Il borghesismo del diavolo

Ecco, per capire e tramandare una memoria veramente viva e veramente efficace della Shoah, sostiene la Arendt che ci viene magistralmente narrata da una grande regista e dalla strepitosa sceneggiatura di Pam Katz, bisogna ricordare e tenere sempre bene a mente questa terribile verità: per la prima volta nella storia, milioni e milioni di esseri umani inermi furono trucidati, gasati, arsi nei forni, resi polvere al vento, non per lo scatenamento di un odio irrefrenabile e apocalittico divenuto follia di massa. Ma per una grigia teoria che ha cominciato col marchiare un certo gruppo religioso e sociale, impedendogli di fare cose che fanno tutti (lavorare, salire su un autobus, scrivere, insegnare, educare secondo la propria coscienza, identità e cultura). A un certo punto, la teoria ha finito per tirare le conseguenze e ha spalancato le porte all’inferno come normalità impiegatizia. Le uccisioni di massa diventano un affare di normale procedura e organizzazione di Stato (nel caso, con tipica determinazione teutonica). Massimo impiego di poteri impersonali, straordinaria perizia logistica e immenso dispiegamento di mezzi e uomini.

adolf-eichmann-processoPossiamo immaginare cosa c’è dietro la possenza di una macchina statale impiegata nella deportazione, uccisione e cancellazione delle tracce di sei milioni di persone? Sì, se ascoltiamo Eichmann a Gersualemme: «Sì, avrei ucciso mio padre, l’avrei fatto se mi avessero dato l’ordine di farlo». In effetti, l’1 settembre 1939, Hitler ordina di ottemperare immediatamente al decreto legge che, nell’agosto dello stesso anno e con tutti i crismi medico-legali e pareri delle eminenti Corti tedesche deputate al caso, autorizzava gli organi dello Stato, medici e funzionari della sanità, a dare “la morte per grazia” ai malati mentali e incurabili. A quel punto si era trovata la “soluzione” anche per gli ebrei (in precedenza si era pensato di imbarcarli e spedirli in Madagascar).

Un’impresa “industriale”
I russi entrano a Treblinka nel luglio 1944. Verosimilmente, è la data degli ultimi “carichi”, ultimi “trasporti”, ultima fase dello sterminio di un popolo. Dunque, occorsero meno di cinque anni per trasportare, uccidere, incenerire, occultare sei milioni di persone. Facendo i conti a spanne, si è trattato di una colossale impresa “industriale” realizzata all’incredibile media di oltre un milione di uccisioni l’anno, centomila al mese, più di tremila al giorno, centocinquanta all’ora. Quasi tre persone uccise ogni minuto. Per cinque anni. E mentre caricavano treni e facevano sparire gli ebrei, i tedeschi dovevano affrontare la vita quotidiana, la guerra, l’offensiva su tutti i fronti delle potenze alleate; dovevano far sparire gli ebrei e nel contempo combattere al fronte, fare la spesa e caricare i treni, vestire i bambini e avere gli incubi per il bambino ebreo della porta accanto che loro stessi avevano denunciato alla Gestapo.

Anche solo riandare alla situazione della Germania di fine anni Trenta del secolo scorso e alla tempistica dell’Olocausto fa rabbrividire. Eppure dice Eichmann: «Non ho torto un capello a un ebreo, smaltivo carichi in via amministrativa». Questo è il brand del male per il quale un’ebrea, filosofa e storica tedesca rifugiata in America, conia il termine “totalitarismo”. Qualcosa che non si era mai visto prima. Qualcosa che si sarebbe rivisto nel comunismo di Lenin, Pol Pot, Mao Tze Tung e oggi in Corea del Nord. Qualcosa – nazismo e comunismo – di cui ha scritto il romanzo definitivo Vasilij Grossman.

Non basta. C’è una seconda parte della storia della Shoah riletta da Hannah Arendt. Ed è, tutto sommato, la parte meno interessante, anche se nel film viene rappresentata in maniera drammaticamente e storicamente impeccabile. Certo, si capisce che anche l’intelligente socialista Margarethe Von Trotta è lì lì per commettere il grande e imperdonabile peccato della modernità. Il peccato degli uomini medi diffidenti e furbi, sorta di intellettuali e caricature di filosofi che dubitano e che per alimentare i loro dubbi, la loro pseudo ricerca, la loro pensosità stupida, hanno bramosia d’informazione come di zucchero (anche questa è un’idea messa nero su bianco al tempo in cui non esisteva ancora wikipedia dalla migliore amica di Hannah Arendt, quella Mary McCarthy splendidamente interpretata nel film da Janet McTeer). Però, siccome Von Trotta è veramente intelligente e, dunque, ha accettato il dialogo con Pam Katz («con lui siamo riuscite a scrivere la sceneggiatura grazie a una sorta di “ping-pong”, per cui discutevamo il lavoro per mail, al telefono e di persona, a New York, Parigi e in Germania»), ha capito che se voleva raccontare Hannah non poteva pensare né allo zucchero, né a wikileaks, né ergersi a tribunale e avvocato dei tedeschi. E magari avrà pure riflettuto sul fatto che, in fondo, la moderna retorica sulla “totale trasparenza” e sul “diritto all’informazione” come diritto a sapere tutto di tutti, si riduce a questo: vogliono farti sapere che qualcuno ti ha tradito e sentirti rispondere “sono indignato, li denuncio, in galera”.

hannah-arendt-film-2Tutto il mondo contro
Nel caso di Hannah la questione è più seria e complicata. Voleva capire. E in più, aveva anche un motivo molto personale per approfondire la comprensione di certi fatti. Forse a guidare la cocciutaggine di Hannah (o “arroganza”, come ripetono nella pellicola i suoi detrattori) fu il pensiero del doppiopesismo con cui da una parte venne unanimemente condannato il suo “re nascosto e segreto” (l’amato Martin Heidegger) per la sua adesione al nazismo. Dall’altra era scesa una spessa coltre di silenzio sulle responsabilità di certi capi dell’ebraismo nella collaborazione con gli aguzzini degli ebrei. Argomento che durante il processo a Gerusalemme, a parere di Hannah, venne «deliberatamente e inspiegabilmente evitato». Dopo di che, ebbe certamente le sue ragioni Kurt Blumenfeld, definitivamente perduto come amico: «Hannah, questa volta hai esagerato».

Ed eccoci dunque al secondo corno spinoso del film di Von Trotta: nelle sue corrispondenze da Gerusalemme e da altre ricerche che Arendt aveva svolto in Europa (poi rifluite nel libro La banalità del male), erano emersi fatti che dimostravano l’avvenuta collaborazione all’Olocausto di alcuni capi di agenzie e consigli ebraici. Oltre che nei dialoghi, nel film questa tragedia è evocata dall’immagine di repertorio in cui si vede uno spettatore al processo che interrompe con urla e invettive la deposizione di un rabbino ungherese.

Leggi di Più: Hannah Arendt, il film di Margarethe Von Trotta | Tempi.it

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...