All’altezza delle sfide

 

L’idea di questo libro nasce da una constatazione: oggi la Chiesa è accusata spesso di entrare “a gamba tesa” nei dibattiti politici ovvero nelle discussioni di tipo giuridico; da più parti si ritiene che le gerarchie cattoliche pretendano di dettare ex cathedra i contenuti del dibattito democratico, distorcendo, così, tale dibattito. Un’accusa del genere è fondata? Questa obiezione nasce dalla vera posizione della Chiesa sulle questioni politiche e giuridiche? Davvero il Papa e la Chiesa intendono entrare in questi dibattiti “dettando” ai politici ed alle istituzioni cosa dovrebbero dire o fare?
Così è nato il progetto che Marta Cartabia ed io abbiamo curato, quello cioè di raccogliere assieme e ripubblicare cinque grandi discorsi pubblici che il Papa emerito Benedetto XVI ha tenuto dinanzi ad istituzioni civili, politiche o accademiche (Regensburg, Westminster, Collège des Bernardins, Nazioni Unite e Bundestag); chiedendo poi ad un gruppo di autorevoli esperti nel campo delle scienze giuridiche e politiche, espressivi delle più diverse sensibilità religiose, geografiche, culturali, accademiche e istituzionali, di proporne un commento.
Il risultato è andato al di là delle più ottimistiche previsioni. I nomi che hanno accettato di partecipare sono davvero tra gli studiosi più autorevoli e chi vorrà acquistare il libro potrà scorrerne l’elenco completo.
Cattolici, ebrei, protestanti, musulmani, agnostici, tutti hanno accettato di paragonarsi con questo pensiero. Alcuni hanno posto domande o sollevato interrogativi, altri hanno sottolineato la fecondità della posizione della Chiesa soprattutto dinanzi alle sfide che vive la società umana contemporanea. Tutti, comunque, hanno accettato questo dialogo con il Papa emerito come un interlocutore all’altezza delle sfide e dei valori in gioco, rifiutando così la riduzione caricaturale cui molto spesso viene sottoposta la posizione del magistero cattolico.
Ma il punto più interessante è che questo dialogo sta proseguendo oltre le pagine del libro.

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Appartenere a Cristo

I TRE PILASTRI. Papa Francesco ha poi voluto illustrare che cosa sia questa “appartenenza”, questo  «sensus ecclesiae». Esso, ha spiegato, è «proprio il sentire, pensare, volere, dentro la Chiesa». Ci sono «tre pilastri di questo sentire». Il primo è «l’umiltà», perché innanzitutto occorre essere consapevoli di essere «inseriti in una comunità come una grazia grande»: «La storia di salvezza non è incominciata con me e non finirà quando io muoio. La storia della Chiesa incominciò prima di noi e continuerà dopo di noi. Umiltà: siamo una piccola parte di un grande popolo, che va sulla strada del Signore».
Il secondo pilastro è la fedeltà, «che va collegata all’ubbidienza»: «Fedeltà alla Chiesa; fedeltà al suo insegnamento; fedeltà al Credo; fedeltà alla dottrina. Anche Paolo VI ci ricordava che noi riceviamo il messaggio del Vangelo come un dono e dobbiamo trasmetterlo come un dono, ma non come una cosa nostra: è un dono ricevuto che diamo. E in questa trasmissione essere fedeli. Perché noi abbiamo ricevuto e dobbiamo dare un Vangelo che non è nostro, che è di Gesù, e non dobbiamo – diceva Lui – diventare padroni del Vangelo, padroni della dottrina ricevuta, per utilizzarla a nostro piacere».
Il terzo pilastro è «pregare per la Chiesa». «Preghiamo per la Chiesa? – ha chiesto ai fedeli -. Nella Messa tutti i giorni, ma a casa nostra, no? Quando facciamo le nostre preghiere? Che il Signore ci aiuti ad andare su questa strada per approfondire la nostra appartenenza alla Chiesa e il nostro sentire con la Chiesa».

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La barriera tra uomo e la realtà è una parola

«I totalitarismi sono due – comunismo e nazismo – e sono fratelli». Con queste parole il direttore esecutivo dello Study Center Vasilij Grossman, Pietro Tosco, ha spiegato cosa intendesse dire il grande autore russo nel suo capolavoro Vita e destino. «La tesi eretica, esplosiva di Grossman», contenuta nel libro che lo condannò all’emarginazione e alla povertà, ha spiegato Tosco durante una conferenza a Carate Brianza organizzata dall’Istituto Don Carlo Gnocchi, «è il pensiero che i due totalitarismi, nazismo e comunismo, sono l’uno lo specchio dell’altro», e che anzi sono «identici, perché identico è il loro principio ideologico».

