La centralità della coscienza

Come Gesù era libero nella sua vita terrena, ascoltando nella sua coscienza la voce del Padre, così ogni cristiano è chiamato ad essere libero, non «telecomandato», come è stato, nel suo gesto di dimissioni, papa Benedetto XVI. Durante l’Angelus recitato oggi in piazza san Pietro, papa Francesco ha fatto un vero inno alla libertà dell’uomo, citando esplicitamente il gesto del suo predecessore Benedetto XVI come un grande esempio di uomo che ha capito nella preghiera quale era il passo da compiere e lo ha compiuto con «discernimento e coraggio».

GESU’ NON IMPONE NIENTE. Prendendo spunto dal Vangelo del giorno, papa Francesco ha commentato la decisione di Gesù di mettersi in cammino verso Gerusalemme «la meta finale dove Gesù deve morire e risorgere per portare a compimento la sua visione di salvezza. Da quel momento, dopo la ferma decisione, Gesù punta dritto al traguardo». A coloro che lo seguono detta le condizioni: «non avere una dimora stabile; sapersi distaccare dagli affetti umani; non cedere alla nostalgia del passato».  Ma attenzione, sottolinea papa Francesco, «Gesù non impone niente, se tu vuoi puoi seguirlo, ma Lui non impone nulla»

LA CENTRALITA’ DELLA COSCIENZA. «Tutto questo – prosegue il Papa – ci fa pensare, ci dice ad esempio l’importanza che anche per Gesù ha avuto la coscienza, l’ascoltare nel suo cuore la voce del padre e seguirla. Gesù nella sua esistenza terrena non era telecomandato, era il Verbo di Dio fatto uomo e ha deciso di salire a Gerusalemme per l’ultima volta. Ha deciso in obbedienza al padre, in ascolto profondo, intimo della sua volontà. Nel Padre Gesù trovava la forza per compiere il suo cammino. Gesù nella sua decisione era libero e ci vuole cristiani liberi come lui. Era libero di quella libertà che viene dal dialogo con il padre. Gesù non vuole cristiani che non siano liberi, che non parlano con Dio e sono “telecomandati”. Se un cristiano non parla con Dio, non è libero».

Leggi di Più: Il Papa: «Siamo cristiani liberi, non telecomandati. Come Benedetto XVI» | Tempi.it 

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“Malgrè soi” investito dalla poesia

Si può scrivere poesia, d’accordo. O piccarsi di vivere da poeti. Ma che cos’è invece, a quale dimensione altra attiene il vivere la poesia? È la prima domanda che insorge leggendo il libro intervista di Alessandro RivaliGiampiero Neri, un maestro in ombra, in uscita in questi giorni da Jaca Book. Un libro-intervista che è in realtà – e molto ne gode – un dialogo tra due amici, ché non di sodalizio letterario ma di vera amicizia si tratta, come lo stesso Neri, classe 1927, sottolinea in chiusura di volume: «Cosa importa se fra noi la differenza di tempo supera il mezzo secolo? Un amico non si trova ad ogni angolo di strada» (p. 132).

Chi sia Giampiero Neri occorre dirlo ai tanti non frequentatori della poesia contemporanea: fratello appartato e meno noto di Giuseppe Pontiggia, poeta di tarda fioritura ma di statura altissima, tra le voci più sicure della poesia italiana degli ultimi quarant’anni. Del pari occorre dire ai non appassionati chi sia il deuteragonista del dialogo: Alessandro Rivali, quarant’anni scarsi, tra i pochi poeti di oggi a credere realmente che l’epica non sia una dimensione storica irrimediabilmente perduta, ma una categoria permanente dell’avventura umana e della sua espressività.

Ma perché parlare anche ai non appassionati di un libro del genere? Perché quando è comunione vera tra uomini veri – si pensi agli epistolari Caproni-Betocchi, Caproni-Luzi, Luzi-Traverso, per dirne alcuni – il dialogo tra due poeti non è cosa da specialisti ma, appunto, da appassionati: della poesia, certamente; ma prima di tutto, e semplicemente, della vita. Si parla infatti tanto di letteratura, in questo libro, ma se ne parla anzitutto per vagliarla, per saltare il fosso dallo stagno della chiacchiera all’oceano vorticante della vertigine, dal campo della letteratura di evasione a quello di chi spande in ogni sillaba il proprio sangue: «Soltanto i laudatores temporis si aspettano dalla letteratura qualcosa di piacevole, ma io, come ho detto più volte, mi aspetto prima di tutto la verità, ossia una parola che ci informi sulla vita, e non stupidaggini (p. 70)».

È questa percezione della serietà dell’arte, della responsabilità che chiede, il dono più prezioso che Neri fa a chi lo legge. Ed è questo dono, all’apparenza ristretto a chi voglia vender parolette, quello che paradossalmente è il più apprezzabile nella vita di chiunque. Perché è un atteggiamento, una tensione a cercare la verità di ciò in cui si è immersi, che origina da un dipanarsi di storie umane, di incontri, di vite di provincia e di metropoli misteriosamente ma inevitabilmente impastate tra loro.

Così le figure degli insegnanti, in primis quel professor Fumagalli che tante volte verrà rappresentato nei suoi versi, convinto che «per scegliere un operaio bisognava vedere se lavorava con precisione e con calma (p. 31)»; o fratel Adeodato, «professore di matematica per obbedienza (p. 43)». Così le figure sanguigne e dolorose dei familiari: il padre assassinato fuori dall’ufficio dopo l’8 settembre; la madre, attrice appassionata di provincia; la sorella Elena, rosa nel suo breve vivere dalla pesantezza delle cose vuote. E su tutti il fratello Giuseppe, «il Peppo», che del rapporto di Neri con la parola poetica e con il suo carattere di vocazione è lo specchio: «Aveva l’intelligenza per scrivere, ma non era abbastanza per creare un’opera d’arte (p. 93)».

