Misericordia

 

«Infinita e inesauribile è la prontezza del Padre nell’accogliere i figli prodighi». Prima di dire che è “un’apertura”, indovina quale Papa lo ha scritto

papa francesco lavanda piediMio caro Malacoda, diffida delle letture interessate, politiche o deluse delle parole del Papa. Ho letto titoli in cui s’inneggia al Papa che “apre sull’aborto”. Non crederci, il Papa non apre sul diritto di aborto, tiene aperte le porte anche a chi si pente di aver abortito. Il suo è «un vibrante appello della Chiesa per la misericordia di cui l’uomo e il mondo contemporaneo hanno tanto bisogno. E ne hanno bisogno anche se sovente non lo sanno».

Noi crediamo di dannare l’uomo inducendolo al peccato, pensiamo di poterlo ridurre a quello che fa, che spesso è male. È una nostra pia illusione, una logica ristretta, logica ma ristretta, propria di una ragione rattrappita, incapace di far tesoro dell’esperienza. Il fatto che uno cade ci basta. Che in cuor suo desideri rialzarsi ci sembra una velleità. Poi, quando si rialza, lo guardiamo increduli mentre riprende a camminare.

Devi ammetterlo, caro nipote: c’è una ragione più ragionevole perché più comprensiva. Comprendere vuol dire abbracciare, ma anche capire: non si comprende se non si abbraccia, non si abbraccia se non si comprende. Pare questo il segreto di quella misericordia con cui «Cristo rende presente il Padre tra gli uomini. Ed è quanto mai signifìcativo che questi uomini siano soprattutto i poveri… e infine i peccatori».

Dice il Papa che «la misericordia viene, in certo senso, contrapposta alla giustizia divina e si rivela, in molti casi, non solo più potente di essa, ma anche più profonda». Spiega, infatti, che «sebbene la giustizia sia autentica virtù nell’uomo, e in Dio significhi la perfezione trascendente, tuttavia l’amore è “più grande” di essa: è più grande nel senso che è primario e fondamentale». Tutto questo ha per noi qualcosa d’inconcepibile, che «si manifesta nel suo aspetto vero e proprio quando rivaluta, promuove e trae il bene da tutte le forme di male esistenti nel mondo e nell’uomo». Come dire, sfrutta anche la nostra opera.

Ma c’è di più. Non è unidirezionale, è – come si direbbe oggi – interattiva, mette in relazione due libertà. Il Papa è convinto che «il sacramento della penitenza o riconciliazione appiana la strada a ognuno, perfino quando è gravato di grandi colpe. In questo sacramento ogni uomo può sperimentare in modo singolare la misericordia, cioè quell’amore che è più potente del peccato».

Vabbè, dirai, settanta volte sette, ma ogni pazienza ha un limite. Invece pare che abbia ragione Totò: ogni limite ha la sua pazienza: «La misericordia in sé stessa, come perfezione di Dio infinito, è anche infinita. Infinita quindi e inesauribile è la prontezza del Padre nell’accogliere i figli prodighi che tornano alla sua casa. Sono infinite la prontezza e la forza di perdono che scaturiscono continuamente dal mirabile valore del sacrificio del Figlio. Nessun peccato umano prevale su questa forza e nemmeno la limita», «a somiglianza di una madre, segue ciascuno dei suoi figli, ogni pecorella smarrita, anche se ci fossero milioni di tali smarrimenti, anche se nel mondo l’iniquità prevalesse sull’onestà, anche se l’umanità contemporanea meritasse per i suoi peccati un nuovo diluvio, come un tempo lo meritò la generazione di Noè».

Tu chiamale, se vuoi, “aperture”. Sappi solo che tutti i virgolettati sono di quel guerriero di Giovanni Paolo II.

Tuo affezionatissimo zio Berlicche

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Addirittura felici

Da ragazzi si fanno forse le scelte più spontanee e più giuste. Ci s’incontra per istinto. Alcuni degli amici che avevo alla fine degli anni Sessanta, quand’ero quindicenne, nel decennio successivo entrarono in Comunione e Liberazione. Era gente dal mio punto di vista controcorrente, religiosa, dialogante, provocatrice e coraggiosamente incosciente. Sembravano addirittura felici. Senza accorgermene sono rimasto loro amico per tutta la vita, pur non avendo mai condiviso nessuna delle loro idee politiche.

