Rivoluzione sessuale globale

il blog di Costanza Miriano

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di Antonio Malo (*)

L’autrice del libro La rivoluzione sessuale globale (Die globale sexuelle Revolution), la sociologa e pubblicista tedesca Gabriele Kuby, è una delle poche voci che con autorità riconosciuta si levano per criticare il relativismo occidentale odierno. A lei si deve, ad esempio, che il ministro federale della famiglia in Germania, Ursula von der Leyen, sia stata obbligata a togliere dalla circolazione il libro di educazione sessuale Corpo, amore, il gioco del dottore, in cui fra altre aberrazioni si invita ai genitori a giocare sessualmente con i loro bambini.

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Charles Peguy. “Abbiamo conosciuto un onore del lavoro”

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da Il Denaro, Cahiers de la Quinzaine, Paris 1913

Abbiamo conosciuto un tempo in cui quando una brava donna diceva una parola, a parlare erano proprio la sua razza, la sua natura; era il suo popolo che si manifestava. E quando un operaio accendeva una sigaretta, ciò che stava per dirti non erano le parole stampate da un giornalista su un quotidiano di quel mattino. I liberi pensatori di quei tempi erano più cristiani dei fedeli di oggi. Lo si creda o no, noi siamo stati allevati nel seno di un popolo allegro. Lo si creda o no, fa lo stesso, abbiamo conosciuto operai che avevano voglia di lavorare. Abbiamo conosciuto operai che, al risveglio, pensavano solo al lavoro.

Si alzavano la mattina – e a quale ora – cantando all’idea di andare al lavoro. E cantavano alle undici, quando si preparavano a mangiare la loro minestra. Nel lavoro stava…

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Cristiada

il blog di Costanza Miriano

Cristeros

Gli appassionati di cinema sapranno che il film hollywoodiano Cristiada, diretto da Dean Wright con attori del calibro di Andy Garcia, Peter O’Toole e Eva Longoria, in Italia (e in molti Paesi) non è, non vuole essere e non sarà mai distribuito (alcuni parlano di vera e propria censura).

Il film si basa sulla guerra dei cristeros (1926 – 1929), combattuta dai cattolici messicani contro il governo anticlericale e massonico del presidente Plutarco Elías Calles che osteggiò e perseguitò violentemente la Chiesa cattolica.

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Il senso religioso è filo lanciato nel vento

il blog di Costanza Miriano

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«Quando miro in cielo arder le stelle; / Dico fra me pensando: / A che tante facelle? / Che fa l’aria infinita, e quel profondo / Infinito seren? che vuol dir questa / Solitudine immensa? ed io che sono?»

(G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, vv. 84-89).

di Claudia Mancini      LaPorzione.it

Qualche anno fa, durante una lectio magistralis, il poeta Davide Rondoni ricordava come don Giussani dicesse di ripetere a memoria la poesia di Leopardi quando tornava dall’aver fatto la comunione in seminario: «toccando la cosa più certa, più cara che aveva, l’Eucarestia, la sottoponeva alla verifica del dramma di Leopardi». La certezza non cresce perché la confermi in modo meccanico e distratto, ma la ripetizione della certezza è nella sua costante verifica. Se l’esperienza religiosa è un fenomeno umano, Giussani insegnava che solo la vita può verificare la certezza che è…

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C.S. Lewis è vivo

“Solo l’amare , solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto”
P.P. Pasolini

Berlicche

Sono cinquant’anni a oggi che C.S Lewis, lo scrittore inglese che ci ha dato le “Lettere di Berlicche”, è andato di persona a controllare la correttezza delle sue intuizioni.
Sono fermamente convinto che una cosa vera rimanga vera per sempre. Perché una cosa vera è come fosse viva: è come un albero che rimane verde anche se non lo bagni perché ha le sue radici nella realtà. Così anche larghissima parte degli scritti di quell’uomo geniale hanno attraversato il tempo e sono arrivati a noi vividi e freschi come il giorno in cui sono usciti dalla sua penna.
E per questo vi regalo questo frammento che ho ritradotto da “A Grief Observed” (Diario di un dolore).

