“Inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te”

Una casa sulla roccia

Il video dell’omelia di Papa Francesco alla celebrazione Eucaristica di inizio del Capitolo Generale dell’Ordine di Sant’Agostino. Una riflessione sulle vite di Agostino e Monica e sulla “santa inquietudine” del Vescovo di Ippona.

“Ci hai fatti per Te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te” (Le Confessioni, I,1,1). Con queste parole, diventate celebri, sant’Agostino si rivolge a Dio nelle Confessioni, e in queste parole c’è la sintesi di tutta la sua vita.

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Anche noi con loro

 

Invitiamo i nostri lettori ad aderire all’appello per «dare un sostegno concreto a tutti frati e i religiosi che vivono in Siria, perché possano continuare a essere un segno di speranza per tutti». On line, con bonifico o via posta

siria-cristianiOltre a firmare l’appello contro l’intervento armato in Siria, si può fare qualcosa di concreto per sostenere la popolazione, e fare arrivare cibo e medicinali. Tempi invita i suoi lettori a contribuire all’invito che arriva da Ats, l’organizzazione non governativa senza fine di lucro della Custodia di Terra Santa.

In un suo appello – che riprende le parole di papa Francesco all’Angelus del 25 agosto – Ats ricorda che «non accenna a ridimensionarsi la crisi che sta colpendo la popolazione siriana. L’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, António Guterres ha dichiarato: “Era dai tempi del genocidio in Ruanda, quasi vent’anni fa, che non si assisteva a un esodo di simili proporzioni”».

Si riportano anche alcuni dati:

  • 7 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria;
  • 4 milioni e mezzo di sfollati interni;
  • 2 milioni di rifugiati siriani nei Paesi limitrofi;
  • 5 mila morti al mese.

Ats invita tutti  a «sostenere la popolazione siriana, a far arrivare cibo e medicinali, e a dare un sostegno concreto a tutti frati e i religiosi che vivono in Siria, perché possano continuare a essere un segno di speranza per tutti».

Ecco come:

Il tuo contributo ONLINE (carta di credito – VISA e MasterCard – o PayPal)
http://www.proterrasancta.org/it/aiuta-la-terra-santa/aiutaci/

Il tuo contributo con BONIFICO BANCARIO
ATS – IBAN: IT67 W050 18121010 0000 0122691
BIC/Codice Swift: CCRTIT2T84A

Il tuo contributo in POSTA
Conto Corrente: 1012244214
intestato a ASSOCIAZIONE DI TERRA SANTA

Leggi di Più: Siria. Custodia Terra Santa: aiuti a popolazione siriana | Tempi.it

L’inquietudine dell’amore

Il vangelo offriva una delle pagine più amate, quella del buon pastore che dà la vita per le sue pecore. Ma neanche la paginetta di Giovanni ha resistito al fascino dell’avventura di Agostino. L’africano ha stregato anche Francesco, dopo Benedetto. E come poteva essere altrimenti? Un peccatore, dall’intelletto straordinario e il cuore inquieto, paradigma dell’uomo di ogni tempo, costituiva un riferimento troppo ghiotto per un’omelia diretta ai figli del vescovo di Ippona riuniti in Capitolo, ma anche ai cristiani prigri e assopiti che Bergoglio proprio non digerisce.

Così nella Chiesa dedicata al Santo in Campo Marzio, dopo un sorso d’acqua, Papa Francesco, ieri pomeriggio, ha parlato della “santa inquietudine”, della sua inevitabile attualità, prendendo la vicenda di Agostino a modello di fede. E se Ratzinger non mancava di condire la sua predicazione di citazioni colte del dottore della Chiesa, strutturando la lectio magistralis secondo la logica inoppugnabile del discepolo di Ambrogio, attingendo a piene mani alla sapienza del retore dell’impero, Bergoglio fa un’operazione diversa: si concentra sull’esemplarità umana di Agostino, magnificamente sintetizzata da una delle sue frasi più celebri: “inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te”.

