunge che ci hanno pensato molto, in famiglia, a quando sarebbe stato abbastanza, anzi troppo. Per i suoi genitori, spiega come se fosse lui il “grande”, quel momento non sarebbe venuto mai. Ma per lui è arrivato: è stanco, vuole la sua casa, basta medicine. “L’inizio della fine”, così ha titolato la lettera sul social che sta commuovendo il mondo, non è affatto una resa. Non ha subito inganni, Reece, anzi, la verità gli è stata detta in modo anche troppo crudo. Forse si potrebbe, senza venir meno ai doveri medici, rendersi conto che un bambino è un bambino, e lasciare sempre aperta la porta al futuro. Non è illusione, ma tenerezza, perché non tutti sono tosti e forti come Reece, ragazzini più fragili potrebbero schiantarsi per dolore dell’anima, ancora più lancinante di quello fisico.

Dunque Reece è stato trattato da uomo, nella pienezza della sua libertà. Non gli hanno di nascosto propinato morfina per addormentarlo, e nel sonno profondo farlo trapassare con la dolce morte. Com’è accaduto ai figli di Goebbels, quando il padre gerarca aspettava i russi, e non voleva che il suo sangue fosse sporcato dalle loro mani. Come avviene in Belgio, ad esempio, dove hanno appena deciso che quando le sofferenze sono tante, e inutili, quando i genitori lo chiedono, lo ritengono, anche un bambino può essere accompagnato alla morte.

Le parole hanno un peso: e l’aggettivo inutile, applicato a sofferenza, è fuori luogo. E il verbo accompagnare non andrebbe mai e poi mai usato per spingere alla morte. La compagnia di un uomo a un uomo è per la vita, anche su un letto di agonia. Non per liberarmi di te, o dell’angoscia che il tuo male mi suscita, ma per stringerti la mano forte, e condividere, cambiando il mio cuore.

Non confondiamo, allora, non facciamoci prendere neanche per un attimo dal pensiero “sì, meglio finirla, che continuare così, che vedere un figlio andarsene così”. Perché è il figlio, il protagonista, non i suoi genitori, benchè straziati. E’ lui che non vuole più medicine, e sappiamo che non è un capriccio: dopo otto anni di terapie tanto invasive, un ragazzino ha pure il diritto di godersi un tempo normale, di andare a far colazione da Wethersoon’s, per esempio, avere in dono il nuovo X Box One, farsi una foto co Johnny Depp travestito da pirata dei Caraibi.

Non vuole l’accanimento terapeutico, Reece, anche se non lo dice con un’espressione così fredda e appropriata. Vuole farci riflettere, questo moccioso inglese, sul fatto che vita e morte non sono in guerra, ma la seconda è parte della prima, com’è naturale per tutto. E poi, aggiungiamo, la scommessa è che la vita continui, in altro modo ma continui, per sempre, e tu possa godertela tutta quest’eternità dolce e intensa, gioiosa. Jack Sparrow, corri nel Kent, cerca la cittadina di Whitstable, chiedi dov’è il pirata più forte al mondo. Fatti una foto con lui, e prendilo a modello, quando navigherai tra le tempeste o sfiderai fiere e nemici.

 

 

 

 

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2014/2/21/TUMORE-A-11-anni-Cosi-il-piccolo-Reece-ci-insegna-che-la-vita-e-la-morte-non-sono-in-guerra/print/470760/

