La mia identità è in divenire

Sopravvissuta ai campi di lavoro forzato del regime di Pol Pot, l’ex intellettuale buddhista CLAIRE LY racconta la conversione al cattolicesimo. Il legame con un Dio che ha fatto irruzione nel silenzio della prigionia e l’incontro con l’umanità di Gesù. «La fede non è un salto nel vuoto o un’idea. È una strada»

«Guardami. Sono stata brava. Devi applaudirmi». La sera, nella luce fioca del camerone, parla sempre e solo con lui. Il suo nemico. Gli ha anche dato un nome: “il Dio degli occidentali”. Non esiste, è solo l’oggetto mentale su cui concentrarsi: da seria intellettuale buddhista lo ha scelto per scaricare la rabbia e l’angoscia. Per non morire di dolore. E per non tradire la coerenza della via di mezzo che conduce al nirvana. «Nel buddhismo non si possono provare sentimenti negativi. E Lui era l’unico a cui potevo dire cosa stavo vivendo». Prigioniera della violenza di un killing field, i campi di lavoro forzato creati dal regime di Pol Pot per realizzare l’utopia comunista. 
È il 1977, Claire Ly è stata deportata da due anni. Dal 17 aprile del ’75, giorno in cui vede i Khmer Rossi, guerriglieri della rivoluzione, fucilare il padre, il marito, due fratelli e il suocero. Non le lasciano il tempo di accarezzarli, deve iniziare a camminare, verso le campagne, con un figlio di tre anni per mano, una in grembo e la pistola alla testa. Insieme a migliaia di altre donne, borghesi come lei, abituate alla vita in città ed ora costrette a lavorare nei campi paludosi. Sveglia alle quattro, in fila indiana per non parlare:?tutto il giorno chine su riso e acqua, la sera ai corsi di rieducazione politica. Se sbagli a rispondere, un colpo alla nuca. Tante finiscono per ammalarsi. Claire no. Allora sfida quel Dio immaginario: «Hai visto? Sono una donna forte: ero un’intellettuale, e ora eccomi contadina. Io sono buddhista. Per cui aspetterò. Finché non ti sentirò applaudire». 
E Lui? «Lui non ha mai applaudito!», scoppia in una risata da bambina oggi, quarantacinque anni dopo: «Ma in quel silenzio, ho saputo che Lui c’era». 

«Io ci sono!». Insegna all’Istituto di Scienze e Teologia delle religioni di Marsiglia, vive in Francia dal 1980, sopravvissuta a quattro anni di regime e prigionia che hanno sterminato due milioni di cambogiani. Quattro anni di omicidi sommari e fosse comuni, e per lei di dialogo con un Dio che era un colpevole perfetto: «Perché il marxismo è nato in Occidente e perché io avevo bisogno di qualcosa di molto grande su cui sfogarmi. Mi stavano togliendo l’identità». Strappata dagli amori, spogliata di ciò che era, anche nell’aspetto – la divisa, i capelli rasati -, costretta ad allattare i bambini delle altre perché «figli del regime» e a non pronunciare il nome dei suoi:?solo figlio e figlia. Ma in quell’atto di follia, che stava annientando ogni tratto umano, lei non smetteva di avere un bisogno: «Mi veniva da gridare: io ci sono!». In quel vortice di indottrinamento e morte, pretendeva di esistere. Non poteva accettare la logica che giustificava quello che stava accadendo, il karma, per cui il male è l’espiazione delle colpe di vite passate: «Non era possibile che chi amavo fosse stato ucciso per i suoi peccati». 
È così che inizia a gridarlo al “Dio degli occidentali”: «Per due anni l’ho insultato, senza preoccuparmi della sua esistenza. Ma questo ha creato uno spazio tra me e Lui». Uno spazio «necessario», dice, «così diverso dalla divinità che ingloba tutto». Racconta ciò che da lì è iniziato come un grande mistero, d’amore. «È così. In un amore ringrazi sempre di essere amata e lasci all’altro il potere che ti ferisca. Io ho cominciato a lasciare a Dio di farmi anche male, di non rispondere. Senza che lo sapessi, di colpo siamo stati liberi in due». Che cosa fossero quel rapporto e quella libertà lo avrebbe capito solo nel tempo. 
Prima che esplodesse l’inferno, Claire viveva a Phnom Penh, la capitale. «Dopo aver insegnato Filosofia, sono diventata capodipartimento al Ministero dell’Istruzione». È una donna delicata. È stata dentro la bruttura più feroce ma non ce l’ha per niente addosso. Non le ha appartenuto. «L’ideologia aveva violentato alla radice il buddhismo theravada, e massacrato i maestri spirituali». Aveva plasmato i carnefici e le vittime dentro lo stesso popolo, lo stesso sangue, la stessa religione. La sua terra era senz’anima. E lei ha deciso di partire subito con i due figli. E con una «pace intima», che l’aveva accompagnata in tutto. «Ma non avevo ancora capito che non era mia». 

