Lo stupore per la natura

Per gentile concessione dell’autore traduciamo un inedito del filosofo Fabrice Hadjadj, apparso sul sito printempsfrancais.fr e intitolato ”Meravigliatevi! Per un manifesto dei meravigliati”.

Non siamo degli indignati. Ciò che ci anima è un sentimento più primitivo, più positivo, più accogliente: si tratta di quella passione che Cartesio considera la prima e la più fondamentale di tutte: l’ammirazione. Essa è prima perché la si sperimenta di fronte alle cose che ci precedono, che ci sorprendono, che non abbiamo pianificato noi: i gigli dei campi, gli uccelli del cielo, i volti, tutte le primavere…  Prima di soddisfarci dell’opera delle nostre mani e della vittoria dei nostri princìpi, ammiriamo questo dato naturale. Questa è la colorazione affettiva che tentiamo di fare entrare nelle nostre azioni. Esse non sono motivate da uno stato d’animo triste o di rivendicazione. Non sono imbevute di amarezza. Non vorrebbero essere altro che rendimenti di grazie. Perché, a partire da questa ammirazione primigenia, esse devono fiorire in gratitudine verso la vita ricevuta, verso la nostra origine terrestre e carnale: il fatto che non ci siamo fatti da soli, ma che siamo nati, da un uomo e da una donna, secondo un ordine che sfuggiva a essi stessi.
Lungi dall’essere degli spiritualisti o dei moralizzatori, riconosciamo quella che Nietzsche chiamava «la grande ragione del corpo» e anche «lo spirito che opera dalla vita in giù». Sì, noi siamo meravigliati dall’ordinazione reciproca dei sessi, dal genio della genitalità. Certo, questa organizzazione stupefacente è come il naso in mezzo al nostro volto: tendiamo a non vederlo. Ci inorgogliamo di avere costruito una torcia, e dimentichiamo lo splendore del sole; idolatriamo la magia delle nostre macchine, e disprezziamo la meraviglia della nostra carne. Questa meraviglia la nascondiamo sotto le parole «biologico», «determinismo», «animalità», e assumiamo un’aria di superiorità, vantando le libere prodezze della nostra fabbrica. E tuttavia, che cosa c’è di più stupefacente di questa unione degli esseri più differenti, l’uomo e la donna? E cosa c’è di più sorprendente del loro abbraccio, chiuso sul suo proprio godimento, e che tuttavia si strappa, secondo natura, per permettere l’avvento di un altro, di un’altra differenza ancora: la futura piccola peste, il già disturbante, colui che chiamiamo «il bambino»? Jules Supervielle esprime con una precisione più che scientifica che la riduzione biologistica ci nasconde: «Ed era necessario che un lusso d’innocenza/ concludesse il furore dei nostri sensi?».

Perciò le nostre manifestazioni non sono quelle di una corporazione, ma quelle dei nostri corpi. Non partono da uno scopo politico o partitico, ma da un riconoscimento antropologico. Non cercano di prendere il potere, ma di rendere una testimonianza culturale a un dato di natura, in uno slancio di gratitudine. In greco «natura» si dice «fisis», parola che viene dal verbo «fuein», che significa «apparire» o. più precisamente, «manifestarsi». La natura non è anzitutto una riserva di energie, né una miniera di materiali manipolabili secondo la nostra volontà, ma una manifestazione di forme organizzate, spesso splendide al nostro sguardo.
Certo, la natura è anche ferita, disordinata: c’è la sofferenza, c’è la morte, c’è l’ingiustizia. Ma queste rovine ci fanno orrore proprio perché abbiamo anzitutto intravisto la sua generosità zampillante: se non avessimo percepito la bontà delle sue forme, non saremmo scandalizzati da ciò che la sfigura… Le nostre manifestazioni non hanno dunque altro motivo che di attestare lo splendore di questa manifestazione primigenia. Non riguardano il rapporto di forze. Si fondano su un’esigenza di ospitalità verso questa presenza reale, fisica, iniziale (non segare il ramo su cui siamo seduti, non pretendere di far sbocciare il fiore forzando il bocciolo). Ed è a causa di questo che le nostre manifestazioni dureranno fintanto che ci saranno peni e vulve, e la loro ordinazione reciproca anzitutto involontaria, e la loro fecondità che mette in discussione la nostra avarizia.

