Organismo vitale

 

La famiglia? Ha le stesse difficoltà di una società che si ripiega sull’io e che diventa incapace di dono. A dirlo e Mauro Magatti, sociologo e docente nell’Università Cattolica di Milano, che oggi insieme al filosofo e scrittore francese Fabrice Hadjadj parlerà al convegno “Accogliere la famiglia per sviluppare una risorsa” organizzato dalla Cometa, la realtà comunitaria di accoglienza, formazione e lavoro fondata a Como nel 1986 dai fratelli Erasmo e Innocente Figini. 

Il professor Magatti parla di crisi della famiglia con ilsussidiario.net. Mai come oggi la famiglia naturale appare in difficoltà, professore. «Siamo in un tempo in cui la famiglia è investita da pulsioni molto forti. Secondo una ricerca americana riportata ieri dal Corriere, negli ultimi 50 anni i nuclei familiari mantenuti da madri single sono passati dal 7 al 25 per cento. Il dato è emblematico di una una società individualista che fatica a capire la famiglia e che considera il legame familiare come troppo vincolante». 

Dove sta il punto?
È l’approdo di una idea di libertà concepita come assoluta. Ad esso si aggiunge una sorta di smemoratezza della nostra società verso la famiglia: si ignora ciò che storicamente la famiglia ha rappresentato nel processo di crescita economica e sociale del nostro tempo, nello struttrare in maniera più civile le relazioni tra uomo e donna, nella cura dei figli.

A proposito di figli. Cometa nasce da un affido…
L’affido, che nel caso di Cometa ha dato vita ad una grande esperienza comunitaria, è una grande risposta, in positivo, alla crisi della famiglia. La diagnosi più frequente è che essa, aggredita dalla cultura individualistica dominante, si frammenti, si spacchi. C’è però un altro aspetto della sua crisi, e riguarda i limiti del modello nucleare di famiglia proprio della nostra società industriale. 

Cosa intende dire?
La famiglia, nella storia, ha mostrato sempre una sua peculiare plasticità; pensiamo alla famiglia contadina, e poi a quella dell’età industriale, così diversa dalla prima. Questa seconda però sta soffrendo di una grave carenza di dinamicità, che aggrava ulteriormente la crisi dovuta ai fattori culturali prima ricordati.

In altri termini, professore?

La famiglia si costruisce su due assi: quello del rapporto tra generazioni quello del rapporto affettivo di coppia. Fatta salva questa definizione, le forme sono tante: ad esempio in certe epoche più generazioni − nonni, genitori, figli, nipoti − hanno convissuto; poi il modello è cambiato. La famiglia nucleare, quella che abbiamo più o meno tutti in mente oggi − per intenderci, genitori e figli dentro l’appartamento in città − è la forma che si è associata all’industrializzazione. Ha avuto i suoi meriti, ma adesso sta soffrendo.

E la strada per farla vivere sarebbe quella di oltrepassarne i limiti?
La famiglia è definita da una dinamica di autotrascendenza. Nel momento in cui mette al mondo un figlio, padre e madre si autotrascendono, si donano e sono in funzione di qualcuno che è altro da loro. Qui torniamo all’affido: l’idea di autotrascendere il confine del sangue per diventare una famiglia accogliente, più ampia, sta dentro la logica della famiglia, non è una logica diversa. È la logica dell’ospitalità. Ciò che sostengo, e che l’esperienza di Cometa dimostra, è che tale espansione è una potente risposta alla crisi di cui stiamo parlando, quella per cui la mia famiglia comincia e finisce in casa mia e il mondo sta di fuori.

Dunque una parte importante della crisi…
È dovuta al fatto che la famiglia si è irrigidita, è diventata meno capace di stare dentro il flusso della vita e di arrichirsi nello scambio con la realtà. In questo l’esperienza di Cometa è avanzata, complessa e ricca. Aiuta a capire che la genitorialità è un movimento esistenziale che va al di là del diventare papà e mamma.

Cosa vuol dire questo nel concreto delle nostre case?
Vuol dire mettersi insieme ad altre famiglie per aiutarsi a trovare soluzioni condivise ai problemi dell’abitare, a rispondere all’educazione dei figli. Basta poco: si comincia dall’ospitare il ragazzo straniero che viene a studiare in Italia, o dal condividere con altri il sostegno ai propri malati.

È sicuro che quello che sta dicendo sia alla portata di tutti?

Tale movimento non va compreso in chiave moralistica. L’autotrascendenza dei propri confini non è nient’altro che la risposta alle urgenze che la vita pone. Una famiglia troppo poco capace di respirare la vita è una famiglia che si ammala. La famiglia è un organismo vitale: accompagna la vita, cambia i rapporti e la realtà intorno a sé. Paradossalmente le famiglie contadine di una volta avevano al loro interno una vivacità molto maggiore delle nostre famiglie nucleari. Non a caso erano anche più solide.

Crisi della famiglia e crisi economica: cosa pensa in proposito?
Come è andato in crisi il matrimonio, parallelamente è andato in crisi il patrimonio. Matrimonio è mater-munus, cioè dono della madre; patrimonio è il dono del padre. Io vi vedo una corrispondenza: da una parte abbiamo una società che alle nuove generazioni non passa più il suo patrimonio, ma il suo debito. Dall’altra parte quella stessa società distrugge il matrimonio. Sono due fenomeni apparentemente lontani, ma che in realtà manifestano in forme diverse la difficoltà di una società che si ripiega sull’io e che diventa incapace di dono. Il dono della vita e il dono delle risorse per dare ai figli un futuro. 