COMUNISMO COME IL NAZISMO. La tesi appartiene a uno dei più grandi scrittori russi, nonché brillante corrispondente dal fronte del giornale dell’Armata rossa, e ha fatto indignare molti apologeti del comunismo sovietico. Grossman non aveva il problema di districarsi fra giustificazioni e distinzioni fra i due totalitarismi. Faceva parte dell’élite intellettuale del regime ed era uno dei giornalisti sovietici più celebri in tempo di guerra, il primo a mettere il piede in un campo di concentramento nazista, a Treblinka. Nonostante la sua posizione privilegiata, non si è tirato indietro davanti all’evidenza. Subito dopo la guerra «Grossman si rende conto che i due grandi totalitarismi, i due grandi eserciti che a Stalingrado si erano fronteggiati come due grandi nemici, in realtà hanno qualcosa in comune».

comunismo-guardian-jpg-crop_displayI TOTALITARISMI. Dell’uguaglianza fra i due totalitarismi, che ha origine nel mezzo dei combattimenti, «Grossman si accorge all’indomani della guerra mondiale», ha affermato Tosco. «La guerra è stata vinta da ciascun singolo soldato dell’Armata rossa ma viene impugnata dal partito sul banco dei vincitori per giustificare il passato». Per lo scrittore russo, Stalin, che con Hitler aveva sottoscritto il patto di non aggressione Molotov-Ribbentropp (con annessa spartizione della Polonia), «non è l’elemento negativo di un processo cominciato in positivo, ma la conseguenza necessaria che in Russia è cominciata con il padre della rivoluzione, Lenin». Dunque per Grossman, ha proseguito Tosco, «è il comunismo e non lo stalinismo a essere totalitario».

LO STATO DI PARTITO. «Per lo scrittore, russo i due totalitarismi non hanno un’analogia soltanto nella violenza», ha proseguito Tosco. Grossman può tracciare la simmetria dei due regimi sulla base di un principio di identità che viene ancora prima della violenza: lo «Stato di partito». Cioè, ha ha spiegato Tosco, «una realtà che dipende dalla volontà del partito, dove l’ideologia viene eretta a principio assoluto e sostituita alla realtà stessa». Questo terreno comune fra nazismo e comunismo, Grossman lo descrive narrativamente in Vita e destino nel dialogo notturno fra il gerarca nazista Liss e il rivoluzionario bolscevico Mostovskoj. Nella conversazione il nazista Liss pone il comunista Mostovskoj di fronte a una deduzione elementare: «Noi siamo le forme differenti di un unico essere, lo Stato partitico». Grossman non si ferma qui, e fa dire a Liss: «Quando ci guardiamo in faccia l’un l’altro, noi guardiamo uno specchio», per questo «non riesco a spiegarmi il motivo della nostra inimicizia».

KULAKI ED EBREI. Dove ha inizio l’ideologia? Nelle parole. Quando il loro significato viene sostituito e «la realtà diventa quello che di essa si debba dire». Secondo Tosco, lo aveva bene in mente Grossman, che in Tutto scorre, con una riflessione sui “kulaki”, gli agricoltori “benestanti” sterminati da Stalin, scrive: «Per ucciderli, si è dovuto spiegare che i kulaki non erano uomini. Sì, come quando i tedeschi dicevano: i giudei non sono uomini. Allo stesso modo Lenin e Stalin: i kulaki non sono uomini». «Dunque entrambi i regimi, per Grossman, introducono una barriera tra l’uomo e la realtà, la cui origine ha a che fare con la menzogna, con la parola», ha proseguito Tosco. «La violenza prima di essere fisica è linguistica». Così, ha affermato l’esperto dell’opera grossmaniana, «come nella Germania nazista non si parlava di sterminio di ebrei ma di “soluzione finale” così in Unione Sovietica non si diceva fucilazioni di massa ma “misura di profilassi sociale”». Come gli ebrei furono considerati nemici di fatto del nazismo e della razza ariana, «in Unione Sovietica si arrivò al principio assurdo del “nemico oggettivo”, che è tale perché esiste e non per quello che fa».

TUTTI POSSONO ESSERE IDEOLOGICI. «La forza di Grossman sta nell’individuare la dinamica ideologica non come isolata nella storia del Novecento, ma come una dinamica umana», ha continuato Tosco. «Ciascun uomo può essere ideologico» è un’affermazione che il narratore russo, ha puntualizzato l’esperto, «sosteneva sulla base della tradizione ebraica, che aveva riscoperto durante la guerra». Evidente in questo senso è «il richiamo dell’ideologia alla forza dinamica dell’idolo, di cui parlano i salmi». Come l’ideologia, l’idolo, ha spiegato Tosco, è ciò che «dice di essere qualcosa che non è, promettendo qualcosa che non può mantenere». «Alla gabbia dell’ideologia, Grossman contrapponeva non un’altra ideologia», ha concluso Tosco, «bensì ciò che nella tradizione ebraica è definito “cuore”, qualcosa che tutti gli esseri umani hanno in comune e che niente può ingabbiare, che la tradizione occidentale ha chiamato libertà».

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L’impegno con la propria umanità crea la vera memoria

 

  • Etty Hillesum.Etty Hillesum.

Cari amici di Tracce,
vi ringrazio perché ci avete fatto scoprire Etty Hillesum così che il giorno della memoria quest’anno viene riempito da un fattore in più, da una passione per la vita che ci sfida a superare vecchi schemi di riandare al passato. Ormai si è consolidato uno schema interpretativo che poggia la memoria su due piloni: uno è l’analisi particolareggiata del male, l’altro è la identificazione dei giusti, cioè di chi ha messo a rischio la sua vita per salvare degli ebrei. É questo schema che l’esperienza di Etty Hillesum ha fatto esplodere dall’interno, perché a lei si possono applicare gli schemi interpretativi che si vogliono ma non sono sufficienti a spiegare come una donna possa dentro il lager vedere una totale positività della vita, segno di una presenza più grande di tutto l’orrore che la circonda.