Per il pontefice argentino, Agostino da Ippona potrebbe essere uno dei neolaureati di oggi, tentati dal successo, affamati di vita, pronti ad essere sbranati dal sistema e dai suoi idoli. Un impero fatto di ricchezza, libertà autoreferenziale e verità scontate. Insomma uno di quelli cresciuti a pane e parrocchia, e poi progressivamente allontanatisi, nonostante le vaghe proteste materne, per l’impossibilità di resistere al fascino di balocchi e luminarie a buon mercato. Magari uno che una volta arrivato, con l’attico sulla piazza cittadina, il Suv parcheggiato nel box e le vacanze nell’atollo esotico, scopre il buco nel cuore. L’ansia di qualcosa di diverso e più profondo. Il bisogno di eterno.

Ecco, Agostino era uno così. Con un cuore non addormentato, né anestetizzato, in continua ricerca di senso. Un peccatore certo, innamorato delle belle donne e della vita bella. Ma anche un uomo alle prese con il proprio desiderio. E per fortuna allora non c’erano psicofarmaci o cocaina a disposizione per soffocare o reprimere l’impeto dell’anima. Aveva quella che oggi forse latita, la tensione all’incontro, l’urgenza di sentire un Dio vicino, “più intimo a noi di noi stessi”, la bramosia dell’assoluto.

Dalla sua aveva poi una madre che non ha mai smesso di piangere. Per Francesco l’inquietudine agostiniana era alimentata a lacrime. Quelle di Monica, madre pacificata ed indomita, capace di sfinire il Signore per la conversione e la felicità del figlio. Agostino, ha detto ieri il Papa, ha ereditato il seme dell’inquietudine dalla madre.

Da colei che senza sosta “ha cercato il bene della persona amata”, fino alle lacrime. Ci sono oggi donne disposte ad amare così? Capaci di piangere per la conversione dei propri figli (ma anche dei propri compagni o mariti), di commuoversi, attraversate dall’inquietudine dell’amore, quella che viene dopo la ricerca di Dio e l’incontro con Dio?

Forse abbiamo bisogno di donne capaci di versare lacrime per i propri figli, di inondare la terra di pianto e riempire il cielo di preghiere. Allora con tutta probabilità diventerebbero inutili le indagini sullo stato della fede, i tristi convegni ecclesiali sulla trasmissione del Vangelo, le strategie per trattenere chi dopo l’iniziazione cristiana fugge attirato dalle stelle cadenti. Abbiamo bisogno di donne di fede, per avere uomini di fede. Un buon punto di partenza per quella teologia della donna invocata da Papa Francesco.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2013/8/29/PAPA-Perche-Francesco-chiede-alle-donne-un-cuore-pieno-d-inquietudine-/print/422622/

Sperare contro ogni speranza

Sì, è giusto tenere in vita una donna per salvare il bambino che porta in grembo. È giusto contro ogni speranza tentare l’impossibile, affidandosi alle macchine, di qualsiasi tipo, perché quella vita palpitante viva. Non può esserci esitazione, dubbio, non c’è riflessione filosofica, psicologica, medica che si insinui e ci induca ad esitare.

Carolina Sepe è clinicamente morta. Morta, per errore, mentre un assassino uccideva il padre. Morta, inconsapevole e innocente, col suo dolce fardello. Tre vite, per una sola follia, armata. Scatenata da un litigio. Tre vite. Forse due. Il bimbo che Carolina porta con sé è solo alla decima settimana di gestazione. Dieci settimane, ovvero un fagiolo, per dimensioni, con la testa più grande del corpo, per quanto il cervello è cresciuto, ma con il nasino, gli occhi, le gemme dei denti, le dita delle mani e dei piedi, già separate, già capaci di muoversi. Il suo sistema nervoso funziona, il cuore batte, batte forte, lo si può sentire anche poggiando l’orecchio sulla pancia, e il monitoraggio fa sussultare. Batte con una determinazione, un’energia, eppure è così fragile. Vive per il respiro, il sangue, la vita di sua madre.

Quanto può andare avanti, immobile e incosciente in quel letto dell’ospedale Cardarelli di Napoli? Che genialità, che scienza può dare almeno dieci, dodici settimane di vita ancora a quel bambino? È quel che gli manca per poter sopravvivere, per essere affidato alle cure di un’incubatrice, per uscire al mondo. È terribile pensare a quel palpito, e sapere che potrebbe spegnersi, da un momento all’altro. È grandioso che la mente, le braccia dell’uomo possano dedicarsi a farlo battere ancora, contro ogni limite, contro il tempo, la logica e la “natura”.

