Siamo e facciamo

La saggezza deve pur fare i conti con l’imprevisto

(da La croce azzurra, in Il candore di Padre Brown)

Aprendo la mail qualche giorno fa, ne ho vista una il cui oggetto aveva per titolo Chesterton e pronto soccorso; d’istinto ho pensato che fosse uscito un nuovo saggio su Chesterton e che qualcuno avesse avuto davvero una gran bella idea nello scegliere il titolo. Invece, proveniva da una lettrice, divenuta amica, che ho conosciuto grazie a questo blog, che mi raccontava la lieta notizia di essere stata finalmente assunta come medico e che il reparto in cui si trovava a lavorare era il Pronto Soccorso. Un reparto d’emergenza per chi ci arriva, ma non meno per chi ci lavora. A questa mail ha fatto seguito un’altra dal titolo ancora migliore Chesterton sotto la testa … e dentro il cuore?. Oltre a consigliare alla lettrice/amica in questione di non escludere una carriera letteraria, condivido il contenuto di questa storia di ordinaria emergenza  che mi ha raccontato … e che comincia, come nei migliori copioni di Grey’s Anatomy o ER, con una dottoressa stanca che ha finito il turno di notte.

Cara Annalisa, voglio raccontarti brevemente la giornata di ieri quando ho smontato il turno e finalmente dopo 32 ore sono andata a dormire. L’altra sera avevo il turno di notte e lungo l’autostrada, andando al lavoro,  sentivo riemergere le mie tenebre interiori, cioè le mie paure: “Non sei adatta al pronto soccorso, ma chi te lo fa fare che sei lontana dai tuoi” etc. etc. Poi, grazie a Dio, la notte è stata piena di lavoro senza tregua e ho avuto a che fare con pazienti vivi ed in discrete condizioni e questo è quello che conta sempre per me. La mattina dopo, ho fatto un sonnellino in autogrill e shopping di DVD; sono arrivata a casa e ho pranzato guardando Titanic: mentre sgranocchiavo frutta secca, sento un dolore a un dente e “crunch”…mi ero mangiato un pezzo di dente ed anche ingoiato (genio che sono)….sento subito la dentista e programmo appuntamento per oggi, ma poi mi dico perché aspettare? La richiamo e fisso per il giorno stesso, cioè ieri. Ero stanca, zero sonno, ma ho rimesso i vestiti da “borghese” e mi son messa in strada e di corsa…camminavo correndo e a un certo punto sento un “crunch”, ma ben più forte del mio dente … delle grida… e una donna a terra; mi avvicino e cerco d’aiutarla: la faccio distendere e tanti astanti cominciano a dare i loro consigli …tipo il tizio che la vuol farla bere (e lo scaccio) etc etc…

Ad un certo punto perde conoscenza (ed io perdo…”il controllo degli sfinteri” perché non avevo con me nessuno strumento) la chiamo, poi dico di sollevare le gambe e si riprende. Mi rendo conto che una ragazza le stava iperestendendo il collo e dico (pur vedendo la sua espressione contrariata) di no, che non va bene perché il collo va tenuto in asse ed allora estraggo dalla borsa il libro che avevo portato via con me ed è di Chesterton Il candore di padre Brown e glielo metto sotto la testa, giusto per non lasciarla proprio sopra i sampietrini che già le avevano causato la caduta. Ero lì che tenevo il polso della paziente e c’era un mio neurone che pensava: “No, non va bene neppure così, ma forse quel detto di Chesterton sul fatto che l’importante è fare le cose, anche se non perfettamente, forse va bene anche così”. Poi è arrivata l’ambulanza e la paziente era stabile, e grazie a Dio sono pure arrivata anche in tempo dalla dentista!
Dopo questo fatto ne ho discusso con un’amica psicologa e le dicevo della mia paura di perdere i pazienti e della paura della morte, lì al Pronto Soccorso, e dicevo che sospettavo che tutta questa ansia fosse per il mio orgoglio e moralismo e sindrome da perfezionismo e lei mi confermava la Bellezza di quella frase di Chesterton. Che ne dici?».

La frase a cui la lettrice/amica (che desidera restare anonima) si riferisce è uno degli aforismi più celebri di Chesterton: «se vale la pena fare una cosa, vale la pena farla male». In inglese il corrispettivo di «male» è badly e io da un po’ di tempo sospetto che il genio funambolesco del signor Chesterton abbia giocato con tutti i sensi che questa parola ha in inglese: non significa solo «male», ma in certi contesti anche «intensamente», qualcosa di simile a quello che in italiano noi intendiamo dicendo frasi del tipo «mi è piaciuto di brutto». Ed è vero che se vale la pena fare una cosa vale la pena farla male e di brutto; perché la vita non è una scrivania comoda su cui c’è l’agenda ordinata delle attività quotidiane programmate da svolgere. È più un pronto soccorso, nel senso che devi essere «pronto» (c’è bisogno di te) e devi «soccorrere» (non solo correre, ma proprio correre sotto, piegare la schiena e via).

«Un’avventura è solo un incidente considerato nel modo giusto; un incidente è solo un’avventura considerata nel modo sbagliato», ho pensato a queste parole di Chesterton mentre, leggendo la mail, mi immaginavo la mia amica in mezzo alla strada (senza strumenti idonei, il dente che duole, gli occhi che cadono dal sonno e i disturbatori di turno che danno fastidio) a soccorrere una donna svenuta, mettendole il libro di Padre Brown sotto la testa. Non era l’eccellente intreccio costruito dallo sceneggiatore di Grey’s Anatomy. È la quotidiana trama di tutti. Ci siamo e facciamo; quasi mai siamo al meglio, quasi sempre più la cosa da fare è importante meno siamo preparati nel momento in cui ci troviamo a farla. Sarebbe bello – in senso metaforico – essere sempre dei medici in ambulatorio: col camice giusto, nel posto attrezzato adeguatamente. Allora sì che ci sentiremmo bravi. Invece il più delle volte siamo e basta. Come la mia amica dottoressa, il più delle volte  siamo in borghese a fare quel che vale la pena fare. E tanto meglio così. Dare agli eventi il nome di avventure anziché di incidenti non significa metterci quel tocco di esotico per “abbellirle”, significa – di tanto in tanto, quando ce ne ricordiamo – guardarci presenti nel fare le cose.