C’è tanta storia, nel parlare di Neri, tanta memoria che si snoda tra la microstoria dell’autore e la grande storia delle nazioni, degli scrittori e delle loro biografie, che lo appassionano perché ha «interesse per le persone (p. 74)». Una storia mai compiuta, sempre in divenire (ed è ancora la pratica scrittoria a illuminare in questo senso: «Io utilizzo un tempo solo, che è l’imperfetto», p. 96), ma in cui Neri ripone fiducia («non sono pessimista sulla storia», p. 129), proprio perché consapevole che il suo compimento è fuori da essa. «È importante credere nella grazia (p. 59)» ci dice infatti, aprendo lo scorcio su una dimensione in cui alla lotta della vita spetti di pacificarsi: «l’essenza del cristianesimo è il perdono. Il perdono ci appartiene come buona novella, contro il rancore e la vendetta (p. 82)».

È, questo tratto neriano, uno dei più stupefacenti tra quelli che affiorano nel colloquio, e che riporta al nesso tra conoscenza, parola ed esperienza. Perché se è vero che «la cognizione», cioè la percezione profonda delle cose, «non è una conoscenza come quella del triangolo equilatero, ma è un’esperienza (p. 95)», e se è vero che non si può non legare «la poesia alla verità (p. 104)», con altrettanta chiarezza emerge, nelle parole di Neri, il fatto che tanto questa esigenza del vero, tanto quel miracolo che ne è strumento di ricerca – l’arte del linguaggio – sono doni di cui l’uomo si trova quasi malgré soi investito. E che proprio in questi miracoli, nella loro inestinguibilità, si staglia la percezione della sua grandezza: «La poesia rimane un’esigenza dell’animo umano». È «sinonimo di verità e come tale sarà sempre ricercata dall’uomo (p. 107)».

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/6/15/LETTURE-Giampiero-Neri-perche-non-si-puo-vivere-senza-poesia-/print/403441/

 

Vivendo nella carne

Loi: Ho conosciuto don Giussani tanti anni fa, nel 1960. Abbiamo avuto tante cose insieme, amici, discussioni, scontri, accordi, abbracci. E adesso mi è capitato tra le mani questo libro. Trovo che il cammino che abbiamo fatto è come se l’avessimo fatto insieme. E voglio dire una cosa prima di tutto. Non si può leggere don Giussani senza leggere tutto ciò che don Giussani ha detto e senza ascoltare tutto il suo discorso, la sua poesia – che in Grecia hanno chiamatopoieo, fare – che è un fare, un confrontarsi con le cose del mondo, con la natura, con gli uomini, con se stessi. E se stessi non è l’io, che è una piccola cosa in confronto al nostro essere. E allora si scopre che il nostro io è così poco, è così miserevole in confronto a tutto ciò che è ignoto dentro di noi, che è profondamente noi stessi più di quello che noi pensiamo o sappiamo. Ecco che la poesia, la parola che esce da noi… mi viene in mente che la parola Mistero, cui così speso si è accennato, viene da un radicale che è mu, cioè “bocca aperta”, la bocca aperta di Dio. Noi siamo di fronte alla bocca aperta di Dio ogni volta che ci confrontiamo col mondo, con noi stessi, con gli altri. Ed esce, se noi ascoltiamo, se sappiamo stare attenti, la Parola. La parola che porta con sé il segreto di ciò che è oscuro, porta le ragioni della carne, appunto, le ragioni profonde di quello spirito che crea e che dà alla carne la vita, quello spirito che crea, che nella carne trova la sua completezza, la sua dimensione.

Con la poesia ho capito che le cose, come dice Dante, si conoscono per amore, amor che muove il sole e le altre stelle, amor che, ascoltandolo, fa dire la parola della Poesia che è parola della cosa, parola degli esseri, parola dell’essenza del mondo: io mi avvicino alle cose con il pensiero e le cose sono lontane perché sono un’altra cosa, non sono me stesso, sono lontanissime. Io, invece, mi avvicino con l’amore ed ecco che capisco il fiore, ecco che capisco il frutto, capisco l’altro di fronte a me come se fosse me stesso. È l’amore che avvicina all’essenza delle cose, ed è l’essenza delle cose che dà luce alla carne, ed è la carne che nella sua esplicazione, nel suo farsi atto dà testimonianza della luce.

Leggendo Giussani mi sono riconosciuto, ho ritrovato ciò che ho sentito, vissuto attraverso la carne e attraverso la parola. Mi viene da pensare che le parole di Giussani sono le mie parole, sono le parole che vengono da me quando scrivo poesie, quando ascolto la mia voce interiore, quando mi lascio suggerire ciò che nasce dentro di me. Credo che l’insegnamento di Giussani sia quello di far muovere noi, prima di tutto, all’ascolto, all’attenzione e poi all’accoglimento, a saper accogliere la propria voce e la voce degli altri, e la voce della natura, la voce dello Spirito e la voce di Dio che ci parla attraverso la carne, perché tutta la carne, questo, tu, voi, è tutta creatura di Dio. Ed anche questa fratellanza che c’è tra noi. Quando don Giussani parla del tutto, parla di questa fratellanza intima fra tutte le cose del mondo. E quindi dedicarci al particolare è il tutto, perché il destino vostro, così come il destino della natura, è il mio destino. È il destino dell’uomo che percorre l’esperienza della carne e che nell’esperienza della carne dà testimonianza della bellezza della creazione, della Gloria, come dice don Giussani.