La natura. Quante volte evocata come matrigna. Quante volte come madre, che se decide, decide per il bene. Non è così. La natura ci è affidata, può e deve essere guidata, per la vita, sempre. Quante volte, nei dibattiti laceranti sulla povera Eluana, si è parlato di natura, di libertà, di scelta. Ora, Carolina non può scegliere. Carolina dovrebbe essere lasciata andare. Dovrebbe poter raggiungere il suo papà e stringersi a lui, perché non può più essere salvata. Ma Carolina vorrebbe, griderebbe, se lo potesse, di essere intubata, legata ai fili di decine di macchine per la speranza di dare alla luce quel bambino. Anche perché egli viva un solo giorno in più. Perché vivendo lui, vive lei, e non solo. Perché la sua vita vale di per sé, il suo cuore batte da solo, chiede di continuare a pulsare, di far vivere quella madre che lo contiene, lo protegge, lo nutre ancora.

È un’emozione indicibile immaginare la lotta che avviene in quella stanza di terapia intensiva del Cardarelli. Una lotta tra morte e vita, che in duello si combattono, guardandosi l’un l’altra in viso. Conflixere mirando. Comunquesia, quello che lotta non è un embrione. Chiamatelo come volete, è un bambino. Ogni attimo afferma il suo sì alla vita, ogni attimo in più ha un senso, e una benedizione. Chi crede chiede il miracolo. Impossibile agli uomini, forse a Dio. Chi non crede, o non vedrà le sue preghiere esaudite, può, forse deve rimanere commosso e incantato davanti al mistero di quel corpo inerte che sta dando tutto, proprio tutto di sé per essere madre.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2013/8/28/IL-FATTO-Nei-corpi-di-Carolina-Sepe-e-del-suo-bimbo-la-lotta-tra-la-morte-e-la-vita/print/422352/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sottoscrivo

«Con grande sofferenza e preoccupazione continuo a seguire la situazione in Siria. L’aumento della violenza in una guerra tra fratelli, con il moltiplicarsi di stragi e atti atroci, che tutti abbiamo potuto vedere anche nelle terribili immagini di questi giorni, mi spinge ancora una volta a levare alta la voce perché si fermi il rumore delle armi. Non è lo scontro che offre prospettive di speranza per risolvere i problemi, ma è la capacità di incontro e di dialogo.
Dal profondo del mio cuore, vorrei manifestare la mia vicinanza con la preghiera e la solidarietà a tutte le vittime di questo conflitto, a tutti coloro che soffrono, specialmente i bambini, e invitare a tenere sempre accesa la speranza di pace. Faccio appello alla Comunità Internazionale perché si mostri più sensibile verso questa tragica situazione e metta tutto il suo impegno per aiutare la amata Nazione siriana a trovare una soluzione ad una guerra che semina distruzione e morte. Tutti insieme, preghiamo, tutti insieme preghiamo la Madonna, Regina della Pace: Maria, Regina della Pace, prega per noi. Tutti: Maria, Regina della Pace, prega per noi».

Papa Francesco, Angelus, Piazza San Pietro, domenica, 25 agosto 2013

 

Sottoscrivo l’appello di Tempi, Ora pro SiriaSamizdat on line e Cultura Cattolica
Tra i primi firmatari Giuseppe Nazzaro, ex custode di Terra Santa e vicario apostolico di Aleppo.

Sottoscrivo l’appello di Tempi, Ora pro Siria e Samizdat on line contro l’intervento armato in Siria. L’appello sarà inviato ai parlamentari italiani e al ministro degli Esteri Emma Bonino

Vi arriverà una email da redazione@tempi.it contenente un link per confermare la vostra sottoscrizione (attenzione, alcune caselle di posta potrebbero catalogarla come spam. Controllate)

Leggi di Più: Appello contro la guerra in Siria | Tempi.it 

La gioiosa povertà

San Francesco, il gioioso mendicante

di Stefano Filippi

26/08/2013 – La vita appassionata e appassionante dell’uomo, che vestito solo di sacco, si presentò a re, sultani e papi per riconquistarli all’amore di Cristo. E così cambiò la storia

  • Il gioioso mendicante.Il gioioso mendicante.

