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Letteratura e vita

Nell’ottobre 2002 la Sierra Leone era un poverissimo paese africano stremato da undici anni di guerra civile che aveva causato la morte di 50 mila esseri umani. Due milioni e mezzo di persone sono rimaste senza casa, dieci mila senza un braccio o un avambraccio, mutilate a colpi di machete. John Kanu invece era un fortunato e volonteroso trentottenne sierraleonese che dopo sforzi eroici era riuscito ad approdare all’università di Oxford e a ottenere un master in Scienze sociali applicate. Intorno a quello che John aveva fatto per convincere la sua famiglia a mandarlo a scuola – unico bambino del suo villaggio – per continuare gli studi dopo la morte del padre e per ottenere un visto e una borsa di studio per frequentare l’università in Inghilterra, si sarebbe già allora potuto scrivere un libro.

A quel tempo a Oxford i neolaureati sierraleonesi erano in tutto sei. Cinque presero la strada degli Stati Uniti e del Canada o si fermarono nel Regno Unito. Uno solo, nonostante un’offerta per restare a lavorare in terra britannica, decise di tornare nella devastata patria: John Kanu, appunto. Nostalgia di casa, per quanto derelitta? Appoggi politici? Niente di tutto ciò. Non indovinereste nemmeno con un milione di tentativi. «Avevo scoperto Gilbert Keith Chesterton, e volevo applicare le sue idee sull’uomo e sull’economia nel mio paese», racconta Kanu (nella foto a sinistra).
Pochi lo sanno oltre agli appassionati dello scrittore cattolico britannico, ma Chesterton, insieme a Hilaire Belloc e Vincent McNabb, è considerato il teorico del distributismo, la filosofia economica che alla fine dell’Ottocento si presentava come una traduzione della dottrina sociale cristiana contenuta nella Rerum Novarum di Leone XIII e come terza via fra socialismo e capitalismo.

Fra gli insegnanti di Oxford, Kanu incontra Stratford Caldecott, direttore del Chesterton Institute for Faith and Culture. Diventano amici e il britannico introduce il sierraleonese al pensiero dello scrittore. «Tre temi mi colpirono in particolare. L’idea della necessità di distribuire quanto più possibile la proprietà fra tutti i membri della società; l’importanza attribuita all’economia rurale e agli artigiani che vivono del lavoro delle proprie mani; la visione della famiglia come la principale unità sociale e la base di una famiglia estesa multi-generazionale. “Questo è il meglio della cultura tradizionale africana, riprodotto in filosofia economica da uno scrittore cattolico di fine Ottocento, e noi lo stiamo perdendo”, mi sono detto. Cominciai a pensare che, tornato in patria, avrei fondato una società chestertoniana sierraleonese».

Le cose vanno proprio così. Kanu torna in Sierra Leone e si guadagna da vivere come consulente o come esperto in progetti di Ong ed enti internazionali quali il Catholic Relief Service, l’International Rescue Committee, Usaid, Management Systems, eccetera. Collabora al reinsediamento nelle campagne della popolazione rurale che a centinaia di migliaia si era riparata in città durante la guerra. Si dedica all’arduo problema dell’impatto dannoso dell’industria mineraria sulle attività economiche e sulle condizioni di vita della popolazione e dei distretti interessati dalle estrazioni. E insieme ad alcuni amici fonda il Sierra Leone Chesterton Center (Slcc), che nel 2006 viene registrata come organizzazione comunitaria presso il ministero dello Sviluppo rurale e del Governo locale. «Non siamo una Ong», ci tiene molto a sottolineare Kanu, che con le Ong ha lavorato e lavora tuttora. «Quelle vanno e vengono, hanno un mandato imperativo e circoscritto e devono spendere i loro soldi tutti e subito, cosa che favorisce la mentalità assistenzialista. Noi invece siamo presenti per tutto il tempo che è necessario, puntiamo a costruire le capacità locali e ci basiamo molto più sulla forza delle idee e sul cambiamento di mentalità che sulla quantità dei soldi».

Un ponte fra equilibrio e follia
Per quel che riguarda i soldi, la differenza rispetto alle Ong è decisamente abissale. Da quando esiste, la donazione più grossa che l’Slcc ha ricevuto è costituita da 600 sterline versate da Aidan Mackey, il fondatore del Chesterton Study Centre in Inghilterra. Tutto il resto è basato sul volontariato e sul contributo delle stesse comunità oggetto degli interventi, che comprendono l’insegnamento di tecniche agricole attraverso la cosiddetta Farmer-Field-School, l’assistenza nell’accesso a sementi speciali, l’organizzazione dei contadini in cooperative, la costruzione di due scuole professionali di villaggio che presto entreranno in funzione.

«Gli abitanti del villaggio hanno messo a disposizione tutti i materiali e tutto il lavoro, tranne lo zinco per i tetti e per il cancello all’ingresso che abbiamo procurato noi», spiega John. «Dalle scuole usciranno carpentieri, muratori, meccanici e altre figure tecniche che si impegnano a non migrare in città, ma a rendere il loro servizio nelle comunità rurali da cui provengono. Adesso hanno bisogno degli strumenti e delle macchine da mettere in dotazione nelle scuole, ed è per questo che io sono in Italia e che per la prima volta chiediamo un aiuto a donatori esterni». Invitato dalla Società chestertoniana italiana, Kanu ha incontrato associazioni e privati disponibili a una partnership a Siena e Ferrara. Ma negli incontri pubblici ha parlato principalmente della filosofia dello sviluppo e dello stile di intervento dell’Slcc.