Due motivi. Prende la strada dei profughi verso la Thailandia e da lì, nel 1980, emigra in Francia. Una delle prime cose in cui s’imbatte, nei nuovi studi, è un’enciclica di Giovanni Paolo II, la Dives in Misericordia. «L’ho letta e, da filosofa, volevo verificarne la coerenza. Così sono andata da un prete che mi aveva aiutata appena arrivata e gli ho chiesto una copia del Vangelo. Ho iniziato a leggerlo». La figura di Gesù la affascina da subito. «Quell’uomo soffriva, piangeva. Era come me. Conosceva la mia esperienza. Buddha è un uomo, ma talmente perfetto da non avere nulla di umano». Comunque Gesù rimaneva solo un maestro, e lei una donna che lo ascoltava. «È stata la frequentazione con Lui, con la sua umanità, a portarmi a credere». Un giorno, partecipando ad una messa, ha sentito chiaramente che Cristo le diceva: “È da tempo che cammino con te, ma non volevi riconoscermi”. «Lì mi sono accorta che quella pace mi era stata accordata da un Altro. E ho deciso di seguirlo». Riceve il Battesimo il 24 aprile del 1983, a trentasette anni.
Dice che il cristianesimo l’ha sedotta per due motivi. «È un Dio che entra nella mia vita». E, poi, custodisce la libertà. «È la mia grandezza umana: la mia risposta libera e ragionevole all’appello di Cristo. Libera anche di non fare la volontà di Dio. Come Lui lo è di non fare la mia…», sorride. Si emoziona quando parla del paradosso di questo rapporto. È una «rottura», che non l’ha spezzata. E una scelta «ragionevole» di accettare una follia: «Perché la Risurrezione è una follia. Ma senza di essa, la mia fede è vana. È una follia che mi fa usare tutto il mio cuore e tutta la mia testa». 
Una cosa aiuta la certezza: «La mia ferita». Pensi a tutto ciò che ha vissuto, alle immagini del film Urla del silenzio che ti mostra al computer. «Io sono stata ferita da un amore». Non sta parlando di quel che pensi: «La mia fede è una certezza ferita. Non è chiusa, compiuta. No. Apre tutto il mio essere a Dio, che mi precede sempre e non possiedo». La diverte che in francese si dica, come in italiano: ho la fede. «Non è un bene che possediamo!», ride. Poi torna seria: «È la pietra tolta dal mio sepolcro». Un amore che è arrivato a scrutarla nella sua rabbia, «la mia vera prigione», e a sconvolgere la coerenza buddhista, «perché mi permette di amarmi come sono, così imperfetta, così rotta, nel profondo. E mi fa amare il mondo così com’è, non come vorrei che fosse». 
Ha anche trovato le parole per dire quel grido che aveva, quella pretesa di esserci mentre tutto veniva negato: «Il  non è un’illusione. Io esisto realmente. Non sono una particella del tutto metafisico:?sono unica, incisa per sempre nel cuore del mio Dio. Per questo sono integra, e irriducibile a ciò che faccio». Ripensi all’identità che le è stata strappata. Non gliel’hanno ridata il tempo o i tribunali internazionali: «Ogni giorno esisto pienamente solo quando sono in relazione con Dio. La mia identità è in divenire».

Non è un’idea. In Cambogia ci è tornata per la prima volta nel 2003. «Desidero rendere conto della speranza che mi abita in quella cultura scolpita dal buddhismo». Come ne era scolpita lei. «La conversione è stata una rottura totale per me, ma non un salto nel vuoto. È una strada: dall’umanità di Cristo alla sua divinità. Da buddhista ho creduto al mistero dell’Incarnazione con tutta la mia ragione. Anche se non è un atto del pensiero ordinario, un ragionamento». Il male – «quello vero», precisa – è qualcosa che azzera ogni discorso intellettuale: «E la risposta, la fede, non è un’idea, è sperimentare una forza di vita in me che non è mia». 
Parla sempre della fede come un cammino. «Non è una pioggia torrenziale, di qualche ora. È un filo d’acqua, che penetra i crepacci del mio deserto. Una pienezza fin dentro la mancanza». Nel buddhismo la felicità è un getto d’acqua: le mani cercano di afferrarla, ma scivola tra le dita e cadendo a terra diventa fango. «È vero», dice Claire: «Non si afferra. Ma nel cristianesimo l’acqua non smette mai di sgorgare. E l’avventura è non chiudere le mani. Tenerle aperte. Seguiamo Gesù che ha aperto il cammino, ed è il nostro compagno di lotta nella vita. Perché la strada non ha fine. E un cuore ardente la riprende di continuo. Non può che riprenderla, sempre».

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Il vero protagonista: il cuore

 

di Francesca Mortaro e Linda Stroppa

20/08/2013 – L’intervista al Presidente della Fraternità di Comunione Liberazione

  • Julián Carrón.Julián Carrón.

Come ogni anno Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha visitato il Meeting. Ha assistito all’incontro sul titolo della XXIV edizione,“Emergenza Uomo”, tenuto da John Waters, che ha poi incontrato. Prima di ripartire ha rilasciato un’intervista al Tg Meeting in cui ci richiama ad essere attenti a scoprire gli spunti di verità nelle esperienze che viviamo al Meeting. Riportiamo il testo dell’intervista.