@AlisaTeggiPS: credo che nessuno più del signor Chesterton sarebbe stato entusiasta nell’ascoltare questo episodio; e avrebbe anche fatto una qualche strepitosa battuta sul fatto che i suoi libri servono davvero a qualcosa. Quel libro sotto la testa forse non era uno strumento perfetto parlando in termini strettamente medici, ma in molti altri sensi è decisamente una delle migliori cose che conosca per sostenere la testa.

Leggi di Più: A cosa servono i libri di Chesterton | Tempi.it

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Lo scandalo della sofferenza

“Le spiegazioni non diminuiscono il grande scandalo della sofferenza. La sua grandezza sta nell’accettazione. Non dobbiamo cercare di sminuirla con le nostre parole (…) si tratta di un segreto inquietante della Provvidenza. (…) Questo segreto si ripercuoterà, provocando stupore, nell’eternità. Ci sono quelli che Dio conduce sulle vie della ricchezza,altri (…) sulle vie del perenne insuccesso. Non ci resta altro che amare, amare Dio per quello che fa, e amare intensamente quelli che Egli spezza per amore. Io mi sento piccolo di fronte a loro” (pag. 43).
“L’angoscia, talvolta, si serve di noi(…) Ci sono dei momenti un cui anche i santi, improvvisamente dubitano di tutto: del loro amore e di Dio. Nessuna luce ci può essere data senza questa notte (…) Non si è veramente grandi… fino a quando la vita non ci mette alla prova rifiutandoci nettamente, senza appello, qualcosa cui si aspira con tutto il proprio essere” (pag. 45).

 

Emmanuel Mounier, Lettere sul dolore

Essere veramente se stessi

Che Philippe Ariño sia un tipo decisamente controcorrente è un dato di fatto. Francese, nato nel 1980 da una famiglia profondamente cattolica, professore di spagnolo, saggista, blogger, omosessuale dichiarato da quando aveva 17 anni: fin qui la sua biografia non sembrerebbe diversa da quella di altri suoi coetanei, se non fosse che, due anni fa, Philippe lascia il compagno con cui stava dal 2009. “Da allora ho abbracciato la via della continenza che la Chiesa chiede alle persone omosessuali”, racconta senza giri di parole in un mondo “sessocentrico” in cui i vocaboli “astinenza” e “castità” appaiono relitti di un passato morto e sepolto alla maggior parte delle persone, qualsiasi sia il loro orientamento sessuale. Nel suo blog L’Araignée du desert, il “ragno del deserto” ci tiene a precisare di non voler essere etichettato con “un ex gay” come il “Luca era gay e adesso sta con lei” cantato da un discutibile Povia, ma semplicemente come una persona che si è sentita pienamente accolta per quello che è. Un semplice “ragno”, potrebbe dire qualcuno, per tornare alla metafora del titolo, ma un ragno amato.

 

In molti accusano la Chiesa di essere “omofoba” mentre tu dici di esserti sentito accolto e di aver voluto addirittura intraprendere il cammino della continenza. Perché?
Prima di iniziare il percorso che propone la Chiesa non ero felice, e vedevo che non lo erano nemmeno molte delle persone che mi stavano intorno e ho deciso, per la prima volta, di obbedire a quello che la Chiesa chiede alle persone omosessuali. Da quel momento ho scoperto non solo un’unità che non avevo mai avuto prima, ma soprattutto mi sono sentito amato senza dover rinnegare quello che sono.

 

Quindi non hai dovuto cambiare per essere accolto?
No, mi è bastato fidarmi della Chiesa e questa cosa mi ha – paradossalmente – permesso di accettarmi come pienamente omosessuale: non ha cancellato quello che sono, ma lo ha esaltato.

 

In che modo?
Ho capito che la mia vera identità è quella di uomo e di figlio di Dio, e questo è l’essenziale, poi viene il mio desiderio affettivo, che non nego, perché esiste, ma la Chiesa, dividendolo dalla pratica, lo riconosce e non mi forza a rinnegarlo. Ma non è più il fulcro attorno al quale ruota la mia vita: per la prima volta mi sono sentito veramente felice e responsabile.

 

Quindi hai visto un cambiamento reale nella tua vita? 

Sì, ho visto in me un’esplosione di vita: nelle amicizie, nei rapporti e nella spiritualità ma persino a livello artistico e professionale. Mi sono accorto che quando una persona si riduce a identificarsi nel suo desiderio omosessuale si annienta, allontanandosi da se stesso e dagli altri, mentre la continenza permette di essere pienamente me stesso ma al contempo libero dalla violenza e dalla schiavitù della pratica fisica.

 

Perché dici che mettere in pratica l’omosessualità sia qualcosa di violento?
La pratica omosessuale è violenta perché annulla completamente la differenza oggettiva tra i sessi che invece la Chiesa è ormai l’unica a far notare. Tutto il dibattito in materia, da sempre, è incentrato sulla dicotomia omosessuale-eterosessuale ma in questo modo si distoglie lo sguardo dal dato principale: prima deve esserci il fatto di essere uomo o donna, una diversità indiscutibile tra corpi, poi l’orientamento sessuale.

 

La legge da poco approvata in Francia che equipara i matrimoni tra uomo e donna a quelli tra persone dello stesso sesso dimentica le differenze di cui parli.
Certo: i politici hanno cavalcato il fatto che la gente non sappia abbastanza in materia di omosessualità per fare dei diritti dei gay la loro bandiera, in modo da ingraziarsi una fetta dell’elettorato. Ma la legge di Hollande è in realtà violentissima, perché banalizza la differenza tra i sessi mettendo tutte le coppie allo stesso livello.

 

In che senso dici che è una legge “banalizzante”?
Paradossalmente, la legge contro l’omofobia per eccellenza è la più omofoba di tutte: è come se fosse un “contentino” per le coppie omosessuali che ora possono scimmiottare qualcosa che loro, per natura, non potranno mai essere. È una sorta di presa in giro che aggiunge una lacerazione alla ferita di quanti vivono con coscienza la loro vita e, infatti, al di là della apparenze, non sono pochi dal fronte Lgbt che non hanno preso bene la notizia.