Ho incontrato don Luigi Giussani personalmente soltanto una volta, al Palazzetto dello Sport di Varese, nel 1979, dopo un raduno di Cl a cui ero andato per curiosità. Pensavo di incontrare un sacerdote carismatico, e così è stato, ma non mi sarei aspettato di trovarmi di fronte a un poeta, a un attore, a un drammaturgo. Churchill, snobisticamente, diceva: «Una sola cosa non si può sopportare: una cattiva prosa». Don Giussani parlava benissimo, come Fellini d’altronde e come il suo amico Testori.

Un italiano raffinato, nascosto negli abiti rustici di una cadenza brianzola, una lingua che colpiva per la sua semplicità, frutto di molte elaborazioni personali. Parole che arrivavano a segno, risposte a domande che aveva prima posto a se stesso. Era difficile rimanere indifferenti, il suo era un canto delle sirene adatto a entrare nell’anima, sembrava un formichiere che inghiotte.

libro_don_giussani-SavoranaNon l’ho più rivisto dopo quella volta, ma posso dire di averlo conosciuto attraverso alcuni dei suoi discepoli: Piero, che ho coinvolto nell’A.M.A.T.A (Amici del Museo d’Arte di Tel Aviv) e che molto ha fatto per i rapporti tra artisti israeliani e italiani; Nicoletta, sua moglie, che ha accompagnato Piero anche in questo progetto venendo con noi fino a Gerusalemme; Cicci, diventata negli anni una cara amica ; Jimmy, che fa il mio stesso lavoro e col quale mi confronto spesso fraternamente; Camillo, conosciuto da poco, ma già propositivo e in sintonia. Se Luigi non mi avesse chiesto di scrivere questa testimonianza non mi sarei mai reso conto di quante persone legate a don Giussani io abbia conosciuto. Mi vengono in mente anche Nicola, Roby, Antonio, Raffaella, Carla, Letizia, Giancarlo e Marina.

La missione del “fare”
Mi sembrava che avessero una sorta di missione del “fare”, invece che Ora et labora, (Torah ve Avodà), Labora et ora: si costruivano le proprie scuole, entravano capillarmente nella politica italiana, creavano delle comunità nel terzo mondo. Si muovevano con un misto di spiritualità spericolata e concretezza brianzola. Ricordiamoci però che quarant’anni fa, nel mondo degli studenti, erano visti come dei paria e parlare con loro era politicamente molto scorretto.

Io che, da sinistra, ero insofferente verso i dettami della rivoluzione culturale in atto, provavo un particolare piacere a rompere questo tabù. Come mai le parole di pace di papa Francesco, le stesse già dette da tanti altri, arrivano a destinazione? Perché c’è un modo magico di dire le cose. E questa magia don Giussani l’aveva, una magia artistica che proveniva dal suo amore per la musica e per la letteratura, dallo spirito religioso di sua madre e da suo padre, socialista. Nessuno come Pier Paolo Pasolini ha saputo portare lo spettatore in un’antichità autentica, elegante, vera (vedi Vangelo secondo Matteo, per esempio). Allo stesso modo don Giussani ha saputo descrivere la nascita del cristianesimo portando l’ascoltatore a essere uno dei pescatori del lago di Tiberiade, addirittura a sentirsi uno dei discepoli. Quel giorno a Varese sono riuscito a scappare per un pelo.

Jean Blanchaert è artista e antiquario

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Presenza sorgiva

Un impegno personale
Il tempo è passato senza accorgersene e alle 13.30 il presidente è andato via. Doveva partecipare a una riunione con i suoi ministri per affrontare l’atto terroristico compiuto dall’Ejército del pueblo paraguayo (Epp, guerriglieri che sostengono di lottare per i diritti del contado paraguaiano e che seminano il terrore nel nord del paese, dove era stato vescovo l’ex presidente Fernando Lugo) che quello stesso giorno avevano ammazzato tre poliziotti.

Prima di andar via, con un gesto di profonda gratitudine, ci ha detto: «Padre e collaboratori tutti, come ho già affermato pubblicamente, voglio donare il mio stipendio di presidente della Repubblica del Paraguay alla Fondazione, e inoltre voglio collaborare anche col mio aiuto personale. Incarico dell’esecuzione di questo impegno mia figlia Sofia» (A fianco la lettera che certifica la donazione dello stipendio, ndr).

Ancora una volta la Divina Provvidenza ci ha mostrato il suo volto pieno di tenerezza. Ancora una volta ho toccato con mano quello che afferma Gesù: «Se aveste fede quanto un granellino di senape, potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe». Nella mia vita questa affermazione non è mai stata una retorica, o una metafora, ma il modo di agire di Gesù. Il problema sta nella nostra autocoscienza. O è un’autocoscienza definita ontologicamente da Cristo, oppure no.