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Cronaca/2013/5/31/FAMIGLIA-SOTTO-ATTACCO-Magatti-solo-un-dono-puo-salvarla-dalla-fine/print/398558/

 
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Sequela, comunione ,condivisione


Roma (AsiaNews) – Solidarietà, saper mettere a disposizione di Dio e del prossimo quello che abbiamo, per seguire Gesù che “si fa cibo, il vero cibo che sostiene la nostra vita anche nei momenti in cui la strada si fa dura, gli ostacoli rallentano i nostri passi”. “Sequela, comunione, condivisione” è la via che per papa Francesco indica la celebrazione del Corpus Domini. Davanti alla basilica di san Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma, 20mila persone partecipano, malgrado la giornata piovosa, alla messa che il Papa celebra per la solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo e, quando orami la sera avanza, accompagnano Francesco, a piedi, nella processione – aperta dalle Confraternite romane con i loro stendardi e abiti tradizionali – che percorre tra due ali di folla i quasi due chilometri fino alla basilica di santa Maria Maggiore.

Papa Francesco, all’omelia, commenta il brano evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci: evidenzia come Gesù dà da mangiare alla “moltitudine” che “lo segue, lo ascolta, perché Gesù parla e agisce in modo nuovo, con l’autorità di chi è autentico e coerente, di chi parla e agisce con verità, di chi dona la speranza che viene da Dio, di chi è rivelazione del Volto di un Dio che è amore”.

“Facciamo un passo avanti: da dove nasce l’invito che Gesù fa ai discepoli di sfamare essi stessi la moltitudine? Nasce da due elementi: anzitutto dalla folla che, seguendo Gesù, si trova all’aperto, lontano dai luoghi abitati, mentre si fa sera, e poi dalla preoccupazione dei discepoli che chiedono a Gesù di congedare la folla perché vada nei paesi vicini a trovare cibo e alloggio. Di fronte alla necessità della folla, ecco la soluzione dei discepoli: ognuno pensi a se stesso; congedare la folla! Quante volte noi cristiani abbiamo questa tentazione! Non ci facciamo carico delle necessità degli altri, congedandoli con un pietoso: ‘Che Dio ti aiuti’. Ma la soluzione di Gesù va in un’altra direzione, una direzione che sorprende i discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma come è possibile che siamo noi a dare da mangiare ad una moltitudine? «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». Ma Gesù non si scoraggia: chiede ai discepoli di far sedere la gente in comunità di cinquanta persone, alza gli occhi al cielo, recita la benedizione, spezza i pani e li dà ai discepoli perché li distribuiscano. E’ un momento di profonda comunione: la folla dissetata dalla parola del Signore, è ora nutrita dal suo pane di vita. E tutti ne furono saziati, annota l’Evangelista”.

Ancora: “da dove nasce la moltiplicazione dei pani? La risposta sta nell’invito di Gesù ai discepoli «Voi stessi date…», “dare”, condividere. Che cosa condividono i discepoli? Quel poco che hanno: cinque pani e due pesci. Ma sono proprio quei pani e quei pesci che nelle mani del Signore sfamano tutta la folla. E sono proprio i discepoli smarriti di fronte all’incapacità dei loro mezzi, alla povertà di quello che possono mettere a disposizione, a far accomodare la gente e a distribuire – fidandosi della parola di Gesù – i pani e pesci che sfamano la folla. E questo ci dice che nella Chiesa, ma anche nella società, una parola chiave di cui non dobbiamo avere paura è solidarietà, saper mettere, cioè, a disposizione di Dio quello che abbiamo, le nostre umili capacità, perché solo nella condivisione, nel dono, la nostra vita sarà feconda, porterà frutto. Solidarietà: una parola malvista dallo spirito mondano!”

“Questa sera, ancora una volta, il Signore distribuisce per noi il pane che è il suo Corpo, si fa dono. E anche noi sperimentiamo la ‘solidarietà di Dio’ con l’uomo, una solidarietà che mai si esaurisce, una solidarietà che non finisce di stupirci: Dio si fa vicino a noi, nel sacrificio della Croce si abbassa entrando nel buio della morte per darci la sua vita, che vince il male, l’egoismo, la morte”.  “E nell’Eucaristia il Signore ci fa percorrere la sua strada, quella del servizio, della condivisione, del dono, e quel poco che abbiamo, quel poco che siamo, se condiviso, diventa ricchezza, perché la potenza di Dio, che è quella dell’amore, scende nella nostra povertà per trasformarla. Chiediamoci allora questa sera, adorando il Cristo presente realmente nell’Eucaristia: mi lascio trasformare da Lui? Lascio che il Signore che si dona a me, mi guidi a uscire sempre di più dal mio piccolo recinto per uscire e non aver paura di donare, di condividere, di amare Lui e gli altri? Sequela, comunione, condivisione. Preghiamo perché la partecipazione all’Eucaristia ci provochi sempre: a seguire il Signore ogni giorno, ad essere strumenti di comunione, a condividere con Lui e con il nostro prossimo quello che siamo. Allora la nostra esistenza sarà veramente feconda”.

http://www.asianews.it/notizie-it/Papa:-solidarietà,-saper-mettere-a-disposizione-di-Dio-e-del-prossimo-quello-che-abbiamo,-per-seguire-Gesù-28068.html

Nè etichette, nè confini

 

28/05/2013 – È un detenuto albanese che sabato ha ricevuto Battesimo, Cresima ed Eucaristia. Tutto dentro le mura del carcere. La stessa strada che aveva già percorso il suo padrino, Giovanni. «È Qualcuno che mi ha preso per mano…»

  • Armand riceve la Comunione.

