La nostra gratitudine

 

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La parola che Julián Carrón – il capo di Comunione e Liberazione da quando, nel febbraio del 2005, è morto don Giussani – ripete più spesso è «bellezza». Con il suo eloquio ispanizzante, le doppie che gli scivolano in bocca, la voce un po’ monotona, Carrón nel carattere non ha niente del fare burbero, ficcante, anche provocatorio del fondatore brianzolo di Cl. Non usa punti esclamativi. Nella sostanza, invece, dice le sue stesse cose con la fedeltà di un figlio, adattandole e riscoprendole in una situazione storica che sta anche rapidamente cambiando.
Questa sera Carrón arriva a Bergamo, al Centro Congressi Giovanni XXIII, per festeggiare i 40 anni del movimento in questa terra che è rimasta cattolica in modo molto radicato, un po’ tradizionalista, ma che si è anche sempre dimostrata aperta ai fermenti nuovi del mondo cattolico, che non a caso sono passati spesso di qui.

Don Carrón, cosa c’è da festeggiare?
Per noi questo momento vuol dire festeggiare la fedeltà di Dio, il suo amore sconfinato per il nostro niente che neppure il nostro tradimento ha bloccato. Come dice il profeta Isaia, «anche se tuo padre e tua madre ti abbandonassero, io non ti abbandonerò mai». Questo è ciò che ci sentiamo addosso. Noi non possiamo festeggiare niente senza ricordare un famoso invito di don Giussani del ‘94 e che è rimasto un punto fermo per noi: «Man mano che maturiamo, siamo a noi stessi spettacolo e, Dio lo voglia, anche agli altri. Spettacolo, cioè, di limite e di tradimento, e perciò di umiliazione, e nello stesso tempo di sicurezza inesauribile nella grazia che ci viene donata e rinnovata ogni mattino». Questa festa è dunque il ringraziamento per la fedeltà di Dio e la domanda che non abbandoni il suo popolo.

A cosa serve un movimento nella Chiesa? Non bastano già le parrocchie? Qual è, secondo lei, il contributo che CL ha dato in questi anni e che può dare all’interno della vita della Chiesa?
Un carisma, come dice la parola stessa, è un dono dello Spirito che rende la fede più persuasiva, più attraente, come diceva Giovanni Paolo II. Un modo con cui Dio continua il dialogo con gli uomini, continua a prendere iniziativa secondo una modalità assolutamente nuova, sempre sorprendente anche per noi stessi che vi partecipiamo. In questo momento Papa Francesco sta invitando tutti noi cattolici ad andare alle “periferie esistenziali” del mondo, ad andare incontro agli uomini. Noi abbiamo questa preoccupazione nel nostro dna: abbiamo sempre desiderato di vivere la fede nei diversi ambienti in cui si svolge la vita di tutti. Il Papa sta spingendo i cristiani a rendersi presenti ovunque, non soltanto nell’ambito, già di per sé bello e utile, delle parrocchie, ma in tutti gli ambienti. I nostri contemporanei purtroppo spesso non si avvicinano nemmeno alle parrocchie: se noi, qualunque sia la modalità con cui viviamo la fede – movimento, parrocchia, un’associazione di qualsiasi tipo – non siamo presenti lì, questi uomini non avranno la possibilità di incontrare Cristo oggi.

Papa Francesco è il primo che non parla alla ristretta cerchia delle sue pecore… 
Eh sì. Questo mi pare il grande richiamo che, con il suo personale modo di fare, sta rivolgendo a tutta la Chiesa. Che tutti gli uomini meritano di essere raggiunti dalla bellezza e dalla tenerezza di Dio, che noi siamo fortunati di aver incontrato. E questo il Papa lo testimonia in ogni modo, nella modalità con cui guarda a ciascuno quando è circondato da decine di migliaia di persone. Se tutti desiderano avvicinarsi a lui vuol dire che c’è qualcosa nella sua modalità di vivere la fede che la gente sta riconoscendo come adeguata al bisogno che ha.

Lei ha parlato di un’«attrattiva» che suscita Gesù. Forse oggi anche tanti non cristiani la avvertono, ma quando poi si tratta di sottomettersi a tutte le indicazioni della Chiesa… 
A noi quello che ci ha conquistato è proprio quest’attrattiva, non abbiamo fatto altro che lasciarci trascinare per non perdere quello che ci attrae nell’incontro con Cristo. La pretesa che ha la Chiesa non è altro che la pretesa di Cristo che questa bellezza sia rilevante per la totalità dell’esistenza e non solo per alcuni suoi aspetti. Che possa illuminare, rendere intenso e profondo perfino l’istante più banale della vita. Che tutto diventi pieno di senso, traboccante di bellezza e di gusto, come in una storia d’amore. Don Giussani ci ha sempre ripetuto una famosa frase di Romano Guardini: «Nell’esperienza di un grande amore, tutto ciò
che accade diventa un avvenimento nel suo ambito». Quale uomo non desidera questo?

All’uomo di oggi il Cristianesimo appare come una religione un po’ vecchia, superata. Ce ne sono di più appetibili (il Buddismo, la New age…). Non si sente un po’ inadatto ai tempi? 
Ogni uomo deve fare il proprio cammino, andare fino in fondo a quella che è la propria strada: solo così potrà verificare fino in fondo la capacità che essa ha di rispondere a tutte le sue esigenze. Oggi il Cristianesimo entra nell’agone di questa diversità religiosa. Non ha nessuna priorità. Questo, in fondo, è il fascino del nostro tempo: il Cristianesimo deve mostrare in mezzo a questa pluralità di forme in cui viviamo la sua ragionevolezza. Così gli uomini potranno fare il paragone tra l’esperienza che hanno scelto loro e quello che vedono testimoniato dai cristiani.

Giovanni Paolo II gridava: «Non abbiate paura» di rivolgervi a Cristo. Oggi forse Papa Francesco dice un «non abbiate paura» anche ai suoi: non abbiate paura in un mondo in cui siete, ormai, in minoranza. 
Certo. Per questo è importantissimo per il cristiano che possa vivere un’esperienza, come ci ha insegnato sempre don Giussani. Che la fede sia un’esperienza presente, dove io trovi la conferma della sua rilevanza. Altrimenti non potrà resistere in un mondo in cui tutto dice il contrario. La sfida e la bellezza drammatica di questo momento storico è questa: che noi cristiani non abbiamo
nessun altro sostegno, nessun altro vantaggio e punto d’appoggio che l’esperienza di bellezza che facciamo nella fede, insieme ai nostri fratelli.