Penso che il discorso di don Giussani non sia che una parte del nostro discorso, una parte della nostra difficoltà nel far tacere la mente ed abbandonarci all’amore, far smettere il nostro rapporto intellettuale, mentale col mondo e abbandonarci al nostro essere, in modo che il nostro essere divenga atto all’interno della carne, divenga azione. Giussani parla del santo, che diventa proprio movimento della parola di Dio,: ma anche nell’artista, anche nel poeta, diventa azione, perché anche il poeta compie il sacrificio, anche l’artista compie un sacrificio, compie il sacrificio di riempire la lontananza e anche il sacrificio di dedicare la propria vita a riempire questa lontananza. Compie un atto d’amore grandissimo, poiché è quello di isolarsi in un mondo come questo e nell’isolamento trovare l’unità con tutti gli uomini, ritrovare la propria fraternità con gli altri uomini, e quindi ascoltare la voce, la bocca di Dio, attraverso il proprio rapporto con le cose, il proprio rapporto con la natura, col proprio corpo, con le proprie emozioni, con i propri pensieri inconsci, riproporre cioè nel sacrificio, nel fare il sacro – ecco perché io quando mi definiscono laico, dico che io laico non sono perché, come dice Ungaretti, è venuto il momento in cui il poeta deve prendere sulla propria carne, nella propria carne il compito del sacerdozio, cioè il compito di avvicinare gli uomini all’essenza delle cose attraverso la parola. Perché la parola è proprio questa rivelazione, è questo momento in cui le cose che ci sono lontane le percepiamo come nostre, come vicine, le cose che siamo abituati a considerare con la mente diventano nostro patrimonio, diventano parte di noi.

Quando noi leggiamo un verso di un poeta non possiamo spiegarlo, non è un parto della mente, non è un pensiero, è un atto ed è questo atto che dà testimonianza del sacrificio del poeta o dell’artista. È questa cosa inspiegabile, impossibile, che ci fa tremare, ci fa sentire una vicinanza che è impossibile rendere in termini di ragione nei confronti della realtà, nei confronti della carne.

Voglio concludere questo mio breve intervento, con una poesia – che io ho scritto in milanese ma che vi leggerò in italiano – che mi pare dia il senso di questo libro di don Giussani.

Come mi piace il mondo,/ L’aria, il suo fiato/ Gli alberi, l’erba, il sole/ Quelle case/ Le belle strade/ La luna/ Che si sfalsa, si muove/ L’edera tra le case/ Il salso del mare mi piace/ Le matte stupidate/ Il calice tra gli amici/ Gli abeti nel vento/ E tutte le cose di Dio/ Anche le piccolissime/ E i tram/ Che passano/ E i vetri/ Che risplendono/ Le spalle che vanno di fretta/ A occhi bassi/ La donna/ Che ti svisa i sentimenti/ È lì il mondo/ E pare aspettarsi che tu lo guardi/ Gli dai attenzione/ Giacché lui c’è sempre/ Ma è facile dimenticarlo/ Distrarsi nei pensieri/ O essere addormentati/ Ma quando arriva l’ombra della sera/ Come ti chiama il mondo/ Come si allarga/ E ti viene addosso quel cielo/ Nella sua vera bellezza/ Senza finzioni/ Nel suo riflettersi/ E allora/ Nella pienezza di te/ Cambia il colore del mondo/ E il tuo colore.

 

http://www.meetingrimini.org/detail.asp?c=1&p=6&id=38&key=3&pfix=, vivendo nella carne

Le impronte personali

 

Perché la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, che ha dichiarato incostituzionale il Defense of Marriage Act, vale a dire la legge del 1996 che aveva circoscritto il matrimonio alle sole unioni eterosessuali, è stata presentata ed enfatizzata da molti media americani (e nostrani) come inevitabilmente, irrevocabilmente «progressista»? È come se ci trovassimo di fronte a una delle più evidenti manifestazioni dello «spirito» del nostro tempo, alla maturazione di un sentire sempre più comune all’interno dell’opinione pubblica. Tanto che anche le forti critiche a questa decisione finiscono inevitabilmente per essere rubricate come conservatrici, se non addirittura come reazionarie. 

Naturalmente la questione risulta pesantemente condizionata dai contrasti di natura politica e ideologica (tot giudici liberal contro tot giudici conservatori) e dal peso delle lobbies più attive circa una sempre più radicale omologazione ed equiparazione dei diritti degli individui rispetto alle differenze di genere. Ma penso che la semplice opposizione tra questi due fronti non spieghi ancora adeguatamente la posta in gioco di una sentenza da più parti definita «storica» (quale che sia la valutazione, positiva o negativa, che se ne dà), e il senso del clamore che essa ha scatenato. La novità che in questa circostanza è venuta a galla, sta piuttosto nel fatto che è cambiato o sta progressivamente cambiando il significato di alcune parole decisive, le quali racchiudono e veicolano una concezione e un sentimento determinato di sé e del mondo.  