Di persona in persona. Così si trasmette un’esperienza. E così da duemila anni a questa parte avviene anche per la fede. Che avvenga in un’aula di università o in una cella di un carcere, com’è successo a Padova sabato 25 maggio. Armand, un detenuto albanese di 36 anni ha ricevuto Battesimo, Cresima ed Eucaristia.Come padrino, Dinja, suo connazionale e detenuto per pene gravi come lui, già battezzato due anni fa con il nome di Giovanni, nel carcere penale di Padova “Due Palazzi”. Tutto si è svolto dentro le mura del carcere. Per Armand e il suo padrino di uscire anche poche ore non se ne parla proprio.

Come è arrivato a questo passo, lo ha spiegato Armand stesso in una lettera che ha voluto inviare a papa Francesco: «Mio padre è di religione musulmana, mia madre ortodossa. Ancora minorenne andai in Grecia in cerca di lavoro, poi in Italia sempre da clandestino. Un grave incidente automobilistico rese ancora più difficile la mia vita. È stato allora che ho calpestato quelli che oggi chiamo i miei fratelli, ma a quei tempi consideravo solo persone da rapinare e sfruttare. Ero come accecato. In carcere ho incontrato Cristo nello sconforto e nel fallimento della mia vita. In fondo a questo tunnel ho trovato persone che mi hanno preso per mano. Oggi è grazie a loro, con la lettura delle Sacre Scritture e con le preghiere, che posso dire di essere una persona diversa».

Anche Bledar Giovanni ha scritto a papa Francesco. E il suo itinerario è simile a quello dell’amico. Nei primi anni di detenzione, il buio totale e l’incapacità di riconoscere il proprio male. Poi, nei capannoni dove lavora, l’incontro con Franco, Marino e Ludovico. «Erano tutti ergastolani», scrive l’ex-capobanda. «Anche se la loro pena era uguale alla mia io li vedevo sorridenti. Ho cominciato a frequentarli al lavoro e anche in sezione. Andavano ogni domenica a messa e al sabato alla Scuola di comunità. Anch’io ho iniziato ad andare a messa non tanto per me, ma per vedere cosa fanno Franco, Marino e Ludovico, e lì ho visto che pregavano Dio. Così ho cominciato domenica dopo domenica, ad andare a messa e lì ho deciso che io appartenevo a Dio e che Dio mi apparteneva. Ho chiesto a Franco e a Marino se potevo anch’io andare con loro a Scuola di comunità».

«Storie di risurrezione germogliate nel deserto della disperazione e della dimenticanza», commenta don Marco nell’omelia. Una persona importante per Armand. È il cappellano del carcere, che assieme all’Ufficio catecumenato della diocesi ha seguito passo passo tutta la sua preparazione al Battesimo. «Il carcere è un deserto spietato», aggiunge. «Certi giorni ti addolcisce la morte con le sue nenie funebri. Il carcere è un deserto ospitale: nel suo silenzio qualcuno ti attira per parlare al cuore.Il vero fallimento non è abitare in un carcere, ma non sapersi dare delle risposte quando le domande sono urgenti». «Armand nel deserto ha ritrovato il senso della sua vita», è sempre il cappellano del carcere a parlare. «Attraverso la manualità del lavoro ha iniziato a ricostruire la sua dignità, sfogliando le pagine del Vangelo ha scoperto la capacità di stupirsi, sentendo parlare di Gesù Cristo ha avvertito il sospetto che ci fosse Qualcuno capace di trasformare la colpa e il delitto in occasione di grazia. D’altronde il cemento e il ferro nulla possono contro le sorprese di un Dio che irrompe quando meno lo aspetti, che s’infila dentro le ferite più assurde dell’umano. La furbizia di Armand è stata quella di non sottovalutare il fattore “misericordia”, quella che non cancella la giustizia ma che è capace di far rinascere l’uomo».

Tante persone da ringraziare al temine della messa. Don Marco cita il direttore della struttura Salvatore Pirruccio, la polizia penitenziaria, Nicola Boscoletto a nome di tutto il consorzio Giotto, i diaconi e i catechisti che hanno accompagnato Armand, che da oggi ha aggiunto il nome Davide, nel suo percorso catecumenale. Una catena di facce, di incontri, di occasioni, in cui la verità intuita diventava ogni giorno più vera e palpabile. Un popolo molto composito, gli amici del lavoro e della Scuola di comunità, ma anche tanti altri detenuti e altre facce amiche. Il popolo che il Signore sta suscitando anche qui, dietro queste mura, non conosce etichette né confini.

 

 

 

http://www.tracce.it/default.asp?id=371&id_n=35133

La sequela

 

«L’annunzio di Gesù non è una patina: l’annunzio di Gesù va alle ossa, al cuore, va dentro e ci cambia. E questo lo spirito del mondo non lo tollera e per questo vengono le persecuzioni».

 
 
 

Papa Francesco, questa mattina nell’omelia alla Messa alla Casa Santa Marta, ha ricordato la domanda che Pietro rivolge a Cristo, quando gli chiede quale premio meriterà chi lo seguirà. Gesù risponde che chi sarà suo discepolo riceverà «tante cose belle», seppure dovrà affrontare «persecuzioni». La strada di Dio, ha spiegato il pontefice «è una strada di “abbassamento”, che finisce nella Croce». Le persecuzioni, le difficoltà ci saranno sempre, «perché Lui ha fatto questa strada prima di noi».
«Quando un cristiano non ha difficoltà nella vita – ha ammonito papa Francesco – significa che qualcosa non va». Il fatto che sia tutto tranquillo può essere anche un segnale che quel credente si è omologato allo «spirito del mondo, della mondanità».