Questo afflato generale per Papa Francesco è una moda esteriore o tocca in qualche modo la fede in Cristo?
Mi sembra che più che una moda sia un segno del bisogno che noi, credenti e non credenti – come dimostra ad esempio il dialogo tra Papa Bergoglio ed Eugenio Scalfari – abbiamo di essere raggiunti dalla misericordia e dalla tenerezza di Dio attraverso un volto, uno sguardo umano, che ti renda Dio talmente vicino che sia facile riconoscerlo. In questo senso c’entra già con la fede, che non è altro se non il riconoscimento di una presenza che risponde all’attesa dell’uomo. Che cos’è il Cristianesimo se non il Verbo che è diventato carne, è diventato palpabile, e attraverso questa carnalità rende vicine agli uomini la tenerezza e la misericordia di Dio? Gli uomini di oggi, anche quelli apparentemente più lontani dal punto di vista culturale o anche religioso, mi sembra che lo avvertano in questo Papa.

Come dovrebbe comportarsi il cristiano in un mondo in cui è nettamente in minoranza? Cercando di sfruttare al meglio le sue rendite di posizione? 
Prima di tutto dovrebbe accorgersi che questa strategia dell’egemonia, se mai abbiamo pensato che fosse quella giusta, si è dimostrata completamente fallimentare. Anche se si fossero raggiunti tanti posti e tanti luoghi di potere. Il cristiano ha solo una chance, perché la sua potenza non è tenere in mano nessun tipo di potere ma essere testimone della novità di Cristo che è entrata nella storia proprio per affascinare e conquistare il cuore degli uomini. Non perché siamo di meno la luce brilla meno: la luce non brilla meno nel buio. La gente rimane stupita quando incontra persone, oggi, che rendono trasparente questa vita che per loro è sconosciuta. Non c’è – e speriamo di averlo imparato per sempre noi cristiani – un’altra modalità che non sia la testimonianza, cioè il trasparire della bellezza di Cristo. Non c’è altro metodo.

Non è un po’ complicato essere cristiani oggi? Troppo impegnativo. 
Ma questo perché quello che si chiama Cristianesimo a volte non è altro che una sua riduzione etica. Se invece, come il Papa – e anche Benedetto XVI e Giovanni Paolo II – ci testimonia è una bellezza che attira, è una cosa facile: basta lasciarsi conquistare. Persino Scalfari è contento che il Papa gli scriva o lo incontri. È andato di corsa a trovarlo quando Bergoglio lo ha chiamato. Questo non toglie il dramma di ciascuno di assecondare o non assecondare quello che gli è capitato. Ma di per sé è facilissimo.

(da L’eco di Bergamo, 31 ottobre 2013)

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L’investimento che frutta

 

 

C’è un paradosso che emerge dall’indagine sociologica condotta in tutto il paese da Community Media Research insieme alla Stampa in tutta Italia: in caso di necessità la maggioranza della popolazione italiana fa affidamento è la famiglia, «eppure la politica investe su tutto meno che su questa realtà». A parlare a tempi.it è il professor Daniele Marini dell’Università di Padova, che ha diretto l’indagine: «Il tema che affrontiamo nelle nostre ricerche è la coesione sociale, in questo caso specifico abbiamo analizzato l’aspetto legato alle reti di solidarietà». E stando ai risultati, nel momento del bisogno gli italiani pensano, almeno come percezione, alla rete familiare (83,1 per cento). Al secondo posto c’è quella amicale, in particolare nel Nord Est (74) e nel Nord Ovest (62), seguono il volontariato e una serie di altri soggetti come la parrocchia al Nord e i vicini di casa al Sud. Le istituzioni? In fondo alla lista.

MEGLIO DELLO STATO. Marini è tanto stupito positivamente dal senso di solidarietà fra le persone che emerge dalla rilevazione, quanto impressionato negativamente dal fatto che le istituzioni occupino gli ultimi posti nei pensieri degli italiani: in caso di necessità si rivolge al Comune l’11 per cento degli intervistati e solo l’8,4 allo Stato. Inoltre la sfiducia nelle istituzioni aumenta proporzionalmente al crescere della “fragilità” dei soggetti, per trionfare tra le persone con titoli minori, donne over 65, disoccupati e casalinghe. «È preoccupante – continua Marini – perché se questi soggetti possono contare sui parenti, nel caso di bisogno più grave potrebbero non riuscire ad avere i sostegni necessari».

FINO A QUANDO DURERÀ? Per il professore è evidente che i servizi degli enti pubblici vanno migliorati, ma la vera soluzione sarebbe quella di decidersi finalmente a investire su «una risorsa che non è minimamente sfruttata: la famiglia è la ragione per cui il Paese ha tenuto durante la crisi, basti pensare ai tanti disoccupati sono aiutati dai parenti, a quanti si sposano grazie ai risparmi dei genitori. Eppure non esistono politiche a favore di questa realtà». La famiglia, dunque, regge ancora nonostante quello che si dice, «ma se non si investe su di essa a lungo andare non terrà più». Marini si riferisce «a quanti si vogliono sposare ma non riescono perché non hanno incentivi. Per ora possiamo ancora permetterci di vivere di rendita, ma poi?». Il processo di disgregazione di questa fondamentale “rete di solidarietà”, per altro, è già a buon punto, se è vero che, come rileva Eurostat, quanto a famiglie numerose (più di tre figli) l’Italia è al ventottesimo posto nella classifica dei Paesi europei, mentre sul podio ci sono Irlanda, Finlandia e Lussemburgo.

UN POTENZIALE DA SVILUPPARE. Marini spiega che «nel Nord Europa e in Francia, ad esempio, quando i tassi di natalità avevano raggiunto livelli preoccupanti che non garantivano il ricambio generazionale, le politiche familiari hanno prodotto un cambiamento positivo». L’Italia invece «si ostina a rimandare il problema e così, per esempio, non aiuta le donne in maternità. Le nostre aziende poi, diversamente da quelle estere, non tengono conto degli orari delle famiglie, non hanno asili né offrono altri servizi al loro interno. Il paradosso è questo: nel nostro paese la famiglia ha un potenziale enorme, eppure non solo non viene sviluppato, ma è sempre più colpito dalle tasse». Sono molte anche le persone che vorrebbero sposarsi, «come dimostra il 25 per cento delle convivenze che si trasformano in matrimoni» nota Marini. Un dato che «dimostra come si cerchino ancora la stabilità e la sicurezza e che è su questa che occorre puntare per far ripartire il Paese».