Il governo precedente, quello del presidente Franco, è stato afferrato dall’iniziativa di Dio nella Fondazione. E quando è finito, molte persone, preoccupate, si domandavano cosa sarebbe accaduto con un governo contrario al partito liberale. Non erano passati nemmeno tre giorni dall’insediamento del nuovo presidente e già la risposta di Gesù era diventata molto chiara, sorprendendo tutta la Repubblica del Paraguay.

Presenza sorgiva o reattiva?
Il problema è, come ci ha insegnato don Giussani e ci testimonia Julián Carrón, siamo una presenza sorgiva o reattiva nel mondo in cui viviamo? Siamo chiamati a sconvolgere il mondo con il nostro modo di essere, di vivere e non a reagire alle circostanze, alle provocazioni. Sono testimone che l’affetto che i governanti hanno per noi dipende solo dal fatto che siamo una presenza sorgiva.

Come ha affermato uno dei più grandi giornalisti paraguaiani alcuni anni fa, quando, dopo avere visitato la clinica, lui, ateo ed ebreo, ha detto: «Se quello che ho visto è Dio, allora anch’io posso credere in lui». È vero, Dio mi chiede tutto, ma mi dona molto, molto di più. La vita è solo ed esclusivamente una questione di fede, fede vissuta nel concreto come forma della propria autocoscienza. Questo è il mio impegno, il resto appartiene alla libertà di ciascuno.

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Investiti dal meraviglioso

Ho pensato: quale bambino non vorrebbe vivere l’esperienza di un’amicizia unica, di un’esperienza unica, tutta sua, speciale per sé, capitata a lui personalmente, di quelle che ci penserai e te ne ricorderai per tutta la vita? Chi non vorrebbe questo? Quando guardiamo le stelle e pensiamo all’E.T. di turno o alla spesa da fare, quando guardiamo i figli – un po’ alieni pure loro, nel senso di altro da noi e nel senso di a volte imperscrutabili, quando mettiamo piede in una stanza piena di “alieni” di questo pianeta – colleghi, amici o presunti tali, persino i parenti; quando cioè ci impattiamo con la realtà, che è tutta altro-da-noi, non desideriamo forse altro che essere investiti dal meraviglioso?

Vedere un capolavoro te lo risveglia nel cuore, questo desiderio; vederlo riflesso negli occhi dei figli ti ricorda che è per quello che sei al mondo.

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Mamma e medico , per me è lo stesso (accudire)

Mamma, mormora la Boldrini, mai più con la pappa e coi biscotti. Ma dire che non se ne può più di mamme col grembiule e la pasta pronta significa dire che non se ne può più della mamma in quanto mamma, parliamone pure, sfasciamo volentieri tutti i tabù e l’enunciato ha solo questo significato: liberiamoci della mamma.

Mamma, mormora la Boldrini, mai più con certi spot. Se Laura Boldrini, dunque, non vuole saperne di pubblicità dove il genitore 1 fa il genitore 1 – cioè la locomotiva – e il genitore 2 fa il genitore 2 – dunque la vivandiera – significa che non vuole saperne più di una divisione di ruoli dove la femmina è quella che mette a dimora la vita, nutrendola, e il maschio, civilizzazione a parte, è quello che la difende, la vita. Procurando il cibo.

Mamma, mormora ancora la Boldrini, basta con un’idea della donna relegata ai fornelli. Ma la natura ancora non lo sapeva di tutti questi problemi derivati dalla modernità. L’ignorante natura neppure lo immaginava che dopo le bocche da sfamare sarebbero sopraggiunte le bollette da pagare. Nessuno, neppure Rousseau, nell’affollarsi di lavatrici, poteva immaginare la necessità di lavorare in due, correre in due, uscire di casa in due e siccome con la correttezza ideologica la nostra razza sarà sempre assai più povera di desideri che di buoni propositi, parliamone pure, tanto di mamma ce n’è una sola e quella solo questo fa: accudisce. E stampa in faccia al pupo il marchio indelebile di un monoteismo travestito da bisogno primario, questo: non avrai altra mamma che la mamma.

Mamma, ha mormorato infine la Boldrini, mai più donne accudenti. All’estero – ha detto il presidente della Camera – cose così non le fanno. E però – va bene – parliamone. Ci fosse stata Maria Antonietta di Francia avrebbe già risolto: si sarebbe fatto carico la servitù di portare a tavola le brioche per lei e per i pupi ma non si può pensare di anticipare a tal punto l’avvenire chiedendo alla mamma di trasformarsi in un’infelice, orba del predominio assoluto sul rito del focolare.
Ecco, il focolare. Se proprio non c’è più, c’è un retaggio. Ancora meglio: un istinto. E il focolare non è nel celebrato angelo retorico col grembiule e il mestolo.