Seguimi

Il consueto riassunto dell’omelia di Santa Marta offerto da Radio Vaticana, ci fa sapere che stamane Papa Francesco nel commentare il vangelo del giorno ha sottolineato la particolarità del messaggio di Gesù. Agli apostoli infatti, ha spiegato, Gesù non ha detto “conoscimi”, ma “seguimi”: seguendolo lo si conosce, non mettendosi a studiarlo. “Tante volte Gesù si rivolge a noi e ci domanda: ‘Ma per te chi sono io?'”, ottenendo “la stessa risposta di Pietro, quella che abbiamo imparato nel catechismo”. Ma non basta. “Sembra che per rispondere a quella domanda che noi tutti sentiamo nel cuore – ‘Chi è Gesù per noi?’ – non è sufficiente quello che noi abbiamo imparato, studiato nel catechismo, che è importante studiarlo e conoscerlo, ma non è sufficiente. Per conoscere Gesù è necessario fare il cammino che ha fatto Pietro: dopo questa umiliazione, Pietro è andato con Gesù avanti, ha visto i miracoli che Gesù faceva, ha visto il suo potere, poi ha pagato le tasse, come gli aveva detto Gesù, ha pescato un pesce, tolto una moneta, ha visto tanti miracoli del genere. Ma, a un certo punto, Pietro ha rinnegato Gesù, ha tradito Gesù, e ha imparato quella tanto difficile scienza – più che scienza, saggezza – delle lacrime, del pianto” ha detto. La domanda di Gesù a Pietro si capisce solo dopo aver fatto una lunga strada, ha aggiunto, una strada fatta di grazie e di peccato: “Gesù a Pietro e ai suoi apostoli non ha detto ‘Conoscimi!’ ha detto ‘Seguimi!’. E questo seguire Gesù ci fa conoscere Gesù. Seguire Gesù con le nostre virtù, anche con i nostri peccati, ma seguire sempre Gesù. Non è uno studio di cose che è necessario, ma è una vita di discepolo”. E’ dunque necessario, ha concluso, un incontro quotidiano con Lui, un cammino che però non possiamo fare da soli. Ci vuole l’intervento dello Spirito Santo: “Conoscere Gesù è un dono del Padre, è Lui che ci fa conoscere Gesù; è un lavoro dello Spirito Santo, che è un grande lavoratore. Non è un sindacalista, è un grande lavoratore e lavora in noi, sempre. Fa questo lavoro di spiegare il mistero di Gesù e di darci questo senso di Cristo. Guardiamo Gesù, Pietro, gli apostoli e sentiamo nel nostro cuore questa domanda: ‘Chi sono io per te?’. E come discepoli chiediamo al Padre che ci dia la conoscenza di Cristo nello Spirito Santo, ci spieghi questo mistero”.
 
 

 

Qualcosa accade

1.  Campagna inglese, autunno inoltrato, anni Trenta del secolo scorso. È la scena su cui T.S. Eliot cala, con TheFamily Reunion (1939), l’azione orrifica e corrosiva dell’azione non agita, del pensiero non pensato, della vita lasciata vivere dagli uomini nella semi-incoscienza, in quello stato di veglia-non veglia che normalmente accompagna i nostri giorni. «Human kind cannot bear very much reality», scrive Eliot in Assassinio nella cattedrale, messo per la prima volta in scena nel 1935. Un concetto chiarissimo ai suoi occhi e carissimo alla sua pelle, al punto da tornare pari pari nel primo quartetto, Burnt Norton, pubblicato l’anno successivo, e diventare il nucleo portante di tutta l’ultima parte della sua carriera artistica.

Non che prima l’idea non ne avesse già ampiamente irrorato l’opera: ma è a quest’altezza che la ferita della finzione, della rassicurante coazione a ripetere cui abitualmente il consesso umano sembra costringersi, assume in Eliot contorni più chiari, delineandosi come una lotta costante tra la vita e la sua predizione, tra una parola vuota che impone il proprio peso morto sulle cose e una parola aperta che cerca nel rapporto con le cose il proprio senso. La lotta tra quello che gli uomini si aspettano dagli altri – o da se stessi – e la brezza spaventosa e terribile del mistero di sé.

2. Ecco Harry, allora, lord di Monchensey, che dopo otto anni torna a Wishwood – il bosco dei desideri – in occasione del compleanno di Amy, lady di roccia e madre senza marito che da anni intesse il futuro dei suoi figli e della sua tenuta. È da poco vedovo, Harry, la sua insopportabile consorte è finita in mare – suicida sembrerebbe– durante una crociera e lui, che tanto a posto non lo è mai stato, è ancora più strano di come ci si ricordasse. Giunto a casa, ecco tutti a chiedergli di dire, di spiegare, o almeno di soffrire come si deve. E forse lo farebbe, Harry, ma come farlo, come comunicarsi a un altro quando si ha la chiara coscienza di non poter essere compresi?

