Il resto non conta

Possiamo soltanto amare
il resto non conta, non
funziona,
al mattino appaiono
la tazza, il vecchio pino, le zolle umide, il fumo
dell’alito mentre apri l’auto
nel gelo. Potevano non apparire, non arrivare
più qui, alla riva degli occhi. E l’estate
c’era, c’è nella calda bruna memoria
dei rami tagliati,
i visi diventano ricordi
le voci gridate stracci silenziosi –
i denti conoscono il sapore
del niente, e l’oblio che ha portici
e portici infiniti.

Possiamo soltanto amare
strappandoci felicemente figli dalla carne
parlando d’amore continuamente
ubriachi, feriti, vili
ma con gli occhi lucenti come laser
di fiori splendidi
e il canarino nel palmo della mano.

Mormorare come dare baci nell’aria.

Il rametto profumato non si raddrizza
con i colpi della nostra ira, lo sguardo
di tuo figlio non perde il velo di tristezza
se glie lo togli mille volte
dal viso…

Possiamo soltanto amare
fino all’ultimo nascosto spasmo
che nessuno vede
e diviene quella specie di sorriso
che si ha nell’abbraccio finalmente
di morire come scendendo nell’acqua.

Le stelle a miriadi saranno testimoni, e i venti
passati una volta accanto
sulla gioia profonda delle ossa
diranno: era fatto di allegria, amava,
oppure non diranno niente e poi niente
per sempre.

Possiamo soltanto amare
il resto è il teatro amaro
dell’impotenza sotto il sole giaguaro.

 

Dal libro L’amore non è giusto, Davide Rondoni

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La natura è sempre più grande

Berlicche

Mi stupisce sempre un po’ quando si fanno critiche alla Chiesa rimproverandole cose che non le sono mai appartenute, e che anzi la distinguono da tutte quelle altre sette, chiesuncole protestanti, fondamentaliste o no, e culti tra i più vari.
Quando capita è indizio di due cose: che si conosce poco o per niente la fede che è pur sempre quella delle nostre terre, e che si preleva acriticamente il giudizio da altre fonti che la conoscono ancora meno. Quando non indulgono consapevolmente nell’errore.

Ad esempio, credete sul serio che non possa esistere uno scienziato cattolico? Venticinque crateri sulla luna dedicati a gesuiti, decine e decine di leggi e teoremi che portano il nome non solo di credenti ma di religiosi testimoniano il contrario.
Pensate che chi indaga sulla realtà debba essere solo ateo? Signori miei, che strana visione avete del cristianesimo! Forse credete che chi crede in Dio veda…

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L’incontro con i “testimoni”

La secolarizzazione delle istituzioni e la laicizzazione dei costumi sono delle evidenze manifeste. La strada che conduce davanti ai portali delle chiese e spinge a varcarli si è fatta lunga e accidentata. Passa per domande inquietanti, a volte per derive personali, in qualche caso – minoritario – per desiderio di ricerca sincera del Vero. Dire, come fa Roberto De Mattei nel suo ultimo articolo uscito sul Foglio (“Processo ai nuovi modernisti”, 26 nov.), che “l’esistenza di Dio prima di essere una verità di fede, è verità filosofica, che può essere dimostrata dalla ragione” renderebbe l’attuale scomparsa di Dio una semplice e grossolana svista filosofica, prima di essere quello che è: una totale invisibilità delle tracce della Sua presenza una volta all’interno di una società massicciamente secolarizzata. In realtà la secolarizzazione è un dato evidente e Dio è diventato veramente “il grande sconosciuto”, come ha affermato Benedetto XVI nella sua conferenza al Collège des Bernardins. Una tale mancata conoscenza non è certamente l’esito di una documentazione insufficiente, né di una formazione religiosa carente, bensì il risultato di un processo ben più grave: il venir meno delle ragioni prime della ricerca.