Vi ringrazio perché con Etty Hillesum mi avete sfidato a vedere nel giorno della memoria qualcosa di più delle interpretazioni giuste con cui ci si addentra ormai sicuri di quello che si sa. E questo qualcosa di più non è una nuova idea, non è nuova interpretazione, è lei, è che una donna possa dire: «Sono così felice e riconoscente e trovo la vita così bella e ricca di significato. Proprio così, e lo dico mentre sto accanto al letto del mio amico morto prematuramente, e mentre io stessa posso essere deportata ogni momento in una terra sconosciuta».

Da dove viene questa capacità di riconoscere la positività ultima del vivere? Questa è la domanda, la sfida che ci avete proposto con Etty Hillesum e non c’è altro modo di rispondervi se non prendendo la strada che lei ha preso. Memoria è stato spesso analisi, del bene o del male ma sempre analisi. Etty Hillesum indica una strada nuova, l’impegno con se stessi, perché è solo cogliendo l’origine misteriosa di sé, il rapporto con Dio da cui siamo definiti, che ne scaturisce una apertura appassionata agli altri e alla realtà. Vi ringrazio perché con Etty Hillesum mi avete fatto scoprire che non é la memoria a costituire l’io, ma é l’impegno con la propria umanità a dare forma alla memoria. É qualcosa di radicalmente nuovo perché anche la memoria può diventare una gabbia soffocante, invece quella di Etty Hillesum è un’esperienza di libertà, fino a dire che Dio ha bisogno di questa sua libertà.
Gianni, Milano

http://www.tracce.it/default.asp?id=329&id_n=39088

Il borghesismo del diavolo

Ecco, per capire e tramandare una memoria veramente viva e veramente efficace della Shoah, sostiene la Arendt che ci viene magistralmente narrata da una grande regista e dalla strepitosa sceneggiatura di Pam Katz, bisogna ricordare e tenere sempre bene a mente questa terribile verità: per la prima volta nella storia, milioni e milioni di esseri umani inermi furono trucidati, gasati, arsi nei forni, resi polvere al vento, non per lo scatenamento di un odio irrefrenabile e apocalittico divenuto follia di massa. Ma per una grigia teoria che ha cominciato col marchiare un certo gruppo religioso e sociale, impedendogli di fare cose che fanno tutti (lavorare, salire su un autobus, scrivere, insegnare, educare secondo la propria coscienza, identità e cultura). A un certo punto, la teoria ha finito per tirare le conseguenze e ha spalancato le porte all’inferno come normalità impiegatizia. Le uccisioni di massa diventano un affare di normale procedura e organizzazione di Stato (nel caso, con tipica determinazione teutonica). Massimo impiego di poteri impersonali, straordinaria perizia logistica e immenso dispiegamento di mezzi e uomini.

adolf-eichmann-processoPossiamo immaginare cosa c’è dietro la possenza di una macchina statale impiegata nella deportazione, uccisione e cancellazione delle tracce di sei milioni di persone? Sì, se ascoltiamo Eichmann a Gersualemme: «Sì, avrei ucciso mio padre, l’avrei fatto se mi avessero dato l’ordine di farlo». In effetti, l’1 settembre 1939, Hitler ordina di ottemperare immediatamente al decreto legge che, nell’agosto dello stesso anno e con tutti i crismi medico-legali e pareri delle eminenti Corti tedesche deputate al caso, autorizzava gli organi dello Stato, medici e funzionari della sanità, a dare “la morte per grazia” ai malati mentali e incurabili. A quel punto si era trovata la “soluzione” anche per gli ebrei (in precedenza si era pensato di imbarcarli e spedirli in Madagascar).

Un’impresa “industriale”
I russi entrano a Treblinka nel luglio 1944. Verosimilmente, è la data degli ultimi “carichi”, ultimi “trasporti”, ultima fase dello sterminio di un popolo. Dunque, occorsero meno di cinque anni per trasportare, uccidere, incenerire, occultare sei milioni di persone. Facendo i conti a spanne, si è trattato di una colossale impresa “industriale” realizzata all’incredibile media di oltre un milione di uccisioni l’anno, centomila al mese, più di tremila al giorno, centocinquanta all’ora. Quasi tre persone uccise ogni minuto. Per cinque anni. E mentre caricavano treni e facevano sparire gli ebrei, i tedeschi dovevano affrontare la vita quotidiana, la guerra, l’offensiva su tutti i fronti delle potenze alleate; dovevano far sparire gli ebrei e nel contempo combattere al fronte, fare la spesa e caricare i treni, vestire i bambini e avere gli incubi per il bambino ebreo della porta accanto che loro stessi avevano denunciato alla Gestapo.

Anche solo riandare alla situazione della Germania di fine anni Trenta del secolo scorso e alla tempistica dell’Olocausto fa rabbrividire. Eppure dice Eichmann: «Non ho torto un capello a un ebreo, smaltivo carichi in via amministrativa». Questo è il brand del male per il quale un’ebrea, filosofa e storica tedesca rifugiata in America, conia il termine “totalitarismo”. Qualcosa che non si era mai visto prima. Qualcosa che si sarebbe rivisto nel comunismo di Lenin, Pol Pot, Mao Tze Tung e oggi in Corea del Nord. Qualcosa – nazismo e comunismo – di cui ha scritto il romanzo definitivo Vasilij Grossman.