Dal punto di vista di queste parole a me sembra che sia avvenuta una mutazione di non poco conto. Il progressismo di cui si ammanta la decisione della Corte sui matrimoni gay non è più sinonimo di libertarismo (come è stato di fatto a partire soprattutto dagli anni Settanta), quanto di un nuovo assetto borghese. Ad essere rivendicata non è la libertà di ciascuno nel progettare, costruire ed esprimere pubblicamente la propria scelta autonoma di vita, quanto la garanzia di poter regolarizzare in via di principio ogni possibile differenza di progetto esistenziale in un canone neutro a livello giuridico e istituzionale. Il rovescio esatto della medaglia, si potrebbe dire: dalla rivendicazione di diritti intesi come tendenzialmente assoluti (perché assoluta era la soggettività che essi esprimevano), e che per questo non tolleravano alcuna delimitazione da parte di un ordine culturale e sociale visto come soffocante, sino alla rivendicazione del diritto di poter disporre di istituzioni e leggi che permettano a quei diritti assoluti di stabilizzarsi, di istituzionalizzarsi, di diventare addirittura doveri sociali.  

È interessante ad esempio leggere in questa prospettiva le dichiarazioni di un intellettuale gay-oriented come lo scrittore David Leavitt, che in un’intervista al Corriere della Sera del 27 giugno (p. 14) ha ammesso con molta onestà: «Negli anni 70 e 80 a molti gay interessava fare outing e vivere secondo [un] modello di liberazione e promiscuità sessuale», di fronte al quale il matrimonio restava «un’istituzione borghese per eterosessuali. 

Ma forse eravamo come la volpe e l’uva: ci eravamo convinti di non averne bisogno perché non potevamo averlo». Ma poi, soprattutto «di fronte a una catastrofe sterminata come l’Aids molti gay si sono rifugiati in stili di vita più conservatori», fino a «diventare coppie e famiglie affiatate». 

Ma c’è un secondo aspetto di questa mutazione antropologica e semantica, ed è che questo esito egualitarista-istituzionale dei diritti individuali si appella in definitiva a motivazioni «naturali» e «religiose», se non addirittura «evangeliche». E questo, paradossalmente, a dispetto dell’aspra polemica ingaggiata contro le presunte basi naturali attribuite tradizionalmente dalle Chiese al solo matrimonio tra un uomo e una donna in vista della procreazione di un terzo. 

Basti rileggere a questo proposito le dichiarazioni del presidente Obama a commento – entusiasta e commosso – della decisione della Corte suprema (cito dal sito della Casa Bianca): «Il nostro popolo ha dichiarato che noi siamo stati creati tutti uguali – e uguale dev’essere anche l’amore con cui ci impegniamo gli uni con gli altri». L’eguaglianza creaturale viene tradotta nella uniformità dell’amore. Ma cosa vuol dire che quest’ultimo dev’essere «uguale» per tutti? Forse nient’altro che la misura dell’amore è il sentimento soggettivo, e dunque l’emozione reciproca, e che questo è del tutto sufficiente a renderlo un’istituzione matrimoniale (e patrimoniale). Come si concludeva il caldo tweet del Presidente fatto circolare contemporaneamente a queste dichiarazioni, love is love, l’amore è quello che è, senza alcun’altra «ragione» che il suo stesso feeling. Il carattere «naturale» del matrimonio gay è dovuto qui al semplice fatto che esso esprime la naturale uguaglianza di tutti gli individui. Tralasciando che, di fatto, la natura degli individui creati dice sì un’uguaglianza in ordine alla dignità e al valore del singolo, ma dentro delle precise e costitutive differenze.

Ma continuiamo ancora con le dichiarazioni presidenziali: «Su un tema delicato come questo, sappiamo che gli americani hanno una vasta gamma di punti di vista sulla base di convinzioni profonde. Perciò è vitale mantenere l’impegno della nostra nazione per la libertà religiosa». Il che vuol dire concretamente che la decisione della Corte «si applica solo ai matrimoni civili» e che questo «non cambia in nulla» il concetto di matrimonio fatto proprio tradizionalmente da queste istituzioni religiose. Insomma, coloro che vogliono attestarsi su una nozione religiosa di matrimonio devono poterlo fare tranquillamente, ma, appunto, questo dipende da opzioni di fede particolari, mentre la nozione standard, direi neutra, dell’istituto matrimoniale è un diritto per tutti, senza alcuna condizione che non sia la volontà di amarsi.

Infine, «Le leggi del nostro Paese si stanno approssimando alla verità fondamentale che milioni di noi americani conserviamo nel nostro cuore: quando tutti gli americani sono trattati come uguali – non importa chi sono o chi amano – siamo tutti più liberi». Appunto, è la verità che rende liberi, secondo il detto del Vangelo: e la verità è che tutti devono essere trattati ugualmente. Ma quando ciascuno di noi pensa a se stesso, che cosa pensa in verità? Solo di essere uguale agli altri? O più al fondo di questa uguaglianza (sacrosanta, beninteso) sta quell’irriducibile impronta personale che ognuno ha, o meglio «è» per se stesso? E non fa parte di questa irriducibilità il nostro essere maschi o femmine? O il nostro esser nati da un uomo e da una donna, da un padre e da una madre? 

Ciascuno penso debba essere libero di amare chi vuole; ma non di essere ciò che non è, di negare la sua storia personale e la sua differenza specifica. 

http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2013/6/28/NOZZE-GAY-2-Esposito-cosa-si-nasconde-dietro-l-amore-di-Obama-/print/407303/

 

Roll away your Stone

«Sembra che tutti i miei ponti siano stati bruciati/ma tu dici che questo è esattamente il modo in cui funziona questa faccenda della grazia/Non è la lunga camminata verso casa che cambierà questo cuore/Ma il benvenuto che ricevo ogni volta che riparto».