NON SI PUO’ TOGLIERE LA CROCE. È una tentazione presente anche per l’uomo di fede, che può mettere dei paletti, delle limitazioni alla sequela di Cristo. Come a dire: «Seguire Gesù sì, ma fino a un certo punto; seguire Gesù come una forma culturale, ma senza l’esigenza della vera sequela di Gesù, l’esigenza di andare sulla sua strada. Se si segue Gesù come una proposta culturale, si usa questa strada per andare più in alto, per avere più potere. E la storia della Chiesa è piena di questo, cominciando da alcuni imperatori e poi tanti governanti e tante persone, no? E anche alcuni – non voglio dire tanti ma alcuni – preti, alcuni vescovi, no? Alcuni dicono che sono tanti… ma alcuni che pensano che seguire Gesù è fare carriera».
Il problema, ha spiegato il papa è che «non si può togliere la Croce dalla strada di Gesù». Ciò non significa essere masochisti, ricercare il male. Il pontefice ha voluto spiegare che il problema è proprio «seguire Gesù per amore». Questo è il vero potere del cristiano, «la sua testimonianza». Ed esattamente questo è ciò che lo “spirito del mondo” non tollera.

MADRTERESA DI CALCUTTA. Quindi il Santo padre ha fatto un esempio molto concreto: «Pensate a Madre Teresa: cosa dice lo spirito del mondo di Madre Teresa? “Ah, la Beata Teresa è una bella donna, ha fatto tante belle cose per gli altri…”. Lo spirito del mondo mai dice che la Beata Teresa, tutti i giorni, tante ore, era in adorazione… Mai! Riduce al fare bene sociale l’attività cristiana. Come se l’esistenza cristiana fosse una vernice, una patina di cristianesimo. L’annunzio di Gesù non è una patina: l’annunzio di Gesù va alle ossa, al cuore, va dentro e ci cambia. E questo non lo tollera lo spirito del mondo, non lo tollera e per questo vengono le persecuzioni».
La sequela non è un affare comodo: «La sequela di Gesù è proprio questo: per amore andare con Lui, dietro di Lui: lo stesso cammino, la stessa strada. E lo spirito del mondo sarà quello che non tollererà e ci farà soffrire, ma una sofferenza come l’ha fatta Gesù. Chiediamo questa grazia: seguire Gesù nella strada che Lui ci ha fatto vedere e che Lui ci ha insegnato. Questo è bello, perché mai ci lascia soli. Mai! Sempre è con noi».

 
 
 
 

Leggi di Più: Papa Francesco: Il cristianesimo è seguire cristo | Tempi.it 

La natura umana

 

Che cos’è l’uomo perché te ne ricordi?

Genetica e natura umana nello sguardo di Jerome Lejeune

La mostra mette a tema l’uomo e il suo destino proponendo un’indagine sulla “natura umana”: a partire dalla testimonianza di Jérôme Lejeune, fondatore della genetica clinica, attraverso gli sviluppi di questa disciplina e le più recenti acquisizioni della biologia evoluzionista sul determinismo genetico. Il percorso espositivo si articola in tre parti. 1) L’uomo Lejeune e la fondazione della genetica clinica. Viene ripercorsa la sua formazione scientifica nel contesto delle conoscenze biomediche del suo tempo e vengono introdotte alcune nozioni-base (malattia ereditaria, cromosomi, geni, DNA …). Viene quindi descritta la sua attività scientifica, il suo approccio alla ricerca e le sue scoperte: in particolare, come è arrivato a dimostrare nel 1958 il nesso tra sindrome di Down e trisomia 21. Lejeune è un ricercatore ma è anche un medico, in particolare medico pediatrico: la sua posizione, e quindi lo scopo della sua ricerca scientifica, è conoscere per curare; e curare significa prendersi cura della persona. Si introducono esempi di come la ricerca genetica abbia reso possibile curare alcune sindromi ereditarie e, proprio a partire dalla testimonianza di Lejeune, dell’importanza per il malato di un contesto umano anche nei casi dove non ci siano progressi. Vengono evidenziate le basi sulle quali Lejeune fonda la sua visione dell’uomo, basi che sono all’origine delle sue decise prese di posizione pubbliche in favore della vita: per Lejeune ogni uomo è “unico” e “insostituibile” e come tale deve essere guardato. 2) Gli sviluppi della genetica clinica. Dalle scoperte di Lejeune ad oggi la genetica ha fatto enormi progressi. Oggi conosciamo la gran parte dei geni dell’uomo e l’intera sequenza del suo DNA; è possibile quindi individuare le basi genetiche di numerose malattie. Ma non solo. Con le tecnologie attuali e con relativamente poca spesa, possiamo ottenere l’intera sequenza del DNA di numerosissimi singoli individui. A che scopo tutto ciò? Che informazione possiamo ricavarne? C’è chi dice che potremo sapere se una persona è portatrice di malattie genetiche, se è predisposta a malattie degenerative; e ancora se avrà un buon carattere, se sarà intelligente o, per esempio, un grande pianista. Ma, soprattutto, questa conoscenza è per curare meglio, come affermava Lejeune, o è per selezionare (eugenetica)? 3) Il nostro destino è scritto nei nostri geni? Viene sottoposta a critica l’idea, peraltro molto diffusa, che ci sia un “gene per” ogni caratteristica (capita spesso di leggere: “scoperto il gene per l’altruismo, il gene per l’aggressività, il gene per l’intelligenza ecc.”); è l’idea che l’uomo, e più in generale ogni organismo vivente, è la somma di tanti “geni per”. La moderna biologia evolutiva ci dice che il corredo genetico più che un “programma esecutivo” è un insieme di “strumenti” che l’organismo biologico usa, insieme a molte altre fonti di informazione, per costruire la sua vita. Quindi risulta difficile pensare ai viventi, e soprattutto all’uomo, come a esseri totalmente determinati e dipendenti dai geni. E riaffiora quell’immagine, cara a Lejeune, dell’unicità irriducibile dell’uomo e della contingenza di ogni vivente: potevamo non esserci, invece ci siamo e questo sguardo sul reale non può non essere una continua ed inesauribile fonte di sorpresa e domanda. È un mistero che resta incomprensibile finché non prende il nome di “padre”; come è stato “padre” Lejeune per i suoi pazienti. Solo il padre è in grado di riconoscere l’unicità e lo può fare quando si riconosce figlio.