Oggi ho incontrato un uomo che non vedevo da dieci anni. Per tutto quel tempo io pensavo di ricordarmelo bene – come sembrava, parlava, le cose che diceva. I primi cinque minuti dell’uomo reale…

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La Terra delle ombre

Il 22 novembre 1963 il mondo intero fu scosso da una notizia sconvolgente: a Dallas, in Texas, era stato assassinato il presidente John Kennedy, uno degli uomini più popolari e amati del mondo. Le televisioni di tutti i paesi dedicarono notiziari e servizi a quell’avvenimento che colpì tutti e lasciò commossi e sbigottiti, lasciando ben poco spazio di interesse ad alte notizie, ed era un peccato, perché quel triste giorno, molto lontano da Dallas, a Oxford, Inghilterra, morì Clive Staples Lewis. Non aveva ancora sessantacinque anni, e i suoi libri erano ormai dei best-seller internazionali, a cominciare da Le Lettere di Berlicche, ormai diventato un autentico classico cristiano, tradotto in numerosi paesi, soprattutto cattolici, mentre Le Cronache di Narnia continuavano a far sognare centinaia di migliaia di bambini. I funerali furono celebrati qualche giorno dopo alla presenza degli amici più intimi, tra cui John Ronald Tolkien.

Lewis era giunto al termine del suo viaggio, anzi, del suo pellegrinaggio. Il suo primo romanzo aveva avuto proprio questo titolo: The Pilgrim regress, il ritorno del pellegrino. La vita e l’opera di Lewis erano stati un vero e proprio cammino verso casa. Aveva abbandonato in gioventù la religione calvinista dei padri, era transitato nei territori aspri dell’ateismo e infine era approdato al cristianesimo, restando a lungo incerto su quale denominazione di esso (incluso il cattolicesimo) abbracciare, optando infine, ma non senza precisazioni e distinguo, per l’anglicanesimo. Scrisse opere storiche e libri in difesa del cristianesimo in un mondo che vedeva scivolare inesorabilmente verso l’indifferentismo religioso, ma scrisse anche opere di fantascienza, e romanzi ricchi della presenza di riferimenti simbolici e mitici.

Qualche anno fa il cinema rese omaggio a quest’uomo singolare con un commovente film, Shadowlands, uscito in Italia con il titolo Viaggio in Inghilterra, avendo come protagonisti due attori eccezionali, Anthony Hopkins e Debra Winger. Il film, tratto a sua volta da un’opera teatrale, è incentrato sugli ultimi anni dello scrittore, quando Lewis, all’apice del successo, incontra oltre i cinquant’anni il grande amore della sua vita: Joy Davidman, scrittrice e poetessa americana di modesta fama, anch’essa approdata alla fede cristiana dopo un percorso tortuoso che la vide prima abbandonare la propria religione ebraica, divenire atea per poi convertirsi al cristianesimo proprio leggendo Lewis. Joy, divorziata e madre di un bambino che adora (in realtà i figli erano due) fa ingresso nella vita dello scrittore determinando un progressivo cambiamento dell’esistenza  tranquilla e foriera di soddisfazioni del professore. Dalle teorie sull’amore e sul dolore Lewis passa a farne esperienza pratica, e in modo drammatico. L’amore per Joy, inaspettato e contrastato, deve affrontare la prova della sofferenza e del distacco, del dubbio e della ribellione. Jack Lewis perderà la sua Joy, vinta dal cancro, ma la fede duramente provata riuscirà a trovare un senso e una via d’uscita.

Cinquant’anni fa, alla sua morte, Tolkien lo ricordò come un grande uomo, e commentò i freddi necrologi ufficiali dicendo che erano rimasti alla superficie, rasentando l’ingiustizia. Nessuno meglio di Tolkien tra gli amici aveva potuto apprezzare le sue qualità e le sue stranezze. Un uomo generoso e impulsivo, in cui era sempre rimasto un po’ dello spirito della sua terra natale, l’Irlanda.

In tutti i suoi libri, dalle Cronache di Narnia alla trilogia di fantascienza, nei saggi filosofici come in altri romanzi, Lewis cercò di raccontare l’incontro che un giorno − proprio grazie all’amico Tolkien − aveva fatto con la Verità. Erano entrambi due giovani docenti di Oxford innamorati dei miti antichi, ma mentre per l’ateo Lewis questa era solo una passione estetica, per il cattolico Tolkien il Mithos è la domanda, una domanda che ha una risposta, che è il Logos, il significato di tutto che è diventato un fatto. A Myth became factoscrisse Lewis dopo la sua riluttante conversione. Ogni opera di Lewis divenne così espressione di questa dinamica: ricerca, incontro, testimonianza. Il tutto esplicitato attraverso il linguaggio affascinante del simbolo. Sono simbolici i grandi temi, come quello del Viaggio, della Ricerca, e i personaggi, gli eroi piccoli e umili (gli hobbit in Tolkien, i bambini in Lewis), il Re di giustizia Aragorn in Tolkien, e il Leone Aslan di Narnia, che, come nella letteratura medievale, rappresenta Cristo e guida i quattro fratelli nella loro lotta contro il Male.

Per Lewis noi siamo specchi, che possono riflettere la bellezza, la gioia e la gloria e mostrarla ad altre persone, magari inconsapevolmente.