Il Meeting è un’occasione di scoperta, qui ci sono tanti incontri, tanti avvenimenti dalla politica alla cultura, ma il Meeting può anche essere l’occasione per rispondere alla domanda con cui lei ci aveva lasciato all’inizio dell’estate: come si fa a vivere?

Io me lo auguro. Perché tutto per noi è un’occasione di trovare una risposta a quello che urge di più nella vita. Mi auguro che per ciascuno di coloro che partecipano in un modo o nell’altro al Meeting possano incominciare a trovare qualche traccia per rispondere a quella domanda. A volte attraverso un incontro che fai, una testimonianza che ascolti, una mostra che vedi puoi trovare qualche traccia di quella urgenza che abbiamo del vivere, senza la quale non c’è veramente un significato per questa vita.

Oggi il potere sembra non lasciarci spazio né di iniziativa né di manovra e allora cosa vuol dire ripartire dall’uomo?

Il potere non ha nessuna potenza su di noi se c’è un io in grado di vivere con un’autocoscienza tale da non essere determinato dal potere stesso. Dobbiamo smetterla di prendercela con il potere, in un certo senso, perché questo dimostra soltanto la nostra fragilità e la fragilità del nostro io. Se noi riusciamo a crescere nell’autocoscienza di quello che siamo, nessun potere in questo mondo potrà fermarci.

Il Papa nel messaggio al Meeting ci ha esortato ad andare nel mondo rimanendo fedeli a Cristo. Ci sono esperienze a cui guardare per imparare questo?

È questo ciò che dobbiamo scoprire anche qua. Perché qui ci sono tantissime esperienze che vengono esposte attraverso le testimonianze, attraverso le mostre, attraverso le opere, attraverso tutta una quantità sterminata di realtà, che documentano un’esperienza. A ciascuno di noi tocca essere attenti per scoprire gli spunti di verità di quelle esperienze per poter valorizzare e seguire quello che di bello, di giusto, di attraente troviamo sulla strada. Ci saranno poi realtà dove questo si documenta in modo più palese e attraverso cui il Mistero ci chiama di più, ci invita di più a seguirlo. Questa è una sfida al cuore di ciascuno, perché il cuore ha la capacità di riconoscere quello che è vero, che è bello e che è giusto per poterlo seguire. È un problema di educazione all’attenzione, più che uno sforzo moralistico titanico dell’uomo. È semplicemente come è successo dall’inizio: Giovanni e Andrea avevano la capacità di riconoscere l’unico che valeva la pena seguire. L’hanno scoperto, non hanno avuto bisogno di fare un training particolare, semplicemente lo hanno incontrato e lo hanno seguito. Il problema è se noi siamo disponibili a questo e lo seguiamo. Facile.

 

La vera libertà di un popolo

 

Ieri al Meeting è stata presentata la mostra “Armenia, culla della cristianità”: storia di un popolo, sopravvissuto al genocidio turco, che ha come unica casa la Chiesa

armenia_thumb400x275Rimini (dal nostro inviato al Meeting) – L’Armenia è stato il primo paese a convertirsi e abbracciare ufficialmente il cristianesimo nel 301; il suo popolo è sopravvissuto al genocidio perpetrato dai turchi a partire dal 1915, che hanno ucciso un milione e mezzo di persone; il milione di armeni sopravvissuti alla strage che si sono rifiutati di convertirsi all’islam sono stati costretti a scappare lasciando la propria casa, dando vita alla diaspora che conta oggi nove milioni di armeni sparsi per il mondo.

CRISTIANI PERSEGUITATI. Il tema dei cristiani perseguitati avrà un ruolo centrale quest’anno al Meeting e la mostra “Armenia, culla della cristianità” mette al centro dell’attenzione la storia di un popolo, vissuto alle pendici del monte Ararat, dove secondo la Bibbia l’Arca di Noè approdò dopo il diluvio universale, che ha saputo mantenere la fede per 1700 anni, nonostante persecuzioni che vanno avanti ancora oggi: «In Siria c’erano tra i 70 mila e 100 mila armeni tra Aleppo e Damasco», spiega Antonia Arslan, poetessa e scrittrice armena, tra i relatori dell’incontro che ieri ha presentato a Rimini la mostra curata dalla fotografa Graziella Vigo. «Dopo anni di guerra fratricida queste comunità sono praticamente spazzate via, a testimonianza che la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente non è affatto finita».

meeting_rimini_2013STORIA MIRACOLOSA. L’Armenia, Stato rinato 20 anni fa e accerchiato da Turchia, Georgia, Iran e Azerbaijan, ha una storia unica costellata di «esempi di fede straordinari e miracoli quasi sconosciuti». Alcuni di questi sono stati raccontati da Caroline Cox di Queensbury, per 20 anni vicepresidente della Camera dei Lord inglese, che ha «avuto l’onore di visitare l’Armenia per 79 volte». «Quando l’Azerbaijan negli anni 90 ha deciso di sradicare e distruggere gli armeni dalla sua provincia del Nagorno-Karabakh», ha dichiarato davanti a una platea di 4 mila persone, «ha provato ripetutamente a distruggere una chiesa del 13mo secolo dedicata a san Giovanni. Ma ogni volta che i suoi aerei sganciavano le bombe dritto sulla chiesa, queste cambiavano traiettoria tanto che alla fine l’intera area era stata rasa al suolo tranne il tempio sacro. Dopo diversi tentativi una sola bomba ha colpito nel segno ma non è esplosa. Oggi quella chiesa è ancora al suo posto a testimonianza della gloria di Dio, che protegge il suo popolo armeno».