Leggi di Più: Gli italiani si affidano alla famiglia, non alle istituzioni | Tempi.it

L’amore , nell’ansia dolorosa come nel desiderio felice, è esigenza di un tutto

Nessuno scrittore del Novecento – e forse di nessuna epoca – ha sentito più di Marcel Proust il conflitto, se non addirittura la contraddizione, fra l’ansia di una realtà oggettiva, evidente, e l’orrore di una deriva soggettivistica che trasformasse quella stessa realtà in un sogno elusivo, in una impalpabile proiezione di se stessi. Il suo monumentale capolavoro, Alla ricerca del tempo perduto, può essere molte cose e avere molte definizioni, ma certamente è anche – e forse soprattutto – questo: lo sterminato campo d’azione di una lotta fra l’io e la realtà, fra il soggetto e la persistenza dell’oggetto; quasi una lotta, potremmo dire, con la realtà stessa: affinché la realtà dia, proprio nell’attimo in cui sembra stia per fuggire via dall’io, una parola definitiva sulla propria esistenza – unacertezza.

I rapporti amorosi, che gremiscono la Recherche (dalla storia d’amore di Charles Swann per Odette de Crécy a quella del Narratore per Albertine), costituiscono proprio il terreno di scontro fra queste due percezioni. La dialettica narrativa, l’affabulazione, la ferocia teoretica di Proust nascono come reazione a questi interrogativi: chi è realmente la persona che si ama? Esiste davvero l’amore per una persona? O essa è soltanto la proiezione del proprio carattere, dei propri desideri, delle proprie inclinazioni? L’amore è un dono o una maledizione? Una grazia o un pericolo?

È singolare, ad esempio, che Proust dica: «Troviamo innocente desiderare, e atroce che l’altro desideri» (III, 568): in una logica in cui l’altro è inafferrabile, la dinamica del suo desiderio – di contro all’assoluta naturalezza del nostro – diventa improvvisamente una minaccia: essendo proprio il desiderio quel fattore che rende imprevedibile l’umano, che lo fa erompere dalle determinazioni e dai calcoli. Proust ha avvertito quanto mai drammaticamente – in quell’esperienza terribile e comunissima che è la gelosia – che il desiderio è la base, la fonte della libertà. Un possesso che tenti di escludere la libertà dell’altro è impossibile, irrealizzabile: non perché non si possa tenere fisicamente prigioniera una persona (il Narratore fa infatti esattamente questo esperimento con la giovane Albertine), ma perché non si può impedirle di desiderare: «Spesso la gelosia è solo un inquieto bisogno di tirannia applicato alle cose dell’amore» (III, 479); e ancora: «Di calma non ce ne può mai essere nell’amore, perché quel che si è ottenuto non è che un nuovo punto di partenza per desiderare dell’altro» (I, 702-703): ogni tentativo di possesso non si esaurisce in una soddisfazione, ma funziona “come un trampolino”: si risolve in un’espansione del desiderio, in un gioco al rilancio potenzialmente infinito.

Invece di placarsi, il desiderio diventa più vasto e più intenso. Se l’amore si ostina a rimanere, appunto, il tentativo di una conquista, l’infinità del desiderio diventa la causa di un destino tragico. Su questo, Proust è chiarissimo, come in questo passaggio di All’ombra delle fanciulle in fiore: «Il bisogno nasce dalla soddisfazione. Ne consegue che estendere il possesso della donna amata significherebbe solo renderci più necessario quello che non possediamo e che, malgrado tutto, rimarrebbe qualcosa d’irriducibile» (I, 764).

Un’impossibilità che Proust denuncia a più riprese: «L’amore finisce sempre con l’urtare in un’impossibilità. Ci immaginiamo infatti che l’amore abbia per oggetto un essere che può stare disteso davanti a noi, rinchiuso in un corpo. Ahimè! Il vero oggetto è l’estensione di quell’essere a tutti i punti dello spazio e del tempo che esso ha occupato e occuperà. Se non possediamo il suo contatto con un certo luogo, con una certa ora, non possediamo nemmeno lui. E noi non li possiamo toccare, tutti quei punti. Se essi, almeno, ci fossero designati, potremmo forse estenderci fino a raggiungerli. Ma li cerchiamo a tentoni, senza trovarli. Di qui la diffidenza, la gelosia, le persecuzioni» (III, 490). O ancora: «Non si ama che ciò in cui si persegue qualcosa di inaccessibile, non si ama che ciò che non si possiede» (III, 804).  Diventato così una sorta di gioco al massacro, appare forse amaramente chiaro che l’amore diventerebbe così «una malasorte come quelle delle fiabe, contro le quali non c’è niente da fare finché l’incantesimo non è cessato».

Ma è un’impossibilità, questa, che rivela però qualcosa: un amore che non si appaga neanche nella persona fisica dell’altro, un amore impossibilitato alla conquista e al definitivo possesso, possiede in sé qualcosa di ulteriore, un’allusione interna a qualcosa che erompe dalla persona stessa e la supera: «L’amore, nell’ansia dolorosa come nel desiderio felice, è esigenza d’un tutto» (III, 497) scrive Proust, ancora nella Prigioniera. E in un passo, peraltro molto noto, scrive ancora: «Nelle persone che amiamo c’è, immanente ad esse, un certo sogno che noi perseguiamo anche se non sempre riusciamo a discernerlo» (IV, 509).

Non è un caso che questo passo si trovi nell’ultimo episodio dell’opera, che s’intitola Il tempo ritrovato: in quel monumentale tentativo di recupero del perduto, di riconquista di una resistenza delle cose alla loro stessa frana, affiora appunto questa fugace ma decisiva intuizione: che l’amore per una persona abbia in sé quel «certo sogno», che magari non discerniamo, ma che pure perseguiamo e desideriamo, anche senza saperlo: perché è quel significato – di cui la persona amata costituisce il segno, l’“emblema drammatico” – che solo sempre si insegue e si cerca.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/5/31/PROUST-L-incantesimo-dell-amore-pericolo-o-grazia-/print/398521/

 

L’etica è un avvenimento

Forse è utile tornare ad Alain Finkielkraut per indagare le ragioni profonde del clima di assoluto “sospetto” che regna sia nei rapporti di politica internazionale (lo scandalo delle intercettazioni telefoniche compiute dai servizi statunitensi americani ne è solo l’ultimo esempio), che nelle nostre fragili esistenze segnate da una congenita incapacità di apertura all’altro.