 

Lo stesso ragionamento pensi possa valere per l’America, dove la legislazione ha aperto ai matrimoni per tutti?
Esattamente. Nell’ossessione di equiparare i diritti, si è cancellato con un colpo di spugna ciò che non potrà mai essere uguale. Il risultato sarà solo confusione, nella quale l’unica visione corretta delle cose è quella fornita dalla Chiesa, che trascende il concetto di orientamento sessuale e va dritto all’essenziale, cioè all’essere maschio o femmina.

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2013/7/16/NOZZE-GAY-Philippe-Ari-o-io-omosessuale-vi-spiego-perche-la-Chiesa-ha-ragione/print/408328/

L’unità antropologica

Mio caro Malacoda, non sono bastate le dimissioni di Benedetto XVI a fermare il progetto di un’enciclica sulla fede. Il suo successore, Francesco, l’ha presa e l’ha firmata. Certo, ci ha messo del suo, e gli esegeti d’oggi passeranno al setaccio della loro arguzia gli aggettivi e i pensieri (questo è pericoloso dei cristiani: pensano) di questa lettera separando quelli che ritengono dell’uno da quelli che ipotizzano siano dell’altro. Ma ciò che è grave per noi, Francesco ha fatto suo ciò che era di Benedetto. Come già disse quell’inglese panciuto, Chesterton, a proposito di due omonimi degli ultimi pontefici: «Francesco ha sparso ciò che Benedetto aveva accumulato».

Di che ti preoccupi, mi dirai tu, un papa fa il suo mestiere, parla della fede.

Innanzitutto non è così scontato, i cristiani oggi preferiscono parlare dell’amore, separano la luce della mente dagli affetti del cuore, la felicità dalla verità, l’amore dal sesso, il sesso dai figli, i figli dai genitori… separano. Questa lettera riscopre la superiorità antropologica dell’unità. Rimette insieme la luce e la forza, la fede e la verità, l’ascolto e la visione, il credere e il conoscere, il comprendere e lo stare saldi. Sbugiarda Nietzsche quando dice che «se vuoi raggiungere la pace dell’anima e la felicità, abbi pur fede, ma se vuoi essere un discepolo della verità, allora indaga». Mostra tutti i limiti di Wittgenstein che spiega il rapporto tra fede e certezza con «l’esperienza dell’innamoramento, concepita come qualcosa di soggettivo, improponibile come verità valida per tutti», chiedendo non tanto retoricamente: «Davvero questa è una descrizione adeguata dell’amore? (…) un sentimento che va e viene»? La risposta è talmente diretta e semplice che rischia di far presa su molti: «Solo in quanto è fondato sulla verità l’amore può perdurare nel tempo, superare l’istante effimero e rimanere saldo per sostenere un cammino comune. Se l’amore non ha rapporto con la verità, è soggetto al mutare dei sentimenti e non supera la prova del tempo».

Ti segnalo, infine, un altro passaggio pericoloso, perché rovescia una vulgata cui abbiamo assuefatto le menti degli uomini d’oggi: l’idolatria della legge. Il rispetto assoluto della norma è oggi considerata l’unica possibilità di una vita morale e di una convivenza sociale. Se rifletti potrai ben capire come anche il perdono sia una trasgressione della legge. Al massimo gli si riconosce una dignità etica praticabile però solo nel privato (a meno che serva strumentalmente per cause politiche o mediatiche, quando, a favore di telecamera, si chiede alla madre cui hanno ucciso la figlia se ha perdonato gli assassini). In queste pagine i due papi ne mostrano la superiore intelligenza: «La fede afferma anche la possibilità del perdono, (…) possibile se si scopre che il bene è sempre più originario e più forte del male, che la parola con cui Dio afferma la nostra vita è più profonda di tutte le nostre negazioni». Ti sembrano solo belle parole? Vuol dire che non conosci quella signora che poteva denunciare il marito fedifrago e ladro (centinaia di migliaia di euro, non briciole) ma ha rinunciato. A domanda della figlia: «Perché non l’hai fatto?», ha risposto: «Non voglio che tu abbia un padre in galera». Ti sembra non più buona ma più o meno intelligente, più o meno razionale di tanti indignati da piazza televisiva? Ecco. Noi abbiamo a che fare con gente così. E, purtroppo, non prevarremo!

Tuo affezionatissimo zio Berlicche

Leggi di Più: Lumen Fidei, anche il diavolo si arrende | Tempi.it 

Surplus d’amore

 

Tutto il cielo possibile, appena edito da Piemme, racconta di una ragazza cocciuta, Adele, e del suo cedere a poco a poco alla – più cocciuta di lei – verità: di se stessa e del mondo a cui, volente o nolente, appartiene. Le capita per caso, attraverso una «strana latteria», di iniziare a saltare in altri tempi. Idea da Ritorno al futuro, che il romanzo di Luigi Ballerini e Benedetta Bonfiglioli infatti evoca: ma sono «viaggi nel tempo» che riguardano ogni volta qualcosa delle radici di Adele, della sua incancellabile storia che è passata ma la sta attendendo: il matrimonio dei genitori, l’iscrizione della mamma diciottenne (Mary, non Maria Vittoria) alla scuola di moda, la sua nascita. E soltanto alla fine la ragazza scoprirà che affondare nel passato «dipende da cosa uno desidera intensamente», perché «la chiave del presente si trova nel passato»

I tuffi nel passato la invogliano a cercare la verità sulla morte di suo padre, a seguire il sospetto che lui sia ancora vivo, 14 anni dopo il 1999. È dentro quei salti che si imbatte nei relitti di epoche che sanno di lontanissimo, sebbene non siano poi troppo remote: le lire anziché gli euro (e come le paghi due pizze, se piombi di colpo nel ’96?), la «cabina telefonica», anacronistica custode dei segreti degli innamorati, il walkman, ingombrante antenato dell’iPodla Diet Coke (Coca Zero è geroglifico per un barista di qualche anno prima), «un orribile omino stilizzato fatto di tante bandierine bianche, rosse e verdi. italia 90» (però piaceva tanto, in quelle “notti magiche”).