CRISTIANESIMO COME CASA. Oggi gli armeni sono 12 milioni, ma solo tre vivono nella Repubblica armena. Gli altri nove sono divisi principalmente tra Russia, Stati Uniti, Francia e Italia ma non hanno perso l’identità trasmessa di generazione in generazione da chi è scappato dal paese per non tradire la propria fede. Uno di loro è Joseph Oughourlian, nato in Francia, cofondatore e direttore esecutivo del fondo di investimenti Amber Capital: «Per me come per gli altri armeni l’attaccamento alla Chiesa e al cristianesimo è una questione di identità, non il lusso di una scelta», ha spiegato al pubblico del Meeting. «Dopo la tragedia del genocidio e della diaspora non abbiamo più niente in comune tra noi se non l’appartenenza al cristianesimo, che è il nostro punto di riferimento e la nostra casa». Ma quella degli armeni non è la storia di un popolo abbattuto e sconfitto, come affermava alla baronessa inglese l’arcivescovo di Karabakh, «salvatosi per miracolo», il giorno stesso in cui l’esercito dell’Azerbaijan aveva distrutto la sua casa con l’ennesima bomba: «La nostra nazione ha ritrovato la sua fede. Noi non odiamo nessuno, noi crediamo in Dio».
@LeoneGrotti

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Un vero lottatore

Presentazione della nuova giunta della Regione Lombardia di Roberto FormigoniSviluppo e lavoro, due temi tanto correlati quanto importanti per l’economia del Paese. Argomenti che verranno affrontati questo pomeriggio al Meeting di Rimini in un incontro dal titolo «Nuove regole per lo sviluppo, nuove regole per il lavoro» a cui parteciperà l’assessore lombardo alle attività produttive, ricerca e innovazione, Mario Melazzini.
«Occorre prima di tutto – spiega Melazzini a tempi.it – fare una riflessione generale rispetto al momento attuale e il titolo del Meeting rimane una forte provocazione. Non possiamo dimenticare che la politica per risolvere i problemi deve prendere in considerazione non solo strumenti, ma il fatto che gli strumenti vengono applicati dall’uomo. La persona quindi viene prima di tutto, sia essa imprenditore o cittadino semplice. E il lavoro, insieme alla famiglia, la vita, fa parte di una filiera di valori da non considerare campi distinti».

Cosa significa per lei questo nel suo lavoro politico?
Bisogna avere il coraggio di osare e andare controcorrente per i nostri figli. Non possiamo permetterci una deriva populistica e dobbiamo avere il coraggio di fare scelte che apparentemente sembrano impopolari, ma che permettono di selezionare e capire da che parte andare. Parlo di scelte di matrice liberale e meno improntate sull’assistenzialismo. Nel concreto del mio assessorato mi rendo sempre più conto di quanto sia necessaria la ricognizione del bisogno. Possiamo andare a stilare dei modelli perfetti ma il problema non è solo dare risorse, ma che le risposte siano concrete e arrivino alla corretta ricognizione di ciò che l’imprenditore ha bisogno: tempistiche certe, semplificazione, facilitazione all’accesso al credito. Ma purtroppo mi rendo sempre più conto che il vero problema è la mancanza crescente di reciproca fiducia tra la pubblica amministrazione e l’imprenditoria. È stato calcolato che ad ogni legge emanata per facilitare il mondo dell’impresa ne sorgono quattro che vanno in direzione contraria.

Quando si parla di lavoro si pensa al cuneo fiscale e alla flessibilità del mercato ancora vincolato da uno Statuto dei lavoratori, seppur con qualche modifica, varato nel 1970. Argomenti legati alla politica e a un cambiamento che dovrebbe arrivare a livello centrale. Cosa può fare di concreto un gestore del territorio come lei?
Le regioni hanno la potenzialità di metter in cantiere dei percorsi sperimentali e quindi agire con strumenti in grado di influenzare i costi del lavoro. È logico che noi non possiamo fare il lavoro del governo, ma le regioni devono muoversi con gioco di squadra e non devono solo fare politiche passive. A maggior ragione noi lombardi abbiamo l’obbligo di patrimonializzare quanto fatto in questi 18 anni dal governo Formigoni.