Detto in termini bruschi e schematici propri di noi sociologi: Dio non è più un’evidenza originaria, mentre ad essere evidente, al contrario, è proprio la sua assenza. Alla base di quest’ultima c’è un’intera società moderna che si è elaborata, strutturata e pensata etsi Deus non daretur, come se a Dio nulla dovesse essere dato. Ed in effetti è sotto gli occhi di tutti come l’intero sistema sociale nei suoi diversi ambiti (giuridico-politici, economico-produttivi, culturali-espressivi, tecnico-scientifici, valoriali e morali) possa dispiegarsi senza nessun riferimento al trascendente. Senza nemmeno la necessità di porsi la domanda sulla Sua esistenza. Come sicuramente de Mattei converrà, in questo assordante ed agghiacciante silenzio cade anche l’intera metafisica: “le ancore nel cielo” di cui parla Rémi Brague sembrano non occupare più il proscenio, mentre al loro posto si afferma il primato schiacciante della “razionalità strumentale”.

Se questo è vero, c’è allora da chiedersi da dove saltino fuori il miliardo e passa di credenti. Dalla semplice miseria materiale, come sostengono Inglehart e Norris? E quando si incontrano i credenti nel cuore dell’Occidente, o tra i ceti non svantaggiati di qualsiasi continente, da cosa sono spinti? Si tratta solo del desiderio di iscriversi in una “tradizione credente”, come sostiene Danièle Hervieu-Léger? Veramente la miseria materiale e l’affetto alla tradizione sono gli unici “compagni di strada” di un moderno desiderio di Dio o forse c’è anche altro?

Quest’altro è certamente costituito da ciò che dice de Mattei e che mi permetto di riassumere nel termine di “ricerca razionale del Vero”. Ma una tale ricerca, in un contesto di radicale assenza di Dio, non nasce nelle biblioteche ma all’interno del cammino interiore di ciascuno e non si muove, non si commuove, a partire dalla lettura di pagine sublimi, ma solo se provocata dall’impatto concreto, percepito dentro ogni propria fibra, con una speranza concreta che si è fatta carne. È l’impatto con chi crede senza riserve e ha virato la propria vita nella direzione di un rapporto serrato con la Verità rivelata che scompiglia le carte e annuncia la possibilità di incamminarsi per un sentiero che non si era mai pensato di percorrere. Detto in altri termini è l’incontro con i “testimoni” che accende il desiderio di dirigersi là dove questi indicano. Solo così il portale di una chiesa recupera, agli occhi di un uomo moderno, il proprio significato.

Ciò spiega come le attuali forme di adesione alla verità rivelata transitino sempre per la scoperta ed il riconoscimento di chi un tale incontro lo ha già fatto e lo testimonia con la propria esistenza. Sono infatti queste figure di prima linea che fanno da “compagnia” al desiderio individuale e soggettivo di verità, ne accompagnano i primi incerti passi. In qualche modo siamo molto vicini al concetto di santità e se non tutti i testimoni sono anche santi tutti i santi sono certamente testimoni. A differenza radicale dell’universo protestante che lascia l’individuo in compagnia della sua sola esperienza, il cattolicesimo mostra come non ci iscriva solo in una “tradizione credente”, ma ci si leghi anche a persone concrete, ad una chiesa carnale fatta di uomini e donne di Dio, che hanno sconvolto la loro storia, prima di sconvolgere anche la nostra. Non è un caso se, accanto ai testimoni, sono le figure dei santi e soprattutto quella, decisiva, di Maria corredentrice, a detenere un peso rilevante.

Roberto de Mattei tralascia proprio questa dimensione della testimonianza – che spesso sfocia in santità – che è parte importante dell’incontro di cui parla don Giussani. L’altro non è uno qualsiasi, ma un “santo di Dio”, inteso come qualcuno che ha buttato il cuore oltre l’ostacolo, con tutti i suoi limiti personali, ma anche con tutta la sua generosità. Seguirlo non ha alcun senso se non si guarda a ciò che questi ci indica: la Chiesa, con i suoi sacramenti, le verità di fede, ma anche la sua presenza concreta e la sua compagnia. Si comincia allora quel cammino che passa anche dentro i contenuti. Perché quando ci si tiene a qualcuno, tutto quello che dice o fa ci interessa.