«Il ruolo della famiglia è centrale», spiega questo padre di quattro figli. «In Africa non ci sono sistemi di welfare come in Europa: la famiglia è il nostro welfare, la nostra carta di credito, la nostra banca, la nostra cassaforte. Se qualcuno ha bisogno di un prestito, non va alla banca, dove verrebbe sfruttato, ma si rivolge al giro dei parenti. La famiglia è il luogo dove ci si sente a casa, è la chiave dell’educazione morale, è un ponte gettato fra l’equilibrio e la follia. Quando da bambino insistevo con mio padre perché mi mandasse a scuola, la famiglia estesa di 20 persone venne riunita e dopo lunga consultazione decisero di iscrivermi in una scuola di una località vicina. In Sierra Leone i musulmani sono il 70 per cento, noi cattolici siamo il 15 per cento e gli altri sono cristiani protestanti, ma tutti condividiamo la stessa concezione: la famiglia è la principale fonte della vita».

Il panegirico della famiglia africana, istituzione che presenta anche molti lati problematici che frenano lo sviluppo umano, non deve far pensare che l’Slcc si faccia portatore di una visione immobile e passatista dell’Africa, centrata sull’esaltazione del buon tempo andato. «La grande sfida dello sviluppo consiste nel cambiare le mentalità. Lo sviluppo, dico sempre, non è una questione di elettricità, di strade, di infrastrutture. Tutto questo serve, ma lo sviluppo è in primo luogo una questione di persone. Il nostro lavoro consiste nel cambiare le mentalità e questo avviene attraverso l’educazione. L’educazione compie, realizza, completa. Ma solo se è centrata sulla verità e su ciò che è giusto. Allora diventa quella scintilla dentro di te che nessuno ti può portare via. L’educazione ti arricchisce di una ricchezza che nessun ladro potrà mai rubarti». Prima ancora di lanciarsi nel progetto delle scuole professionali di villaggio, l’Slcc ha contribuito all’obiettivo dell’educazione aiutando le famiglie del distretto rurale di Kono ad aumentare il proprio reddito, perché ciò ha permesso a esse di mandare i figli a scuola. Poi c’è la formazione dei contadini alle nuove tecniche agricole.

«Noi non gli diciamo che il modo in cui coltivano la terra è sbagliato, gli mostriamo concretamente i vantaggi delle nuove sementi o delle nuove tecniche. Quando il governo ha deciso di diffondere anche nel nostro paese la varietà di riso ibrido ad alto rendimento Nerica, anzitutto abbiamo fornito la nostra intermediazione perché le comunità rurali più marginali non venissero tagliate fuori. Poi, per convincere i coltivatori dei vantaggi delle nuove sementi, ci siamo fatti dare un pezzo di terra a fianco dei loro campi coltivati nel modo tradizionale. Lo abbiamo seminato col riso Nerica. Al primo raccolto, tutti hanno visto la differenza e sono venuti a chiederci come dovevano fare per avere quelle sementi».

Non è stato tutto tempo sprecato
L’Slcc non si tira indietro davanti all’impegno politico in senso lato, che consiste nel difendere i diritti delle comunità rurali davanti ai grandi interessi dell’industria mineraria, che naturalmente condiziona la risposta delle istituzioni. La Sierra Leone è ricchissima di diamanti alluvionali. Questo significa che le pietre vengono cercate su grandi estensioni di terreno intorno ai letti dei fiumi. I danni all’ambiente e all’agricoltura sono enormi.

La legge imporrebbe alle imprese estrattive di bonificare i terreni al termine della ricerca, ma spesso non viene rispettata. «Nel distretto di Kono e in tanti altri, industria mineraria e agricoltura sono in competizione. Le acque e le terre sono contese. Noi lavoriamo con organizzazioni della società civile, in particolare quelle specializzate nel rapporto fra sviluppo e giustizia, per richiamare il governo ai suoi doveri. Chiediamo che siano applicate le leggi che stabiliscono la bonifica dei terreni invasi per la ricerca dei diamanti». Quarantacinque cooperative costituite fino ad oggi, seicento persone circa beneficiate da interventi che vanno dalla fornitura delle sementi speciali alla formazione a tecniche agricole alla fornitura di attrezzature e strumenti. Non sono grandi numeri quelli che l’Slcc può allineare, ma sono di grande qualità. Perché frutto di idee e gratuità anziché di assistenzialismo e progetti calati dall’alto.

«Da bambino ho lottato come un leone per potere andare a scuola, ho sfinito mio padre per convincerlo a mandarmi. Poi, quando sono arrivato all’università di Oxford mentre la Sierra Leone bruciava, ho pensato che il mio sapere non sarebbe servito a nulla, che il paese aveva bisogno di altro», conclude John Kanu. «Per fortuna i miei amici inglesi mi hanno fatto scoprire Chesterton e le sue tre idee economiche: la redistribuzione dei mezzi di produzione, l’importanza dell’economia rurale, la centralità della famiglia. Oggi dico a tutti: sono le uniche tre cose importanti che ho imparato studiando a Oxford. Ma non ditelo al rettore dell’università e ai suoi professori»

Leggi di Più: Kanu, l’africano che portò Chesterton in Sierra Leone | Tempi.it

Se la fede vien mangiando

 

È davvero curioso l’ascetismo che alcuni attribuiscono alla religione cattolica, confondendola forse con alcune confessioni protestanti. In cucina il cattolico è preferibilmente crapulone, esclusi i giorni della Quaresima ove si richiede digiuno, astinenza dalle carni o ambedue le cose.