Cosa troviamo in cima alla lista tra le priorità del suo assessorato?
Semplificazioni e sburocratizzazioni con strumenti flessibili a favore della competitività. Sto parlando dell’amministrazione unica: non possiamo permetterci di avere molte procedure per avere un obiettivo solo e in particolare l’interlocutore col pubblico deve essere uno. Per questa ragione ha importanza lo sportello unico. Bisogna quindi trovare strumenti dinamici e reali che siano risposta alle esigenze. Ma questo non basta.

Cosa serve d’altro?
La parola d’ordine è rendere semplice il fare impresa e trovare delle forme di agevolazione per attrarre imprenditori nei primi 5 anni di attività. Sull’Irap vale lo stesso discorso, soprattutto per quanto concerne i giovani. Qualche settimana fa, di concerto con l’assessore Aprea, abbiamo realizzato una dote per il lavoro: provvedimento unico nel suo genere che permette la facilitazione dell’inserimento lavorativo. Aggiungo che occorre affrontare il problema delle start up e delle restart up. Fino ad oggi le nuove realtà le abbiamo finanziate a pioggia, ma è sbagliato perché sappiamo benissimo che a distanza di due anni più del 50 per cento chiudono per assenza di risorse e fondi. Bisogna invece avere il coraggio di selezionare delle aree ben precise nelle quali ci si può indirizzare; aree che siano innovative, competitive, ma soprattutto sostenibili. C’è poi tutto un campo di aziende e di imprenditori con dei piani di sviluppo che necessitano aiuto e bisogna metter loro in mano degli strumenti che possano agevolare la crescita.

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Il volto

Ecco, il centro di questo Meeting è, invece un volto. Il Volto. E i volti che da Lui discendono. La Veronica di Manoppello, dalla storia epica e misteriosa che affonda nei secoli e che papa Ratzinger ha riconosciuto, davanti al quale il Papa si è inginocchiato nel suo pellegrinaggio in Abruzzo. Volto che nella più bella delle mostre allestite al Meeting viene ora indicato a tutto il popolo. E poi i volti di Chesterton e di Testori. Di Shahbaz e delle migliaia di sconosciuti martiri cristiani di questo terribile presente del mondo. I volti di Paul Bhatti, John Waters e di tutti quegli uomini e donne che sono come sentinelle della verità. E perciò testimoni della verità. Non gente di chiesa. Ma Chiesa. Cioè popolo che ha un volto. Perciò c’è speranza per ogni uomo. Perché c’è un posto, la Chiesa, che «è la portatrice storica dello sguardo plenario di Cristo sul mondo». Buon Meeting.

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La legge della completezza

 

Ci sono casi in cui i provvedimenti legislativi dicono molto della cultura e dell’educazione di un popolo. Se domani, ad esempio, fosse approvata una legge che spiegasse ai finlandesi (o a qualunque altro popolo) come si debbano usare le penne stilografiche, che opinione vi fareste di quel popolo? Ebbene ieri, in Italia, è stato approvato dal Governo un pacchetto di provvedimenti molto importante in materia di “femminicidio” che, sostanzialmente, spiega agli italiani come si dovrebbero trattare le donne.

Il punto, ovviamente, non sono le misure contenute nell’intervento dell’esecutivo, tutte plausibili e probabilmente adeguate, ma la necessità stessa che un simile pacchetto possa essere varato. Essere arrivati a questo punto, infatti, dopo sessant’anni di democrazia e cinquanta di femminismo, è una sconfitta colossale sia per la democrazia, che non riesce a generare un popolo capace di educare i propri figli se non con punizioni e divieti, sia per il femminismo, che corona il suo giubileo di conquiste civili con una legge che tutela le donne come si fa con una specie protetta dal wwf. Dietro questo provvedimento, insomma, c’è qualcosa che non va. Quando in una società non si sa più essere “maschi” o “femmine”, quando c’è ambiguità perfino su che cosa si intenda con la parola “maschio” o “femmina”, e tutto ciò che è ritenuto “femmina” è giudicato inferiore e a disposizione dei capricci e dei desideri del “maschio”, allora qualcosa davvero non quadra. La donna, nel mondo occidentale, è certamente sempre stata considerata inferiore rispetto all’uomo. Questa inferiorità, tuttavia, non è mai sorta da un giudizio di natura (le donne sono realmente inferiori), ma da un’associazione antropologica per cui sussisterebbe un’equivalenza tra l’essere maschi e l’avere il potere. Se il potere sulla comunità, come sulla famiglia o sullo stato, spetta al maschio appare logico che, secondo una certa concezione del valore del potere, la femmina sia un elemento di serie b. La società che ne emergerà sarà pertanto una società maschilista, tendente a “usare” del femminile per il raggiungimento degli scopi “maschili”, dalla fecondità al dominio, fino alle più istintive manifestazioni dell’autoritarismo che mietono ogni giorno centinaia di vittime per mezzo della violenza domestica o, peggio ancora, dello stesso plagio psicologico e fisico.