Non si tratta, però, appena di un viaggio tra le macerie di cose finite: se qualcosa «ci spedisce nel passato è perché stiamo cercando qualcosa, desiderando di capire qualcosa nel presente». Ed è il rapporto con la verità, che si delinea man mano attraverso la sua storia, che permette ad Adele di capire se stessa nel presente. Il libro procede giustamente per via narrativa, mai a tesi, ma ce n’è abbastanza per testimoniare, senza bisogno di dichiarazioni di principio, la decisività del passato, e la vertigine quando invece ti accorgi che «niente in questo momento ha radice». A scuola spesso gli insegnanti affermano, durante la prima lezione di storia, che il passato serve a capire il presente: ma è difficile che dopo tutta una storia scolastica lunga tredici anni un ragazzo sappia farti un esempio non retorico di questa incidenza del passato sul proprio presente. Qui il passato invece riformula il presente, ed è una fatica che vale la pena compiere.

Ma l’energia per un salto del genere, per amare il passato senza svilirlo a museo, è possibile ad Adele grazie a un incontro casuale, quello con Lorenzo: «Senza di te non ce la farei». È un rapporto vero, e lo si vede dal fatto che lui non sta appena con Adele, ma con tutto il suo mondo: sua madre, la sua casa, il suo passato. E perché non si ferma reattivamente al carattere scontroso di Adele: «non mi chiede tutte le domande a cui ero già pronta a rispondere con un bel “fatti i cazzi tuoi”. Prende atto di come sono e va avanti. Come se gli andassi bene così, stronza così, spigolosa così». Quando lei piange, «anche se l’ha vista, non commenta la mia lacrima». E poco alla volta la conduce non soltanto al di là del presente, ma più in là di se stessa, o meglio nel suo fondo: «ha due occhi che frugano sul fondo dei miei. Chissà cosa vedono? Chissà cosa trovano?». Lorenzo «fa le cose buone senza chiedere il ritorno, non ti presenta mai il conto», e la diffidenza di Adele si sgretola, perché grazie a lui si accorge di essere molto di più di ciò che pensa di sé: «mi scuote di dosso i miei pensieri».

Sostenuta nella sua ricerca, Adele rintraccia qualcosa che si era persa per anni: innanzitutto lo sguardo di sua madre, quella «luce di vita» che ha smarrito ogni giorno, come se la quotidianità con suo marito fosse stata una sorta di «tossico» (mentre proprio il contrario «dovrebbe essere l’amore»«far brillare gli occhi»). Un giorno la incontra appena dopo il suo parto, «bella come una Madonna di Raffaello», «che canticchia qualcosa di dolce a bocca chiusa» alla sua piccola, e non trattiene lo struggimento: perché «neanche di questo sguardo mi ricordo»

Poi si invola di verità in verità. Perché non solo segue il suo fiuto fino a trovare davvero suo padre. Ma lo ammira come un eroe: essendosi ammalato, infatti, egli ha deciso di sacrificare se stesso per lei: «Non volevo essere un peso». Non finisce qui, però: perché una domenica, pranzando a casa di Lorenzo, conosce suo fratello Martino, down, e allora si accorge senza troppe dialettiche che «il coraggio è altra cosa, Adele! L’amore è altra cosa!», e che «forse avrebbe potuto essere mio padre ed esserci, semplicemente, per dirmi che mi vuole bene, che sono bella, che grazie a me anche una vita a metà merita di essere vissuta». Glielo vorrebbe gridare in faccia, al padre. Solo che la verità mica si sbatte in faccia. Infatti il padre ci arriva al volo, e dopo anni cambia idea, accettando la tracheotomia: «Mi è bastato vederti per capire tante cose…». La vita viene rovesciata non da un cambiamento di opinioni, ma da certi incontri, semplici e immensi, perché segnati dal surplus dell’amore: sono loro a svelare gli innumerevoli «errori di non amore che scopri solo quando ami».

Qui si gioca la grande partita innanzitutto con se stessi. Lorenzo una volta ha picchiato un suo compagno e un suo professore, perché si era sentito dire «che la vita di un handicappato fa schifo e che non merita neanche di essere vissuta». Ma la sua rabbia non era nata da una presa di posizione pro-life, a difesa del fratello: «“Sai perché mi ha fatto così incazzare?” mi chiede. Intorno a noi c’è quasi silenzio: “Perché una parte di me la pensava come il mio amico”»

Non c’è altra cura, contro questa parte di sé che riduce tutto nel perimetro dei propri punti di vista, che scoprirsi amati. Ne è prova la leggerezza con cui si può guardare la propria storia, senza bisogno di cancellare qualcosa che non va o di cambiare quello che è stato, di sognare impossibili reversibilità o di darsi, ogni tanto, a un rispettoso ma noioso amarcord. Qui il passato, così come è stato, è interessante quanto il presente: non c’è da maledirlo, perché non sono i propri progetti a doversi compiere, e allora non c’è nulla da aggiustare o da incanalare. Esso porta la verità, ma è un abbaglio che chiede tenacia, e che si regge solo dentro un amore. 

Vale per Adele, per suo padre, per Lorenzo, per chi legge il romanzo. Con una condizione, però, grossa come un macigno, e che ci interroga fino al retrocopertina, perché magari un amore l’abbiamo anche incontrato, ma ce lo teniamo ben incasellato nel nostro puzzle. Succede pure, magari casualmente, di incontrare qualcuno che ci ami davvero, ma il problema comincia lì, se alla sua potenzialità rivoluzionaria cediamo oppure ce ne difendiamo:«Cosa credi? Che lasciarsi voler bene sia sempre facile?».


Luigi Ballerini, Benedetta Bonfiglioli, “Tutto il cielo possibile”, Piemme, 2013

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/7/14/LETTURE-Tutto-il-cielo-possibile-quando-scoprirsi-amati-cambia-davvero-la-vita/print/411604/

Il primo amore

ESERCIZI FRATERNITÀ /1

«Il mio primo amore» – Mauro Biondi

«Chissà come oggi mi sorprenderà?»