 

http://www.meetingmostre.com/html/mostre.php?codice=271

La mia libertà

 
 
«Obiezione coscienza, 
scelta coerente
e non faziosa»
 
 
 
L’obiezione di coscienza non è un colpo basso, una deroga, una disobbedienza graziosamente concessa dallo Stato a una sua legge. Chi obietta compie un atto di fedeltà alla radice più profonda di tutto il diritto, cioè la dignità e la difesa della persona. Alt, dunque, a chi vuole costringere i comportamenti di chi quella legge deve applicare. È la posizione di giuristi, medici e bioeticisti. Una risposta netta, che arriva in un momento in cui problemi organizzativi nell’applicazione della 194 spingono qualcuno a un attacco alla libertà del personale sanitario. Due i ricorsi al Consiglio d’Europa che vorrebbero condannare l’Italia perché l’obiezione dei medici impedirebbe il preteso diritto d’aborto.
Tema cruciale, quello affrontato alla due giorni su «L’obiezione di coscienza tra libertà e responsabilità», organizzata dall’associazione Scienza & Vita, che si chiude oggi al centro congressi Aurelia. Delicato perché, come spiega la presidente nazionale Paola Ricci Sindoni, «l’obiezione di coscienza è la cifra di un felice paradosso della giurisprudenza di stampo democratico, secondo la quale si può rifiutare, per legge, una parte della legge». Tutto questo, sottolinea Ricci Sindoni, «non contra legem, ma secundum legem».

Per il presidente del Comitato nazionale di bioetica, Francesco Paolo Casavola, nell’ampio excursus della sua lectio magistralis l’origine del dissidio tra legge e coscienza è affrontato già nel Vangelo, quando Cristo invita a dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Luciano Eusebi, ordinario di diritto penale alla Cattolica, ribadisce che «l’intero sistema giuridico è da intendersi al servizio, in via diretta o indiretta, dei diritti umani». La scelta dell’obiettore, quindi, non è «una disobbedienza, a priori antigiuridica, nei confronti del potere legislativo», ma «esprime una fedeltà incondizionata» a uno dei «diritti fondamentali il cui riconoscimento è fonte del diritto e per la cui salvaguardia lo stesso ordinamento giuridico esiste».

L’applicazione della legge 194 sull’aborto, resa complessa per l’alto numero di obiezioni tra il personale sanitario, certo «non può fare leva sulla forzatura della coscienza», ma solo «attraverso altre modalità organizzative». Di sicuro non con concorsi riservati o corsie professionali privilegiate a medici non obiettori: per il giurista «sarebbe illegittima qualsiasi discriminazione», perché l’obiezione «è un vero e proprio diritto costituzionale».

«La logica dell’obiezione è in sintonia con i princìpi di una legislazione intimamente razionale», concorda padre Maurizio Faggioni, ordinario di bioetica all’Accademia Alfonsiana. Perché «il fondamento di ogni sistema giuridico dovrebbe trovarsi nella salvaguardia dei diritti umani e quindi ultimamente nei valori umani essenziali». Non c’è bisogno di tirare in ballo la fede cristiana: «La non comprensione delle ragioni laiche dell’obiezione – ribadisce il bioeticista – deriva da un indebolimento dei valori di molti, sommersi dal relativismo etico».

Anche per l’europarlamentare Carlo Casini: «riconoscendo per legge l’obiezione di coscienza, lo Stato continua a indicare la vita come valore civile supremo e fondativo dell’ordinamento». Lo conferma anche il fatto che l’obiezione in Italia è prevista solo in quattro leggi: quella sulla leva militare (superata però dalla sua sospensione), sull’aborto, sulla procreazione assistita, sulla sperimentazione animale. E Casini, presidente del Movimento per la Vita, definisce «obiezione di coscienza» anche la raccolta di firme «Uno di noi» per chiedere all’Europa di vietare le sperimentazioni sugli embrioni: «È l’obiezione di coscienza dei popoli che non vogliono rendersi complici della morte».
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Luca Liverani
© riproduzione riservata

 http://www.avvenire.it/Vita/Pagine/obiezione-di-coscienza-convegno-nazionale.aspx

Centralità dell’uomo

VATICANO
Papa: la crisi economica ha radici etiche, serve un ripensamento globale del sistema
Non si possono mettere “gli idoli del potere, del profitto, del denaro, al di sopra del valore della persona umana”. La disoccupazione “si sta allargando a macchia d’olio in ampie zone dell’occidente e sta estendendo in modo preoccupante i confini della povertà. E non c’è peggiore povertà materiale, mi preme sottolinearlo, di quella che non permette di guadagnarsi il pane e che priva della dignità del lavoro”.

Città del Vaticano (AsiaNews) – “Ripensare la solidarietà”, “tornare alla centralità dell’uomo, ad una visione più etica delle attività e dei rapporti umani” per “un ripensamento globale del sistema” è un’esigenza resa sempre più stringente dalla crisi attuale, con “il fenomeno della disoccupazione che si allarga a macchia d’olio”. La crisi, infatti, ammonisce papa Francesco, ” non è solo economica e finanziaria, ma affonda le radici in una crisi etica e antropologica” che mette “gli idoli del potere, del profitto, del denaro, al di sopra del valore della persona umana”, dimenticando che “al di sopra degli affari, della logica e dei parametri di mercato, c’è l’essere umano” che, per la sua dignità deve poter “vivere dignitosamente”.