 

NOZZE DI CANA. Vangelo alla mano, la verità è una sola: gran parte dei momenti in cui Gesù si rivela, sono legati a contesti mangerecci di vario genere. Come si rivela Cristo alle nozze di Cana? Muta l’acqua in vino. E nel vino migliore. Con ciò, tra l’altro, anticipando di parecchi secoli una delle massime più sacrosante di ogni scuola moderna di sommelier: a parità di tipologia vinicola, il vino più importante si serve per ultimo. All’epoca cristiana, come ricorda l’evangelista, la prassi era inversa: si dava il buono all’inizio, e poi, col venir meno delle facoltà percettive degli ospiti, si versavano le scolature delle bottiglie. Cristo dunque, lo diciamo tra il serio e il faceto, fu rivoluzionario anche per il mondo dei coppieri e dei degustatori.

PANI E PESCI. Un’altra occasione che Cristo ha di mostrare la sua divinità, è quella dello spuntino che prepara alle migliaia di curiosi attirati dalle sue parole: sapendo bene che più della parola può lo stomaco, Gesù trovò cinque pani e due pesci, ma li fece bastare per tutti grazie al potere che Dio Padre gli aveva dato: ed ecco, il Messia dà un altro segno di sé quando ha a che fare con roba da mangiare.

CIBO VERO. Ma c’è di più. Il senso profondo della venuta di Gesù al mondo, il compimento del suo cammino terreno, hanno compimento a una tavola. L’istituzione dell’Eucarestia avviene nel corso di un banchetto. E Gesù non istituisce l’Eucarestia in un vaso, in un monile, in una moneta, in un tesoro: la istituisce nel pane e nel vino. Così come Mosè aveva mangiato agnello, pane azzimo ed erbe amare, così Gesù lega la sua persona e la sua presenza nel mondo al pane e al vino. Non è poco. Gesù ha cercato di far capire la sua concretezza e la sua divinità, ai suoi rozzi ma apertissimi discepoli, apparentandola a quella di cibo e bevande: come dire, ciò di cui l’uomo ha bisogno per vivere. Ma si tratta di cibo vero, di bevanda che toglie la sete per sempre.

RIVELARSI MANGIANDO. Poi Gesù sarebbe morto e risorto. Molti non vogliono credere al miracolo, o semplicemente non ci riescono. E Gesù che fa, per convincere gli scettici? Mangia con loro. Sulle sponde del lago di Genesaret, c’è un fuoco di brace con del pesce sopra, verosimilmente buono. Gesù lo prende e lo mangia, fugando gli ultimi dubbi. Chi si è rivelato mangiando, non poteva scegliere un mezzo migliore per palesarsi nella sua corporeità.

 

 

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Tutto consiste in Lui

 

(..)E’ perché l’io avviene sempre in un incontro, nell’urto e nella felicità di una continua emorragia di sangue ricevuto e donato. L’incontro è ferita, perché è l’apparire di qualcosa che risveglia il mio desiderio e allo stesso tempo sfugge al mio potere. Qualcosa che allo stesso tempo m esalta e mi umilia

La domanda diventa: come abbracciare veramente Beatrice? Come entrare in contatto con la sorgente inaccessibile della sua bellezza? Attenzione, non si tratta di servirsi di Beatrice per andare a Dio. Questo è ciò che hanno creduto alcuni falsi cristiani. Essi hanno detto”Vai verso il Creatore e per farlo disprezza le sue creature.” Ma è come dire:”Vai verso Dante” e dirgli “La tua Commedia è zero, non vale nulla”.

Il Creatore ama la sua creatura, quindi andare verso di Lui è andare verso di lei più in profondità. Voi conoscete questo versetto della lettera ai Colossesi che Giussani ripeteva spesso e che esprime senza dubbio l’intuizione fondamentale di tutto il suo percorso: “Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui”. Tutto sussiste in Cristo.

Tutto sussiste in Cristo, e dunque andare verso Cristo non esclude niente. Al contrario, si deve andare a Cristo per andare verso Beatrice, perché è in Lui che ella sussiste, è attraverso di Lui che ella è salvata, è con lui che la musica della sua bellezza può dispiegarsi in una ineffabile sinfonia. Allora, ecco la resurrezione che si avvicina. Ma bisogna che noi lottiamo contro la menzogna di un’autenticità fabbricata dal nostro proprio potere, che rischiamo la nostra vita per la bellezza, la verità dell’incontro e del desiderio.

(..)

Fabrice Hadjadj, 28 agosto 2010, Meeting di Rimini

Libero pensiero

 

Primo appuntamento sullo stile dei Veilleurs a Roma, a piazza Montecitorio, davanti al Parlamento, giovedì 25 luglio dalle 19 alle 21 circa

manif-pour-tous-italiaRiceviamo e pubblichiamo.

Siamo lieti di comunicare che da oggi nasce La Manif pour Tous Italia con l’autorizzazione ed in stretto legame con La Manif pour Tous francese. La Manif pour Tous in Francia ha avuto l’inaspettato merito di risvegliare milioni di coscienze. Con un taglio trasversale portato avanti prima di tutto dalla gente comune, condiviso personalmente da personaggi politici di tutti gli schieramenti, da associazioni di persone omosessuali, e da credenti di tutte le religioni e non credenti, ha sostenuto con fermezza e rispetto che il matrimonio possa essere composto solo da un uomo ed una donna. Un movimento nato nella società civile e apertamente apolitico e aconfessionale. La Manif pour Tous Italia si sente in sintonia con queste istanze e con questo metodo.