 

Mumford & Sons, Roll away your Stone

La chiamata di Dio

 

VON BALTHASAR/ La chiamata di Dio? Un meraviglioso “sequestro di persona”…

Massimo Serretti

 

mercoledì 26 giugno 2013

Tutta l’esistenza di un uomo che non fugge dalla chiamata di Dio e, ad un certo momento, nella sua libertà accompagnata e sostenuta dalla Grazia, acconsente e risponde ad essa, tutta quella esistenza è segnata, orientata e definita dalla vocazione e si precisa come risposta. Così, nell’estate del 1927, quando il promettente dottorando Hans Urs von Balthasar, partecipa ad un corso di esercizi spirituali, non lontano da Basilea (Whylen), nello Schwarzwald, avverte distintamente la chiamata che deciderà della sua persona, dei suoi talenti e della sua intera vita. 

Così egli stesso la descrive: «Ancora oggi, dopo trent’anni, potrei ritrovare in uno sperduto sentiero della Foresta Nera, non lontano da Basilea, l’albero sotto il quale fui colpito come da un lampo improvviso … Ma non furono né la teologia né il sacerdozio quel che allora balenò davanti ai miei occhi. Era unicamente: “Tu sei chiamato, tu non servirai, c’è chi si servirà di te; tu non devi far progetti, non sei che una piccola tessera in un mosaico già da tempo preparato”. Io dovevo solo “abbandonare tutto e seguire”, senza fare piani, senza desideri né riflessioni; dovevo solo stare in attesa e osservare per che cosa sarei stato utilizzato» (testo originale integrale: Por qué me hice sacerdote, Salamanca 1959).

L’ingresso nella Compagnia di Gesù e quindi la formazione ignaziana determinarono il quadro della risposta a quel “sequestro di persona” che fu la sua chiamata. Quel che balza all’occhio di chi si appresta a conoscere la sua biografia (cfr. Elio Guerriero, Hans Urs von Balthasar, Milano 1991) e la sua bibliografia è la mole della sua produzione letteraria: più di cento sono i volumi e un migliaio i titoli delle sue pubblicazioni. Pochi autori nella storia dell’umanità vantano una fecondità letteraria così estesa. Ma a chi gli chiedeva delucidazioni riguardo alla sua produzione teologica e filosofica egli rispondeva che un sacerdote, quando scrive, è solo perché non ha niente di meglio da fare. E quando iniziarono a uscire i primi volumi (il primo è del 1961) della sua grande trilogia (EsteticaDrammatica e Logica, cui seguì Epilogo, 1987, un anno prima della sua dipartita) e qualcuno gli chiedeva se pensava di riuscire a condurre a termine un’opera così monumentale, egli rispondeva che la sua più grande preoccupazione non era quella di completare la sua opera, quanto quella di conchiudere l’edizione dell’opera di Adrienne von Speyr da lui curata. L’autoironia che traspare dalla prima risposta e il disinteresse, nel senso della gratuità che bada all’altro più che a sé, che si rivela nella seconda, manifestano lo spirito col quale il p. Balthasar svolgeva il suo lavoro come uno che è «preso a servizio». 

Papa Benedetto, legato a lui da «sincera amicizia», come egli stesso ebbe a testimoniare, lo ricordava «come un uomo di fede, un sacerdote che nell’obbedienza e nel nascondimento non ha mai ricercato l’affermazione personale, ma in pieno spirito ignaziano ha sempre desiderato la maggior gloria di Dio» (Messaggio del 6 ottobre 2005). È in virtù di questo legame amicale operativo, nella collaborazione a imprese comuni come la rivista internazionale “Communio”, che il beato Giovanni Paolo II incaricò l’allora cardinal Ratzinger di presiedere alle esequie di von Balthasar il primo luglio del 1988 nella Cattedrale di Lucerna. Ed è sufficiente leggere il testo dell’omelia funebre, per intendere la qualità della conoscenza reciproca e del legame che li univa. Entrambi splendono nel firmamento del Novecento cattolico come due stelle di prima grandezza, nella diversità delle sensibilità intellettuali e delle vocazioni ecclesiali.

Nella conferenza pubblica tenuta dal p. Balthasar, poche settimane prima della sua morte, a Madrid (10 maggio 1988) egli riassume in cinque pagine (in a nutschell com’egli stesso afferma) la sua opera e presenta il mistero dell’Incarnazione e quello della SS. Trinità come i due contenuti della Rivelazione irriducibili ad una ragione che intenda rimanere nei limiti di se stessa. In questa stessa occasione egli preconizza una specie di fine del pensiero filosofico, in quanto naturalmente aperto al Mistero, proprio a partire dal rifiuto previo del Mistero stesso. Dall’altra sponda già Friedrich Nietzsche aveva messo in guardia dal fatto che la conoscenza e la verità erano le ultime trappole tese dal cristianesimo ed aveva conseguentemente richiamato alla necessità di sorpassarle qualora si fosse voluto sorpassare, cioè far fuori il cristianesimo stesso.