È merito di don Giussani e di quelli come lui che hanno intuito come solo l’impatto con una Chiesa vissuta da una comunità di credenti, ed attraverso la straordinaria mediazione esercitata dai “santi di Dio”, si potesse consolidare quell’avvio concreto ad una partecipazione e ad una corrispondenza a misura di una società per la quale Dio è veramente “il grande sconosciuto”.

La conclusione è quindi radicalmente opposta a quella di de Mattei: non solo l’esperienza di Comunione e liberazione, esattamente come quella di altri movimenti, ha costituito un argine alla crisi, ma è proprio l’assenza di esperienze e di incontri concreti che l’ha mestamente determinata.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/11/29/IL-FOGLIO-vs-GIUSSANI-Senza-un-amico-anche-le-formule-di-De-Mattei-valgono-poco/print/447964/

L’omelia maccabea di Bergoglio

il blog di Costanza Miriano

«Tuttavia molti in Israele si fecero forza e animo a vicenda per non mangiare cibi immondi e preferirono morire pur di non contaminarsi con quei cibi e non disonorare la santa alleanza; così appunto morirono».

(Maccabei 1,62-64)

di Matteo Donadoni

No al pensiero unico. Mai così chiaro Papa Francesco, perché c’è un’insidia che striscia sulla Terra ed è lo spirito del mondo che più volte ha denunciato. Però è bene procedere per gradi, perché da quella sorta di “Radio Santa Marta” che sono diventate le meditazioni del mattino, il 18 novembre il Pontefice ha messo in chiaro alcuni punti che il mondo aveva travisato con un’omelia che i giornali mondani si sono guardati bene dal riportare. Ma prima la volpe, poi l’uva.

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La prova finale

Berlicche

Ecco il cuore della “prova finale”: la profanazione della fede. Che tra l’altro è ben evidente – osserva Papa Francesco – da ciò che patisce il profeta Daniele, nel racconto della prima lettura: gettato nella fossa dei leoni per aver adorato Dio invece che il re.
“La desolazione della abominazione” – ribadisce il Papa – ha un nome preciso, “il divieto di adorazione”:
“Non si può parlare di religione, è una cosa privata, no? Di questo pubblicamente non si parla. I segni religiosi sono tolti. Si deve obbedire agli ordini che vengono dai poteri mondani. Si possono fare tante cose, cose belle, ma non adorare Dio. Divieto di adorazione. Questo è il centro di questa fine.”
(Papa Francesco, Omelia S.Marta 28/11/2013)

Lo presero ad un controllo. “E questo cos’è?” Chiesero.
“Un Vangelo”, rispose lui.
Lo bruciarono davanti ai suoi occhi. Lui comprese: non cercavano prove.
“Cosa te ne…

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Da un gesto una speranza

In oltre 10 mila supermercati si raccoglie cibo destinato ai più poveri. E Andrea Giussani avverte: i servizi tv di Iene e Striscia possono avere conseguenze gravi

colletta-banco-alimentare-2013«La Colletta alimentare è un gesto semplice che fa riscoprire a un popolo intero la gioia di donare e rispondere al bisogno delle persone, che parte dalla spesa e arriva più in profondità». È questo, in sintesi, il motivo per cui la Giornata nazionale della colletta alimentare non passa di moda. Sabato 30 novembre si terrà in oltre 10 mila supermercati la sua 17esima edizione e come spiega a tempi.it il presidente della Fondazione Banco alimentare onlus, Andrea Giussani, «quest’anno il bisogno è ancora più graffiante perché la crisi ha aggravato la povertà alimentare nel nostro paese».

Di quante persone si parla?
Gli italiani che si trovano in una condizione di povertà alimentare sono passati in tre anni da tre a quattro milioni. Sabato non sarà solo un giorno di festa e condivisione: speriamo anche di raggiungere un risultato migliore dell’anno scorso, nonostante la crisi. Nel 2012 abbiamo raccolto 9.200 tonnellate di alimenti, pari al carico di 2.200 tir, che sono stati distribuiti gratuitamente a 9 mila strutture caritative che hanno aiutato un milione e 800 mila poveri. Quest’anno però vogliamo fare di più.

poretti-banco-alimentareLa crisi non vi frena?
L’anno scorso abbiamo pareggiato i numeri dell’anno 2011. Quest’anno speriamo di migliorare non solo grazie alla generosità di ognuno ma anche aumentando i punti vendita convenzionati fino a 11 mila.