Finkielkraut è sicuramente una delle voci intellettuali più interessanti del panorama europeo, estremamente originale nel maturare un pensiero che nasce dall’incontro ideale con le posizioni di Hanna Arendt, Charles Péguy e Emmanuel Lévinas, autori lontani per formazione intellettuale e convizioni religiose ma uniti dal medesimo accorato appello al rispetto per l’alterità del “dato” reale e per l’irripetibilità del singolo individuo, entrambi unici antidoti alla ricaduta nella deriva totalitaria della ragione occidentale.

In L’umanità perduta, Finkielkraut – sulle orme della Arendt – individua l’origine della violenza totalitaria del ‘900 nella “vertiginosa assenza di scrupoli nei confronti del dato“. La costruzione del “nemico”, il toposdell’ebreo eterno cospiratore da annientare, affonda le radici nel rifiuto della realtà così come essa si mostra nella sua nudità. Quando il dato è azzerato, la politica si riduce a terreno di scontro tra volontà conflittuali. E con la realtà si polverizza anche la categoria di “impossibilità”: se la storia è lo scontro tra poteri “non ci sono limiti oggettivi al fattibile, ci sono soltanto resistenze oggettive e quindi eliminabili“. Questo spiega perché – come indica la Arendt– il “risentimento” sia la disposizione affettiva caratteristica del moderno nella misura in cui esso è “libero dalla realtà”. Come è possibile allora recuperare un contatto con il dato reale ed abbracciare la sola alternativa valida al nichilismo del risentimento, ovvero la gratitudine?

È a questo punto che Finkielkraut reincontra Péguy e Lévinas. La riflessione di Péguy sulla categoria di avvenimento – unita alla sua traduzione filosofica nell'”etica del volto” di Emmanuel Lévinas – è lo strumento utilizzato da Finkielkraut per scardinare l’autoreferenzialità del moderno. È soltanto un “avvenimento”, qualcosa di imprevisto che irrompe dall’esterno che è in grado di sgretolare le astrazioni del pensiero e consente di riprendere il contatto con la realtà. Per Lévinas l’etica ha origine nell’incontro con il “volto” dell’altro che, nella sua radicale “nudità” ed “eccedenza” rispetto all’immagine sensibile, impone a ciascuno l’assunzione di responsabilità nei suoi confronti.

Ecco perché come ricorda Finkielkraut, per Lévinas, l'”etica è anzitutto un avvenimento“. Consapevole della “carnalità” dell’avvenimento, Finkielkraut non cade mai nell’errore di elaborarne una teoria ma si sofferma nel raccontare come l’imprevisto sia accaduto concretamente nella vita di qualcuno.

Ecco quindi che l’avvenimento può avere i connotati dell’incontro con il volto dell’altro come accade nel filmSchindler’s list di Spielberg dove il cambiamento si innesca solo quando si è catturati dal volto degli uomini. È il caso anche di Tzvetan Todorov, celebre linguista bulgaro, che abbandona i circoli strutturalisti soprattutto in seguito all’incontro con Isaiah Berlin di cui scrive: “Le sue occupazioni erano lontane dalla poetica e dalla semiotica e tuttavia quanto diceva sulla politica, la storia e gli esseri mi toccava profondamente. Sentivo di non dovere più mettere tra parentesi questa parte di me. Retrospettivamente trovo questo fatto un bene: è un bene che un altro individuo possa entrare in te e sconvolgere i tuoi schemi di interpretazione del mondo, obbligandoti a forgiarne di nuovi“.

Nel caso di Roland Barthes invece l’avvenimento assume i tratti di un evento tragico e insopportabile come la morte della madre. L’illustre rappresentante del poststrutturalismo – che aveva proclamato nel 1968 il principio testuale della “morte dell’autore” – riscopre la “persona” attraverso il dolore per la scomparsa della persona amata. In seguito a quell’evento Barthes dirà: “Di colpo, essere moderno mi è diventato indifferente“.

La grande lezione di Finkielkraut consiste nel comunicarci che solo un avvenimento di questa portata è in grado di “riabilitare” la realtà e lo fa prima, suscitando in noi il desiderio di ridestare il passato che viene improvvisamente a mancare (Barthes) e poi infondendoci una profonda gratitudine per l’incontro che abbiamo vissuto (Todorov).

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/10/29/LETTURE-Finkielkraut-il-racconto-di-un-imprevisto-vale-piu-di-mille-teorie/print/439528/

L’uomo e l’essere

 

Cosa vuol dire pensare con Heidegger oggi? In che misura la domanda heideggeriana è in grado di essere considerata attuale? Queste sono solo alcune delle tante domande che hanno animato giovedì scorso il dibattito tenutosi presso l’Università Statale di Milano in occasione della presentazione del nuovo libro di Costantino Esposito, Heidegger. Che sia davvero possibile parlare di un’attualità di Heidegger è stato innanzitutto evidente dalla grande presenza di professori, studenti e dottorandi che hanno partecipato attivamente ad una discussione durata più di tre ore. I relatori, Rossella Fabbrichesi (Università di Milano), Eugenio Mazzarella (Università di Napoli Federico II) e Stefano Poggi (Università di Firenze), moderati da Carmine Di Martino (Università di Milano), hanno recensito l’opera alla presenza dell’autore.

Lo stesso Esposito ha definito il libro come “di servizio”, per cercare di far intendere quale sia la posta in gioco del pensiero di Heidegger, e tutti i relatori sono stati concordi con la professoressa Fabbrichesi che lo ha definito “utile, leggibile, perspicuo e fluido” e addirittura “necessario”, nell’ottica di un ripensamento volto alla comprensione del “poco accessibile”, ma allo stesso tempo fondamentale, pensiero del filosofo di Essere e Tempo.

L’elemento di continuità del dibattito è stato l’attualità della domanda filosofica alla radice dell’indagine heideggeriana, che, ancora oggi, suscita un grande interesse per il suo porre al centro l’uomo, inteso come il luogo sorgivo della verità, in cui solo può emergere e delinearsi il significato del mondo e della storia. La domanda fondamentale nell’opera heideggeriana, ha ripetuto più volte Esposito, è proprio quella che identifica all’origine il “rapporto tra l’uomo e l’essere”, il destino ed il senso che l’esistenza umana può assumere: ecco la vera posta in gioco della filosofia, l’unica in grado di rendere interessante la ricerca. Tale domanda è ancora oggi “aperta e non evadibile”, ha detto Mazzarella, almeno finché ci sarà l'”esserci”, un essere umano che si interroghi sulla propria condizione. Ciò rende la filosofia di Heidegger una “scienza originaria”, sulla cui genesi e sviluppo l’opera di Esposito getta una nuova luce, una nuova chiave di lettura, svincolata da una più tradizionale analisi che cerchi di circoscrivere il pensiero di Heidegger in un sistema definito. Inoltre, in quest’ottica, il nocciolo filosofico dell’interrogativo heideggeriano viene a coincidere con il cuore pulsante della filosofia stessa, esplicitando cioè che l’origine del filosofare sorge dall’interesse dell’uomo nei confronti della realtà.