Voi siete gente
cui mai nulla è successo, se non un continuo urto
di eventi esterni. Avete attraversato la vita nel sonno,
mai destati dall’incubo

(The Family Reunion, parte I scena 1)

L’ha uccisa, non l’ha uccisa? Lui dice sì, ma nessuno vuole credergli, non si può, non è quello che ci aspetta da un lord di Monchensey, per strano che possa essere! Così, quella che potrebbe essere una confessione personale e una catarsi collettiva viene svilita e risucchiata in un tentativo rozzo di addomesticare la realtà; e persino la notizia dell’incidente occorso al fratello John sulla strada per Wishwood diventa l’occasione per l’ennesima discussione accademica su come comportarsi, su cosa bisognerebbe sentire e su come si dovrebbe agire di fronte alle cose.

Si tratta ancora della battaglia tra l’essere e il dover essere, tra l’unicità dell’uomo e il modello sociale, se al rimprovero della zia Ivy di non essere sufficientemente abbattuto, di non soffrire cioè come dovrebbe, Harry oppone ancora una volta la consapevolezza gelida e conturbante della propria solitudine:

È quando non vedono nulla
che le persone sanno sempre mostrare le giuste emozioni
e per quanto magari non provino nulla
le loro emozioni sono sempre appropriate.
Loro non sanno che cosa sia essere svegli,
vivere a un tempo su piani diversi.
Io ho verso John tutti quei giusti sentimenti
che voi ritenete appropriati. Solo, non è quello il linguaggio
che ho scelto di parlare. Non voglio parlare il vostro.

(The Family Reunion, parte II scena 1)

3. Anche se ambientato quasi sempre nella società contemporanea, quello eliotiano è un teatro di parola, dal taglio antinaturalistico. Un teatro in cui si parla molto e accade poco; e dove quel poco che accade, accade sempresullo sfondo, mentre in primo piano resta il chiacchiericcio, il brusio confuso e vagamente insulso dell’ordinario. Ed è forse questa una delle lezioni più interessanti del teatro di Eliot. Quella di un mondo che, nella sua inamovibilità, si muove; di un’impossibilità in cui, come da una crepa, entra il possibile. Harry non può essere capito né, ormai, gli interessa più esserlo. È rassegnato, sa – e ne ha ragione – che tra lui e chi ha davanti c’è una distanza esilissima ma invalicabile, una distanza che nel tempo lo ha condannato al suo mondo privato. È così per tutti, ma Harry, diversamente da chi gli è accanto, lo sa. E ne muore.

Eppure, in questa confusa congerie di cose e di emozioni, di pseudo-dogmi e di ripetizioni, sullo sfondo, qualcosa accade. Accade che Harry venga intuito dalla zia Agatha e reso a se stesso. E che alla stessa Agatha si chiarisca il senso di tutta una vita di dolore. O che Mary l’indecisa prenda finalmente una decisione che sia una. Così, sullo sfondo, mentre nulla sembra accadere e tutto accade.

È un seme, un misero seme che il finale del dramma vedrà soffocare nella gran parte degli astanti. Ma è un seme, un’alterità che per il solo fatto di esserci è posta e perciò non più eliminabile dall’orizzonte, se anche Charles, l’ottuso Charles, si accorge stranito che la vita può riservare delle sorprese. E che la cosa, forse, non è così male:

Pensavo che la vita non potesse portarmi altre sorprese.
Ma ora ricordo che quel bull-dog della Burlington Arcade
mi ha sempre sorpreso.
Che cosa sarebbe se ogni momento fosse come quello?
Se fossimo svegli?

(The Family Reunion, parte II scena 3)