Il focolare è quel trasfigurare d’amore nella sostanza di roba e ciccia. Boldrini che è magister del sentimento diffuso nel bla-bla umanitario forse sa di diritti, certamente di emancipazione e di sicuro sa anche di sessualità liberate ma sembra non conoscere la scienza umanissima dell’economia domestica. Il mettere a cuocere è il mettere mani sul destino dei propri figli. Perfino il marito, l’uomo, quel simulacro di autorità qual è il maschio, è solo un tramite di panza e presenza laddove quest’ultima però, già nel ruolo suo di vir, è spirito vivo di un procedere di carni che fanno il mestiere dell’eredità.
Roba, ciccia e spirito, quindi. Ed è un qualcosa che gli spot, oggi, replicano nella necessità di far commercio sapendo di trovare in Italia, nella patria delle massaie, una vena ricca di rimandi profondi, giusto per cantare “La Canzone della Terra” con Lucio Battisti: “Al risveglio alla mattina / quando il gallo mi apre gli occhi alle quattro di mattina / prima cosa polenta a fette e nell’aria voglio sentire il profumo del caffellatte”. In verità, il testo, ha strofe pericolose sul tipo “devi, devi e devi”.

I rimandi sono rimandi e tutto quel cantare del villico, nell’interpretazione di Battisti, non è un capriccio decorativo, ma un cantar chiaro: “Prima cosa voglio trovare il piatto pronto da mangiare e il bicchiere dove bere”. Certo, la natura resta ignorante e non si può determinare la provenienza di tutto un retaggio attenendosi a una canzone. Anche la vedova Battisti, per come la conosciamo dalle cronache, durissima e invincibile qual è, rivela un profilo coriaceo e terragno ma se un solo remo è insufficiente indizio per conoscere un grande mare, la sceneggiatura di un qualsiasi spot, con tanto di papà e pupi, quando verte su quel codice, sta riportando in scena la massaia. Come da bisogno primario. Come da monoteismo travestito.

Certo, mormora la Boldrini, ma la massaia, specie quella rurale, è il modello unico di grande madre su cui l’identità italiana – dal “Mulino del Po” di Riccardo Bacchelli a “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi, giusto per citare due capolavori della letteratura – ha da sempre confermato l’istinto, anzi, il principio: quello di realtà. Di mamma ce n’è una sola perché nell’essenza, questa, è massaia. E solo una cosa, fa: accudisce.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

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La luna e la luce

Di Albert Camus ho già parlato nell’editoriale dello scorso 10 giugno. Ma voglio ritornarci con un ricordo personale. Non per tediare il lettore coi fatti miei, ma perché m’è venuta una certa insofferenza vedendo che le celebrazioni del centenario della nascita (che cadrà il prossimo 7 novembre) si stanno quasi esclusivamente concentrando sulla stantia questione dell’intellettuale più o meno «impegnato». Il fascino che la prima lettura di Camus ha esercitato su di me e l’interesse che a mio parere riveste oggi è quanto di più lontano ci sia da simili discussioni.

Avevo quindici anni e, in quinta ginnasio, la professoressa di francese ci fece leggere La peste. Sono stato immediatamente arpionato dalla scena in cui in protagonista, il dottor Bernard Rieux, assiste, sul pianerottolo di casa, all’agonia e alla morte di «un grosso topo dall’andatura incerta e dal pelame bagnato». Come nel romanzo – e nella realtà di quel tipo di epidemie – la morte del ratto annunciava l’arrivo della pestilenza, così per me in quella scena si raggrumavano i dolori, i dubbi, le insicurezze dell’adolescente che si apre all’età adulta e si vede minacciato da qualcosa di oscuro, sente un pericolo incombente. Forse che anche per me, per le mie certezze di bambino, per l’ambiente da cui ero stato fino ad allora protetto il futuro sarebbe stato quello della città di Orano, su cui si stava abbattendo la peste? Tutto sarebbe stato travolto dalla «scoperta» di Camus, che cioè – ci spiegava la professoressa – la vita e il mondo sono «assurdi»?

Certo, io avevo una risorsa: la fede cristiana che fin da piccolo seguivo con ingenuità e impegno. Così, quando nella lettura del romanzo arrivammo ai dialoghi tra il dottor Rieux, evidente controfigura dell’autore, e il reverendo Paneloux, io stavo senza esitazione dalla parte di quest’ultimo. Anche quando, di fronte alle angosciose domande del medico sul significato della sofferenza, rispondeva: «Dobbiamo amare quello che non possiamo capire». Eppure dentro di me qualcosa diceva che così non bastava. Il cristianesimo non può essere un salto nel buio; che lo si chiami amore o che lo si chiami fede, se è solo buio, mi appariva del tutto insufficiente.