Il femminismo ha pensato bene, lungo il corso del novecento, di risolvere il problema “concedendo più potere alle donne”, ossia trattando la condizione maschile come una situazione desiderabile per qualunque femmina. Ma quale donna può considerare appetibile una posizione in cui è il potere, dal poter fare al poter essere, che qualifica la dignità e il valore di una persona? Recentemente Papa Francesco ha esortato i cristiani, e i teologi in particolare, a pensare con più profondità una “teologia della donna”. La Rivelazione cristiana, infatti, ha qualcosa di proprio da dire su tutto questo. Dio, creando l’uomo, ha voluto crearlo “distinto e complementare”, ponendo la diversità come valore fondamentale dell’essere umano. Tutte le volte che gli uomini hanno invece voluto abolire la diversità, in favore di un’uniformità che uccide ogni pluralità (penso soprattutto all’episodio della torre di Babele), Dio è intervenuto perché ciò non accadesse, ben consapevole che, qualora gli esseri umani fossero tutti uniformati, si potrebbe facilmente stabilire su di essi un potere capace di dominarli e di organizzarli definitivamente. La diversità, a partire da quella sessuale, è quindi la garanzia della libertà dell’uomo poiché l’umano, proprio per il fatto di essere sempre nuovo e sempre diverso, unico e irripetibile, non potrà mai essere inquadrato in uno schema di dominio assoluto. Finché esisteranno le differenze esisterà sempre la possibilità di non ridurre la vita ad un insieme di azioni prevedibili e addomesticabili. Per questo i cristiani vedono in Maria l’immagine della libertà. Essa ha saputo vivere la propria originalità e diversità ad un livello tale per cui Dio stesso ha desiderato essere accolto e ospitato nel suo grembo. Maria non ha voluto essere Giuseppe, e neppure ha lottato per avere il posto di Pietro: essa ha vissuto fino in fondo la propria condizione di donna, ribaltando le logiche maschiliste del suo tempo che vedevano il potere come la condizione necessaria determinante il valore dell’Io. No, Maria, accettando e assumendo la propria “diversità”, ha mostrato a tutti che è l’amore ciò che misura la statura di un uomo, un amore vissuto come accoglienza, come sacrificio e come pazienza.

Proprio queste tre dimensioni, l’accoglienza, il sacrificio e la pazienza, definiscono l’essere femmina secondo il cuore di Dio e proprio queste tre dimensioni indicano i confini di un’identità che non è inferiore a quella maschile, ma che è diversa e che richiama l’umano a non inseguire il potere come forma del proprio compimento, ma a guardare all’amore – dato e speso – come all’indicatore più potente del valore e della dignità dell’Io. In quest’ottica assume tutto un altro peso il gesto di un Dio che, avendo tutto il potere a disposizione, sceglie di svuotare se stesso e di diventare uomo per poter amare e donare la propria vita a vantaggio di tutti. Dio non sappiamo se sia maschio o femmina. È persona, ci insegna la teologia. E la persona è il luogo dove il maschile e il femminile giungono a compimento, mostrando come sia l’amore l’orizzonte in cui ogni potere trova il suo significato e come siano il potere e il volere la dimensione più matura dell’amore. Per questo due persone si sposano: per trovare nell’altro quella storia che rende più matura e consapevole la mia storia. Per questo il matrimonio non potrà mai fare a meno della complementarietà tra maschile e femminile, proprio perché esso non è un semplice contratto, ma il luogo giuridico, sociale e morale, dell’incontro psichico e fisico di due forze che, distinte e complementari, governano e guidano la Storia. La questione femminile non si risolve dando più potere alle donne, ma riscoprendo il significato profondo e vitale del proprio essere donna. Io, uomo, ho bisogno di una donna per essere pienamente Io. E io, donna, ho bisogno di un uomo per essere davvero me stessa. Dentro questa legge, e questa serena certezza, non c’è bisogno di nessun pacchetto legislativo di tutela dell’uno o dell’altro perché il rispetto della diversità, vissuto con sana reciprocità, spalanca sempre le porte di una relazione autentica ed equilibrata. Potrà sembrare riduttivo, ma ciò di cui hanno bisogno oggi le donne è molto di più del rispetto degli uomini, è la riscoperta, vera e sincera, della gioia di essere “femmina”.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2013/8/9/Il-femminicidio-e-il-potere-di-Maria/print/418479/

Per qualcosa di più grande

Agosto 7, 2013 Redazione

Entrano domani alla fiera di Rimini i primi 100 studenti, professionisti, avvocati, medici, impiegati. Tutti pronti a «regalare il loro talento per costruire qualcosa di più grande»

meeting_rimini_2013Pubblichiamo il comunicato stampa inviato oggi dalla Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli

Rimini, 7 agosto 2013 – Domani arriveranno in fiera i primi 100 volontari per costruire la XXXIV edizione del Meeting. Sono soprattutto studenti universitari ma anche professionisti, avvocati, medici, impiegati: entro domenica saranno 550, 420 studenti e 130 adulti.

«I primi ad arrivare saranno i ragazzi di Milano e dell’Emilia Romagna – spiega l’ingegner Franco Casalboni, che coordina i volontari durante la fase di allestimento – ma già da giovedì arriveranno da tutta l’Italia: Brescia, Ferrara, Lugano, Messina, Parma, Torino e Varese».