La gente chiamata a donare pasta e alimenti a lunga scadenza troverà davanti ai supermercati ben 135 mila volontari.
Se ne abbiamo così tanti è per diversi motivi: da un lato il richiamo è facile, perché il gesto è bello, semplice e si può fare insieme ai propri amici e familiari. Poi ci aiutano molto le organizzazioni caritative che noi serviamo durante l’anno e che in questa giornata portano i loro volontari, che sono grati alla nostra continuità di aiuto durante l’anno. Ma ci sono anche volontari tra virgolette.

Cioè?
I detenuti di alcune carceri faranno la colletta nelle prigioni ma ci sono anche persone indigenti che magari passano davanti ai supermercati e decidono di dare una mano.

 

Ogni anno spiegate questo gesto con “dieci righe”. Quest’anno avete scelto uno stralcio di un discorso del Papa. Perché?
Quest’anno papa Francesco in un’udienza ha fatto un intero discorso sullo spreco e sul dono del cibo, parlando dell’importanza della collaborazione per i poveri. Lui è un testimone che vale più di ogni altra cosa, quindi abbiamo cancellato le mille frasi preparate da noi e abbiamo dato spazio a lui, un testimone comprensibile a tutti, cristiani e non, che dà un messaggio semplice ma anche profondo. 

L’Unione Europea ha stanziato meno fondi per il bilancio dei prossimi sette anni. Ci sono cattive notizie anche per voi?
Per ora sospendiamo il giudizio: dal punto di vista quantitativo, il nuovo programma Fead, che sostituisce il vecchio Pead, prevede meno risorse per il prossimo settennio e deve distribuirle a un numero di paesi più ampio rispetto a prima. Inoltre, il Fead sostiene tutte le povertà e non solo quella alimentare. Quindi avremo meno aiuti anche noi. Però rispetto a pochi mesi fa siamo contenti perché è stata introdotta una metodologia di assegnazione che vuole anche vedere i risultati dei fondi assegnati e quindi obbliga le nazioni a distribuire i soldi nel miglior modo possibile. Un’organizzazione seria ed efficace come la nostra non può che felicitarsi di questa novità.

le-iene-golia-banco-alimentareLe Iene e Striscia la notizia però hanno mandato in onda un servizio poco lusinghiero nei vostri confronti.
È stato un servizio davvero pessimo, a due settimane dalla Colletta alimentare poi! Se uno guarda bene i contenuti dei filmati, capisce subito che noi siamo le vittime, la parte lesa e non i colpevoli. Però è chiaro che un telespettatore si può confondere se sente citare in modo distratto il Banco alimentare associato a un criminale che vende alimenti che sono stati donati gratuitamente. Noi abbiamo reagito subito e per fortuna Striscia ha aggiunto una parte di servizio in cui ha descritto la nostra attività. Però mezzi così efficaci dal punto di vista dell’immediatezza, in una cultura come la nostra dove l’apparenza conta più della sostanza, realizzando filmati di questo tipo minacciano il lavoro quotidiano di 1.700 volontari e 9 mila strutture caritative serie.

Perché hanno mandato in onda il servizio proprio a ridosso della Colletta alimentare?
Qualcuno ha fatto una segnalazione e se ben due tv della stessa rete si sono fatte concorrenza, per me il motivo era solo quello di fare un piccolo scoop. Però devono stare attenti al danno che fanno: la conseguenza di un servizio così può essere che persone povere e indigenti ricevano meno alimenti perché qualcuno può venire influenzato al momento di donare. E questo è molto grave. Puntare il dito contro un atteggiamento colpevole è giusto ma si sarebbe fatto un servizio migliore al bene comune se fosse stato segnalato alle autorità giudiziarie e non ai telespettatori.