Non basta. C’è una seconda parte della storia della Shoah riletta da Hannah Arendt. Ed è, tutto sommato, la parte meno interessante, anche se nel film viene rappresentata in maniera drammaticamente e storicamente impeccabile. Certo, si capisce che anche l’intelligente socialista Margarethe Von Trotta è lì lì per commettere il grande e imperdonabile peccato della modernità. Il peccato degli uomini medi diffidenti e furbi, sorta di intellettuali e caricature di filosofi che dubitano e che per alimentare i loro dubbi, la loro pseudo ricerca, la loro pensosità stupida, hanno bramosia d’informazione come di zucchero (anche questa è un’idea messa nero su bianco al tempo in cui non esisteva ancora wikipedia dalla migliore amica di Hannah Arendt, quella Mary McCarthy splendidamente interpretata nel film da Janet McTeer). Però, siccome Von Trotta è veramente intelligente e, dunque, ha accettato il dialogo con Pam Katz («con lui siamo riuscite a scrivere la sceneggiatura grazie a una sorta di “ping-pong”, per cui discutevamo il lavoro per mail, al telefono e di persona, a New York, Parigi e in Germania»), ha capito che se voleva raccontare Hannah non poteva pensare né allo zucchero, né a wikileaks, né ergersi a tribunale e avvocato dei tedeschi. E magari avrà pure riflettuto sul fatto che, in fondo, la moderna retorica sulla “totale trasparenza” e sul “diritto all’informazione” come diritto a sapere tutto di tutti, si riduce a questo: vogliono farti sapere che qualcuno ti ha tradito e sentirti rispondere “sono indignato, li denuncio, in galera”.

hannah-arendt-film-2Tutto il mondo contro
Nel caso di Hannah la questione è più seria e complicata. Voleva capire. E in più, aveva anche un motivo molto personale per approfondire la comprensione di certi fatti. Forse a guidare la cocciutaggine di Hannah (o “arroganza”, come ripetono nella pellicola i suoi detrattori) fu il pensiero del doppiopesismo con cui da una parte venne unanimemente condannato il suo “re nascosto e segreto” (l’amato Martin Heidegger) per la sua adesione al nazismo. Dall’altra era scesa una spessa coltre di silenzio sulle responsabilità di certi capi dell’ebraismo nella collaborazione con gli aguzzini degli ebrei. Argomento che durante il processo a Gerusalemme, a parere di Hannah, venne «deliberatamente e inspiegabilmente evitato». Dopo di che, ebbe certamente le sue ragioni Kurt Blumenfeld, definitivamente perduto come amico: «Hannah, questa volta hai esagerato».

Ed eccoci dunque al secondo corno spinoso del film di Von Trotta: nelle sue corrispondenze da Gerusalemme e da altre ricerche che Arendt aveva svolto in Europa (poi rifluite nel libro La banalità del male), erano emersi fatti che dimostravano l’avvenuta collaborazione all’Olocausto di alcuni capi di agenzie e consigli ebraici. Oltre che nei dialoghi, nel film questa tragedia è evocata dall’immagine di repertorio in cui si vede uno spettatore al processo che interrompe con urla e invettive la deposizione di un rabbino ungherese.

Leggi di Più: Hannah Arendt, il film di Margarethe Von Trotta | Tempi.it

Parlare cristiano

Di solito all’approssimarsi di un importante centenario che riguarda uno scrittore prendono il via iniziative di diverso tipo: si comincia a scriverne sui giornali, la televisione mette in cantiere uno speciale, le università pensano ad un convegno, gli editori programmano ristampe o nuove e più aggiornate edizioni. Temo che poco o nulla di tutto questo avverrà per celebrare i cent’anni della morte di Charles Péguy, che cadrà il prossimo 5 settembre. Si potrebbero certo addurre giustificazioni di carattere storico, culturale, letterario, persino biografico, ma avrebbero tutte il difetto di non cogliere adeguatamente nel segno. Il fatto è che Péguy è un autore troppo scomodo, un «incontemporaneo» per usare la fulminea definizione di Alain Finkielkraut. Dove questa parola sta a indicare non un pensiero «sorpassato», bensì talmente diverso da quello cui siamo abitualmente immersi che ci costringe a spostarci dalla nostra posizione, a fare i conti con un punto di vista inatteso, a dare un peso diverso a parole di solito usate con ovvietà superficiale. E questo vale sia che si leggano le sue pagine sul «mondo moderno» (del quale offre una lettura estremamente attuale), sia che si affrontino quelle in cui mette a tema la sua fede. A questo proposito non si può non ricordare quanto ebbe a scrivere di lui Von Balthasar: «Non si è mai parlato così cristiano». Ma – appunto – «parlare cristiano» è la cosa meno ovvia e scontata, meno facile e frequente nella mentalità corrente; compresa quella di tanti che pur cristiani si dichiarano.

Per contribuire a colmare, per quanto posso, questa lacuna, ho pensato di riservare l’ultimo editoriale di ogni mese da qui a settembre a presentare Péguy. Persino negli ambienti in cui lo scrittore francese non è un illustre sconosciuto, infatti, di lui si conoscono pochi spezzoni di opere, qualche frase famosa, e quasi niente della sua biografia e della ricchezza dei suoi scritti.

La premessa è stata lunga e mi resta solo lo spazio per parlare dell’infanzia di Péguy, nato ad Orléans il 7 gennaio 1873, in una famiglia povera, e per di più rimasto orfano di padre quando aveva meno di un anno. Ha frequentato le scuole che noi chiameremmo elementari, da poco diventate in Francia obbligatorie, e vi ha ricevuto l’educazione prevista dai riformatori della Terza Repubblica: forte senso del dovere, dedizione alla patria, sostanziale rassegnazione alla propria condizione sociale. In parallelo il piccolo Charles frequentava il catechismo in parrocchia, anch’esso sostanzialmente incentrato sui principi morali e sulla pratica delle semplici devozioni del popolo.