Tanto valeva abbracciare la nobile «rivolta» di Rieux, mettersi a curare i mali del mondo senza tenersi tra i piedi questioni troppo più grandi di noi come la felicità, il destino, il significato.

Solo più tardi, quando il cristianesimo mi fu presentato in tutta la razionale luminosità della sua proposta, quando mi fu spiegato che l’assurdo è una opzione non ragionevole e che invece si deve parlare di «mistero», e quando vidi che questa proposta non tralascia nessuna domanda, non si nasconde di fronte a nessun dramma, non nega nessun desiderio, capii più profondamente il cristianesimo e anche Camus. Capii che, nonostante tutto, egli, come il suo Caligola, cercava – suprema razionalità – la luna. Tanto da poter dire nel discorso di recezione del premio Nobel assegnatogli nel 1957: «Non ho mai potuto rinunciare alla luce». Quella luce che non è prodotta dalle nostre fatiche per salvare la città sconvolta dalla peste dell’assurdo, ma che accade «come un bel giorno» e che noi vogliamo instancabilmente – suprema scelta della libertà – aspettare.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2013/9/25/La-fede-di-Camus/print/428652/

Cristo,libertà, amore, male

 

Ill. mo Signor Professore Odifreddi, (…) vorrei ringraziarLa per aver cercato fin nel dettaglio di confrontarsi con il mio libro e così con la mia fede; proprio questo è in gran parte ciò che avevo inteso nel mio discorso alla Curia Romana in occasione del Natale 2009. Devo ringraziare anche per il modo leale in cui ha trattato il mio testo, cercando sinceramente di rendergli giustizia.

Il mio giudizio circa il Suo libro nel suo insieme è, però, in se stesso piuttosto contrastante. Ne ho letto alcune parti con godimento e profitto. In altre parti, invece, mi sono meravigliato di una certa aggressività e dell’avventatezza dell’argomentazione. (…)

Più volte, Ella mi fa notare che la teologia sarebbe fantascienza. A tale riguardo, mi meraviglio che Lei, tuttavia, ritenga il mio libro degno di una discussione così dettagliata. Mi permetta di proporre in merito a tale questione quattro punti:

1. È corretto affermare che “scienza” nel senso più stretto della parola lo è solo la matematica, mentre ho imparato da Lei che anche qui occorrerebbe distinguere ancora tra l’aritmetica e la geometria. In tutte le materie specifiche la scientificità ha ogni volta la propria forma, secondo la particolarità del suo oggetto. L’essenziale è che applichi un metodo verificabile, escluda l’arbitrio e garantisca la razionalità nelle rispettive diverse modalità.

2. Ella dovrebbe per lo meno riconoscere che, nell’ambito storico e in quello del pensiero filosofico, la teologia ha prodotto risultati durevoli.

3. Una funzione importante della teologia è quella di mantenere la religione legata alla ragione e la ragione alla religione. Ambedue le funzioni sono di essenziale importanza per l’umanità. Nel mio dialogo con Habermas ho mostrato che esistono patologie della religione e – non meno pericolose – patologie della ragione. Entrambe hanno bisogno l’una dell’altra, e tenerle continuamente connesse è un importante compito della teologia.

4. La fantascienza esiste, d’altronde, nell’ambito di molte scienze. Ciò che Lei espone sulle teorie circa l’inizio e la fine del mondo in Heisenberg, Schrödinger ecc., lo designerei come fantascienza nel senso buono: sono visioni ed anticipazioni, per giungere ad una vera conoscenza, ma sono, appunto, soltanto immaginazioni con cui cerchiamo di avvicinarci alla realtà. Esiste, del resto, la fantascienza in grande stile proprio anche all’interno della teoria dell’evoluzione. Il gene egoista di Richard Dawkins è un esempio classico di fantascienza. Il grande Jacques Monod ha scritto delle frasi che egli stesso avrà inserito nella sua opera sicuramente solo come fantascienza. Cito: “La comparsa dei Vertebrati tetrapodi… trae proprio origine dal fatto che un pesce primitivo “scelse” di andare ad esplorare la terra, sulla quale era però incapace di spostarsi se non saltellando in modo maldestro e creando così, come conseguenza di una modificazione di comportamento, la pressione selettiva grazie alla quale si sarebbero sviluppati gli arti robusti dei tetrapodi. Tra i discendenti di questo audace esploratore, di questo Magellano dell’evoluzione, alcuni possono correre a una velocità superiore ai 70 chilometri orari…” (citato secondo l’edizione italiana Il caso e la necessità, Milano 2001, pagg. 117 e sgg.).