Continua la serie sulle testimonianze che documentano la sfida lanciata da don Carrón agli Esercizi di Rimini: «Il nostro primo amore dov’è?». Dall’Irlanda passando per l’Australia, tre storie di uomini e di un legame da cui hanno ricevuto tutto. Ma in cui il meglio viene adesso

di Paola Bergamini

In fondo alla sala Mauro Biondi si guarda intorno: l’unico volto amico è quello del ragazzo conosciuto, pochi mesi prima nel suo paese, Centuripe, che un giorno sulla piazza gli aveva buttato lì la proposta: «Vieni a Catania a un incontro con don Ciccio». È il 1973, ha 15 anni, non sa bene cosa sia Cl, ma quando don Ciccio comincia a parlare, ha un solo pensiero:«Come fa questo prete a sapere queste cose di me? Di quello che io desidero?». Appena può da Aci Reale, dove è in collegio, raggiunge i nuovi amici a Catania. Finito il liceo, si iscrive alla Facoltà di Scienze politiche. Sono gli anni del terrorismo, la vita in università non è facile. Un giorno durante un’assemblea, uno dei capi della sinistra si alza e dice: «Non ne posso più della lotta, dell’ideologia. Voglio capire qual è il significato della mia vita, il senso dell’amicizia, dell’amore». Il giorno dopo, Mauro con tre amici della comunità su quel fatto scrive un tazebao. Per poco non li rincorrono per pestarli. Ricorda: «Con tutta l’ingenuità e anche l’ignoranza di quegli anni, ero però certo di aver trovato la strada giusta. Niente mi era estraneo: dalla richiesta di pulire i bagni della sede, al lavoro politico, all’amicizia carica di stima con gli studenti di estrema sinistra. È come quando ti innamori: non ti importa se andare al cinema, o a passeggio. Ti interessa stare con chi ami». Nulla è estraneo, neanche l’avviso che un giorno don Ciccio fa durante un’assemblea: «C’è la richiesta di persone che partano per il Brasile o l’Irlanda. Non è importante che decidiate di andare o meno. Ma se prendete sul serio questo avviso, quando tornerete a casa laverete i piatti in un maniera diversa».

Pochi giorni dopo, Mauro va da don Ciccio per parlargli di sé, dei suoi progetti. Il sacerdote a un certo punto lo interrompe: «Vai dal tuo professore di Relazioni Internazionali e digli di questa possibilità per la tesi: Africa o Irlanda». Lui era andato per chiedergli altro, partire non era tra i suoi primi pensieri. E invece… A settembre del 1980 raggiunge Guido a Dublino. Non sa una parola di inglese. «È stato fondamentale. In università, nel movimento avevo una serie di responsabilità. Insomma ero un po’ un capo. E lì invece non riuscivo a spiccicare una parola. Questo mi ha aiutato a non dare nulla per scontato, a stare di fronte alla realtà. Ad amarla, e farsi amare da Chi mi aveva portato fin lì. Nel cuore avevo le parole di don Giussani all’Equipe degli universitari: stare in un posto come fosse per sempre. Nessuna strategia, nessun discorso». Per questo, lui e Guido fanno 20-30 chilometri in bicicletta per conoscere chi hanno incontrato in università. Per questo, ogni settimana traducono poche righe di Scuola di comunità per poi leggerle insieme ai nuovi amici e alla fine… spaghettata. Margaret la conoscono al coro universitario. La sua famiglia è cattolica come quasi tutte le famiglie irlandesi. Ma a lei non basta. Quel cristianesimo è senza gioia e ragione, qualcosa al di fuori dell’umano. È colpita da questi italiani, che, invece, vivono l’esperienza cristiana nella normalità di tutti i giorni. E un giorno dice loro: «Intuisco che tra di voi c’è qualcosa di più grande. Io voglio venire a vedere». La sera di Pasqua del 1982 Mauro le dice: «Vuoi diventare compagna al mio destino?». Ricorda: «Che senso avevano quelle parole, visto che il mese successivo rientravo in Sicilia? Eppure era quello che desideravo. Non potevo fare finta di nulla. Quell’Amore non mi lasciava quieto».

Mauro rientra a Catania e Margaret prima a Milano e poi, su suggerimento di alcuni amici, a Roma, dove lavora all’Istituto Giovanni Paolo II. Don Ciccio incalza Mauro: «Avete pensato a dove andrete a vivere?». A lui sembra prematuro porsi quella domanda. Si sono messi insieme da poco, si vedono pochissimo… Ma l’amico sacerdote non lo lascia in pace: «Un uomo ha bisogno di mettersi dentro una prospettiva. Fai una cosa: scrivi a don Giussani».Dopo qualche settimana arriva la risposta: «Sarebbe bello che un seme di Cl si trapiantasse in Irlanda confondendosi in quella terra salvo che nella chiarezza e nella passione della fede che là fu nei tempi passati e ora non è più». Eppure l’Irlanda era ancora un grande Paese cattolico… «Lui vedeva molto lontano. Dopo tre anni, senza mai essere nella stessa città, quando abbiamo deciso di sposarci pur non avendo un lavoro, pur non essendoci ancora una comunità, la coscienza pur fragile di quella frase ci sosteneva. Quell’Amore si faceva più presente e non avevi bisogno di sapere prima del lavoro, della casa… Come ci disse durante l’omelia del nostro matrimonio: c’è un’unità totale tra la vocazione, il mettere al mondo i figli, il lavoro, la missione. Solo così la vita è una scoperta continua, uno svelarsi». Il viaggio di nozze è da Catania a Dublino in macchina. Sola andata.

Don Giussani prima di partire gli aveva detto: «All’inizio vi aiuteremo, ma un uomo ha bisogno di lavorare. Tu ti sposi, vai in Irlanda senza un’occupazione e proverai tanti momenti di amarezza, ma quei momenti ti aiuteranno a far memoria della ragione per cui vi sposate e andate a vivere in quella terra». All’inizio è davvero dura, quella frase è il punto da cui ripartire ogni mattina. Per non perdere tempo, Mauro si iscrive a un master. Poi l’idea di una scuola per stranieri che vogliono imparare o perfezionare l’inglese.