L’incontro con la Fondazione Centesimus Annus – Pro Pontifice in occasione del convegno internazionale sul tema: “Rethinking Solidarity for Employment: The Challenges of the Twenty-First Century” , è stata occasione, oggi, per una riflessione del Papa sull’attualità della dottrina sociale della Chiesa e sul “coniugare il magistero con l’evoluzione socio-economica, che, essendo costante e rapida, presenta aspetti sempre nuovi”.

Proprio in riferimento al tema affrontato dalla Fondazione – istituita da Giovanni Paolo II vent’anni fa, e che porta il nome di una sua enciclica sul lavoro e l’uomo – Francesco ha osservato che “ripensare la solidarietà” certamente “non significa mettere in discussione il recente magistero, che anzi dimostra sempre più la sua lungimiranza e la sua attualità”, ma “anzitutto coniugare il magistero con l’evoluzione socio-economica, che, essendo costante e rapida, presenta aspetti sempre nuovi” e in secondo luogo, “approfondire, riflettere ulteriormente, per far emergere tutta la fecondità di un valore – la solidarietà, in questo caso – che in profondità attinge dal Vangelo, cioè da Gesù Cristo, e quindi come tale contiene potenzialità inesauribili”.

“L’attuale crisi economica e sociale rende ancora più urgente questo ‘ripensare’ e fa risaltare ancora di più la verità e attualità di affermazioni del magistero sociale”. Interno alla crisi è il fenomeno della disoccupazione, “della mancanza e della perdita del lavoro, che si sta allargando a macchia d’olio in ampie zone dell’occidente e che sta estendendo in modo preoccupante i confini della povertà. E non c’è peggiore povertà materiale, mi preme sottolinearlo, di quella che non permette di guadagnarsi il pane e che priva della dignità del lavoro. Ormai questo ‘qualcosa che non funziona’ non riguarda più soltanto il sud del mondo, ma l’intero pianeta. Ecco allora l’esigenza di ‘ripensare la solidarietà’ non più come semplice assistenza nei confronti dei più poveri, ma come ripensamento globale di tutto il sistema, come ricerca di vie per riformarlo e correggerlo in modo coerente con i diritti fondamentali dell’uomo, di tutti gli uomini. A questa parola ‘solidarietà’, non ben vista dal mondo economico – come se fosse una parola cattiva -, bisogna ridare la sua meritata cittadinanza sociale”.

“La crisi attuale non è solo economica e finanziaria, ma affonda le radici in una crisi etica e antropologica. Seguire gli idoli del potere, del profitto, del denaro, al di sopra del valore della persona umana, è diventato norma fondamentale di funzionamento e criterio decisivo di organizzazione. Ci si è dimenticati e ci si dimentica tuttora che al di sopra degli affari, della logica e dei parametri di mercato, c’è l’essere umano e c’è qualcosa che è dovuto all’uomo in quanto uomo, in virtù della sua dignità profonda: offrirgli la possibilità di vivere dignitosamente e di partecipare attivamente al bene comune. Benedetto XVI ci ha ricordato che ogni attività umana, anche quella economica, proprio perché umana, deve essere articolata e istituzionalizzata eticamente. Dobbiamo tornare alla centralità dell’uomo, ad una visione più etica delle attività e dei rapporti umani, senza il timore di perdere qualcosa”.

 http://www.asianews.it/notizie-it/Papa:-la-crisi-economica-ha-radici-etiche,-serve-un-ripensamento-globale-del-sistema-28022.html

Il nuovo comandamento

 

Maggio 24, 2013 Redazione

«Sopportare è una grazia. Dobbiamo chiederla, nelle difficoltà». E perdonare i nemici, per non essere «cristiani tristi». Il Pontefice ha poi pregato per la Chiesa cinese

Papa Francesco durante l'udienza generale del mercoledìPapa Francesco, questa mattina nell’omelia alla Messa alla Casa Santa Marta, ha detto che sono due «le grazie proprie di un cristiano»: «Sopportare con pazienza e vincere con amore le oppressioni esterne ed interne».
Certo, non è sempre un affare semplice: «Non è facile – ha spiegato il pontefice -, quando vengono le difficoltà da fuori, o quando vengono i problemi nel cuore, nell’anima, i problemi interni», ma, ha proseguito, anche la sopportazione è una virtù: «Sopportare è prendere la difficoltà e portarla su, con forza, perché la difficoltà non ci abbassi. Portare su con forza: questa è una virtù cristiana. San Paolo ne parla parecchie volte. Sopportare. Questo significa non lasciarci vincere dalla difficoltà. Questo significa che il cristiano ha la forza di non abbassare le braccia, di averle così. Portare, ma su: sopportare. E non è facile, perché lo scoraggiamento viene, e uno ha la voglia di abbassare le braccia e dire: “Mah, avanti, facciamo quello che possiamo ma niente di più”. Ma no, sopportare è una grazia. Dobbiamo chiederla, nelle difficoltà».

QUESTA E’ LA VITTORIA. Cosa significa, invece, “vincere con amore”? Papa Francesco ha spiegato che «si può vincere per tante strade, ma la grazia che noi chiediamo oggi è la grazia della vittoria con l’amore, per mezzo dell’amore. E questo non è facile. Quando noi abbiamo nemici fuori che ci fanno soffrire tanto: non è facile, vincere con l’amore. Ci viene la voglia di vendicarci, di fare un’altra contro di lui… L’amore: quella mitezza che Gesù ci ha insegnato. E quella è la vittoria! L’apostolo Giovanni ci dice, nella prima Lettera: “Questa è la nostra vittoria: la nostra fede”. La nostra fede è proprio questo credere in Gesù che ci ha insegnato l’amore e ci ha insegnato ad amare a tutti. E la prova che noi siamo nell’amore è quando noi preghiamo per i nostri nemici».