@LeoneGrotti

Leggi di Più: Sabato c’è la Colletta alimentare (nonostante Le Iene) | Tempi.it

La Verità ordinata nella Forma

Le incursioni nel mondo della poesia da parte di cultori di altre discipline sono frequenti ma spesso suscitano perplessità, quando non addirittura sarcasmo: è facile l’accusa di dilettantismo e di cedimento a impulsi sentimentali e superficiali. Se però l’autore è uno scienziato del calibro di James Clerk Maxwell, è più naturale accostare l’opera poetica con l’aspettativa di qualcosa di significativo.

L’aspettativa non è andata delusa per quanti hanno partecipato, nell’ambito di Bookcity a Milano, alla presentazione del volume “Poesie” che raccoglie la prima traduzione italiana delle liriche del grande fisico scozzese: sono 40 componimenti, l’intero corpus poetico di Maxwell, scritti tra il 1844 e il 1878, cioè da quando il padre dell’elettromagnetismo aveva 13 anni a un anno prima della prematura morte. Nella traduzione di Greta Fogliani ed Erika Serra, curate con un puntuale apparato di note da Teresa Prudente, sono pubblicate da Edizioni Archivio Dedalus con testo originale a fronte, per consentire di apprezzare direttamente l’abilità e la maestria poetica dello scienziato.

Il quale, coerentemente col suo stile, ha affrontato anche questa fatica letteraria con rigore e precisione; riversando in queste pagine anche un chiaro riflesso della vasta e approfondita cultura classica nella quale era stato formato; a riprova che la conoscenza di Platone, dell’Eneide e di John Milton (per citare solo alcuni dei riferimenti presenti nella raccolta) non solo non ostacolano ma possono contribuire positivamente alla formazione di un genio scientifico.

C’è di tutto in queste poesie: dalle opere giovanili che esprimono la meraviglia per la scoperta della natura in tutte le sue sfaccettature; alle rime d’amore dedicate alla futura moglie; alle meditazioni su varie vicende storiche e contemporanee. Ma ci sono anche, messi in versi, i suoi incontri e scontri col mondo accademico dell’epoca e col pensiero scientista e materialista dominante, dal quale aveva sempre preso decisamente le distanze. Lo strumento della poesia gli permette di esprimere le sue posizioni critiche con la forma leggera, ma forse ancor più penetrante, dell’ironia e della satira.

Così i membri della British Association, sostenitori di quella visione, si trovano citati come “asini”: «Come disperde liberamente i propri atomi prima dell’inizio del tempo; /Come di forza riveste, quasi di un indumento, quelle piccole incomprimibili sfere! /Ma nemmeno lascia che siano dure di cuore – ma conferisce loro odio e amore, /Come a piccoli e sferici Asini britannici allo stato infinitesimale». Perché se «Non c’è altro che atomi e vuoto, tutto il resto è capriccio obsoleto! /Perché un uomo dovrebbe allora cercare di ingraziarsi esseri che non esistono, /Per riuscire a ottenere una squallida promozione nei nebulosi regni della nebbia?».

Ci sono anche componimenti di esplicito contenuto scientifico. Come quello in cui il fisico-poeta risolve passo passo un problema di dinamica, senza timore di inserire nelle strofe la simbologia scientifica con tanto di pedici, frazioni e differenziali. Oppure in quelli in cui tiene “Lezioni di fisica alle donne”, spiegando con toni appassionati il funzionamento del galvanometro a specchio di Lord Kelvin.

Temi diversi quindi ma non un panorama frammentato. A sostenere il tutto c’è una grandiosa concezione unitaria e una consapevolezza – notevole per quel periodo immerso in un acuto positivismo – dei limiti del pensiero scientifico. Traspare ovunque una grande “apertura mentale”, come osserva la curatrice del volume; e insieme la potente, e oggi attualissima, idea che la “connessione” è l’essenza del metodo scientifico e che «la relazione è la cosa più importante da conoscere; la conoscenza di una cosa ci condurrà, alla lunga, verso la conoscenza di un’altra cosa».