Nell’estate dell’86 parte il primo corso. Il primo ufficio di quello che sarà l’Emerald Cultural Insitute è nel garage di casa loro. «Tante ingenuità all’inizio, tanti sbagli. Ma soprattutto la mia incomprensione a comprendere che quella era la mia strada. Eppure le cose andavano bene. Si può fare tutto, ma dimenticare per Chi lo fai». Nel 1993, alle vacanze internazionali, don Giussani appena lo incontra gli chiede come sempre: «Come sta Margaret? Come stai tu? Come va la scuola?». Mauro, pieno di zelo, risponde: «Bene, abbiamo appena acquistato il nuovo edificio, ma se tu vuoi io abbandono tutto». Giussani lo guarda con tenerezza: «Mauro, vai avanti quella è la tua vocazione». «Non è stato facile comprenderlo. Ma come dice il mio amico John Waters: “Quando abbracci una storia bella le cose accadono”. Non c’è il problema di “fare” il movimento, ma di stare di fronte alla realtà che un Altro compie». E allora, anche il modo di lavorare assume un accento nuovo che gli altri notano immediatamente. Se ne è accorto proprio Mauro durante gli incontri con le agenzie che si occupano di promuovere in tutto il mondo scuole di lingua come l’Emerald. «Il giro di soldi di queste, che sono a tutti gli effetti delle vere e proprie multinazionali, è davvero importante. Eppure nei convegni, negli incontri che facciamo più di un agente mi ha detto: “Che entusiasmo che hai nel lavoro! Per te sembra sempre una cosa nuova”».

Un giorno durante la pausa di uno di questi meeting internazionali il capo di un’importante agenzia gli dice: «Sono stufo, vengo a lavorare per te». Mauro non lo prende sul serio e risponde: «Non posso permettermelo economicamente». Tutto sembra finire lì. Passano alcuni anni, Mauro viene a sapere che si è licenziato. Poi un giorno bussa alla sua porta. «Ciao, sono venuto a trovarti e a ripropormi per lavorare con te». Mauro sa che è ricchissimo, ha tutto. «Che bisogno hai di lavorare per me?». La risposta è semplice: «Perché tu sei mio amico». Ricorda Mauro: «Il primo pensiero è stato: questa non è opera mia».

Ora che l’Emerald è una scuola affermata, ora che i figli sono grandi ora che c’è una bella comunità… «Ora la tenacia con cui don Carrón mi accompagna a stare di fronte a Cristo fa sì che ogni istante, ogni decisione da prendere, ogni incontro siano un nuovo inizio. Tanto da poter dire ogni giorno: “Chissà come oggi Gesù vorrà sorprendermi?”».

http://www.tracce.it/default.asp?id=266&id2=336&id_n=35850

I punti fermi

 

Manifesto di Alleanza Cattolica — Unioni di fatto e omofobia: cinque punti fermi

 

 

Di fronte a proposte di legge che vogliono introdurre anche in Italia un riconoscimento giuridico delle unioni di fatto, anche omosessuali, e le norme cosiddette anti-omofobia, Alleanza Cattolica ricorda cinque punti fermi, da cui nessun dibattito può prescindere. Alleanza Cattolica, come associazione ecclesiale, si rivolge anzitutto ai cattolici, ma sa che sono in gioco principi e valori generali, che chiunque può riconoscere sulla base della ragione. Solo un fronte ampio di amici della famiglia, credenti e non credenti, potrà ostacolare queste proposte. Alleanza Cattolica non rivendica primogeniture, ma si mette a disposizione di quanti vogliano battersi per la difesa della famiglia, per il momento offrendo la sua disponibilità per incontri e conferenze su questi temi, dal circolo culturale e dalla parrocchia fino a incontri privati tra famiglie.

1. Riconoscere le unioni di fatto, comprese quelle omosessuali, danneggia la famiglia

“La famiglia non può essere umiliata e indebolita da rappresentazioni similari che in modo felpato costituiscono un vulnus progressivo alla sua specifica identità, e che non sono necessarie per tutelare diritti individuali in larga misura già garantiti dall’ordinamento” (Cardinale Angelo Bagnasco, Discorso all’Assemblea Generale dei Vescovi italiani, 21 maggio 2013). Lo stesso cardinale Bagnasco ha ricordato che deve considerarsi tuttora vincolante per i cattolici la Nota a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto della Conferenza Episcopale Italiana del 28 marzo 2007, dove si legge: “Riteniamo la legalizzazione delle unioni di fatto inaccettabile sul piano di principio, pericolosa sul piano sociale ed educativo. Quale che sia l’intenzione di chi propone questa scelta, l’effetto sarebbe inevitabilmente deleterio per la famiglia”. L’obiettivo di risolvere alcuni problemi pratici dei conviventi è “perseguibile nell’ambito dei diritti individuali, senza ipotizzare una nuova figura giuridica che sarebbe alternativa al matrimonio e alla famiglia e produrrebbe più guasti di quelli che vorrebbe sanare”.

A differenza dei diritti individuali dei singoli conviventi, che in Italia non sono il problema, perché – appunto – sono “in larga misura già garantiti dall’ordinamento”, le unioni civili introdotte dalle varie proposte di legge presentate in questa legislatura sono precisamente quelle “rappresentazioni similari” alla famiglia che, in quanto umiliano e indeboliscono la famiglia tradizionale, non possono essere in alcun modo accettate.

In particolare, “nel caso in cui si proponga […] un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003).

2. Le unioni civili non sono l’alternativa, sono l’apripista per il matrimonio e l’adozione omosessuali

A chi, pure d’accordo in linea teorica con la critica delle proposte di legge, ritiene di dovere proporre le unioni civili come un “male minore” rispetto al “male maggiore” rappresentato dal matrimonio e delle adozioni omosessuali, facciamo osservare che l’esperienza di tanti Stati, a partire dalla Francia e dalla Gran Bretagna, mostra che le leggi sulle unioni civili non sono un’alternativa ma l’apripista alle leggi sul matrimonio e le adozioni omosessuali. Prima si fa passare la legge sulle unioni civili – magari “venduta” agli oppositori come alternativa a quella sul matrimonio e le adozioni – e dopo qualche anno si trasformano le unioni civili in matrimoni, con conseguente possibilità di adozione.