PERDONARE I NEMICI. Il perdono, la preghiera per i nostri nemici, per coloro che ci fanno soffrire è ciò che ci permette di non essere «degli sconfitti». I cristiani che «non hanno avuto questa grazia di sopportare con pazienza e vincere con amore», sono invece «tristi e scoraggiati». Per questo, ha detto il Papa, dobbiamo chiedere l’aiuto di Maria. Sarà lei a introdurci sulla giusta strada. «Quante persone, ha detto il pontefice, tanti anziani e anziane, hanno fatto questa strada! Ed è bello guardarli: hanno quello sguardo bello, quella felicità serena. Non parlano tanto, ma hanno un cuore paziente e pieno d’amore. Sanno cosa è il perdono ai nemici, sanno cosa è pregare per i nemici. Tanti cristiani sono così».

PREGHIERA PER LA CHIESA CINESE. Oggi si celebra la Giornata di preghiera per la Chiesa in Cina, e alla Messa erano presenti monsignor Savio Hon Tai-Fai, segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, e un un gruppo di sacerdoti, religiose, seminaristi e laici cinesi. Al termine della preghiera dei fedeli il Papa ha pregato «per il nobile popolo cinese: che il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca». La Messa è stata conclusa con un canto alla Madonna in cinese.

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Amina e il suo desiderio di libertà

Il mio pensiero su Amina, le Femen e tutte le forme di protesta che coinvolgono il corpo, è ormai ben conosciuto. Non amo particolarmente chi del proprio corpo fa un’arma, in tutti i sensi questo possa intendersi. Ho dedicato alcune riflessioni ad Amina e alla sua protesta, nonché alla sua scomparsa, per la quale Acmid ha sollecitato gli europarlamentari europei affinché si sapesse che fine aveva fatto. La notizia che era viva, nonostante tutto quello che ha passato ci ha rasserenato, ma sapevamo che la sua protesta non si sarebbe fermata lì. Nell’esporsi pubblicamente sul web a seno nudo, assieme ad altre donne in tutto il mondo, rivendicando libertà e diritti per le donne tunisine, e musulmane in genere. E così è stato. Tre giorni fa, a Kairouan, negli scontri fra salafiti e gente comune, con la polizia in mezzo, che ha visto alcuni morti, Amina è riemersa.

Davanti alla Moschea di Uqba, Amina ha sfidato la rabbia salafita: la sua presenza ha fatto scattare scontri ancor più duri. Alcuni media, anche italiani, hanno riportato una notizia non vera, ovvero che Amina si sarebbe denudata davanti alla moschea. Cosa mai accaduta, infatti la giovane tunisina, che dava sfoggio della tintura bionda dei capelli, ha creato scompiglio solo appalesandosi. Vista dalla Polizia, è stata quasi subito tratta in arresto. Per proteggerla, si è detto. Per ben altro motivo, in realtà. Notiamo un particolare: è bastata la presenza di Amina a far saltare i nervi ai salafiti, che si trincerano dietro a fantomatiche assonanze di idee con il popolo tunisino, tentando di nascondere la realtà. Anche se non aiuterà a vincere la guerra delle donne arabe contro il radicalismo che avanza, il corpo di una donna terrorizza il salafismo. Che ne è morbosamente attratto, lo demonizza per controllarlo, lo cerca ardentemente, lo vuole solo per sé per soddisfare i suoi istinti più inconfessabili, ma il solo sapere che esso potrebbe vivere di vita propria è un incubo che tormenta le lunghe ore notturne in cui nemmeno la ottusa trascendenza lenisce quella insaziabile morbosità.

Combattere e abbattere ciò che più si desidera, ecco il dilemma dell’elite estremista, in ogni luogo ove essa allunghi le sue spire. Un pantaloncino, una camicetta e capelli biondi ossigenati mettono più paura di un esercito. Tanta paura da dover essere aggrediti, arrestati, dopo aver subito un periodo di sequestro in casa, nel tentativo di non credere di essere davvero pazza. Dopo essere stata riempita di farmaci e di botte, per non scappare.

Eppure fin quando questi signori non varcarono la soglia dei palazzi di potere in Tunisia, quell’abbigliamento non dava scandalo. Era, anzi, normalità. A qualcuno, in Nordafrica, la normalità incute terrore. Veli, niqab e magari anche qualche burqa, male non fanno a queste ‘donne troppo normali’, avranno pensato questi signori, che vorrebbero riportare indietro la lancetta degli orologi al Medioevo.