Questa trama di conoscenze riposa sulla solidità di un disegno misterioso che la robusta fede cristiana di Maxwell vede affiorare ovunque e che può essere avvicinato e tentativamente raccontato anche nelle forme della conoscenza scientifica della natura: «la solida roccia e il filo d’erba /Racconteranno la stessa infinita storia /”Siamo la Verità ordinata nella Forma”».

http://www.ilsussidiario.net/News/Scienze/2013/11/26/LETTURE-Maxwell-il-fascino-delle-equazioni-in-rima-baciata/print/446639/

 

Figli dell’Ideale

Breve resoconto d’un frammento di lezione.

Si legge il canto XXVII del Purgatorio: il sole tramonta, perciò Dante e le sue due guide, Virgilio e Stazio, si sdraiano perché di notte lì non si può camminare. Il poeta paragona la scena al riposo del mandriano e delle sue bestie: gli antichi saggi sono i pastori e lui è, più modestamente, la pecora. E che fanno le pecore? Se ne stanno ruminando manse e, sì ruminando, si addormentano.

Qui bisogna spiegare che la ruminatio, masticare e rimasticare lo stesso cibo, è parola che i Padri della Chiesa usavano per descrivere il metodo di appropriazione della Scrittura.

Un esempio moderno di istigazione alla ruminatio? Charles Péguy (gennaio 1973 – settembre 1914).

I-Grande-6581-jeanne-d-arc--drame-en-3-pieces.netAttingo a piene mani dalla memoria del prezioso libro di Pigi Colognesi La fede che preferisco è la speranza, Rizzoli editore, prima e, a quanto so, unica biografia italiana dedicata al grande poeta francese. Una delle sue prime opere, scritta mentre frequentava L’École Normale di Parigi (cui accedeva un ristrettissimo numero di studenti, la futura classe dirigente francese, dopo un esame durissimo, che Péguy superò al terzo tentativo) si intitola Giovanna d’Arco (Jeanne d’Arc, drame en trois actes: Domrémy, les Batailles, Rouen, publié sous le pseudonyme de Marcel et Pierre Baudouin, 1897; da non confondere con il successivo Mistero della carità di Giovanna dì’Arco). Essa è scritta in modo da favorire la virtuosa pratica suggerita dai Maestri medievali: si tratta di centinaia e centinaia di fogli in cui trova spazio un dramma, mai rappresentato interamente (ci volevano circa dieci ore per farlo), in cui si alternano pagine completamente bianche, pagine scritte e pagine che riportano una sola battuta, una frase, un verso. Péguy, allora socialista convinto e ateo, la pubblicò a proprie spese, volle che fossero riportati i nomi dei tipografi, correttori di bozze, legatori che lavorarono all’opera come lui che la scrisse, e si arrabbiò perché non riuscì a trovare i nomi degli operai che fabbricarono la carta e l’inchiostro che fu usato. Ne fece stampare 1000 (mille) copie e ne vendette 1 (una). Ma il nostro non si perdette d’animo: per la rivoluzione socialista, che doveva edificare la Città Armoniosa, ci voleva un giornale socialista, meglio, un vero giornale. Così fondò Les Cahiers de la Quinzaine, di cui fu autore, direttore, segretario e finanziatore squattrinato. Spendendo tutti i soldi che riusciva a racimolare, li tenne incredibilmente in vita, senza alcun provento pubblicitario (non voleva fare pubblicità) per 14 (quattordici) anni, dal 1900 al 1914, anno della morte, avvenuta a causa di una pallottola ricevuta durante la prima battaglia della Marna.

Si consideri che Péguy era sposato, aveva figli, e dunque una famiglia da mantenere, ma per l’Ideale si dà tutto, si attraversa tutto, si patisce tutto, anche la dolorosissima esclusione dai Sacramenti sofferta dopo la conversione al cattolicesimo, in quanto sposato solo civilmente (né la moglie avrebbe accettato un matrimonio religioso). Questo, e molto altro, fu Péguy.

L’impressione è che oggi occorrano uomini così, l’impressione è che senza uomini così non si va da nessuna parte. Ha ragione Papa Francesco a dire quello che dice.

Uomini così sorgono come figli dell’Ideale, e d’un Ideale che abbia la forma vissuta d’una visibile, gratuita e vera Amicizia.

Leggi di Più: Vita di Charles Péguy | Tempi.it