«Come ogni anno – prosegue Casalboni – saranno molte le mansioni che svolgeranno i volontari: dal lavoro di falegnameria a quello grafico, dal magazziniere al trasportatore, dall’elettricista all’imbianchino e tanto altro. In questi anni la cosa che mi ha sempre colpito è la disponibilità totale a fare ciò che viene chiesto, il desiderio di imparare e la gratuità che è molto di più della generosità».

«Il ritmo è serrato – racconta – c’è da costruire tutto: le piazze delle mostre, la ristorazione, il villaggio ragazzi, tutto il padiglione dello sport e gli spazi comuni. Ognuno ha il proprio compito, c’è chi pittura, chi costruisce, chi regala al Meeting il proprio talento: penso ai ragazzi dell’Accademia di Brera, agli studenti di architettura, agli ingegneri…».

La giornata del volontario si svolge così, alle 8.45 si incomincia con le lodi, poi dalle 9 alle 13 si lavora, pausa pranzo fino alle 14.15 e poi si ricomincia fino alle 18.45. Per riuscire a completare il lavoro, non mancheranno anche turni serali dalle 20.30 alle 23 per la giornata del 16 agosto.

Emilia Guarnieri, presidente del Meeting di Rimini, commenta: «I volontari del Meeting, tutti, adulti e ragazzi, si pagano il viaggio per arrivare a Rimini, l’alloggio e il vitto, rinunciando a qualche giorno di vacanza in più, o addirittura all’unica settimana di vacanza che hanno, per costruire il Meeting. Da trentaquattro anni questa è sicuramente l’esperienza e la testimonianza che è il cuore della manifestazione».

«La loro gratuità che testimonia il desiderio di servire qualcosa di più grande è certamente un contributo visibile a quell’Emergenza Uomo, che è il titolo e la sfida del Meeting di quest’anno».

Leggi di Più: Meeting Rimini 2013, arrivano i primi volontari | Tempi.it

Come stilnovisti

C’è, in Walter Siti (vincitore del Premio Strega 2013 di cui abbiamo cominciato a parlare in un precedente articolo), certamente, una forma di esibizionismo: porre se stessi come centro di una prolungata (e a volte estenuante) autofiction è un rischio forse spiacevole («Tu non sei sincero», gli dice un personaggio di Scuola di nudo, «sei solo pettegolo su te stesso»); ma è anche un azzardo di verità, un modo – proprio in un’epoca di emergenza dell’identità – di scommettere sul problema dell’io. Ed è proprio l’io il luogo in cui Siti conduce la sua indagine sul e nel desiderio umano; e lo fa in una postura non intimista, né in una balbettante introspezione, ma in un orizzonte di lettura storica, antropologica, sociopolitica, nella convinzione che l’io sia il luogo più preciso e più adatto per verificare lo “stato generale delle cose”.

Può apparire paradossale, ma in Siti è necessario arrivare allo scandalo duro, fastidioso della propria esperienza più intima per poter porgere al suo lettore un’affermazione di questo genere: «Credo che si possa essere d’accordo, però, sul fatto che il grande progetto dell’Occidente, l’unicum che lo contraddistingue fra tutte le società umane, sia l’ambizione di costruire una convivenza senza Dio. […] Dare l’illusione del paradiso in terra è l’obiettivo finale del consumismo; o, se si vuole, il consumismo è una protesta per l’inesistenza di Dio». Un’affermazione che nel suo darsi protegge anche il suo contrario: e cioè che per poter essere gli unici a tentare di vivere senza Dio è necessario che si sia verificato un momento di convivenza con Dio: è cioè necessario, storicamente, che il divino si sia fatto realmente fattore di condivisione storica. Non si può volersi sbarazzare di qualcosa che non è mai esistito.

Come Pasolini (di cui Siti è stato non a caso il curatore delle Opere), Siti ha bisogno di verificare l’Occidente nella sua persona, nel suo corpo. Sembra che il mondo reale possa affermare la sua presenza soltanto in una ferita, in una conflittualità pericolosa, drammatica, a volte sanguinaria. E in questo contesto anche l’esibizionismo può tramutarsi in una forma, un metodo del realismo – e diventare così una forma di propulsione conoscitiva: «Flaubert scrivendo a Madame Roger des Genettes aveva affermato che “la realtà dev’essere un trampolino”. L’intensità che si concentra sul dettaglio è la traccia inconscia di una Totalità perduta; l’Assoluto sepolto nel quotidiano è la speranza ultraterrena di chi ha perso la fede; le parole adatte a descrivere quell’innaffiatoio (scrive ancora Lord Chandos) “se le trovassi, richiamerebbero sulla terra i Cherubini ai quali non credo”. Eros è nel particolare».