È uscito nel momento giusto Il gioioso mendicante, la vita di san Francesco d’Assisi raccontata da Louis de Wohl, romanziere-007 e appassionato biografo di numerosi grandi santi. C’è bisogno di riscoprire il patrono d’Italia nell’anno in cui il nuovo Papa ha scelto di portare il suo nome e da molte parti se ne riduce la figura a semplice paladino dei poveri o ingenuo cantore della natura.

San Francesco bruciò dell’amore per Cristo, l’unico che compiva la sua brama di vivere che le ricchezze di famiglia, le amicizie o le gesta in battaglia non soddisfacevano. Nell’abbraccio al lebbroso, Francesco strinse la carne di Cristo. Intrecciando la vicenda personale con i grandi fatti di quell’epoca storica (le lotte comunali, le crociate, il rapporto tra Papato e Sacro Romano impero), De Wohl racconta tutto il tormento di questo rampollo di una famiglia ricca e potente, il doloroso rapporto con il padre che lo disconobbe, la fatica nel trovare la vera vocazione, le difficoltà iniziali con il Papa e la dura contestazione di molti frati incapaci di seguirlo nel rigore di una vita fatta unicamente di Cristo, le peregrinazioni in Terrasanta tra soldati del Papa e del sultano Al Kamil per riguadagnare alla Chiesa la custodia dei Luoghi santi.

Francesco Bernardone era un mendicante, uno che chiedeva in continuazione, fino allo sfinimento suo e dell’interlocutore, unicamente in virtù del suo rapporto con Cristo. Uno straordinario trascinatore che conquistò l’affetto di due Papi e impensierì l’imperatore scomunicato Federico II. Un piccolo uomo vestito di sacco che cambiò la storia della Chiesa, allegro, affascinante, sorprendente, e chiunque poteva avvertire da quale sorgente scaturisse quella gioia.

http://www.tracce.it/default.asp?id=331&id_n=36366

Processo al cuore

Rimini (dal nostro inviato al Meeting). «Se gli stranieri che combattono in Siria se ne andassero, in 48 ore tornerebbe la pace. Noi cristiani siamo tornati a un’epoca catacombale». Così descrive durante l’incontro conclusivo della XXXIV edizione del Meeting la situazione del paese mediorientale, che da oltre due anni è martoriato da una guerra civile che ha fatto oltre 100 mila morti e due milioni e mezzo di profughi, Antranig Ayvazian, capo spirituale degli armeni cattolici dell’Alta Mesopotamia, Siria del Nord. «Tutte le nostre chiese in diverse città della Siria sono distrutte, i fedeli vengono da me nella notte per ricevere i sacramenti».

UN PAESE TOLLERANTE. «Io sono nato in Siria», racconta padre Antranig, «e durante l’infanzia andavo a scuola e a messa insieme a musulmani ed ebrei. Il nostro paese è sempre stato aperto ed accogliente e il più bel ricordo che ho della mia infanzia è quando arrivava la Pasqua ebraica, perché un amico di mio fratello veniva a casa e ci portava il pane azzimo, che noi mangiavamo in quantità». Poi, nel 2011, è cominciata la Primavera araba, «il caos creativo», che ha colpito anche la Siria. «Dicono che nei nostri paesi ci sono tante giustizie ed è vero. Ma io chiedo: dove non ci sono? E ora siamo qui a domandarci: dove sono i nostri sacerdoti e vescovi rapiti? Nessuno lo sa. Che cosa fa l’Onu per noi?».