Se, a venticinque anni dalla morte di Hans Urs von Balthasar, ci interroghiamo oggi sulla vitalità e sul futuro della sua opera, non possiamo non tornare a riprendere l’interrogativo che egli stesso si pose nella premessa del suo ultimo libro (Epilogo, Milano 1994). In ordine compositivo si tratta dell’ultima pagina del libro. L’introduzione infatti si scrive sempre per ultima. «Se da queste ultime mie parole scritte si possa trarre qualcosa di utile alla moderna didattica e catechetica per l’umanità che oggi incontriamo, ho molti dubbi. Bisogna prendere l’uomo là dove sta, si va dicendo. “In America un ragazzo di sedici anni ha passato in media quindicimila ore, dunque quasi due anni interi, davanti alla televisione». … Un missionario della giungla ha un compito relativamente facile: si trova davanti un’anima naturaliter christiana, per quanto primitiva. (…) Ma qual è l’aggancio con un’anima technica vacua? Io non lo so. … Questo volumetto [epilogo dell’intera opera] non intende essere di più che una bottiglia gettata nell’acqua del mare, sarebbe un miracolo se toccasse terra da qualche parte e trovasse qualcuno. Ma queste cose a volte succedono» (96).

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/6/26/VON-BALTHASAR-La-chiamata-di-Dio-Un-meraviglioso-sequestro-di-persona-/print/406635/

 

L’Io fatto per cose grandi

Pubblichiamo l’invito alla lettura di Gianfranco Lauretano di Che cos’è mai l’uomo, perché di lui ti ricordi? L’io, la crisi, la speranza (edizioni Ares) di Giovanni Fighera

Questo libro di Giovanni Fighera è un percorso preciso e documentato, passo a passo, su una questione che l’autore ritiene fondamentale: senza il Mistero, il mondo è più piccolo e assurdo, soprattutto la parte più interessante del mondo, cioè l’io, la persona. È proprio questo il punto di partenza con cui inizia la meticolosissima indagine di Fighera: riportando alcuni dati antropologici incontestabili, l’autore definisce i punti salienti del «disagio dell’io», il primo dei quali è la situazione di diffusa incertezza esistenziale che viviamo:

Spenti tutti i lanternoni del passato, l’epoca contemporanea assiste all’accensione di un nuovo lanternone culturale che nega l’esistenza di qualsiasi verità assoluta, privilegia una finta tolleranza in nome di un presunto multiculturalismo, si rivolge all’esperto in ogni campo, una volta che tutte le figure di riferimento del passato sono cadute. Persa di vista l’unità del sapere e il senso complessivo della cultura, si assiste ad una parcellizzazione delle discipline che non sono più riconducibili ad un unicum, che non riescono a dialogare tra loro.

fighera_che_cos____mai_l__uomo__perch__di_lui_ti_ricordiSpenta la lanterna della verità assoluta, l’uomo vive una stagione di apparente leggerezza che è come il sipario dietro cui si cela una «gaia disperazione», ossimoro assai centrato per esprimere quel misto di leggerezza e debolezza che è non solo il nocciolo del pensiero filosofico contemporaneo (ma l’autore avverte che la filosofia che impronta la mentalità di oggi passa preferibilmente attraverso i media di massa piuttosto che la scuola o le istituzioni tradizionalmente deputate alla cultura) ma la stoffa della stessa esistenza quotidiana di gran parte dei contemporanei. Il modello è quello virtuale dei divi, non dei maestri; neppure più dell’eroe antico, oggi palesemente ritenuto impossibile per la comprovata discrepanza tra azione e ideale.
Da qui deriva anche la percezione della realtà come carcere. Procedendo nella sua analisi che calibra in modo bilanciato descrizione del mondo e citazione di esempi tratti dalla storia dell’arte e del pensiero, l’autore ci ricorda che

tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, tre artisti, Pirandello, Van Gogh, Munch, anticipano in diverse arti quella percezione di crisi dell’uomo che caratterizzerà gran parte dei decenni successivi. Un uomo che è inerte, angosciato o addirittura paralizzato.

Ancora una volta, seguendo una precisa logica, siamo introdotti ad un elemento descrittivo della situazione d’oggi, che risulta centrale nel libro: il dramma della solitudine contemporanea. L’uomo ha sì desiderio di comunicare, ma, avendo negato a se stesso ogni verità, cosa c’è più da dire?

Tanta letteratura del Novecento documenta questa difficoltà o impossibilità a raggiungere la verità, il Mistero della realtà. Se non c’è una verità o se essa non è da noi conoscibile, non è possibile una reale comunicazione tra gli uomini, perché non si può pensare di mettere in compartecipazione una verità che sia portata da uno dei due interlocutori o che sia derivata da altri. Quando la verità è negata alle radici, ognuno continua a camminare nel proprio  tunnel di vetro trasparente in cui potrà vedere gli altri, senza, però, entrare realmente in contatto con loro.

Inizia a questo punto, già nella «parte prima» del libro un percorso dettagliato alla scoperta di come si sia formato un tipo antropologico come quello di oggi. I primi spunti ci raccontano di un uomo senza anima, vicino agli animali, solo più cattivo; poi di un’idea di uomo e società in cui a prevalere sono gli oggetti che danno soddisfazione al bisogno, le merci, in quello straordinario e terribile sovvertimento di gerarchia per cui non è più il prodotto a servire l’uomo ma, all’opposto, è l’uomo ad essere mezzo di produzione e il suo bisogno e desiderio è ridotto al piacere. Interessante è anche il punto di partenza storico che ci offre Fighera, cioè quel Montaigne da molti ritenuto un modello di umanesimo. Una lettura più attenta della sua opera ci porta sotto gli occhi un’idea decisamente diversa della concezione d’uomo del filosofo francese:

Il discorso di Montaigne, argomentato con situazioni ed esemplificazioni che a lui paiono inconfutabili, approda ad una conclusione: «Noi non siamo né al disopra né al disotto del resto; tutto quello che è sotto il Cielo […] è sottoposto ad una legge e ad una sorte uguale».