LA SITUAZIONE IN ITALIA (le proposte di legge)
La proposta di legge in discussione alla Camera dei Deputati che ci ha messo tutti in allarme è quella sul Contrasto all’omofobia e alla transfobia scaricabile dal sito della Camera dei Deputati (http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0003090.pdf). Ma poche persone sanno che il 18 giugno 2013 è stato avviato l’iter legislativo al Senato della Repubblica sulla proposta di legge per l’Accesso al matrimonio da parte delle coppie formate da persone dello stesso sesso (chiamata “Matrimonio egualitario”). Inoltre, nel cassetto c’è anche quella della Modificazione dell’attribuzione di sesso. Il tutto è consultabile in maniera chiara su internet sul sito della Rete Lenford (http://www.eventiretelenford.it/ ), una rete di avvocati che ha redatto queste proposte.

La discussione della legge in “Contrasto all’omofobia e alla transfobia” proposta dal deputato Ivan Scalfarotto (PD) come integrazione della Legge Mancino Reale, istituisce tra i reati che persegue, il crimine legato alla discriminazione di genere, punendolo con il carcere. È quindi una vera e propria legge bavaglio. Una volta espiata la pena, il condannato potrà anche subire una “rieducazione sociale” prestando servizio civile nelle associazioni “omosessuali, bisessuali, transessuali o transgender”.

Cosa vuol dire? Che se pubblicamente si dichiara che il matrimonio tra persone dello stesso sesso non sia paragonabile a quello tra uomo e donna (sulla proposta di legge giocano sul concetto di “idee fondate sulla superiorità”), questa affermazione possa essere benissimo letta come una discriminazione, se non addirittura un incitamento alla violenza, verso le persone omosessuali, cosa che può portare al carcere fino a quattro anni. In più, strumentalizzando episodi di violenza contro persone omosessuali, che noi tutti condanniamo con fermezza, ufficializza per la prima volta a livello legislativo l’ideologia gender, che rappresenta solo una minoranza all’interno del variegato mondo omosessuale.

È chiaro che questa prima proposta è un cavallo di troia per far passare senza troppa fatica le altre due proposte di legge, compresa l’adozione da parte delle persone dello stesso sesso. Nella proposta di legge sul “Matrimonio egualitario” c’è l’esplicita volontà di sostituire le parole “marito e moglie” con la parola “coniugi”. Insomma, una vera decostruzione di ciò che da sempre ed in tutte le culture è stato considerato il cardine della società umana, la famiglia fondata tra un uomo ed una donna.

OBIETTIVI DE LA MANIF POUR TOUS ITALIA

La Manif pour Tous Italia ha lo scopo di essere il portavoce di tutti coloro che, al di là della propria provenienza e sensibilità, si senta rappresentato a contrastare una legge che vuole istituire un reato di opinione e preparare la strada allo stravolgimento dell’istituto matrimoniale composto da un uomo ed una donna. Soprattutto in un momento nel quale la politica non si interessa dei problemi veri degli italiani, che risiedono in campo economico e lavorativo.

La Manif pour Tous Italia ha perciò tra i suoi obiettivi anche quello di far conoscere ai cittadini italiani – rendendole comprensibili – l’esistenza di tali leggi e fin dove esse si spingano. Riteniamo vincente l’iniziativa che parte dalla società civile, e che coinvolge trasversalmente tutti sotto forma di rete. Ognuno è indispensabile alla causa. Sentiamo il dovere di ribadire che questa iniziativa è apolitica e aconfessionale.

MANIFESTAZIONE DEL 25 LUGLIO

Come atto inaugurale delle nostre attività, abbiamo organizzato la nostra prima uscita pubblica sullo stile dei Veilleurs, che in Francia hanno dato testimonianza con la semplice e pacifica presenza in prima persona. Ci disporremo su piazza Montecitorio, davanti al Parlamento, giovedì 25 luglio dalle ore 19.00 alle ore 21.00 circa. Verrà distribuita a tutti i partecipanti una candela da utilizzare durante la veglia, come richiamo a non spegnere la propria coscienza.

A chiunque verrà, consigliamo di portare anche un bavaglio, a ricordare che la libertà di pensiero e di parola può sempre essere a rischio. A voi chiediamo cortesemente di:

– promuovere l’iniziativa tra i vostri contatti, via mail, Facebook e Twitter, ecc.;

– collaborare ad allargare questa rete in tutta Italia.

Leggi di Più: Nasce La Manif pour Tous Italia | Tempi.it

Incontrarsi in cima

 

Non sbaglia l’arcivescovo di Ferrara Luigi Negri a definirlo nella sua effervescente introduzione «uno straordinario testo». È il saggio su Paul Claudel e Charles Péguy, esaminati quasi al microscopio da Henri De Lubac, uno dei padri del Concilio Vaticano II, e Jean Bastaire, giornalista e discepolo del grande gesuita francese. Il primo morirà cardinale nel 1991. Il secondo, classe 1927, approdato al cristianesimo grazie a Péguy, ha consacrato la vita allo studio del poeta di Orléans, caduto in guerra il 5 settembre 1914, primo giorno della battaglia della Marna. Così, allo scoccare dei quarant’anni dell’edizione francese, arriva finalmente la prima traduzione italiana di un saggio tanto penetrante quanto avvincente sulle relazioni, al tempo stesso di stima e di allergia reciproca, tra i due maggiori scrittori cristiani del secolo scorso.