In tutte le tematiche discusse finora si tratta di un dialogo serio, per il quale io – come ho già detto ripetutamente  –  sono grato. Le cose stanno diversamente nel capitolo sul sacerdote e sulla morale cattolica, e ancora diversamente nei capitoli su Gesù. Quanto a ciò che Lei dice dell’abuso morale di minorenni da parte di sacerdoti, posso  –  come Lei sa  –  prenderne atto solo con profonda costernazione. Mai ho cercato di mascherare queste cose. Che il potere del male penetri fino a tal punto nel mondo interiore della fede è per noi una sofferenza che, da una parte, dobbiamo sopportare, mentre, dall’altra, dobbiamo al tempo stesso, fare tutto il possibile affinché casi del genere non si ripetano. Non è neppure motivo di conforto sapere che, secondo le ricerche dei sociologi, la percentuale dei sacerdoti rei di questi crimini non è più alta di quella presente in altre categorie professionali assimilabili. In ogni caso, non si dovrebbe presentare ostentatamente questa deviazione come se si trattasse di un sudiciume specifico del cattolicesimo.

Se non è lecito tacere sul male nella Chiesa, non si deve però, tacere neppure della grande scia luminosa di bontà e di purezza, che la fede cristiana ha tracciato lungo i secoli. Bisogna ricordare le figure grandi e pure che la fede ha prodotto  –  da Benedetto di Norcia e sua sorella Scolastica, a Francesco e Chiara d’Assisi, a Teresa d’Avila e Giovanni della Croce, ai grandi Santi della carità come Vincenzo de Paoli e Camillo de Lellis fino a Madre Teresa di Calcutta e alle grandi e nobili figure della Torino dell’Ottocento. È vero anche oggi che la fede spinge molte persone all’amore disinteressato, al servizio per gli altri, alla sincerità e alla giustizia. (…)

Ciò che Lei dice sulla figura di Gesù non è degno del Suo rango scientifico. Se Lei pone la questione come se di Gesù, in fondo, non si sapesse niente e di Lui, come figura storica, nulla fosse accertabile, allora posso soltanto invitarLa in modo deciso a rendersi un po’ più competente da un punto di vista storico. Le raccomando per questo soprattutto i quattro volumi che Martin Hengel (esegeta dalla Facoltà teologica protestante di Tübingen) ha pubblicato insieme con Maria Schwemer: è un esempio eccellente di precisione storica e di amplissima informazione storica. Di fronte a questo, ciò che Lei dice su Gesù è un parlare avventato che non dovrebbe ripetere. Che nell’esegesi siano state scritte anche molte cose di scarsa serietà è, purtroppo, un fatto incontestabile. Il seminario americano su Gesù che Lei cita alle pagine 105 e sgg. conferma soltanto un’altra volta ciò che Albert Schweitzer aveva notato riguardo alla Leben-Jesu-Forschung (Ricerca sulla vita di Gesù) e cioè che il cosiddetto “Gesù storico” è per lo più lo specchio delle idee degli autori. Tali forme mal riuscite di lavoro storico, però, non compromettono affatto l’importanza della ricerca storica seria, che ci ha portato a conoscenze vere e sicure circa l’annuncio e la figura di Gesù.

(…) Inoltre devo respingere con forza la Sua affermazione (pag. 126) secondo cui avrei presentato l’esegesi storico-critica come uno strumento dell’anticristo. Trattando il racconto delle tentazioni di Gesù, ho soltanto ripreso la tesi di Soloviev, secondo cui l’esegesi storico-critica può essere usata anche dall’anticristo – il che è un fatto incontestabile. Al tempo stesso, però, sempre – e in particolare nella premessa al primo volume del mio libro su Gesù di Nazaret – ho chiarito in modo evidente che l’esegesi storico-critica è necessaria per una fede che non propone miti con immagini storiche, ma reclama una storicità vera e perciò deve presentare la realtà storica delle sue affermazioni anche in modo scientifico. Per questo non è neppure corretto che Lei dica che io mi sarei interessato solo della metastoria: tutt’al contrario, tutti i miei sforzi hanno l’obiettivo di mostrare che il Gesù descritto nei Vangeli è anche il reale Gesù storico; che si tratta di storia realmente avvenuta. (…)