Proprio per questo, la domanda heideggeriana appare come l’esplicitazione della domanda essenziale di ogni uomo e fornisce un metodo nuovo per scoprire la tradizione come qualcosa di proprio, illuminando gli interrogativi posti in ogni momento storico. 

A conferma di ciò, Poggi ha sottolineato come solo da una comprensione autentica del pensiero heideggeriano si sia in grado di comprendere la storia della filosofia dell’epoca contemporanea, citando come esempio l’attuale interpretazione di Nietzsche.

Inoltre, è necessario anche sottolineare il tentativo riconosciuto ad Esposito di avvicinarsi al linguaggio “semplice, concreto, che mira alle cose stesse” di Heidegger, oltreché quello di non intendere il filosofo per come egli stesso si intendeva, bensì per quello che egli ha effettivamente detto e scritto. “La sua domanda è più grande delle sue risposte, per cui bisogna innanzitutto interrogarsi su di essa e non sulle soluzioni che egli ha proposto”, ha continuato a ripeter l’autore per tutto il corso del suo intervento. Tutti i relatori hanno sottolineato la necessità e originalità di questo nuovo punto di vista, che si allontani dalla “scolastica” creatasi a partire dall’opera di Heidegger. Questo ci consente di tornare al lavoro del filosofo, senza trascurarne i punti teoretici fondamentali e senza militanza né elogi, ma aprendo la possibilità di sottoporre Heidegger al nostro interrogare, prescindendo dalla sua auto-proclamazione autoritaria di “destino storico” del pensiero.

Ecco che riemerge l’attualità dell’interrogativo heideggeriano sull’esistenza umana, al centro di un processo di indagine che ci coinvolge ancora oggi e che riguarda lo statuto e il destino della filosofia stessa. L’opera di Heidegger è infatti animata e percorsa dall’ideale di una filosofia come fenomenologia, ossia come scienza dell’esperienza. La sua attualità, in questo senso, sta anche negli spunti che fornisce al pensiero postumo e, in generale, all’uomo contemporaneo. Centrale è infatti il nichilismo di Heidegger, diverso da quello nietzscheano, in quanto necessità di andare incontro all’abisso aperto dalla scoperta della finitezza, del “destino di morte”, che riguarda ogni essere umano e che gli spalanca le porte dell’autentica comprensione di sé. Questa attualità heideggeriana è poi testimoniata dal fatto che il pensiero, alla luce della domanda sul rapporto tra l’uomo e il mondo, è maggiormente in grado di leggere la storia, e quindi anche i tempi attuali, proprio in virtù di uno sguardo aperto all’accadere.

Le problematiche heideggeriane non vengono dunque risolte nel testo di Esposito, come testimoniano gli interrogativi sullo statuto dell’individuo e della libertà, sottolineati da Poggi in chiusura al suo intervento. Al contrario queste domande vengono rilanciate e riproposte a partire da un punto di vista completamente nuovo e sicuramente utile, per non sottomettersi alla logica di un giudizio valutativo sull’autore. Viene così favorita e privilegiata una seria ed approfondita indagine delle questioni colte e presentate dal genio di Heidegger.

(Pietro Biscottini)

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/10/28/HEIDEGGER-Certe-domande-sonno-piu-grandi-delle-risposte/print/439283/

 

Mio vero

 

Sii dolce con me. Sii gentile.
È breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
 
abbiamo dell’infinità.
 
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.

Una nostalgia d’imperfetto

ci gonfierà i fotoni lucenti.

Sii dolce con me.

Maneggiami con cura.

Abbi la cautela dei cristalli

con me e anche con te.

Quello che siamo

è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei

e affettivo e fragile. La vita ha bisogno

di un corpo per essere e tu sii dolce

con ogni corpo. Tocca leggermente

leggermente poggia il tuo piede

e abbi cura

di ogni meccanismo di volo

di ogni guizzo e volteggio

e maturazione e radice

e scorrere d’acqua e scatto

e becchettio e schiudersi o

svanire di foglie

fino al fenomeno

della fioritura,

fino al pezzo di carne sulla tavola

che è corpo mangiabile

per il mio ardore d’essere qui.

Ringraziamo. Ogni tanto.

Sia placido questo nostro esserci –

questo essere corpi scelti

per l’incastro dei compagni

d’amore.

 

Mariangela Gualtieri 

Densità dell’istante nell’unità del tutto

(..)Basta che lasciamo entrare anche soltanto un minuto la Sua diversità. Mi domandano ancora: «Come si fa a stare nella realtà con la ferita che abbiamo addosso, che io riconosco essere una grazia perché costringe a cercare l’amore, ma senza farsi definire dallo stato sentimentale in cui uno si trova?» Cioè, come non bloccarsi al sentimento di un momento particolare? Vedete come siamo tante volte incastrati lì? È la domanda che mi fa anche un’altra persona che scrive: «Alla Giornata d’inizio anno sono rimasta molto colpita da questa frase: “Perché qualsiasi obiezione o qualsiasi circostanza, pur dolorosa, ha sempre dentro qualcosa di vero, altrimenti non ci sarebbe”. Un passaggio precedente sulle circostanze mi descrive bene: “Perché non siamo in grado di vedere l’attrattiva che hanno dentro, tanto siamo definiti dalla ferita, le abbiamo ridotte perché noi pensiamo già di sapere che cosa sia la circostanza, pensiamo già di sapere che non c’è niente di nuovo da scoprire dentro di essa, che c’è solo da sopportare”. Sentire che la circostanza ha qualcosa di vero dentro mi ha fatto sobbalzare, perché in questo periodo troppo faticoso la circostanza per me è staccata dalla verità. Sono quasi soffocata dalla confusione e dall’elenco delle cose che non vanno come vorrei. In passato dicevo: “Ma tanto c’è Gesù!”. Il che metteva una pezza su tutto, eliminando così Gesù e me. Ma il test che fai è troppo ragionevole e non mi lascia ombra di dubbio. È vero, altrimenti non ci sarebbe. Se c’è, è perché c’è qualche cosa in più della circostanza avversa, c’è qualche cosa di vero dentro, altrimenti non ci sarebbe. Questa affermazione ricompone i pezzi. Puoi approfondire che cos’è questo “ha dentro qualcosa di vero, altrimenti non ci sarebbe”? Come avere la certezza che la verità, Cristo, è unita a ciò che accade anche nelle prove più dure?».