Edito dalla fondazione veneziana (Marcianum) voluta dal patriarca e ora arcivescovo di Milano Angelo Scola, il volume fu concepito in vista del centenario della nascita di Péguy e doveva essere una presentazione del carteggio custodito presso il Centro Charles Péguy di Orléans. Quattro lettere di Claudel, una di Péguy e quattro dediche di Péguy a Claudel. «Così verso la fine – annoterà De Lubac – ho avuto l’occasione di salutare due geni che ho abbinato (quasi di nascosto, perché intorno a me nessuno sembrava riconoscerne il valore) fin dall’inizio del mio noviziato nel 1913, in un taccuino che mi ha accompagnato per lungo tempo. La lettura di Claudel mi esaltava e mi esauriva; quella di Péguy, anche nelle sue polemiche più fumose, mi rilassava sempre».

Problemi di salute impediranno a De Lubac di proseguire l’impresa oltre il centinaio di pagine introduttive. Così toccò a Bastaire annodare il filo dell’opera. Il risultato appare così convincente che l’unica domanda che sorge nel lettore è: com’è possibile che un gioiello del genere sia rimasto insabbiato per quasi mezzo secolo? Il peguyano Antonio Socci risponderebbe: «Sono le curie che interessano ai media, non i cristiani (e neanche i santi). Come diceva Péguy, le “curie clericali” e le “curie anticlericali” si trovano sempre accomunate dal loro orizzonte, che infine è un orizzonte politico e di potere. Paradossalmente fra coloro che si possono definire “non clericali” ci sono proprio Joseph Ratzinger e Jorge M. Bergoglio». È talmente giusta questa osservazione che, a fronte dell’irrilevanza culturale dell’editoria cattolica, la sorpresa di questo libro sembra della stessa luminosa natura dell’imprevedibilità di papa Francesco e dell’amicizia tra i due, Bergoglio e Ratzinger.

Cosa dice la Lumen Fidei a proposito dell’amore se non, essenzialmente, che «non esiste amore senza verità»? Sembra l’enciclica fatta apposta per illuminare ciò che ha unito anche Péguy e Claudel, pur nel contrasto di temperamenti così apparentemente opposti. «Mi spiace non averlo conosciuto», scriverà all’indomani della morte dell’autore del trittico dei Misteri il poeta ambasciatore Claudel. «Aveva una cattiva opinione di me. Credeva fossi un franco-massone», aveva sospettato Péguy. «Claudel è un grande artista, ma non è intelligente». E in un certo senso il giudizio sembrava cogliere nel segno se è vero che l’autore dell’Annuncio a Maria una volta confidò a un amico: «Ma in fin dei conti, chi è questo Péguy? E cosa vuole? I suoi figli non sono neppure battezzati ma li affida alla Santa Vergine. Non riesco proprio a capire».

In realtà l’intelligenza di Claudel, che era stato avvicinato alla lettura di Péguy niente meno che dal giovane André Gide, aveva capito una cosa essenziale dell’anarco-socialista e cattolico escluso da tutti i sacramenti: «Definire Péguy un convertito… Sarebbe più giusto affermare che un giorno egli si accorse di essere diventato cristiano. È così che il Cher o l’Indro avvertono impercettibilmente di essere confluiti nella Loira e di avere iniziato a dare impulso ai suoi flutti e al suo corso». Solo Péguy fu più esatto. «È per un approfondimento costante del mio cuore sul medesimo cammino e non è affatto per un’evoluzione né per un ripensamento che ho trovato la strada del cristianesimo». Una volta sola Péguy chiese appuntamento a Claudel. E quell’unica volta Claudel non rispose. «Onoro Péguy ma con distacco. Camminiamo su due binari completamente separati che si incontrano solo idealmente». Era il 1930. L’amministratore dei Cahiers era morto da sedici anni. E dire che lui, l’«istitutore sporco d’inchiostro fino alla punta del naso» come lo chiamava Claudel, ci ha avvertiti: «Dobbiamo guardarci dai parroci. Essi non hanno fede o ne hanno poca. La fede, quando c’è, si può trovare nei laici».

Un’unica scalata da versanti diversi
Sconvolgente Péguy che condivideva con Cartesio la ripugnanza per l’inazione e anche per la sola esitazione. «Qualunque cosa è meglio che girare a vuoto. Muoversi, avanzare, arrivare da qualche parte. Arrivare altrove piuttosto che non arrivare… L’errore più grande ancora una volta è errare». Comprensibile che l’ultima parola di Claudel su Péguy sia stata la conferma di una fraternità vera, ma nella radicale diversità. «Siamo ambedue cristiani giunti alla religione in maniera particolare… non per la via abituale. Ma devo riconoscere che non abbiamo scalato dallo stesso lato, eravamo su versanti differenti… avremmo potuto incontrarci soltanto in cima».