Sempre nello stesso testo – un bellissimo libretto del 2012 intitolato, significativamente, Il realismo è l’impossibile – Siti si interroga sul senso della propria attività di scrittore, e dice: «Questo è il “miracolo della presenza” compiuto dal realismo: parole folgoranti che azzerano i distinguo (…), dettagli sottratti al flusso della consuetudine e gettati a illuminare il mistero (…) un realismo che si fa preciso per accogliere il Sacro: un realtà frugata per rivelarne la mancanza, l’inadeguatezza a una luce superiore. Il realismo di Montale che invece di scrivere “girano l’angolo” scrive “scantonano nel vicolo”, ma poi quei passanti non si accorgono dell’Apparizione. Per come l’intendo io, il realismo non è una copia ma un conflitto, una tensione irrisolta e ineliminabile. “I fenomeni di carattere quotidiano e il modo banale e coerente di considerarli”, scrive Dostoevskij in una lettera a Strachov, “non sono ancora, secondo me, il realismo, ma piuttosto il contrario di esso”. Non c’è realismo senza l’orma vuota di Dio».

Il realismo non è quindi un accumularsi di particolari, ma la focalizzazione dello sguardo, l’attenzione alla natura e al senso della cosa stessa, il gesto con cui si cerca l’imprevisto, il barlume di senso, il trasalimento della vita: «Il realismo, per come la vedo io, è l’anti-abitudine: è il leggero strappo, il particolare inaspettato, che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale – mette in dubbio per un istante quel che Nabokov (nelle Lezioni di letteratura) chiama il “rozzo compromesso dei sensi” e sembra che ci lasci intravedere la cosa stessa, la realtà infinita, informe e impredicabile. Realismo è quella postura verbale o iconica (talvolta casuale, talvolta ottenuta a forza di tecnica) che coglie impreparata la realtà, o ci coglie impreparati di fronte alla realtà; la nostra enciclopedia percettiva non fa in tempo ad accorrere per normalizzare, come secondo gli stilnovisti gli spiriti non fanno in tempo ad accorrere in difesa del cuore all’apparire improvviso della donna amata. Il realismo è una forma di innamoramento».

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/8/4/LETTURE-Il-realismo-Una-forma-di-innamoramento/print/416179/

 

 

 

 

Il male non è l’ultima parola

Mi si para davanti questo giovane uomo: “non è possibile, ho peccato, ci sono caduto ancora”. Non voleva, non vuole, l’aveva già promesso. Ma è accaduto. Ha peccato nuovamente. E allora come ci si può perdonare?
Ma proprio l’incapacità di perdonare a se stessi spinge a chiedere il perdono a un altro, a guardare un’altra faccia che ti guardi e ti accolga. In cerca di un aiuto più grande, di una misericordia capace di riedificarti l’anima e la volontà. Anche quest’uomo, come tanti, forse come tutti, percepisce come una condanna a morte il male che offende l’altra persona e offende lui stesso. Anche lui rischia di rimanere inchiodato alla sua colpa e se l’è tenuta addosso per intere settimane, senza riuscire a consegnarla al perdono. Nella bilancia della coscienza, il piatto del male pesa più della misericordia, la colpa condiziona più della redenzione.
Invece, tutto il cristianesimo è percorso dai rivoli della misericordia. Il gran fiume della misericordia è scaturito dall’incontro di Gesù con gli uomini e le donne che hanno peccato; è sceso dalla croce del Calvario e si è diffuso dallo Spirito Santo donato nel Cenacolo il giorno di Pentecoste. In tempi molto vicini a noi, decenni o forse secoli di predicazione della morale hanno dettagliato l’elenco dei peccati, hanno affinato la percezione degli scrupoli, allargando o restringendo a fisarmonica – a seconda degli umori culturali – la confessione delle colpe. Si è finito poi con lo stancarsi di fare il resoconto, e il sacramento della confessione ha cominciato a perdere colpi fin quasi a esaurirsi come un rigagnolo nella sabbia. Infine, per gli scrupoli e l’anamnesi del passato potevano ben bastare lo psicologo o lo psicanalista.
Ma un volto, un abbraccio, chi lo può sostituire? Qualcuno che non indugia a sezionare il tuo peccato, ma ti annuncia la misericordia, come non desiderare di incontrarlo? Qualcuno che non ti porta solo la sua comprensione umana, non si limita a spazzare via le colpe attraverso la ramazza delle giustificazioni, ma ti dice semplicemente: “Tu sei figlio; debole o forte, Dio ti ama, ti perdona, ti ridona intero a te stesso, alla moglie, alla vita…”.
Per questo, Papa Francesco continuerà ad avere successo. “Dio non si stanca mai di perdonare”, ci ripete. E ai sacerdoti: “Non stancatevi di perdonare, sempre, tutto”.

La misericordia è una nuova misura della vita, è la presenza tanto attesa e desiderata. Passa attraverso sguardi, gesti, parole: di amici, di familiari, della moglie e del marito. Proprio come fa il Papa con i piccoli, i malati, i poveri. Fino a entrare nella vita con il gesto della Chiesa che porta in sé tutto l’abbraccio del Padre e la consegna del Figlio: “Ti sono perdonati i tuoi peccati. Va in pace”.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2013/8/3/Tracce-di-misericordia/print/417316/