Un grande inglese, il cardinale Newman, volle questa iscrizione sulla sua tomba, all’Oratorio di Birmingham, che era stato frequentato anche da Tolkien: Ex umbris et imaginibus in veritatem. Entriamo nella Verità attraverso ombre e immagini, ombre che possono essere i miti, le favole, le leggende che Lewis ha donato ai bambini e a tutti coloro che possiedono un cuore semplice e aperto, e immagini che sono il riflesso del Vero. Lewis ha restituito il gusto e il piacere della ricerca della verità, ma anche la gioia del sogno, che è tutt’altro che una fuga dalla realtà: “sapere di stare sognando già significa non essere più addormentati”, disse.

Nel linguaggio di Narnia il nostro mondo è chiamato “la Terra delle ombreLa vita vera, la luce piena, è al di là dei sogni e degli specchi.


Lewis aveva compreso che fra i cristiani, e in fondo ciò vale per tutti gli essere umani, sono molte di più le cose in comune che quelle che ci dividono. Occorreva aumentare le relazioni, le occasioni di incontro, sentire l’incontro con chi è diverso come un arricchimento. Occorreva costruire ponti.

La speranza di Lewis si incontrò con quella di un altro uomo, il sacerdote veronese don Giovanni Calabria, che aveva letto uno dei suoi libri di maggior successo, Le lettere di Berlicche, e che gli aveva scritto per manifestargli il suo stupore e la sua ammirazione per quel piccolo libro che con intelligenza e umorismo parlava del mistero del male che agisce nel mondo. Ne nacque una lunga amicizia epistolare che unì, in un filo spirituale ideale ma allo stesso tempo concretissimo, Verona e Oxford.

In occasione dei 50 anni della morte del grande scrittore, Verona intende dunque ricordare questo grande scrittore, questo maestro del ‘900, attraverso un Convegno che vedrà per protagonisti gli studiosi che nel nostro paese hanno fatto conoscere il pensiero e l’opera di Lewis: don Luciano Squizzato, curatore dell’epistolario tra Lewis e san Giovanni Calabria; l’anglista Nancy Antonazzo, l’esperta di letteratura fantasy Roberta Tosi, e infine Paolo Gulisano, studioso della cultura britannica, autore di saggi sui suoi principali esponenti, da Tolkien a Chesterton passando da Lewis del quale è il primo biografo italiano.

Il convegno, organizzato dall’Associazione Romano Guardini in collaborazione con l’Opera don Calabria e il Comune di Verona, si svolgerà venerdì 22 novembre a Verona presso l’Auditorium dell’Opera don Calabria con inizio alle ore 17.30.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/11/21/LEWIS-Un-figlio-dell-Irlanda-che-ci-fa-vedere-al-di-la-dei-sogni/print/445817/

Oltre l’arcobaleno

Berlicche

Quando il tempo come oggi è cupo, grigio, freddo; quando le persone ti deludono e anche tu deludi te stesso, un irriconoscibile straniero allo specchio; quando il dolore e la cattiveria sembrano divorare come giganti famelici la realtà..

…certo che ti viene da pensare ad una terra felice da qualche parte oltre l’arcobaleno. Una terra incantata, come nelle filastrocche dei bambini, dove i cieli sono blu e i sogni che osi sognare si realizzano davvero.

Ma neanche andassimo nella terra di Oz mancherebbe il male. Perché è una cosa che noi ci portiamo dietro.

Eppure anche in questa nostra terra, dove di arcobaleno manco l’ombra, solo nebbia e freddo dentro e fuori, può capitare qualcosa che improvvisamente ti riscalda. Una parola, un gesto, magari nascosto, magari inconsapevole. E come un piccolo uccelino blu improvvisamene il tuo cuore si mette a volare, e non sai neanche tu bene come.

Ecco, fissa…

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Gli adulti hanno paura di educare

il blog di Costanza Miriano

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Intervista di Pietro Vernizzi a Costanza Miriano  per Il Sussidiario

“All’origine della proposta inglese di abbassare ai 15 anni l’age of consent, cioè l’età a partire dalla quale un adolescente è considerato pienamente consenziente nei confronti di qualsiasi attività sessuale, c’è la volontà di sgravare i genitori dal problema dell’educazione”. Lo afferma Costanza Miriano, giornalista e autrice dei libri “Sposati e sii sottomessa” e “Sposala e muori per lei”. L’obiettivo della proposta inglese è ridurre dai 16 ai 15 anni l’età a partire dalla quale un teenager può ricevere informazioni sulla contraccezione e sull’aborto. Di fatto però il limite dei 16 anni finora, almeno sul piano teorico, aveva scoraggiato il coinvolgimento sessuale dei minorenni al di sotto di questa età. L’idea è partita da un’intervista del professor John Ashton, preside della facoltà di Salute Pubblica, e per ora il premier David Cameron si è detto contrario.