3. Le proposte anti-omofobia mettono in pericolo la libertà di espressione e di religione

L’introduzione del delitto o dell’aggravante della omofobia viene presentata come uno strumento di lotta contro la violenza e le aggressioni. Ma il nostro ordinamento punisce già, senza distinzioni, ogni aggressione all’integrità della persona e alla sua sfera morale, e in più contiene le aggravanti dei “motivi abietti” e del profittare delle condizioni di debolezza della vittima. Tali circostanze, per pacifica e antica giurisprudenza, comprendono le situazioni in cui la condotta è realizzata allo scopo di offendere, a causa dell’orientamento sessuale, la dignità della persona. La previsione di nuovi reati o aggravanti di questo tipo è rischiosa per la libertà dei cittadini, poiché impone uno scandaglio dei moventi intimi, talora inconsci, che stanno alla base delle azioni umane. Da un concetto così esteso deriva uno spazio enorme di intervento penale, che rischia di mettere in pericolo sia la libertà di espressione del pensiero sia la libertà religiosa. Il rischio di procedimenti penali sorgerebbe a fronte di qualsiasi giudizio critico, sul piano scientifico, etico ed educativo, di determinati orientamenti sessuali; o di qualsiasi dottrina religiosa, o espressione educativa, che sostenga la contrarietà al diritto naturale degli orientamenti sessuali diversi da quello eterosessuale.

4. La legge naturale e il senso comune non valgono solo per i cattolici

A chi afferma che si tratta di principi che valgono per i cattolici, ma non si possono imporre in uno Stato laico ai non cattolici e ai non credenti, rispondiamo che il carattere nocivo di queste leggi si deduce dall’esperienza, dal buon senso e dai principi della legge naturale, da cui la legge positiva non può allontanarsi se vuole essere vera legge, i quali – in quanto riconoscibili dalla ragione – s’impongono a tutti a prescindere dalla fede e dall’appartenenza religiosa, e da tutti chiedono di essere rispettati.

5. Considerare la marcia verso le unioni omosessuali come “irreversibile” significa essere vittime del mito illuminista del progresso

A quei cattolici e a quegli amici della famiglia tentati dallo scoraggiamento e convinti di stare combattendo una battaglia moralmente necessaria ma di retroguardia, di battersi per onore di firma ma senza possibilità di vincere, perché il “senso della storia” è un altro, vogliamo dire che non possiamo accettare il mito illuminista di una storia lineare, pilastro della dittatura del relativismo, il quale presenta la verità come figlia del tempo e certi processi come irreversibili. La storia non ha nessun senso umano predeterminato e necessario, le battaglie le vincono e le perdono gli uomini e le donne, e per il cristiano nessuna vittoria del male è ineluttabile o irreversibile. Chi pensa diversamente è vittima, per dirla con Papa Francesco, di quella “mondanità spirituale” che perde la fiducia in Dio e segue le vie e il consenso del mondo, e di quella disperazione storica che, come non si stanca di spiegarci il Pontefice, viene molto spesso dal diavolo.

Roma, 17 giugno 2013

http://www.alleanzacattolica.org/comunicati/201306.htm

Trasformati dall’amore

Caro Direttore,

Eugenio Scalfari ha colto acutamente che il tema dell’enciclica di papa Francesco è «il punto centrale della dottrina cristiana: che cos’è la fede» e ha concluso il suo editoriale di domenica con una domanda: «Qual è la risposta, reverendissimo Papa?» (la Repubblica, 7 luglio 2013). Rileggendo l’enciclica Lumen fidei sollecitato da queste parole, non ho potuto evitare di riandare con la mente a questa immagine con cui Gesù descrive la missione dei suoi seguaci nel mondo: «Non si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa» (Mt 5,15).

Che altro avrebbero potuto fare di meglio papa Benedetto e papa Francesco per rispondere a quella percezione tanto diffusa che associa la fede al buio, oppure a «una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino», finendo così col considerarla «un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco» (3)?

A una obiezione del genere non si può rispondere soltanto con un ragionamento. Non si sconfigge il buio “parlando” della luce, ma accendendo una lampada. Il buio può essere sconfitto solo con la luce. Solamente la testimonianza luminosa della fede che illumina la vita di chi l’accoglie può rispondere a tale obiezione.

Così è nata la fede cristiana. Coloro che incontrarono Gesù rimasero colpiti dalla luce che egli gettava sulla realtà in cui erano immersi. Tanto è vero che uno di loro, l’evangelista Matteo, descrive il significato della presenza di Gesù nella storia con queste parole, riprendendo una profezia di Isaia: «Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta » (Mt 4,16). Per chi vuole illuminare non c’è altra strada che “brillare”. Gesù stesso si concepiva così: «Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre» (Gv 12,46).

La sfida in cui si trova oggi la fede cristiana non è diversa da quella di ieri. L’uomo contemporaneo – come ci ricorda Eliot – cerca affannosamente «d’evadere/ dal buio esterno e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono». Per questo è difficile trovare un’altra immagine più adeguata di quella della lampada: l’avvenimento di Cristo si propone, qui e ora, come risposta unica e imprevedibile alla profonda oscurità in cui l’uomo di oggi si dibatte impotente.

Davanti alla testimonianza dei due Pontefici contenuta in queste pagine, ciascuno potrà giudicare allora se la fede cristiana sminuisce, come sosteneva Nietzsche, «la portata dell’esistenza umana», impedendo all’uomo di «coltivare l’audacia del sapere» (2), la sua capacità di ricerca della verità, oppure se «la fede arricchisce l’esistenza umana in tutte le sue dimensioni » (6), rendendola un’avventura veramente umana, personale e appassionante, mostrando che «quando l’uomo si avvicina a Lui [Cristo], la luce umana non si dissolve nell’immensità luminosa di Dio, come se fosse una stella inghiottita dall’alba, ma diventa più brillante quanto è più prossima al fuoco originario, come lo specchio che riflette lo splendore» (35).

Certo, per accettare la sfida che la loro testimonianza rappresenta occorre una apertura della ragione, che si compie solo nell’amore, per una autentica affezione a sé. Infatti, solo chi è amato e, perciò, ama veramente se stesso può essere interessato alla verità e sussulta quando intercetta qualche raggio della sua luce sulla strada della vita.

Con la loro testimonianza Benedetto XVI e papa Francesco richiamano tutti noi – che abbiamo ricevuto il dono della fede – al compito che ci è stato affidato nel mondo: far risplendere la luce di Cristo sui nostri volti. «La fede si trasmette… da persona a persona, come una fiamma si accende da un’altra fiamma » (37). Tutti capiamo che razza di responsabilità implichi un tale compito: saremo in grado di assolverlo solo se noi per primi accettiamo di lasciarci costantemente illuminare dalla luce di Cristo. Perciò «la Chiesa… non presuppone mai la fede come un fatto scontato, ma sa che questo dono di Dio deve essere nutrito e rafforzato, perché continui a guidare il suo cammino» (6).