«ESTIRPARE GLI INFEDELI». Mentre padre Antranig racconta degli estremisti e dei terroristi legati ad al-Qaeda che combattono in Siria mostra foto di chiese distrutte e di statue decapitate. «Ne ho incontrati diversi di loro, gli ho chiesto che cosa volevano da noi, non parlavano neanche arabo, e mi hanno risposto: “Ci è stato affidato il compito di riportare queste terre all’islam. Dobbiamo uccidere e distruggere per estirpare da questo paese gli infedeli”». E ancora: «In una delle città dove prima vivevamo hanno distrutto tutte le chiese, l’aula dedicata ai giovani è diventata un tribunale della sharia. Qui hanno processato una crocifisso di metallo e l’hanno distrutto».

siria-statua-madonnaIL PROCESSO ALLA MADONNA. Particolarmente impressionante la descrizione del processo da parte degli estremisti islamici a una statua della Madonna: «Siccome non era interamente ricoperta dal velo l’hanno giudicata colpevole e fucilata. Poi, visto che l’hanno considerata un’immagine idolatra, l’hanno decapitata». Già 562 mila cristiani hanno lasciato la Siria «e non sanno dove andare». I rifugiati, soprattutto in Libano, vengono soccorsi anche grazie al sostegno di Aiuto alla Chiesa che soffre, come ricordato da Massimo Ilardo, direttore italiano dell’opera pontificia: «Dall’inizio del conflitto abbiamo dato un milione e 100 mila euro ai siriani in difficoltà, quasi quanto all’Iraq in dieci anni. Noi aiutiamo i vescovi e offriamo sostegno economico attraverso le diocesi. Io dico a tutti, però, che oltre al sostegno economico serve il sostegno della preghiera, perché se c’è una cosa che tutti ci chiedono è questa: “Pregate per noi”».

L’AIUTO DEI GESUITI. La guerra in Siria ha anche creato «tre milioni e mezzo di sfollati dentro il paese che non sanno più dove vivere. In generale c’è un’emergenza lavoro e i cristiani, essendo i più deboli, soffrono più di tutti gli altri siriani». Ad aiutarli a sopravvivere c’è il Jesuit Refugee service, il cui responsabile per Medio Oriente e Nord Africa, Nawras Sammour, è intervenuto all’incontro: «Siamo al servizio di 17 mila famiglie tra Damasco, Aleppo e Homs. Facciamo servizio di mensa e assistenza medica per oltre 12 mila persone. L’80 per cento di quelli che aiutiamo sono musulmani, il restante cristiani. Purtroppo oggi i gruppi radicali ed estremisti hanno più armi e sono i più forti ma finché c’è Dio non possiamo dire che tutto è perduto, il cristianesimo è l’avventura della croce».

«LA CROCE VINCERÀ». Fa eco alle sue parole ancora padre Antranig: «Giovanni Paolo II, facendo visita al paese, ha detto: “È Dio che protegge la Siria”. Noi cristiani dobbiamo essere testimoni della verità, la croce vincerà alla fine. Ecco perché non abbiamo paura, torneremo qui perché amiamo questa terra e la piangiamo, sappiamo di essere martiri ma qui abbiamo il nostro unico rifugio. Abbiamo fede e preghiamo per la Siria perché come dice il Papa “Credere è affidarsi a un amore misericordioso”».

Leggi di Più: Meeting, Siria: «Noi cristiani tornati alle catacombe» | Tempi.it 

C’è sempre una scelta più umana

Le cellule staminali sono ormai un argomento di attualità: non passa settimana senza che si diffonda qualche notizia su nuove ricerche, nuovi progetti, nuove possibili (e spesso spericolate) applicazioni. In effetti, si tratta di un ambito nel quale c’è stata in pochi anni una forte evoluzione, che spesso però è avvenuta in modo scomposto e, soprattutto, è stata comunicata in modo da risultare difficile al pubblico dei non specialisti rendersi conto della reale situazione, degli effettivi passi avanti, dei punti critici. È difficile distinguere tra promesse, ipotesi, soluzioni; forse la quantità di notizie o pseudo notizie fa sì che ancora ci siano molti che prendono in modo semplicistico tutto ciò che riguarda “le staminali”, senza considerare le necessarie e importanti distinzioni e sorvolando sugli inviti alla cautela lanciati da alcuni scienziati.