Sono rimasta impressionata dal fatto che la vita è veramente racchiusa in quel che tu hai detto della Maddalena. E quella commozione di cui da quest’estate tu hai cominciato a parlarci, non dura perché rileggo un testo, ma perché la vedo accadere. Sabato scorso è stato per me un momento clamoroso, tra i tanti di questo periodo, di questo riaccadere. Sono stata in un carcere a presentare la mostra sul Duomo di Milano (sei incontri nei vari bracci). La cosa che mi ha colpito è come è nata questa vicenda: due anni fa un giovane ha ucciso due persone. Si è costituito subito, è entrato in carcere e ha smesso di parlare, come annichilito da quel che aveva commesso. Alcuni dei nostri amici che fanno caritativa in carcere hanno cominciato ad andare a trovarlo. Per mesi lui continuava a non parlare, finché l’anno scorso, dopo il Meeting, mentre gli raccontavano della mostra sul Duomo di Milano e di chi l’aveva costruito − tutti uomini peccatori −, lui d’improvviso, commuovendosi, ha detto: «Mi state dicendo che uno come me può costruire una cattedrale?».

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È sentimentale, questo?!

E così, nel dialogo, proprio da lui è nata l’idea di portare la mostra sul Duomo dentro il carcere, spiegata da alcuni detenuti agli altri detenuti.
Hai detto che questo ragazzo per un anno e mezzo è stato muto, che non parlava con nessuno in carcere fin quando ha sentito del Duomo. Tanto è bloccato l’uomo davanti a una cosa così terribile come l’aver ucciso delle persone, per il giudizio che ha su di sé come una persona assolutamente senza valore! Poi sente raccontare della costruzione del Duomo: «Ma allora è possibile per me che ci sia ancora qualcosa da scoprire dentro questo mio io, che io penso non serva a niente?».

Dal “movimento” di questa persona è nata la mostra, tanto che io gli ho detto: «Tu hai cominciato a costruire la tua cattedrale». Mi ha fatto molta impressione perché andando in carcere è come se io avessi fatto un’esperienza, come non avevo mai percepito, di quanto è abissale il bisogno che noi abbiamo; noi siamo veramente gente che piange su un sepolcro, non solo lui, perché quando lo vedi succedere davanti a te, ti accorgi di quel che succede anche in te, di fronte a cui, di solito, sei così superficiale. Noi abbiamo un’impotenza radicale nei confronti degli altri e nei confronti di noi stessi. Da una parte, c’è questa nostra impotenza assoluta e, dall’altra, il fatto che noi ci portiamo addosso una Presenza per cui siamo stati guardati per questo. Tant’è che quando sono uscita ho pensato: «Io ho bisogno di Carrón che mi parla della Maddalena per leggere la realtà; e ho bisogno della realtà per leggere Carrón che ci parla della Maddalena». Così la verifica della fede non è la riuscita, ma l’autocoscienza, cioè: «Maria!».

È soltanto questo che riapre la possibilità, perché tante volte noi non abbiamo una risposta per ridestare i ragazzi a scuola che sono già tutti bloccati. Invece quando noi portiamo quello sguardo, li possiamo sbloccare; occorrerebbe dire più precisamente che non siamo noi che li possiamo sbloccare, ma quello che noi portiamo. Quello che noi portiamo come in vasi di creta è in grado di aprire perfino uno bloccato da un anno e mezzo perché vede tutta la vita attraverso il male che ha fatto. Qualcuno di noi può pensare di trovarsi in una situazione peggiore di quel carcerato? O peggiore delle donne della Rose? O peggiore di chi si trova in tante altre circostanze che uno può immaginare? Sentirsi chiamato per nome, qualsiasi sia la circostanza, è questo che ha riaperto quel giovane. Non ha avuto un’allucinazione o non so che voci ha sentito; semplicemente ha lasciato entrare nella propria vita quel che un altro raccontava. Noi possiamo andare a visitare la mostra sul Duomo come una cosa scontata, perché non abbiamo la consapevolezza del bisogno che ci troviamo addosso. Ma quando uno ha il bisogno, intercetta l’annuncio! Per questo mantenere aperta la domanda è l’unica possibilità per intercettare l’annuncio. Senza il bisogno, senza la vera consapevolezza del bisogno, lo sguardo su di noi può succedere e noi non rendercene conto. Come diceva don Giussani, partendo da una frase dell’allora cardinale Ratzinger: «“Non si può portare l’obbrobrio della vita, se non per la presenza di un amante”. Ma l’obbrobrio più grande è come si è amanti! Allora si può portare “l’obbrobrio della vita” solo alla presenza di un amante che non è “un” amante: è la presenza di Cristo […]. Solo guardando l’amata e avendo gli occhi pieni di ciò che sta dietro, Leopardi può fare l’inno “Alla sua donna”, che non è un canto alla donna, è un canto alla Donna col D maiuscolo: è un canto a ciò per cui nella donna l’uomo prova un’attrattiva che altrimenti non proverebbe [ma che cosa succede? Che per noi la circostanza è staccata dalla verità!]. C’è una tentazione in noi: considerare come astrazione l’unica ipotesi – l’unica ipotesi! – che dà concretezza alla nobiltà e alla grandezza delle cose, fino alla “densità dell’istante” [per noi è un’astrazione, perché per noi il concreto è altro!]. […] Ciò che tutta la gente [invece] sente come ovviamente concreto di fronte all’astrazione dell’ideale, questo è proprio astratto, perché astratto vuol dire strappato alla consistenza che può provenire soltanto […] dall’unità del tutto» (L. Giussani, Vivendo nella carne, Bur, Milano 1998, pp. 289-290). Quel che noi chiamiamo astratto è la cosa più concreta.  (..)