Con il ° capitolo del Suo libro torniamo agli aspetti positivi del Suo dialogo col mio pensiero. (…) Anche se la Sua interpretazione di Gv 1,1 è molto lontana da ciò che l’evangelista intendeva dire, esiste tuttavia una convergenza che è importante. Se Lei, però, vuole sostituire Dio con “La Natura”, resta la domanda, chi o che cosa sia questa natura. In nessun luogo Lei la definisce e appare quindi come una divinità irrazionale che non spiega nulla. Vorrei, però, soprattutto far ancora notare che nella Sua religione della matematica tre temi fondamentali dell’esistenza umana restano non considerati: la libertà, l’amore e il male. Mi meraviglio che Lei con un solo cenno liquidi la libertà che pur è stata ed è il valore portante dell’epoca moderna. L’amore, nel Suo libro, non compare e anche sul male non c’è alcuna informazione. Qualunque cosa la neurobiologia dica o non dica sulla libertà, nel dramma reale della nostra storia essa è presente come realtà determinante e deve essere presa in considerazione. Ma la Sua religione matematica non conosce alcuna informazione sul male. Una religione che tralascia queste domande fondamentali resta vuota.

Ill. mo Signor Professore, la mia critica al Suo libro in parte è dura. Ma del dialogo fa parte la franchezza; solo così può crescere la conoscenza. Lei è stato molto franco e così accetterà che anch’io lo sia. In ogni caso, però, valuto molto positivamente il fatto che Lei, attraverso il Suo confrontarsi con la mia Introduzione al cristianesimo, abbia cercato un dialogo così aperto con la fede della Chiesa cattolica e che, nonostante tutti i contrasti, nell’ambito centrale, non manchino del tutto le convergenze.

Con cordiali saluti e ogni buon auspicio per il Suo lavoro.

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Relazione

 

Mio caro Malacoda, sinceramente, per quanto possa essere sincero un diavolo, non capisco lo scandalo sulla “rivelazione” di papa Francesco che la verità non è “assoluta”. Certo l’ha detto («io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”») ma con ciò non ha affermato che sia “relativa”, ha confermato una cosa affatto diversa: che è in “relazione”. L’assoluto che entra in relazione non cambia la propria natura, cambia il mondo. Il tranello è linguistico, ma Francesco non è un ingenuo e avvisa il suo interlocutore: non pensare di usarmi pro domo tua, «bisogna intendersi bene sui termini», dire che «la verità è una relazione… non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro». A scanso di equivoci (ma l’equivoco è di chi equivoca) precisa: «Dio non è un’idea, sia pure altissima, frutto del pensiero dell’uomo. Dio è realtà con la “R” maiuscola… non dipende dal nostro pensiero».

Fosse per noi, il nostro pensiero, la nostra scarsa immaginazione di uomini – lascia intendere il Papa – Dio sarebbe rimasto “assoluto”, slegato, irraggiungibile. Si è invece preoccupato di noi, ha voluto farsi i fatti nostri, si è immischiato con la carne e il sangue della storia.

Ed è proprio questo che rovina i piani del diavolo: se l’assoluto si fa i fatti suoi, gli uomini possono farsi i loro, e noi possiamo farci su gli uomini. La novità del cristianesimo non è lo spirito, l’eterno. La novità del cristianesimo è la carne, la storia. L’opera di Dio è decisamente materiale fin dall’inizio (ha fatto le cose), solo quella del diavolo è interamente spirituale. Lo scrisse Chesterton a inizio del Novecento, e purtroppo per noi non è rimasta un’intuizione isolata.

Due secoli di presunto materialismo avevano portato il mondo a considerare Dio un’opzione spiritualistica, pia, sentimentale, disincarnata; e i cristiani che si occupavano di cose terrene come la politica, l’economia, la vita sociale come dei traditori della purezza del messaggio: pensassero all’anima, dicevano gli intellettuali engagé mentre teorizzavano che l’anima non esiste.

Poi – per quegli scherzi che la storia ci riserva quando pensiamo di averla ben indirizzata dove vogliamo noi – qualcuno rimise insieme i pezzi, e rifece delle due (il cielo e la terra, l’anima eil corpo, l’eterno e la storia, l’assoluto e il contingente) una cosa sola. Successe in un piccolo paese della Brianza: «La scuola di Venegono aveva superato la teologia scolastica delle astratte formulazioni sistematiche che faceva apparire la fede cristiana come un sistema di pensiero; ora invece erano le categorie di avvenimento e di incontro a costituire la base della riflessione. La fede cristiana non ha origine in evidenze teoretiche, ma in un avvenimento: la storia di Gesù Cristo; questo avvenimento diventa incontro e nell’incontro si dischiude la verità… è qui centrale la categoria di storia… l’idea di persona… e la razionalità diventa in modo nuovo una delle determinazioni essenziali della fede». Chi è il “relativista” che scrive così? Quel teorico assolutista dei princìpi non negoziabili di nome Joseph Ratzinger.