La proposta di…

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Specchio di noi stessi

Zalone sbanca. Perché? Ci sono molti motivi. Ma uno è il fondamentale: perché ha coraggio. Può sembrare banale, ma non lo è. Abbiamo avuto molti comici e autori di commedie bravi ad andare nel verso della corrente. Bravi nel sottomettere il loro talento a facili battaglie di costume o politiche. Anche a molti di loro è andata bene. Hanno avuto successo e soldi. Ma Checco Zalone sbanca. Perché ha avuto il coraggio di non andare solo nel verso della corrente. Ha preso di mira nella sua carriera di uomo di commedia luoghi comuni e stereotipi inattaccabili.Senza abbassarsi mai a banale trivialità, ha finora costruito personaggi buffi e umanissimi (come siamo un po’ tutti), che hanno a cuore le preoccupazioni manifeste e segrete di tante persone comuni (come nel suo ultimo film Sole a catinelle, i figli, l’amore, come cavarsela con la crisi…), quelle preoccupazioni che spesso gli esponenti della cultura dominante non considerano o leggono con schemi vecchi e parziali. In una sorta di facile e banale sentimento antipopolare.

Certo, di fronte all’evento Zalone qualcuno può rammaricarsi che ormai il cinema risponda quasi esclusivamente a una domanda di intrattenimento, e che dunque funzionino al botteghino quasi solo film di “svago” o di effetti speciali. A dire il vero, già qualcuno come il maestro del cinema Andrej Tarkovskij (dunque non un autore di commedie leggere) aveva letto la storia del cinema come una “possibilità mancata”, a causa di certe scelte fatte fin dagli esordi, dopo la scoperta dei fratelli Lumière.

Fin dall’inizio infatti, secondo Tarkovskij, il cinema aveva scelto il business e si era proposto al grande pubblico come forma di intrattenimento e non come nuova forma d’arte che lavora sulle immagini e sul tempo. Dunque, che a sbancare siano film indirizzati verso l’intrattenimento non deve stupire, e non è certo una colpa di Zalone. Resta il fatto che dopo il fenomeno Benigni – capace con il suo Dante di far ridere, pensare e commuovere – ora un altro uomo che viene dalla commedia e dal comico offre agli italiani lo specchio dove guardarsi meglio, ridendo e pensando su se stessi.

Da sempre gli italiani sono maestri nella commedia. Leggere in questo un segno di superficialità è da babbei noiosi e annoiati. Si tratta di una virtù che risale a radici culturali letterarie precise. Basterebbe andare a Plauto. Ma anche Dante, mistico e popolare, come tanti altri sapeva tratteggiare in poche parole il carattere di un personaggio, e questo, per varie strade si è ereditato nella capacità dei migliori talenti drammatici e comici (da De Filippo a Sordi a Jannacci) di offrirci quel che siamo attraverso personaggi ben caratterizzati e memorabili.

Il successo di Zalone, in un film che pone al centro la drammaticità e il valore dei legami familiari, che ironizza su certa cultura contemporanea, che invita ad affrontare la crisi senza avvilimento, e che addirittura rende un omaggio alla sacralità della vita con linguaggio grottesco dinanzi alla seduzione dell’eutanasia, non è un caso. Non si tratta della genialata di un furbastro di successo, ma di una lettura in chiave comica di questioni che agitano gli strati diversi della nostra società.

Si tratta evidentemente di un lavoro di squadra, di regia e sceneggiatura, oltre che d’una prova d’attor comico. Tutti elementi accorti e appunto coraggiosi. Senza tale coraggio che consente di mettere a nudo atteggiamenti da benpensanti, che smitizza emblemi e luoghi comuni del potere e della moda, un comico semplicemente non esiste.

Può essere altro, magari un divertente tribuno, ma la commedia è un’altra cosa. In questi anni dove troppa comicità è servita da zerbino (o da quinta colonna) a lotte politiche, la comicità di Zalone, che peraltro non sfugge per nulla a tematiche civili serissime, indica però un livello più profondo e comune, un terreno per così dire più rischioso che quello offerto dalla scena politica: la vita della gente comune, il dramma dei sentimenti e degli affetti, la fatica del vivere e la ricerca di una positività ultima dell’esistenza.

Credo che tali elementi e tali problemi sia possibile renderli materia di commedia solo se un uomo li prende sul serio, per se stesso innanzitutto. Per questo non è una comicità che lascia uno strascico d’amarezza, se non in chi certi risultati al botteghino vorrebbe farli al suo posto.

Davide Rondoni