PDF – 23 ottobre 2013. Appunti SdC con Carrón (187,36 KB)

Il Sale della terra

A volte non c’è niente di meglio di una canzone per descrivere un’epoca, un periodo, o anche solo un piccolo momento della storia. Già da più di un mese Ligabue canta alla radio il nostro opportunismo, la nostra capacità di essere “l’opinione sotto il libro paga, le figure dietro le figure, la vergogna che fingiamo di provare, la farsa, la tragedia, il forte sotto assedio”; non ho trovato testo migliore per provare a rintracciare le motivazioni ultime di quanti, guardando con paura ai mesi che stiamo vivendo, cercano semplicemente di procurarsi un riparo dietro a un solido potere per provare a sopravvivere. L’opportunismo e l’affermazione di sé segnano in maniera decisiva questo nostro autunno dal momento che in tanti, forse troppi, sono disposti a fare e a dare solo quello che hanno già deciso di fare e di dare.

Il declino dell’Italia, in questo senso, sta tutto qui: nel declino della nostra vita, dell’apertura potente del nostro Io al dono che la realtà, qualunque realtà, è. Chiusi nel nostro fortino, infatti, siamo solo ansiosi di trovare l’ombrello più resistente per mettere in salvo i nostri “piccoli possedimenti” dalla tempesta, dalla storia. Ovviamente imbellettando il tutto con un discorso semplice, corretto e pulito. Così, nel giro di pochi mesi, tutti possono diventare papisti, renziani o alfaniani, tutti possono trovare parole alla moda e convincenti per giustificarsi, per rimettersi – sempre e comunque – tra i Giusti, tra i Puri.

La paura di perdere ci blocca e ci condanna all’insignificanza della storia, rendendoci cortigiani del potere e ostaggio del vento, finti padroni di noi stessi, alla ricerca continua di una legittimazione o di una qualche piccolissima soddisfazione. Così si trasforma il nostro tempo e passano le nostre giornate: alla ricerca di una tana che, dalla politica all’amicizia, impedisca al nostro cuore di confrontarsi davvero con la vita, sentendo tutto l’amaro che, in realtà, le nostre presunte rivendicazioni di libertà hanno generato dentro di noi e dentro il segreto della nostra anima. Il sesso, il potere, i soldi, l’alcool, le scommesse, sono solo degli addentellati di tutto questo, armi necessarie per resistere all’urto del vivere fino ad ogni tramonto.

Eppure i mesi che viviamo potrebbero diventare un’occasione splendida: mai così tanti cambiamenti hanno attraversato un anno solare e mai così tante opportunità si sono profilate all’orizzonte. La crisi dell’economia, quella della politica, la fatica a vivere certi rapporti o certi dolori, come l’accento nuovo e inusuale di un Papa “venuto dalla fine del mondo” potrebbero diventare il terreno dove rischiare la nostra libertà e il nostro bisogno più vero: invece, tutto sembra soltanto l’ennesimo pretesto per metterci in fuga, per non voltarsi indietro, per procedere – anche questa volta – facendo finta che tutto vada bene, che sono gli altri, come sempre, ad essere in errore, a essere i fabbricatori del nostro male. È l’ideologia che muove certi signori della politica e dei talk show, ma forse è banalmente l’ideologia con cui guardiamo nostra moglie o con cui, fin dal mattino presto, ci alziamo e viviamo tutto.

Come è possibile, allora, che lo scenario cambi? Che cosa possiamo sperare? Ci sono due fatti che, in questi mesi, ci stanno mostrando con forza la strada: l’appello, mal digerito dalla politica, del Presidente Napolitano a “fare qualcosa per la nostra situazione carceraria” e la morte del nazista Erik Priebke. Questi due eventi, apparentemente distanti anni luce l’uno dall’altro, ci fanno capire senza mezzi termini che cosa il nostro grande Papa ci sta dicendo in tutti i modi con la forza e la potenza dei suoi gesti e delle sue parole: infatti ognuno di noi deve decidere se porre la sua speranza nella giustizia o nella misericordia. Ciascuno deve stabilire se il Bene che attende può arrivare dalla propria giustizia, da quello che ha già scelto con la rettitudine della ragione, oppure dalla misericordia, da un Altro che c’è e che noi non controlliamo.

 

La misericordia fa paura: fa paura ai giornalisti atei devoti come ai positivisti, fa paura a chi deve decidere sul futuro delle carceri italiane come a chi si deve arrendere e demandare a Dio il giudizio definitivo sulla storia, anche su quella più tetra e più cupa del novecento nazista. Noi preferiamo la giustizia, la certezza della pena, la coerenza della ragione, il preservarsi del “già saputo” e del potere costituito. Il partito della giustizia sa quello che Dio deve fare, sa quello che il Papa deve dire, sa quello che i propri amici devono essere. Quello della misericordia, invece, non sa niente. Scommette semplicemente sull’umano, sull’amore, sulla libertà e – per questo – appare più povero, più disarmato, più controproducente.

 

Mi viene in mente quello che accadde in Palestina un sacco di tempo fa. C’erano i Farisei e i Pubblicani, gli israeliti puri e devoti. Loro sapevano quello che doveva succedere. Sapevano come le cose dovevano andare. Loro avevano “la giustizia”. E poi c’era Maria. Lei aveva solo un grande desiderio di essere donna e una sterminata fiducia in un Altro che non conosceva e che non aveva mai visto. Lei sembrava destinata a essere espulsa dalla storia e dal mondo, destinata a perdere tutto. Eppure gli uni, con la loro giustizia, seppero solo uccidere, lei – con la sua fragile misericordia – seppe solo accogliere. Quel mondo non trovò speranza nelle sentenze degli uomini, ma nelle lacrime di una madre. Ancora oggi, ognuno di noi, è chiamato a scegliere tra la strada della giustizia e quella della misericordia. Giustifichiamoci quanto vogliamo, ma su questa scelta si gioca tutto, la stessa possibilità di essere felici, di essere – ancora una volta – il Sale della Terra.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2013/10/25/La-misericordia-fa-paura/print/438568/

La Verità illumina l’economia

L’Enciclica di papa Francesco, Lumen Fidei, potrebbe esser considerata la conclusione di Caritas in veritate di Benedetto XVI, quasi la risposta alla domanda finale: «Che fare?». Essa spiega che ciò che va fatto per risolvere i problemi causati dalla crisi economica, a sua volta originati dal nichilismo dominante che rifiuta la Verità, è ritrovare la fede. E non solo per la salvezza personale, quanto per tornare a creare valore per l’intera società permettendo un vero perseguimento di un vero bene comune. Persino la storia economica del mondo riflette la storia della fede in Dio.