Ciascuno di noi ha bisogno di lasciarsi trasformare dall’Amore, «a cui si è aperto nella fede, e nel suo aprirsi a questo Amore che gli è offerto, la sua esistenza si dilata oltre sé». Accettando di partecipare al “noi” della comunione della Chiesa, «l’“io” del credente si espande per essere abitato da un Altro, per vivere in un Altro, e così la sua vita si allarga nell’Amore» (21).

Solo se trovano sul loro cammino persone che, per la fede, sono capaci di stare davanti alle sfide del vivere, se possono cioè vedere attraverso esse la pertinenza della fede alle esigenze della vita, cioè la sua profonda ragionevolezza, gli uomini del nostro tempo potranno tornare a interessarsi di Cristo e della fede. Perché vedranno che quello che rende i cristiani così diversi non può essere una fiaba oppure un bel sentimento (cfr. 24), ma un fatto che porta con sé le ragioni dell’umano.

Solo la provocazione di questa testimonianza luminosa e concreta può essere in grado di toccare «la persona nel suo centro, nel cuore» (40), l’unica capace di essere all’altezza delle sue esigenze fondamentali di verità, bellezza, giustizia, felicità. Sì, ieri come oggi, «la fede nasce da un incontro che accade nella storia e illumina il nostro cammino nel tempo» (38).

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2013/7/11/CARRON-Testimoniare-la-fede/print/411058/

Vergine di Sheshan

Nel giugno 1989, Giovanni Paolo II ha pregato la Vergine di Sheshan, aiuto dei cristiani, perché proteggesse “l’amato popolo cinese”. Ciò indica l’importanza di questo santuario, simbolo del rinnovamento cristiano in Cina. Sheshan, con i suoi “nove picchi al di sopra delle nuvole”, è situato a circa 35 km da Shanghai. La sua foresta di bambù, i suggestivi sentieri tortuosi e i ruscelli sono il luogo ideale per comunicare con Dio e la Madre Santa. Secondo la leggenda, un eremita che secoli fa viveva sulla cima della montagna le ha dato il nome attuale.

Nel 1866, la chiesa di Shanghai costruì un padiglione esagonale con all’interno un altare e una statua della Madonna. Cinque anni dopo, i gesuiti hanno costruito una chiesa in cima alla montagna e l’hanno dedicata a Maria aiuto dei cristiani, inaugurandola nel 1873. Nel 1924, i vescovi della Cina hanno consacrato la nazione alla Madonna e dopo la consacrazione hanno fatto un pellegrinaggio a Sheshan. I lavori nella basilica sono iniziati nel 1925 e sono finiti 10 anni dopo. Questa chiesa è la prima basilica di tutto l’Estremo-Oriente ed è diventata la meta cinese preferita dei pellegrini.

Durante la rivoluzione culturale, la bella statua di bronzo della Madonna sul pinnacolo della basilica è sparita e altri simboli religiosi, compresi l’altare e la finestra di vetro a colori, sono stati distrutti. Nel 2000, una copia della statua in bronzo di Maria che tiene in braccio il bambino Gesù è stata ricollocata in cima al campanile. Circa 10 mila credenti hanno contribuito alle spese. I pellegrinaggi al santuario sono ripresi nel 1979. Da allora, ogni anno migliaia di pellegrini arrivano a Sheshan. Nel 1990, il primo pellegrinaggio del decennio ha visto 30 mila cattolici recarsi a Sheshan per la festa della Madonna. Gli anziani e i giovani hanno fatto un lungo percorso dai piedi della montagna alla cima, a testimonianza del loro amore e della devozione a Maria. C’è anche un  numeroso gruppo di battellieri di Jiangnan. Ogni anno, essi attraccano le loro barche e passano tre giorni e tre notti a Sheshan per chiedere l’aiuto della Madonna per il futuro e ringraziarLa delle grazie ricevute. Ma è solo un piccolo gruppo in confronto alle migliaia che da ogni parte della Cina vanno a rendere l’omaggio alla loro Madre Celeste, nella quale  ripongono tanta fiducia.

 

 

http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=871

Vieni a vedere i cadaveri plastificati: erano vivi, cinesi e carcerati

Veniteli a vedere, questi corpi. Cadaveri veri, il processo naturale di degenerazione bloccato grazie alla plastilina. Carni rosee e ossa, organi interni, cervelli. Di detenuti cinesi, per la precisione, che in vita erano carcerati e che nessuno, dopo la morte, ha reclamato. Ma probabilmente questo aspetto della vicenda non importa granché. Ci saranno quelli che si mettono in coda per le “opere d’arte con funzione scientifica”, come reclamizzano gli ideatori della mostra, e coloro che non vedono l’ora di vedere cadaveri senza pelle per giunta in posa plastica. Al Palaolimpico di Torino, dal 5 ottobre al 13 gennaio 2013, arriva “The Human Body Exhibition”. Ovvero, una delle mostre più contestate al mondo. Per rendere possibile questa mostra è stata affinata la tecnica della plastinazione che, partendo dall’imbalsamazione e dalla disidratazione, trasforma i liquidi in polimeri. Una volta sottoposti a questa lavorazione i corpi, induriti, possono essere conservati in modo permanente, trattati, lavorati e colorati. Una sezione è dedicata agli effetti dello stile di vita, come quello della caffeina, quello della Coca Cola sulla vescica o dell’osteoporosi. Ovunque sia stata presentata questa mostra ha suscitato una buona dose di polemiche e indignazione. Quando fece tappa in Florida il New York Times pubblicò un articolo sul mercato nero delle salme in Cina, cosa che sollevò dubbi circa l’origine dei corpi in mostra. A Torino sarà mostrato anche un documento del governo cinese che rassicura chi qualche scrupolo di coscienza se lo fa: si tratta di salme provenienti da “donatori di corpi”. Che poi i donatori siano stati consenzienti, non è dato sapere.

 

http://www.laogai.it/traffico-organi/vieni-a-vedere-i-cadaveri-plastificati-erano-vivi-cinesi-e-carcerati/