Rimasta vedova, la madre di Péguy ha dovuto ingegnarsi per mantenere se stessa, il figlio e la sua propria madre che viveva con loro; per questo si è data all’attività – che un giorno il figlio renderà celebre – di impagliatrice di sedie; attività che negli anni le ha permesso di allontanarsi dal baratro della miseria e si sistemarsi in un povero ma sicuro orizzonte di benessere. Nel quale rientrava, secondo le sue previsioni di madre, anche il futuro del figlio, che sarebbe potuto addirittura – enorme salto sociale! –diventare maestro. Ma il piccolo era molto bravo a scuola e il direttore gli ha trovato una borsa di studio per fare ben altro salto: iscriversi al liceo classico per poi andare all’università.

Per il momento fermiamoci qui, di fronte all’immagine di un ragazzino cresciuto nella povertà, educato con rigore, devoto come può esserlo un buon parrocchiano, di fronte al quale improvvisamente si apre un mondo sconosciuto ai suoi avi, il «mondo moderno» e la sua cultura.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2014/1/27/Perche-Peguy-e-scomodo-/print/461753/

Jesus blood never failed me yet

il blog di Costanza Miriano

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Qualche tempo fa ho incontrato un caro amico, Saverio. Saverio come me è appassionato di musica e ha una discreta collezione. Quel giorno, come in un laboratorio di BombaMusica in nuce, abbiamo scambiato opinioni e ascoltato qualche disco. A un certo punto lui tira fuori dal computer un brano di un perfetto sconosciuto (almeno lo era per me): Gavin Bryars. E non solo. Mi racconta una storia. Una strana storia…

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Pellegrini dell’Assoluto

Caro padre Aldo, ho 21 anni e mi sono deciso a scriverti perché so che a te posso dire, confidare ciò che di più vero e drammatico vivo in questa mia giovinezza dentro questo mondo di oggi. A me pare che ogni modello di vita che trovo come proposto e “imposto”, sia totalmente inadeguato alla sete di significato e di felicità che il mio cuore desidera, urla e grida in continuazione. Sto vivendo un periodo di grande tristezza e dolore, non potendomi accontentare di sicurezze sociali e psicologiche che hanno il fiato corto. Padre, io voglio tutto, il vero “tutto” della vita.

Divento come nervoso, esasperato nel vivere la mia vita senza percepire e senza vedere la faccia di chi l’ha creata, accontentandomi di facili e fasulle prospettive per un futuro “tranquillo e sereno”. Le giornate scorrono tendendo a una tale banalità che mi fa rabbrividire. Guardo il mare e mi chiedo: Dio dove sei? Salgo sul metrò e vedo le persone: Dio dove sei? Accendo la tv: Dio dove sei? Sto con gli amici: Dio dove sei? Leggo le notizie sul giornale: Dio dove sei? Vedo il dolore e la morte: Dio dove sei? Desidero ardentemente la verità di tutto quel che c’è! Meno di questo sono una nullità totale e infatti niente mi soddisfa fino in fondo. Mi sento annegare dentro questa mortale apparenza.

Arrivo a constatare con immenso dolore che non mi sento amato, anzi mi sento abbandonato da Dio. So che Lui c’è ma come faccio a vederlo veramente? La mia “malattia” è questa e fino a quando non riuscirò a guarire sarà triste la mia vita. Dio per me non può essere una “cosa” tra le altre, sento che deve essere l’unica vera “cosa” che mi fa vivere con un senso pieno tutte le altre. Non posso e non voglio rassegnarmi a una vita ridotta anche a qualcosa di “buono” e di “sicuro” ma senza il volto di chi l’ha fatta. Padre Aldo, sapendo di te e di ciò che hai passato, ti chiedo di aiutarmi a capire come devo fare per poterlo vedere.
Lettera firmata

Che commozione leggere una lettera piena di drammaticità, dove ogni parola è un grido: Signore mostrami il tuo volto! È lo stesso grido che preghiamo nelle Lodi ogni lunedì: mio Dio, la mia anima è assetata di te, come terra inaridita, senza acqua. La bellezza dei salmi, caro amico, sta nell’esprimere questa esigenza che è la struttura stessa del cuore. È un’autentica grazia quella che stai vivendo e Dio voglia che la tua provocazione scuota tutti noi, piccoli o grandi borghesi per i quali Dio è uno dei tanti idoli nella nostra vita quotidiana. La vita è bella solo quando il nostro cuore vibra come il tuo. Anche Gesù nei momenti più crudi e drammatici, alla fine della sua vita, conobbe questo grido. Un grido che nasce da quello che Charles Péguy nel suo libro Getsemani definisce come «la nevrastenia di Gesù».