Infatti, il vero benessere integrale dell’uomo è spirituale, intellettuale e materiale e la storia economica insegna che quando l’uomo ha ignorato o confuso i primi due, perseguendo solo quello materiale, ha creato un benessere egoistico e instabile. Si pensi alla deformazione delle dottrine economiche del mercantilismo nel XVII secolo; a quelle illuministe fisiocratiche (governo buono della natura) nel XVIII secolo; a quelle tecnocratiche del XIX secolo; a quelle immediatamente successive marxiste­materialista; alle liberal-keynesiane del XX secolo; fino a quelle relativiste-globaliste che ci hanno portato alla crisi in corso
 La storia economica del mondo è anche la storia del progressivo distacco tra morale ed economia, della progressiva autonomia morale di quest’ultima. Papa Ratzinger in Caritas in veritate ci ha insegnato che ogni scelta economica ha impatti di ordine morale e ogni visione morale provoca conseguenti scelte economiche. Ci ha insegnato anche che uno strumento non può, pertanto, avere autonomia morale. Se oggi si subisce questa crisi e si è preoccupati, per esempio, della disoccupazione giovanile, è perché per trent’anni si è costruito un sistema consumistico ‘a debito’ immorale e insostenibile che ha squilibrato il sistema economico mondiale.
La accettazione dell’idea che l’economia ha autonomia morale ha portato l’uomo a credere che parlare di ‘economia e morale’ sia un ossimoro e che l’economia vada meglio dove non c’è fede religiosa. In Lumen Fidei ci viene ricordato che la fede senza Verità è illusione e sentimento. Che cosa potrà mai essere l’economia senza la Verità che illumina il suo utilizzo in quanto strumento? Eppure è anche attraverso l’uso dell’economia che l’uomo può cambiare il mondo, santificandolo, e santificando lo stesso strumento economico. Pertanto si deve recuperare la fede per il bene dell’uomo, perché è la fede che fa trovare il vero senso della vita, stimolando la ricerca della verità in tutte le cose, economiche incluse. Ma per dare senso alla vita si deve voler cercare di comprendere la Verità.
E la Verità spiega a che cosa serve l’economia e l’uso dell’economia nel progetto di Dio. La Verità è quindi riferimento indispensabile per dar senso allo strumento economico. E la Chiesa ha questo grande compito di illuminare il senso della vita e delle azioni umane, con il suo magistero, i Sacramenti e la preghiera. Così si potrà produrre una società civile in cui l’economia possa tornare ad avere il suo proprio posto e la sua giusta importanza.
Con la fede si possono sviluppare le architetture per i veri rapporti (anche economici) umani, architetture capaci di tenere uniti. Con la fede si creano le condizioni economiche per un vero bene comune .Con la fede si creano le condizioni per formare e rafforzare quel nucleo, anche economico, che è la famiglia che crea ricchezza in infiniti modi, facendo figli (sviluppo) ed educandoli (qualità dello sviluppo). Con la fede, poi, si crea valore economico per la società perché si condividono i veri rapporti di fraternità che si fondano sulla dignità unica della persona e sul rispetto condiviso per il Creato. Economia per l’uomo, ‘sostenibile’ – in pratica – perché fondata sulla vita e sul senso della vita e delle azioni. Tutto ciò grazie alla fede. Senza la fede, nulla.

 

Ettore Gotti Tedeschi

L’infinito nel finito del quotidiano

Papa Francesco questa mattina all’udienza generale, davanti a oltre centomila persone radunate in Piazza San Pietro, ha spiegato perché la Madonna per la Chiesa è modello di fede e di carità.

IL COMPIMENTO DI ISRAELE. La Vergine Maria, ha esordito il Pontefice, era «una ragazza ebrea, che aspettava con tutto il cuore la redenzione». Aveva dunque la stessa fede del suo popolo. Ma è quando «risponde “sì”» all’annuncio dell’angelo che la sua fede «riceve una luce nuova: si concentra su Gesù, il Figlio di Dio che da lei ha preso carne e nel quale si compiono le promesse di tutta la storia della salvezza». Dunque in Maria si compie la fede di tutto il popolo di Israele, ha detto papa Francesco. «In Lei è concentrato tutto quel cammino, tutta quella strada di quel popolo di fede, che aspettava la redenzione, e in questo senso è il modello della fede della Chiesa, che ha come centro Cristo, incarnazione dell’amore infinito di Dio».

IL SUO “SÌ” PERFETTO. «E Maria come ha vissuto questa fede?», ha domandato il Santo Padre. «L’ha vissuta nella semplicità delle mille occupazioni e preoccupazioni quotidiane di ogni mamma, come provvedere il cibo, il vestito, la cura della casa…». È in una «esistenza normale» che si svolse il «dialogo profondo tra lei e Dio, tra lei e il suo Figlio», ha sottolineato papa Francesco. «Il “sì” di Maria, già perfetto all’inizio, è cresciuto fino all’ora della Croce. E lì la sua maternità si è dilatata abbracciando ognuno di noi, la nostra vita, per guidarci al suo Figlio». E noi, ha aggiunto il Pontefice, «ci lasciamo illuminare dalla fede di Maria, che è Madre nostra? Oppure la pensiamo lontana, troppo diversa da noi? Nei momenti di difficoltà, di prova, di buio, guardiamo a lei come modello di fiducia in Dio, che vuole sempre e soltanto il nostro bene?».

COS’È LA CARITÀ. Poi Papa Francesco ha spiegato anche perché Maria per la Chiesa è anche modello di carità, «esempio vivente di amore». L’episodio citato dal Pontefice è la visita alla parente Elisabetta: «Visitandola, la Vergine Maria non le ha portato soltanto un aiuto materiale, anche questo, ma ha portato Gesù, che già viveva nel suo grembo. Portare Gesù in quella casa voleva dire portare la gioia, la gioia piena». Lo stesso allora deve fare la Chiesa, che «è come Maria», ha aggiunto il Santo Padre. «La Chiesa non è un negozio, la Chiesa non è un’agenzia umanitaria, la Chiesa non è una ong, la Chiesa è mandata a portare a tutti Cristo e il suo Vangelo. Questa è la Chiesa: non porta se stessa, se è piccola, se è grande, se è forte, se è debole, ma la Chiesa porta Gesù. (…) Questo è il centro della Chiesa, eh? Portare Gesù. Se – un’ipotesi – una volta succedesse che la Chiesa non porta Gesù, quella è una Chiesa morta. Capito? Deve portare Gesù. E deve portare la carità di Gesù, l’amore di Gesù, la forza di Gesù».

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