Contrasti apparenti, insisterà a spiegare il gesuita Pierre Ganne. «Claudel, che si definiva un “uomo d’ordine”, era profondamente anarchico; Peguy, il “rivoluzionario”, portava in sé quasi l’ossessione dell’“ordine organico” della “città Armoniosa”». Il fatto curioso è che doveva arrivare De Lubac a puntualizzare con dovizia di particolari il controverso quadro culturale e la filologia degli opposti che convivevano nei Cahiers (i grandi della letteratura francese sono passati di lì, ma per decenni il loro editore restò un signor nessuno). E dimostrare che piuttosto che una “rivista” letteraria «i Cahiers non cesseranno mai di essere uno strumento di lotta»

Leggi di Più: Claudel e Péguy, in un libro la loro sorprendente amicizia | Tempi.it
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Bambini X

FONDAZIONE BAMBINI IN EMERGENZA
 
La denuncia: «In Romania bimbi avvelenati 
dal fertilizzante e abbandonati dalle madri»
 
 
Bambini X, senza nome, figli dell’abbandono e della tossicodipendenza da fertilizzanti. Sì, avete letto bene, da fertilizzanti. Bimbi romeni, spesso sieropositivi e già alla nascita in crisi di astinenza. Sempre da fertilizzanti. Una storia terribile che va avanti «nel totale silenzio». A lanciare l’allarme, ma anche a darsi da fare per aiutare questi piccoli senza nome, è la “Fondazione bambini in emergenza”, costituita nel 1997 da Mino Damato, giornalista della Rai morto nel 2010, per aiutare i bambini della Romania abbandonati, sieropositivi (attualmente ogni 100 casi di bambini affetti da Aids riscontrati in Europa, 56 sono romeni). «Da gennaio abbiamo accolto 7 “bambini X” – racconta Silvia, moglie di Mino Damato – gli ultimi sono due gemelli di 14 mesi, ma tra poco arriverà la sorellina più piccola, di pochissimi mesi». Già, perché una delle conseguenze più drammatiche di questa tossicodipendenza da fertilizzanti è che, spiega Silvia, «le donne che ne fanno uso non hanno più il controllo di se stesse, restano incinte facilmente e partoriscono quasi senza accorgersene, non hanno la capacità di accorgersene. Così il bambino è abbandonato: la madre non lo riconosce come proprio e neanche gli dà un nome. Proprio per questo sono “bambini X”. È la forma di abbandono peggiore».

Tutto comincia circa un anno e mezzo fa. O almeno allora ci si comincia ad accorgere del dramma dei fertilizzanti quando negli ospedali pediatrici romeni arrivano le prime mamme in quelle condizioni. «In Romania – aggiunge ancora Silvia – li chiamano “etnobutanici”, non so se è il nome corretto, ma sicuramente si tratta di prodotti per l’agricoltura, facilissimi da comprare anche per il costo molto basso. Convenienti, accessibili, all’inizio anche nei supermercati. In una prima fase queste sostanze venivano aspirate, come certe colle, ora invece se le iniettano direttamente in vena». Con danni devastanti. «L’uso di queste sostanze provoca in pochi mesi conseguenze paragonabili alla demenza tipo Alzheimer. Una dipendenza fortissima, con crisi di astinenza pesantissime. Chi le usa ha una sopravvivenza di un anno e mezzo o due». Droga dei poveracci ma non solo. «Ormai è diffusissima anche tra i “figli di papà”», rivela Silvia.

Ma le conseguenza non si fermano ai danni neurologici. La fortissima dipendenza porta a iniettarsi la droga ogni tre ore (si comincia con un “buco” alla settimana), così alla fine, per “risparmiare”, ci si scambia le siringhe. «E alla fine – aggiunge Silvia – questi tossicodipendenti, oltre ai danni cerebrali, hanno malattie collegate come l’Aids e le epatiti». Malattie che, purtroppo, è facile trasmettere ai piccoli. «Molti nascono sieropositivi e con crisi di astinenza fortissime. L’adulto in queste condizioni si ribuca, il piccolo deve sopportare, con diarrea, crisi epilettiche e addirittura il rischio di morte». E purtroppo, «i medici romeni non sanno come affrontare questa nuova emergenza, non c’è ancora una letteratura specifica».

Tutto questo avviene nel più totale disinteresse. «In occasione della Giornata mondiale per l’Aids dello scorso anno – ricorda Silvia –, un gruppo di medici a Bucarest ha denunciato la scarsa attenzione delle autorità romene». In particolare per quanto riguarda l’abbandono di questi bambini. Ricordiamo che ogni anno in Romania vengono abbandonati 9mila bambini, 5mila dei quali sotto i tre anni, che si aggiungono ai 100mila già abbandonati da anni. Numeri ufficiali, sicuramente inferiori alla realtà, sui quali ora si aggiungono i “bambini X” che vivono davvero fuori dal Mondo. «Par farli “rinascere” – commenta Silvia – serve una sentenza del Tribunale che può richiedere anche due anni. Pur tutto questo tempo restano come “fantasmi” e come tali non possono neanche accedere ai servizi sociali e alla sanità pubblica. Così dobbiamo ricorrere a quella privata, pagando di tasca nostra». Con un ultima assurdità burocratica. Al momento dell’abbandono, solitamente l’ospedale dà al bimbo due nomi, secondo la tradizione romena, ma poi con la regolarizzazione, come detto spesso dopo due anni, il Tribunale dà altri due nomi. «E alla fine dobbiamo fare dei ricorsi per riconoscere i nomi originari». Un’ulteriore insensibilità su piccole vite che già hanno tanto sofferto.