C’è bisogno quindi di fare continuamente chiarezza, senza allarmismi e valorizzando tutto quello che di positivo e di bene per l’uomo può venire dalla ricerca. È questo l’approccio di Domenico Coviello, Direttore del Laboratorio di genetica umana all’Ospedale Galliera di Genova e Co-presidente dell’Associazione Scienza e Vita, che ne parlerà domani al Meeting di Rimini, intervenendo all’incontro “Le cellule staminali adulte: una ricchezza per l’uomo”, organizzato in collaborazione con Fondazione InScientiaFides, con la partecipazione del biotecnologo Daniele Mazzocchetti, di InScientiaFides, di Luca Pierelli, dell’Università La Sapienza di Roma, di Giuseppe Ragusa, dell’Università Luiss Guido Carli di Roma e del pallavolista Giacomo Sintini.

L’incontro si prefigge di valutare lo stato dell’arte delle cellule staminali adulte sia isolate da specifici tessuti, sia riprogrammate da tessuto adulto. Coviello – che ritiene eticamente inaccettabile la sperimentazione sulle cellule staminali embrionali – parlerà delle cellule staminali adulte come modello sperimentale per lo studio di alcune malattie genetiche e racconterà delle sue ricerche sulle cause genetiche dell’epilessia; ma anche delle collaborazioni avviate per lo studio di malattie rare di tipo autosomatico come le Neutral Lipid Storage Diseases (NLSDs) e la Autosomal Dominant Leukodystrophy (ADLD).

 

Forse non è inutile ribadire la distinzione tra diversi tipi di cellule staminali: cosa è bene aver chiaro?

 

Le cellule staminali sono cellule primordiali con capacità di differenziate nei vari tipo di tessuto specifico che costituisce il nostro corpo. La prima fondamentale distinzione è tra cellule staminali embrionali e cellule staminali adulte. Le prime sono ottenute sacrificando un embrione in uno stadio molto precoce per ottenere cellule coltivate in vitro in grado di differenziare nei diversi tessuti. Queste tuttavia sono talmente potenti e spinte verso la creazione di un organismo vivente intero che sono, ad oggi, difficilmente “imbrigliabili” e non hanno avuto ancora utilizzo pratico in terapia. Le seconde (quelle adulte) sono ottenute andando a scandagliare tra i tessuti già differenziati dove, seppure in piccola quantità, esistono ancora cellule indifferenziate in grado di rigenerare diversi tessuti. Di queste attualmente abbiamo molti esempi di utilizzo terapeutico. Abbiamo un terzo gruppo di cellule staminali che derivano dalla scoperta che ha fruttato il Nobel per la medicina 2012 ai ricercatori Yamanaka e Gurdon: le cellule staminali riprogrammate, le cosiddette Ips (staminali pluripotenti indotte). Queste cellule staminali sono ottenute in laboratorio riprogrammando il tessuto adulto (per esempio la pelle) di un soggetto.

 

Si parla anche di cellule prelevate dal cordone ombelicale…

Sì, tra le possibilità di isolare cellule staminali adulte da tessuti è diventata di grande interesse la possibilità di isolarle da un tessuto che pur appartenendo alla categoria “adulto” è il più giovane possibile: il sangue del cordone ombelicale. In questo caso ci sono già esempi di applicazioni terapeutiche note. Il trapianto di queste cellule può curare malattie tumorali del sangue come la leucemia e i linfomi (tumori del sistema linfatico); può curare anche patologie non tumorali come la talassemia (malattia ereditaria del sangue), l’aplasia midollare (mancata produzione delle cellule del sangue), le immunodeficienze congenite (malfunzionamento del sistema immunitario che causa una maggiore predisposizione alle infezioni); è utile inoltre per la cura di persone sottoposte a chemioterapia o terapia radiante ad alte dosi.

 

Perché è così interessante il discorso della riprogrammazione?

 

La riprogrammazione di cellule adulte in cellule staminali verrà discussa per un utilizzo di ricerca in quanto costituisce un modello sperimentale molto più vicino all’uomo rispetto alla sperimentazione negli animali, per esempio a quella sul topo. Tale sistema è particolarmente utile per studiare le anomalie di funzione dovute a mutazioni del DNA, soprattutto in quelle malattie che colpiscono tessuti umani difficilmente studiabili in laboratorio, quale il tessuto nervoso o cardiaco.

 

Qual è la sua esperienza in proposito?