Riprenditi, è lo stesso che chiede di “allargare la ragione”. Anche oltre gli schemi di assoluto e relativo. Per noi è dura.

Tuo affezionatissimo zio Berlicche

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Discernimento e libertà

Non si smetterebbe mai di leggerla la lunga intervista che il Papa ha rilasciato al direttore di Civiltà CattolicaAntonio Spadaro. Non si smetterebbe mai di leggerla, perché imbattersi in tanta libertà, in tanta audacia, in tanto amore per gli uomini del suo tempo (cioè noi) è cosa che rende sinceramente contenti. Che spazza via scorie, vecchie ossessioni, rancori, steccati. Che quindi ci fa davvero respirare.

La prima cosa che colpisce è la libertà di papa Francesco. L’intervista spazia su tutto, non c’è domanda, anche la più spinosa, che resti elusa. Ma questo è il suo metodo: non sottrarsi mai davanti alla realtà, in quanto sa che l’amore a Cristo assicura all’uomo una libertà inimmaginabile. La libertà spalanca grandi spazi e il papa li percorre tutti, senza paura, anzi con il gusto di chi guarda con istintiva, irriducibile simpatia gli uomini e il mondo. Si scorge quasi una baldanza nell’inoltrarsi in tutti i territori dell’umano, anche in quelli da cui il buon senso consiglierebbe di tenersi lontano.

D’altra parte il criterio a cui attenersi gli è molto chiaro, ed è quello che lui ha visto incarnato in un gesuita del ‘500, il Beato Pietro Favro. Quando l’intervistatore gli chiede che cosa l’abbia tanto segnato di quell’antico gesuita, sentite cosa risponde Francesco: «Il dialogo con tutti, anche i più lontani e gli avversari; la pietà semplice, una certa ingenuità forse, la disponibilità immediata, il suo attento discernimento interiore, il fatto di essere uomo di grande e forti decisioni, e insieme capace di essere così dolce, dolce…».

La seconda cosa che colpisce è proprio quella parola appena evocata: discernimento. È una parola che il Papa deriva dalla spiritualità gesuitica e che lo guida nel modo di governare. Discernimento è il contrario dell’impulsività e dell’arbitrarietà. È analisi paziente dei fattori, è approfondimento nella conoscenza delle situazioni. «La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita e fa trovare i mezzi più opportuni, che non sempre si identificano con ciò che sembra grande e forte». Il discernimento è una condizione che rende fruttuosa la libertà. È infatti grazie al discernimento che il Papa può inoltrarsi su questioni spinose, può rispondere così a una persona che gli chiedeva se lui approvasse l’omosessualità: «Dimmi: Dio quando guarda a una persona omosessuale, ne approva l’esistenza con affetto o la respinge condannandola?». E poi il Papa spiega: «Bisogna sempre considerare la persona. Qui entriamo nel mistero dell’uomo.

Nella vita Dio accompagna le persone e noi dobbiamo accompagnarle a partire dalla loro condizione… Quando questo questo accade, lo Spirito Santo ispira il sacerdote a dire la cosa più giusta». Il vero discernimento infatti, dice il Papa, avviene sempre nel Signore.

Infine la terza cosa che balza al cuore alla lettura dell’intervista è un senso incredibile di apertura. Il Papa rende l’idea in maniera efficacissima e molto personale quando spiega la sua scelta di non stare nell’appartamento del palazzo Apostolico. Dice: «L’appartamento non è lussuoso. È antico, fatto con buon gusto e grande. Ma alla fine è come un imbuto al rovescio. È grande e spazioso, ma l’ingresso è davvero stretto. Si entra con il contagocce, e io, no, senza gente non posso vivere. Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri». In questo modo raccontando di se stesso, del bisogno di essere nel mondo, il Papa suggerisce quello che dovrebbe essere la Chiesa: «È la casa di tutti, non una piccola cappella che può contenere solo un gruppo di persone selezionate. Non dobbiamo ridurre il seno della Chiesa universale a un nido protettore della nostra mediocrità».

Ma questo richiamo all’apertura è cosa ben diversa da un generico appello all’accoglienza, e ai buoni sentimenti, al tenere semplicemente «le porte aperte». È un richiamo all’audacia, al coraggio. A trovare nuove strade. «A uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, che se n’è andato o è indifferente… per portare la freschezza e il profumo del Vangelo». A concentrarsi sul fascino di ciò che è essenziale e necessario, senza trasformare in ossessione le questioni di carattere morale.

 

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