 

 http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/bambini-abbandonati-in-romania-avvelenati-dal-fertilizzante.aspx#

 

Il peso esistenziale della sessualità

Un articolo sulla cosiddetta “contraccezione di emergenza” e contro l’obiezione di coscienza è apparso su una delle riviste ginecologiche più diffuse in Italia. Sull’ultimo numero di Aogoi (Associazione ginecologi e ostetrici ospedalieri italiani), Francesco Scaglione e Vania Cirense hanno messo in fila una serie di dati che sono «dei veri e propri scivoloni scientifici, che si sperano frutto di mera disattenzione», spiega a tempi.it Renzo Puccetti, specialista della società medico-scientifica Promed Galileo. Secondo gli autori dell’articolo il farmaco Upa (“pillola dei cinque giorni dopo”) sarebbe più efficace del Lng (Levonorgestrel o “pillola del giorno dopo”), pertanto il medico dovrebbe essere obbligato a prescriverla subito, perché un ritardo potrebbe provocare «una gravidanza indesiderata». In tal caso, si legge ancora, sarebbe giusto che il medico risarcisca la donna e persino il bambino nato.

Quali sono gli «scivoloni scientifici» dell’articolo?
Credo si debba partire dagli stessi dati su cui si sono basati gli autori per sviluppare il loro ragionamento. La corretta stratificazione del profilo di efficacia di Upa e Lng indica che il primo è più efficace del secondo soltanto quando somministrato entro 24 ore dal rapporto sessuale. Secondo il parere del Consiglio Superiore di Sanità, poi recepito dall’Agenzia del Farmaco, per il possibile effetto antinidatorio (eticamente è un effetto abortivo ultra-precoce) della molecola dimostrato da una serie di evidenze cliniche, è necessario che la donna effettui prima un test di gravidanza che deve risultare negativo. Sulla base dei tempi medi di accesso a queste procedure e di questo ulteriore passaggio per l’Upa, molto difficilmente la prescrizione di ulipristal potrà avvenire prima delle 24 ore dal rapporto sessuale.

E quindi?
Significa che tutta l’argomentazione svolta dagli autori di fatto decade. La metanalisi illustrata indica infatti che dalle 24 alle 72 ore (cioè da uno a tre giorni) dopo il rapporto non c’è alcuna differenza statistica di efficacia tra le due molecole. Vi è sicuramente una diversità pecuniaria. La pillola che appare favorita dagli autori dell’articolo è più costosa. Infatti il prezzo del Lng è di circa 12 euro, contro i quasi 35 di Upa a cui si aggiunge il costo del test di gravidanza.

L’articolo dice anche che il medico dovrebbe essere obbligato a risarcire la donna a cui non ha prescritto la pillola nel caso in cui rimanga incinta.
Si tratta di una visione che non condivido in alcun modo. Di solito il rapporto fra medico e paziente non funziona come quello tra cliente e distributore automatico. Il paziente espone un problema, il medico svolge le proprie valutazioni per risolvere il problema secondo scienza e coscienza. Tra i compiti vi è anche quello di offrire una completa informazione alla donna fra cui ovviamente rientra la probabilità di gravidanza, l’efficacia stimata delle molecole ed il loro possibile meccanismo d’azione. Se nessuna delle soluzioni sembra al paziente adeguata c’è una cosa semplicissima: l’interruzione della relazione medico-paziente.

Perché allora si parla di negligenza e di colpa del medico che non prescrive immediatamente il contraccettivo? Si sostiene che sia un intervento da praticare con urgenza.
Contrariamente a quanto dice il nome con cui le si indica, la somministrazione post-coitale di queste molecole è tutto, tranne un intervento urgente. Sono i dati scientifici ad evidenziarlo. Per l’Upa l’efficacia risulta costante fino a 96 ore dal rapporto. Per il Lng era diffusa l’opinione che l’efficacia si riducesse col passare delle ore; questo era però legato ad una conoscenza parziale della letteratura medica e comunque è stato smentito dalla più recente metanalisi degli studi sponsorizzati dall’Organizzazione mondiale della Sanità pubblicata sulla rivista Contraception che ha evidenziato anche per il Lng il mantenimento di efficacia entro le 96 ore dal rapporto sessuale. Peraltro, se si vuole una prova ulteriore che non vi sia alcuna urgenza, provi a domandare ai responsabili di tutti i pronto soccorso d’Italia e vedrà che le diranno che questi casi rientrano nei cosiddetti codici bianchi, quelli a più bassa priorità. Queste considerazioni devono essere completate da almeno altre due informazioni, senza le quali le persone possono subire una prospettiva distorta.

Quali?
L’efficacia reale di qualsiasi prodotto post-coitale non è in realtà conosciuta con esattezza, ma è solo stimata con un ampio margine di approssimazione, perché non esistono per queste molecole studi controllati con placebo. L’efficacia di queste molecole è stimata confrontando il tasso di gravidanze delle donne che le assumono con quello registrato in una popolazione di confronto che però era costituita da donne che non avevano problemi di infertilità e che ricercavano la gravidanza. A partire da queste si sono costruite delle curve di probabilità di gravidanza per ogni singolo giorno del ciclo che servono da riferimento per gli studi sulle pillole dei giorni dopo; chiunque abbia una minima formazione scientifica capisce bene che le differenze tra le popolazioni sono così numerose da potere influenzare pesantemente i risultati. La seconda informazione da dare al pubblico è la seguente: la diffusione della pillola del giorno dopo non ha dimostrato di ridurre in alcun modo né le gravidanze indesiderate, né gli aborti a livello di popolazione; lo dimostrano decine di studi, revisioni, metanalisi. Quando si sono date confezioni di scorta alle donne in modo da saltare tutti i passaggi intermedi, le pillola sono state assunte in quantità maggiore e in tempi più rapidi, ma le gravidanze e gli aborti sono rimasti costanti. La Francia è il prototipo di questa realtà: più di un milione di pillole del giorno dopo, 40 mila confezioni di pillole dei cinque giorni dopo, ma più di 220 mila aborti in un anno, quasi il doppio rispetto all’Italia.