Quella che vivi è una grande grazia che anch’io ebbi la possibilità di sperimentare nella sofferenza per vent’anni. Senza questa grazia oggi la mia vita non sarebbe un’avventura piena di fascino. Forse tu non conosci il manifesto di Pasqua di Cl del 1989, nel quale c’era una affermazione di Emmanuel Mounier che diceva: «È dalla terra, dalla solidità, che deriva necessariamente un parto pieno di gioia e il sentimento paziente di un’opera che cresce, di tappe che si susseguono, aspettate con calma, con sicurezza. Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne».
E che cos’è la verità? È quel potente desiderio che hai di vedere il volto di Dio. Una delle canzoni che più mi hanno colpito e che continuano a risvegliare in me ogni giorno il desiderio di Infinito, è quella di Claudio Chieffo: “Io vorrei vedere Dio…”. Non esiste creatura sotto il sole che non abbia questo desiderio.

padre-aldo-trento-bambino-ospedaleSpesso mi viene alla mente una affermazione del premio Nobel Czesław Miłosz: «Signore sono stanco di elucubrazioni mentali, mostrami un volto, non importa in che parte del mondo, così che contemplandolo possa contemplare Te». Don Giussani afferma, nel suo libro Il Senso Religioso: «Non esiste uomo che, per il semplice fatto di vivere, non riconosca una ragione per la quale vive. Sarà un dio di un secondo, una banalità, ma è sempre il suo dio». Questa esigenza di Infinito che scuote la vita, la mia vita, come la tua, è una grazia grande, è quello che permette di continuare a camminare, cercando come gli indios guaranì, la terra primigenia, la terra senza il male. Cioè, Tupa, Dio.

Quando il filosofo Horkheimer definì l’uomo come un «pellegrino dell’Assoluto», regalava all’uomo moderno la più bella definizione dell’essere umano. Pellegrino dell’Assoluto! E il pellegrino è un uomo come te: «I sandali ai piedi, un bastone, lo zaino e lo sguardo ben fisso all’orizzonte». È l’immagine dell’essenzialità che definisce il cuore dell’uomo. L’uomo cerca l’Infinito. Per questa ragione nacquero le religioni come tentativo di dare un volto a questa “x” sconosciuta per la quale l’uomo non si dà pace fino a che non la trova. Tuttavia, 2000 anni fa quella “x” si fece carne e si accampò tra noi. Afferma san Giovanni nel Prologo: «Il Verbo si fece carne e mise la sua tenda tra di noi», come uno di noi. Ebbe una madre, Maria, ebbe un padre putativo, san Giuseppe, il marito di Maria, visse trent’anni nella loro casetta di Nazareth e dedicò tre anni della sua vita per dire a tutti quello che disse a Filippo: «Chi vede me, vede il Padre»; «Io e il Padre siamo Uno».

Certamente potremmo dire che non ebbe molta fortuna perché, per aver svelato se stesso come il volto del Mistero, un volto ben preciso e visibile, lo abbiamo poi messo in croce prendendoci gioco di Lui. Sempre nel Prologo del suo vangelo san Giovanni afferma: «Venne tra i suoi, ma i suoi non lo riconobbero (…)Ma a quanti lo riconobbero diede la grazia di essere figli di Dio…». E proprio quelli che lo hanno riconosciuto per primi, come Giovanni e Andrea, saranno la prima compagnia destinata a render visibile nella storia il volto di Dio. Quella compagnia che dopo la Pentecoste si chiamò Chiesa.

Sempre Claudio Chieffo continua nella sua canzone: «Io vorrei vedere Dio, vorrei vedere Dio, ma non è possibile: ha la faccia che tu hai, il volto che tu hai e per me è terribile». Gesù disse: «Siate “uno” affinché il mondo creda». Cioè riconoscano il volto del Padre tra noi. Papa Francesco, commentando il vangelo che vede come protagonista san Tommaso, ha esclamato: «La strada per conoscere Cristo è quella di mettere il dito (pensiamo al drammatico quadro del Caravaggio) nelle piaghe vive del corpo resuscitato di Cristo». La carnalità con la quale il Caravaggio ci rappresenta questo scenario evangelico è impressionante e per me è la grazia che tutti i giorni il Signore mi regala quando bacio, abbraccio i pazienti terminali la cui carne molte volte è piena di vermi. I vermi del corpo di Cristo.

Oggi, afferma Papa Francesco, il cammino è lo stesso: vedere, toccare, baciare, abbracciare il malato, il povero perché, come affermava Padre Pio, chi fa questo tocca Cristo due volte. Quando mi dici che non ti senti amato, ti senti abbandonato da Dio, è un’esperienza che comprendo bene, perché anch’io l’ho vissuta nella mia persona. E sarà per questo motivo che Dio ad un certo punto della mia disperazione mi ha “colpito” col Suo volto pieno di dolore, incontrando tutto un mondo di miseria e di sofferenza. Un mondo che mi ha sconvolto.
Sconvolgente fino al punto che Dio mi “usò”, in compagnia di padre Paolino, per costruire le opere di carità che sono, per tutti quelli che hanno un cuore semplice, un segno chiaro dell’evidenza del volto del nostro Signore. Io volevo vedere Dio… ma ha il viso sfigurato, il collo pieno di vermi, l’utero putrefatto, le piaghe sanguinanti e puzzolenti… e per me è terribile. Ma questo è il volto di Dio fatto carne.

aldo-trento-don-giussaniUn lungo cammino
Per concludere, ti auguro che il tuo desiderio di vedere il volto di Dio cresca drammaticamente ogni giorno, perché arriverà il momento che potrai vederlo e baciarlo. Tu hai 21 anni, io 66. Coraggio, perché la vita è un lungo cammino. La cosa fondamentale è che il dono di questa drammaticità non finisca mai perché se ciò dovesse accadere, vedrai soltanto il volto degli idoli che come afferma il Salmo «hanno bocca e non parlano, naso e non annusano, occhi e non vedono, orecchie e non sentono». Perciò il peccato più grande è il borghesismo del cuore, la tranquillità della vita.