Ma attraverso questa strada non si giunge, come parrebbe, alla libertà e alla realizzazione dell’umano. Anzi, l’equiparazione di uomini e bestie, l’appiattimento sul possesso e sul piacere portano ad un distacco dall’amore alla vita e a sé, fino al revival «neomalthusiano» di pratiche contrarie alla vita, in nome, guarda caso, ancora della libertà e della salute. Menzogne come l’ideologia darwinista, spacciata dalla scuola in maniera indiscutibile quando è stata confutata persino dalla scienza, dimostrano come il vero scopo dell’imposizione di una certa mentalità -infiltratasi purtroppo persino nella maggioranza dei percorsi educativi- non sia affatto lo sviluppo dell’uomo e della cultura umanistica; persino l’ecologia è utilizzata per un secondo fine. I nuovi miti che si sono imposti, soprattutto quello tecnologico delle macchine e della falsa facilità di accesso ai servizi e di comunicazione immediata, contribuiscono invece a loro volta all’affermazione di un materialismo in cui l’uomo è ridotto a ricerca del benessere economico e la verità è passata attraverso il nichilismo di Nietzsche, la cui versione odierna è il relativismo: tutte le verità sono uguali e non assolute, cioè la verità non esiste.

Non c’è proprio più nulla che possa distinguere l’uomo dalla bestia e l’homo religiosus è definitivamente ridotto a homo oeconomicus. L’uomo non è più domanda di Infinito, esigenza di felicità, di amore, di bellezza, ma è materia pensante. Anche la natura del desiderio è così ridotta alla stregua dei bisogni materiali.

La parte seconda del volume è un’ulteriore, documentata declinazione storica dell’idea di uomo e del suo rapporto con la verità e il Mistero. Occorre riaccennare all’uso che Fighera fa della letteratura: l’ampia messe di esempi che riporta e il tipo di lettura che ne fa rinverdiscono il vero senso della letteratura stessa, il motivo per cui le opere del passato e del presente sono state scritte. Esse sono infatti un tentativo di conoscenza, una risposta data alle domande fondamentali dell’uomo: sono un aiuto alla comprensione dei dati dell’io. Così le usa e le interpreta l’autore: prima che un oggetto scaturito da una qualche forma di tecnologia linguistica o ispirazione sciamanica, sono l’appassionato risultato di un uomo in ricerca.  Questo uomo ha cambiato stile e concezioni nell’arco dei secoli, i cui capitoli fondamentali sono rintracciati nella classicità greca e romana, nel Medioevo, negli albori della modernità, fino all’Illuminismo-Romanticismo e all’epoca novecentesca delle ideologie. Di ogni fase Fighera dettaglia la mentalità, certificando mediante l’uso dei testi letterari il suo formarsi e mutare nel tempo.

Le ultime parti, più brevi, tentano di scorgere le strade per un possibile riscatto dell’umano, così privato delle sue istanze migliori. Il primo punto è il desiderio, che non solo è connaturato nell’uomo ma in più, come dice Teresa di Lisieux, è attivato di fronte alla comparsa del suo oggetto, e in qualche modo rilanciato ulteriormente. Anche il desiderio è quindi bersaglio delle mire del potere, che vorrebbe ridurre l’uomo a consumatore e che proprio sul desiderio basa i suoi stimoli in questa direzione. Perciò occorre conservare un atteggiamento di stupore, così inteso:

L’atteggiamento di stupore proprio del bambino rappresenta l’impeto dell’uomo che entra con curiosità nell’avventura della realtà per conoscerla. Proprio questo stupore è l’atteggiamento da cui nasce la filosofia.  Il fascino che la realtà desta diventa il mezzo che attira e che cattura il bambino tanto da far sorgere in lui le domande: «Che cos’è questo oggetto? Come si chiama? A che cosa serve?». La conoscenza avviene attraverso la creazione di un legame con l’oggetto incontrato fino al desiderio di comprendere il suo fine  e la sua utilità.

Fino al passaggio successivo:

In realtà l’atteggiamento di domanda stupita non è naturale solo del bambino, non è fanciullesco, ma è proprio di un uomo che sia interessato al reale, cioè che sia pienamente coinvolto nella vita. Lo stupore non ci fa fermare all’immagine immediata, ma ci sprona ad andare oltre l’apparenza, a cogliere per così dire l’oltranza, il significato, la ragione, la provenienza di ciò che vediamo e che accade. Allora l’atto della conoscenza diventa un impeto, un movimento, una tensione e una propensione verso il Mistero che si coglie nella realtà e che si desidera conoscere. Chi mi ha regalato questi fiori? Chi mi ha dato la Luna piena così splendente in cielo, da guardare? Chi ha creato la bellezza del mondo? Quando è guardata con stupore la realtà viene colta come segno e, in un certo modo, come via veritatis, strada per la verità. Lo sguardo stupito fa cogliere nella realtà un’unità profonda, un Mistero che accomuna tutto.