Perché allora si parla di efficacia?
Una cosa sono gli studi effettuati su particolari soggetti e categorie selezionate, che danno un certo tipo d’informazioni dell’efficacia delle pillole contraccettive/abortive, un’altra sono quelli sulla popolazione normale che parlano dell’effettività del farmaco nelle reali condizioni d’impiego.

E come funzionano le pillole nelle reali condizioni di impiego?
Sui meccanismi di azione di queste molecole a livello scientifico c’è un dibattito in corso molto acceso, la possibilità del micro-aborto esiste se la fecondazione è già avvenuta. In quel caso queste pillole possono impedire l’annidamento dell’embrione. Uno studio recente, ma condotto su un numero limitato di soggetti, ha mostrato che la somministrazione di Lng prima dell’ovulazione non si è accompagnata a gravidanze clinicamente rilevabili, ma nell’80 per cento dei casi le donne hanno comunque ovulato, per cui rimane ancora incerto il meccanismo d’azione. Sarebbe una violazione della libertà di coscienza costringere i medici a prescrivere questi farmaci ed è una violazione del consenso informato non fornire alle donne queste notizie, anche perché tutti gli studi indicano che il meccanismo d’azione di queste molecole è un elemento molto importante per le donne stesse. Per la scrittrice femminista Germaine Greer «vendere abortivi come se fossero contraccettivi è incompatibile col rispetto che si deve alle donne come esseri umani».

Eppure nell’articolo si parla di «danno ingiusto nei confronti della donna», di «abuso di ufficio», di «risarcimento danni», di «danno esistenziale», per aver cambiato la vita della donna, di danno anche verso il bambino che avrebbe «il diritto di non nascere».
Mi pare che siano dei pastoni giuridici. Questo non è il mio campo, ma posso dire che non esiste diritto a non nascere, lo ha escluso anche una sentenza che non ha nulla a che vedere con il tema affrontato e che decise per il risarcimento verso un bambino affetto dalla sindrome di Down non perché leso nell’inesistente diritto a non nascere, ma come misura a garanzia dell’assistenza anche in caso di morte dei genitori. Inoltre gli autori dell’articolo riferiscono la clausola di coscienza all’articolo 19 del codice deontologico medico, peccato che attualmente è in vigore quello del 16 dicembre 2006, dove la causa di coscienza è illustrata all’articolo 22. E anche se l’obiezione di coscienza è possibile solo all’interno delle legge 194 e della legge 40, l’art 22 del codice deontologico parla di autonomia e responsabilità diagnostico terapeutica, un cardine del rapporto tra medico e paziente: il medico non deve e non può fare tutto quello che vuole il paziente. Il medico è una persona al pari del paziente, la dignità dei due soggetti è paritaria. Come medico ho un duplice dovere: verso il paziente e verso me stesso. La mia condotta deve essere improntata al rispetto di canoni scientifici ed etici. Il possibile meccanismo micro-abortivo è molto importante, ma non è l’unico aspetto. Se il legislatore ritiene che vi sia un obbligo di scrivere sotto dettatura del paziente può fare a meno della mediazione del medico. Perciò, anche se queste pillole non fossero abortive, io non le prescriverei, così come in molti non prescriviamo neppure i contraccettivi. La dottrina cattolica è molto chiara nell’indicare la contraccezione come un male; si vuole forse affermare anche qui l’idea che piace tanto all’amministrazione Obama che la fede cattolica è incompatibile con la professione medica? Che è incompatibile con la legislazione democratica occidentale del terzo millennio? La sbandierata apertura al pluralismo dei valori mostrerebbe così il suo lato dittatoriale.

Perché si oppone alla contraccezione?
Guardi, è una questione che non si può liquidare in due battute. In autunno uscirà un intero mio libro su questo argomento che ha sempre occupato ampio spazio nella mia ricerca in campo bioetico. È una questione di legge naturale, di legge della ragione, illuminata dalla fede, ma comprensibile anche dal non credente. Pensi che in difesa dell’enciclica di papa Paolo VI, l’Humanae vitae, parlarono la cattolica Elisabeth Anscombe, docente all’Università di Oxford ed allieva di Wittgenstein, e Max Horkheimer, filosofo di matrice marxista della scuola di Francoforte. Per entrambi la contraccezione sottrae il peso esistenziale alla sessualità. Paradossalmente, seppure plaudendo ad essa, è la stessa cosa che dice una paladina sfegatata della contraccezione e dell’aborto, Ann Furedi, referente di un’organizzazione di cliniche per aborti in Inghilterra; tramite la contraccezione e l’aborto la sessualità diventa un gioco, solo un’attività ludica. Questa falsificazione è possibile e solitamente ha conseguenze negative, talora tragiche. Molte persone, non solo donne, decidono di percorrere questa strada, ma non possono obbligarmi a partecipare.

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