Non dimenticare quello che affermava Camus: «Guarda come fa questa società a distruggere i suoi figli: li fa diventare borghesi». Tranquillo amico, ecco, la carriera, la fidanzata, la famiglia, l’automobile… Questa società somiglia ai pirañas dei grandi fiumi del Brasile, che in pochi minuti riducono un animale a uno scheletro bianco. E allora che faremo di questi morti vivi che non avendo un’anima al mattino tanto meno l’avranno a mezzogiorno e alla sera?

Un suggerimento: leggi il Capitolo X del Senso Religioso del Servo di Dio Luigi Giussani. Lo puoi chiedere in qualunque libreria. Certamente ti sarà di grande aiuto per iniziare a vedere la presenza del Mistero nel mondo, quella Presenza fatta carne nella pienezza del tempo in Gesù. E non dimenticare che quel volto che desideri vedere si mostrerà all’improvviso come un bel giorno dopo una notte di tempesta.
paldo.trento@gmail.com

Leggi di Più: La carriera, la famiglia: questa società ci rende borghesi | Tempi.it

Quando il cuore riparte

 

L’idea è di Bruno Abate, chef italiano che gestisce tre ristoranti a Chicago, e che fa volontariato nel carcere cittadino: «Padova è l’avanguardia mondiale. Qui lavorano la pasta come se stessero suonando un violino»

panettoni_in_carcereQuelli prodotti nel carcere di Padova «sono i panettoni più buoni del mondo». Parola di Bruno Abate, chef italiano che ha conquistato Chicago negli anni Novanta con tre ristoranti che oggi sono frequentati da vip del cinema, come Johnny Depp, Morgan Freeman, Clint Eastwood. Il cuoco italiano vuole esportare il modello Due Palazzi anche Oltreoceano, nel penitenziario della capitale dell’Illinois.

«NE HO PARLATO CON LO SCERIFFO». Dopo prestigiosi riconoscimenti culinari, e dopo l’onore di aver servito i pranzi natalizi prima di papa Benedetto XVI poi del suo successore Francesco, nuovi apprezzamenti arrivano ai panettoni del carcere di Padova, per voce appunto di Bruno Abate che ha raccontatao al sua storia al Mattino di Padova, durante una visita al carcere. «Quattro anni fa sono tornato in Italia a trovare mia figlia», sono le sue parole, «lei mi ha raccontato di un’amica che aveva il padre in prigione ma stava bene perché lo facevano lavorare, guadagnava anche dei soldi, aveva imparato un mestiere ed era sereno. E viveva proprio nel carcere di Padova. Questa cosa mi ha colpito profondamente». Da lì è venuta l’idea di provare a proporre sistemi di lavoro simili anche nel carcere di Chicago, dove Abate fa volontariato insegnando ai detenuti elementi di cucina: «Ne ho parlato con lo sceriffo di Chicago, stiamo trovando lo spazio nel carcere per fare qualcosa di simile a Padova, che considero all’avanguardia mondiale».

USA, IL PANETTONE È SEMPRE PIU’ AMATO. In America la cucina italiana riscuote successo ovunque, e il panettone è un dolce che diventa sempre più apprezzato. Abate vorrebbe che i pasticcieri della Giotto andassero proprio a Chicago per insegnare ai detenuti l’arte del tipico dolce milanese, di cui poi lui vorrebbe coordinarne la produzione. «Boscoletto (il responsabile della Cooperativa Giottondr) ha grande capacità, è un uomo pronto a superare qualsiasi difficoltà per raggiungere un obiettivo in cui crede. Proprio come me. Ho visto nel carcere Due Palazzi dei grandi professionisti che muovevano le mani sulla pasta come se stessero suonando un violino. Voglio tornare a Padova per lavorare qualche giorno con questi detenuti, gliel’ho promesso quando li ho incontrati».

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La periferia del web

Città del Vaticano (AsiaNews) – Lo sviluppo delle comunicazioni, in particolare dei social media, facilita la “cultura dell’incontro”, è “un dono di Dio” e chi comunica “si fa prossimo”. Ciò comporta disponibilità all’ascolto dell’altro, alla condivisione che, per il cristiano, diventa testimonianza di una Chiesa “dalle porte aperte” e che esce per le strade, “anche quelle digitali, affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne che cercano una salvezza o una speranza”.

La comunicazione, così, “concorre a dare forma alla vocazione missionaria di tutta la Chiesa, e le reti sociali sono oggi uno dei luoghi in cui vivere questa vocazione a riscoprire la bellezza della fede, la bellezza dell’incontro con Cristo”.

Lo scrive papa Francesco nel messaggio per la 48ma Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che quest’anno si celebra domenica 1 giugno, reso pubblico oggi e che ha per tema: Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro.

“Oggi – si legge nel documento – viviamo in un mondo che sta diventando sempre più ‘piccolo’ e dove, quindi, sembrerebbe essere facile farsi prossimi gli uni agli altri”. Ma se sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni rendono sempre più interdipendenti, “permangono divisioni, a volte molto marcate. A livello globale vediamo la scandalosa distanza tra il lusso dei più ricchi e la miseria dei più poveri”. “Il mondo soffre di molteplici forme di esclusione, emarginazione e povertà; come pure di conflitti in cui si mescolano cause economiche, politiche, ideologiche e, purtroppo, anche religiose”.