 

Nel nostro laboratorio di Genetica Umana al Galliera di Genova stiamo riprogrammando cellule della pelle di alcuni bambini in cui abbiamo identificato la mutazione sul DNA che causa l’epilessia in questi pazienti. La riprogrammazione sarà utile per trasformare le cellule in neuroni, sui quali i colleghi neurofisiologi e farmacologi potranno fare esperimenti in laboratorio per capire bene il difetto e trovare nuovi farmaci per correggerlo. Questo è uno dei metodi che viene utilizzato per ottenere una medicina personalizzata da molti auspicata.

http://www.ilsussidiario.net/News/Scienze/2013/8/19/STAMINALI-Coviello-genetista-adulte-e-riprogrammate-per-una-medicina-personalizzata/print/420186/

Per non perdersi il meglio della vita

Tratto da Italia Oggi, di Marco Cobianchi – Caro direttore, c’è una domanda che aleggia qua a Rimini: «Ma al Meeting si tromba?» Ho provato a chiedere un po’ in giro. Una ragazza mi ha scansato guardandomi come un vecchio porco. Un’altra ha fatto finta di non sentire ed è scomparsa nella mostra su Testori. Alla fine sono sceso a compromessi con una volontaria che vendeva biglietti della lotteria: gliene ho comprati due e lei, in cambio, ha accettato, un po’ stralunata, di rispondere: «Cioè, lei mi chiede se io faccio l’amore»?

Io non so quale sia stato il momento esatto in cui, nel linguaggio comune, l’espressione «fare l’amore» è stata sostituita da «fare sesso». Però ho notato che nelle serie tv americane nessuno mai dice «fare l’amore» ma tutti dicono «fare sesso». Lentamente, questo modo di dire è stato adottato dalle produzioni televisive italiane, poi è passato al cinema, nelle pagine dei giornali, nei libri e perfino nei cartoni animati destinati ai bambini. Piano piano «fare sesso» è diventata l’espressione comune per indicare le technicalities del noto gesto. È un’espressione poco impegnativa perché non ha bisogno di premesse, cioè di un senso. Togliendo il senso, «ieri ho fatto sesso» e «ieri ho fatto jogging» sono diventate due frasi equivalenti: in entrambi i casi si tratta di prestazioni muscolari.

«Fare l’amore» è, invece, la declinazione fisica del sentimento che ci sta prima. Staccando il sentimento (cioè, come dicono qua, l’«io») dall’atto, resta solo il gesto, ma svuotato di significato. È la stessa differenza che passa tra bere vino allo scopo di ubriacarsi e bere vino per festeggiare (questa non è mia, è di Chesterton che qua va alla grande).

Seguimi, direttore. Paul Davies e Josè Ignacio Latorre (in due hanno più lauree in fisica, matematica, cosmologia, astrofisica di quanti capelli hai sulla testa tu) hanno parlato davanti a migliaia di ragazzi (ho detto: migliaia) chiedendosi: «Perché l’universo è cominciato col big bang? Qual era il suo stato di maggior ordine?». Ora, a parte il fatto che dei ragazzi di 20 anni che ascoltano due che non hanno mai sentito nominare, farsi delle domande del genere annienta molti luoghi comuni, ma il punto è che hanno usato proprio la parola «ordine». Sostenere seriamente, nel 2013, che l’universo è «ordinato», tu capisci, è una rivoluzione (altro che Grillo) perché introduce una volontà nella creazione. Tu dirai che sto divagando mentre aspetti la risposta alla domanda iniziale. E invece no, c’entra. Perché se tu stacchi l’ordine (che per sua natura ha un senso) dal Big Bang, allora tutto diventa un caos e nessun gesto ha significato oltre a sé stesso.

Nella vita delle persone è la stessa cosa: se togli la premessa di un gesto, il suo significato, il suo rapporto, addirittura, con le stelle, con l’infinito, con il Big Bang, allora i gesti di tutti i giorni, compreso fare jogging o fare sesso, sono solo delle prestazioni.

Ora, per tornare a noi: io non so se al Meeting si tromba o no. Quello che posso dirti è che qui si conosce la differenza tra amore e sesso. Buon divertimento a tutti.

Leggi di Più: Sesso o amore. Al Meeting di cl si tromba? | Tempi.it