Collassando intere economie, perché i turisti hanno timore a venire in vacanza laddove il costume da bagno è guardato con sospetto e gli occhi delle donne sono fonte di peccato. Ecco in quali condizioni versa la Tunisia, oggi. In cui l’algerizzazione è dietro l’angolo, con i suoi 380.000 morti, in prevalenza donne. E con tutti i suoi silenzi. Un silenzio che sta colpendo anche le associazioni di donne tunisine e di cui qualcuno vorrebbe ammantare tutto il Paese, fra visite di predicatori a caccia di ragazzine da infibulare e omicidi eccellenti da coprire in fretta e furia sotto la sabbia. È lo scontro di civiltà fra estremisti salafiti e moderati. Il cambiamento che in Tunisia qualcuno vorrebbe è ciò che accade in Siria, in cui un estremista taglia via il cuore dal petto di un soldato e, in spregio della vita umana, lo mangia davanti a tutti? Amina ha il pregio di aver acceso la scintilla: ora le donne e gli uomini tunisini, moderati e lungimiranti, devono tenere vivo il fuoco della libertà. Perché se una donna in camicetta e pantaloni fa paura, non oso pensare a quello che possono fare milioni di menti aperte e pronte a rovesciare un pensiero e con esso un regime.

http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2013/5/23/J-ACCUSE-Sbai-ecco-perche-i-salafiti-temono-piu-Amina-di-un-esercito/print/395532/

Svelare qualcosa di sé

Introdurre alla realtà nella sua totalità. Insegnando


Proponiamo gli appunti sintetici, raccolti da uno dei presenti, durante una conversazione del 27 gennaio 1987 tra don Giussani e un gruppo di insegnanti. Un esempio di rischio educativo in azione. Indicazioni di metodo per professori… e non solo. Il testo è apparso sul numero di Gennaio 2006 della rivista Tracce.


Scopo di questo incontro è un primo tentativo di rispondere alla domanda: come nella nostra disciplina tentiamo di fare conoscere e non ci accontentiamo che i nostri ragazzi pensino in un certo modo certe cose?

Pensare e conoscere

I termini “pensare” e “conoscere” sono spesso ritenuti sinonimi. Invece è indispensabile distinguerli. Tale distinzione è imposta dal fatto che il pensiero può non fare i conti con la realtà e costituirsi come ideologia.
La conoscenza, invece, è esperienza totale dell’oggetto. Solo il conoscere può costituirsi come cultura, visto che la cultura è prodotto dell’uomo che si rapporta con la realtà.

Proprio in questo senso per il Papa la cultura diventa educazione, cioè introduzione alla realtà.

Questa definizione della cultura risolve il dibattuto problema della autonomia della cultura. La cultura è autonoma in quanto prescinde dall’ideologia, ossia dal pensiero non rapportato alla realtà, non in quanto prescinda dalla verità, ossia dalla realtà, dalla totalità della realtà.
La cultura non è analisi del particolare, è il riflettere sul particolare alla luce della totalità. La cultura è allora, a ben vedere, espressione del senso religioso, è il senso religioso in atto e l’educazione è il riconoscimento in sé del senso religioso da parte del giovane.

La didattica
L’educazione, come un fare conoscere, si traduce sul piano didattico anzitutto in due istanze relative al contenuto che si intende far conoscere:
1. serietà nell’uso della ragione e quindi aderenza ai metodi della realtà così come già Aristotele insegnava: il metodo, infatti, è la griglia interpretativa che mi pone in rapporto autentico con la realtà, con ciascuna realtà;
2. tensione costante alla totalità, tensione a ricondurre il particolare alla totalità, a leggere il particolare alla luce della totalità.

Un rapporto autentico
Ma questo non basta. L’istruzione diventa educazione se si traduce in un rapporto autentico. Dobbiamo chiederci: come cerco io, nella mia materia, di fare conoscere, di fare diventare esperienza le cose che dico, cioè come ciò che insegno incrementa in qualcosa la coscienza che gli studenti hanno di se stessi?
Si impone un triplice impegno:
1) fare capire bene ciò che dico, assumendo come punto di partenza il mondo categoriale dell’allievo;
2) fare vedere la connessione fra ciò che affermo e la totalità;
3) fare vedere concretamente in che modo ciò che dico c’entra con loro, con la loro esperienza concreta. Quest’ultimo punto è essenziale poiché la cultura è un modo di vivere, non un modo di pensare.

L’unità tra i docenti
Un insegnamento così intenso non può certo essere attuato da un insieme di docenti fra loro scoordinati. La questione decisiva è l’unità tra i docenti. Questa unità fa fatica a scattare, rimane sempre un’intenzione buona per quella deformazione professionale che ci caratterizza, e che è l’individualismo. Ora a me sembra che l’unità nasca dalla possibilità di verificare un’ipotesi comune. Questa ipotesi, senza ledere il principio della libertà di insegnamento, deve essere anche didattica. Il dialogo tra noi deve arrivare fino al coraggio di giudicare la didattica dei colleghi. Non nel senso di venire meno al rispetto, ma proprio per il credito che deve stare alla base del rapporto fra docenti.

In una scuola cattolica
Per quanto riguarda, in particolare, una scuola cattolica, essa si fonda sulla fede in Cristo e di qui nasce la fiducia tra i colleghi che consente il reciproco confronto anche sul piano didattico con l’ipotesi condivisa, ossia con la fede. Del resto, la fede può ben essere il fondamento ultimo dell’unità didattica se, come ha sottolineato il Papa nel discorso agli scienziati, «tutte le scienze si fondano sulla fede, innanzitutto perché il metodo della fede sta alla base di qualsiasi metodo».
Il credito discende dunque da ciò che ci lega e ci ha messo insieme a fare una scuola. Il vero credito sta nell’appartenenza comune a qualcosa di più grande, che abbiamo chiamato nello scorso incontro la “struttura” della scuola, in quanto unità tra i docenti e con la Chiesa universale. Non si dà, infatti, credito, se non si riconosce l’autorità.

Svelare al ragazzo qualcosa di sé
Questo credito esistenzialmente si esprime in una gioia, in una passione per l’insegnamento, in un riconoscimento che il nostro lavoro è il mestiere più bello del mondo, perché ci costringe a cambiare e quindi può cambiare il ragazzo che ho di fronte.
Mi pare che il problema decisivo sia di urgere a questo livello, cioè di interrogarsi su come in concreto nelle nostre materie cerchiamo di far “conoscere”, cioè di svelare al ragazzo qualcosa di sé.