“In questo mondo, i media possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni agli altri; a farci percepire un rinnovato senso di unità della famiglia umana”, ma “i muri che ci dividono possono essere superati solamente se siamo pronti ad ascoltarci e ad imparare gli uni dagli altri. Abbiamo bisogno di comporre le differenze attraverso forme di dialogo che ci permettano di crescere nella comprensione e nel rispetto. La cultura dell’incontro richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri. I media possono aiutarci in questo, particolarmente oggi, quando le reti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi. In particolare internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio”.

Esistono però, osserva il Papa, “aspetti problematici: la velocità dell’informazione supera la nostra capacità di riflessione e giudizio” e la varietà delle opinioni espresse “può aiutarci a crescere o, al contrario, a disorientarci. Il desiderio di connessione digitale può finire per isolarci dal nostro prossimo, da chi ci sta più vicino. Senza dimenticare che chi, per diversi motivi, non ha accesso ai mediasociali, rischia di essere escluso”.

“Questi limiti sono reali, tuttavia non giustificano un rifiuto dei media sociali; piuttosto ci ricordano che la comunicazione è, in definitiva, una conquista più umana che tecnologica”. Per “crescere in umanità e nella comprensione reciproca” occorre, ad esempio, “recuperare un certo senso di lentezza e di calma. Questo richiede tempo e capacità di fare silenzio per ascoltare. Abbiamo anche bisogno di essere pazienti se vogliamo capire chi è diverso da noi: la persona esprime pienamente se stessa non quando è semplicemente tollerata, ma quando sa di essere davvero accolta. Se siamo veramente desiderosi di ascoltare gli altri, allora impareremo a guardare il mondo con occhi diversi e ad apprezzare l’esperienza umana come si manifesta nelle varie culture e tradizioni. Ma sapremo anche meglio apprezzare i grandi valori ispirati dal Cristianesimo, ad esempio la visione dell’uomo come persona, il matrimonio e la famiglia, la distinzione tra sfera religiosa e sfera politica, i principi di solidarietà e sussidiarietà, e altri”.

Per essere a servizio di un’autentica cultura dell’incontro la comunicazione allora va intesa “in termini di prossimità”. “Chi comunica si fa prossimo”. E come nella parabola del Buon samaritano, “Gesù inverte la prospettiva: non si tratta di riconoscere l’altro come un mio simile, ma della mia capacità di farmi simile all’altro. Comunicare significa quindi prendere consapevolezza di essere umani, figli di Dio. Mi piace definire questo potere della comunicazione come ‘”prossimità'”.

“Quando la comunicazione ha il prevalente scopo di indurre al consumo o alla manipolazione delle persone, ci troviamo di fronte a un’aggressione violenta come quella subita dall’uomo percosso dai briganti e abbandonato lungo la strada, come leggiamo nella parabola”.

E come per il samaritano, “non basta passare lungo le ‘strade’ digitali, cioè semplicemente essere connessi: occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero. Non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi. Abbiamo bisogno di amare ed essere amati. Abbiamo bisogno di tenerezza. Non sono le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della comunicazione. Anche il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità, ed è chiamato ad esprimere tenerezza. La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane. La neutralità deimedia è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento. Il coinvolgimento personale è la radice stessa dell’affidabilità di un comunicatore. Proprio per questo la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali”.

“Lo ripeto spesso: tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima. E le strade sono quelle del mondo dove la gente vive, dove è raggiungibile effettivamente e affettivamente. Tra queste strade ci sono anche quelle digitali, affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne che cercano una salvezza o una speranza. Anche grazie alla rete il messaggio cristiano può viaggiare «fino ai confini della terra» (At1,8). Aprire le porte delle chiese significa anche aprirle nell’ambiente digitale, sia perché la gente entri, in qualunque condizione di vita essa si trovi, sia perché il Vangelo possa varcare le soglie del tempio e uscire incontro a tutti. Siamo chiamati a testimoniare una Chiesa che sia casa di tutti”. “La comunicazione concorre a dare forma alla vocazione missionaria di tutta la Chiesa, e le reti sociali sono oggi uno dei luoghi in cui vivere questa vocazione a riscoprire la bellezza della fede, la bellezza dell’incontro con Cristo. Anche nel contesto della comunicazione serve una Chiesa che riesca a portare calore, ad accendere il cuore”.

“La testimonianza cristiana non si fa con il bombardamento di messaggi religiosi, ma con la volontà di donare se stessi agli altri «attraverso la disponibilità a coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana» (Benedetto XVI,Messaggio per la XLVII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 2013). Pensiamo all’episodio dei discepoli di Emmaus. Occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze, e offrire loro il Vangelo, cioè Gesù Cristo, Dio fatto uomo, morto e risorto per liberarci dal peccato e dalla morte. La sfida richiede profondità, attenzione alla vita, sensibilità spirituale. Dialogare significa essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alle sue proposte. Dialogare non significa rinunciare alle proprie idee e tradizioni, ma alla pretesa che siano uniche ed assolute”.

“L’icona del buon samaritano, che fascia le ferite dell’uomo percosso versandovi sopra olio e vino, ci sia di guida. La nostra comunicazione sia olio profumato per il dolore e vino buono per l’allegria. La nostra luminosità non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo ferito lungo il cammino, con amore, con tenerezza. Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale. È importante l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione, per dialogare con l’uomo d’oggi e portarlo all’incontro con Cristo: una Chiesa che accompagna il cammino sa mettersi in cammino con tutti. In questo contesto la rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio”.