Questo Tu che ha creato il mondo apre le porte all’amore, vero fulcro della conoscenza, e all’appartenenza ad esso, per cui la solitudine che contraddistingue i contemporanei è sconfitta con l’adesione e l’appartenenza alla Verità. Rinasce così anche la capacità di costruzione di un mondo più umano, attraverso la responsabilità, che è etimologicamente un rispondere a qualcuno. Gli ultimi argomenti del libro, dopo aver attraversato gli elementi basilari di una ricostruzione dell’umano nella sequenza desiderio-stupore-amore-appartenenza-responsabilità, affrontano tutte le questioni legate al mondo di oggi, soprattutto quelle che riguardano l’uso vero della ragione, così mistificato dal razionalismo, e della fede, sempre connessa alla ragione, di cui nessun cristiano ha mai paura, anzi; quelle infine che riguardano la cultura e l’idea di popolo, fino alle accezioni più concrete della politica e della società. Fighera lo fa tenendo sempre presente i suoi modelli, che lo accompagnano quotidianamente nel suo lavoro di insegnante e di scrittore, i quali non sono solo gli scrittori stessi, ma tutti i maestri della Chiesa e della società che non si stancano di indicarci una visione positiva dell’uomo e della sua capacità di costruire la civiltà, costruendo l’io.

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Ricerca etica

Si è conclusa positivamente la prima fase dei test sul trapianto di cellule staminali neuronali in pazienti affetti da Sla (Sclerosi Laterale Amiotrofica) effettuati dal team guidato dal professor Angelo Vescovi. Lo ha dichiarato oggi lo stesso Vescovi, in un convegno a Roma.

VIA ALLA SECONDA FASE. Vescovi, direttore scientifico dell’Ircss Casa sollievo della sofferenza opera di san Pio da Pietrelcina di San Giovanni Rotondo, ha spiegato che si tratta di «uno studio sperimentale condotto secondo i più rigorosi criteri scientifici ed etici, per una malattia neurologica mortale». «Siamo soddisfatti ed orgogliosi di aver mantenuto la promessa fatta ai nostri sostenitori, ai malati e alle loro famiglie – ha proseguito lo scienziato – La prima fase, durata un anno, si è limitata a verificare la possibile esistenza di effetti nocivi del trapianto. Non essendo stati riscontrati danni o effetti collaterali, l’Istituto superiore di Sanità e l’Aifa hanno autorizzato l’avvio della seconda parte della sperimentazione che prevede il trapianto in zone più alte del midollo spinale, nella regione cervicale.

METODO ETICO. Sostenuta da un’associazione no profit,  la ricerca è stata autorizzata dall’Istituto Superiore di Sanità e concepita dall’associazione Neurothon, presieduta dal vescovo di Terni, Vincenzo Paglia. «Grazie al nostro metodo con pochissimi campioni di cellule fetali neuronali prelevate da aborti spontanei – ha spiegato Vescovi – è possibile produrre una quantità illimitata di cellule staminali».«La sperimentazione – ha proseguito il biologo – viene svolta secondo la normativa internazionale in accordo alle regole dell’European Medicine Agency e con le cellule prodotte in stretto regime di norme di buona fabbricazione, vale a dire riconosciute dalle commissioni sanitarie nazionali come idonee all’utilizzo di studi clinici, con certificazione dell’Aifa, confermando l’Italia fra i paesi che fanno test di avanguardia nell’ambito delle staminali».

LA RICERCA. Lo studio è stato effettuato su sei pazienti affetti da Sla. Sono state trapiantate cellule staminali cerebrali umane nel loro midollo spinale lombare, in prossimità delle cellule nervose chiamate motoneuroni, che nella Sla muoiono gradualmente, paralizzando progressivamente i muscoli, fino a causare la morte del paziente. Dal punto di vista della sicurezza della tecnica utilizzata e della procedura chirurgica, non si sono manifestate complicanze. Nell’immediato post-operatorio nessun paziente ha avuto disturbi della sensibilità o sfinterici e la risonanza magnetica non ha mostrato segni di danno tissutale, raccolte ematiche o fistole liquorali. In media i pazienti sono stati dimessi dal reparto di neurochirurgia dopo soli dieci giorni e avviati ai reparti di riabilitazione. Dal punto di vista del follow-up clinico non sono emersi sintomi o segni indicativi di malattia complicazioni o problemi riferibili alla procedura sperimentale.

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Essere affamati di amore

E lei invece…
La donna si è chinata, entrando dalla porta. Ha qualcosa stretto al petto. E gli occhi di cagna affamata. La bocca serrata, una crepa. La cena è già in corso. Passano i piatti, corrono i bicchieri.
Ma Gesù, lui, resta quasi sempre silenzioso. Pietro lo guarda.
Quasi nessuno ha fatto caso a cosa stia facendo la donna.
Si è avvicinata a terra davanti a Gesù, semidisteso su dei cuscini come tutti.
Si è accucciata. Come una sperduta. E ora con le mani gli sta ungendo i piedi. Estrae l’unguento dal vasetto. E poi li asciuga usando i lunghi capelli. Ha il viso assorto, le tempie tese come pugnali. Fa gesti rapidi di gatto. Qualcuno le guarda la bocca. La curva del seno sotto il vestito. Lei non si guarda intorno. Dev’essere dentro una grande tempesta, una supplica. Dev’essere da qualsiasi parte si è quando ci si attacca ai piedi di un vivo o di un morto. E li si bacia e venera. In un inferno o in una dolce dura servitù. In un amore che combatte forte contro la morte. Giuda da un angolo, la testa appoggiata alla parete, la guarda, occhi di pioggia. Il padrone si avvicina e fa come a una rognosa: «Vattene!». Ma il Nazareno solleva il viso della donna, della cagna. «Perché te la prendi con lei? Voi non mi avete dato nemmeno di che profumarmi le mani quando sono arrivato. E lei invece …»

 

 

Scorci, Davide Rondoni, Avvenire