Ma è esattamente questa esigenza di ospitalità, questa relazione di meraviglia e di gratitudine verso la nostra origine, diciamo pure questo rapporto di debolezza, che risultano insopportabili a coloro che concepiscono tutto in termini di rapporti di forza. Vorrebbero che noi non fossimo altro che una fazione. Preferirebbero che mettessimo le bombe. Questa violenza gli risulterebbe meno violenta della nostra manifestazione elementare, quella della semplice presenza fisica di un uomo e di una donna, e di un bambino di cui essi sono anche il padre e la madre… Se non si trattasse che della nostra opinione, se non fosse altro che la nostra arroganza, potrebbero farci tacere. Ma come far tacere la presenza silenziosa del corpo sessuato?

Che ci sia permesso – dopo il richiamo di ciò che siamo per essenza: dei meravigliati – di insistere su cinque conseguenze importanti per noi come per gli altri. Perché non siamo al riparo dall’ingratitudine, e a forza di non essere riconosciuti nel nostro meravigliarci, l’indignazione può finire per offuscare questo fondamentale meravigliarsi, e rischiamo di cadere sia nello scoraggiamento, sia in una violenza illegittima.

1. Alcuni ci accusano di essere dei «fascisti», procedimento linguistico molto riduttivo, che permette di designare un nemico senza ascoltarlo, e che si richiama precisamente ai procedimenti del fascismo storico. Altri ci tacciano semplicemente di essere dei «reazionari», come se il fatto di reagire fosse in sé un male, e non un segno di vitalità, e come se la retorica del «progresso», che è stata tanto utile al Terrore e al totalitarismo, non fosse ormai esaurita. Altri diranno che facciamo quello che facciamo perché siamo dei «cattolici», o degli «ebrei integralisti», o dei «fondamentalisti musulmani»…
Ma no, siamo soltanto dei francesi, e più semplicemente ncora sia degli uomini e delle donne, molto lontani da qualsiasi puritanesimo e da qualsiasi fondamentalismo, ci incantano le natiche e non ci repelle l’ammirazione della congiunzione improbabile del «pisello» e della «passerina» e del pancione che ne deriva. Con maggiore precisione ci si potrebbe collocare fra i fautori di un’ecologia integrale. Ma questo genere di classificazione viene rifuggita per timore di dover riconoscere le contraddizioni dei numerosi movimenti ecologisti odierni, ma anche perché non c’è niente, in fondo, che ci si può rimproverare, ovvero il rimprovero può colpirci soltanto colpendo anche il dato rappresentato dalla carne. Se siamo fascisti, bisognerebbe concludere che la natura stessa è fascista, e che è necessario eliminarla, cosa che presenta un certo numero di inconvenienti.

2. Molti non comprendono perché manifestiamo contro una riforma del codice civile che soddisfa gli interessi di qualcuno mentre non lede i nostri (non si parla, comunque, degli interessi del bambino). Effettivamente, ecco qualcosa che lascia senza parola gli utilitaristi di ogni sponda: non manifestiamo per il trionfo dei nostri interessi particolari. Cerchiamo soltanto di testimoniare ciò che è anteriore a ogni interesse, cioè il dono della nascita.

3. È esattamente ciò che arriva a nascondere lo slogan dell’«uguaglianza» che ci viene servito in tutte le salse, senza riflettere su ciò che questo termine significa, sulle minacce di livellamento che comporta, ovvero su quelle di «riduzione» che ha sempre contenuto. C’è un’evidente e naturale diseguaglianza fra la coppia formata da un uomo e una donna e quella di due uomini o di due donne.
Per rendere uguali le condizioni, è necessario ricorrere all’artificio, e passare dalla nascita alla fabbricazione, dal “born” al “made”… Dietro la pretesa legalizzazione giuridica, c’è dunque un assoggettamento tecnocratico, e il progetto di produrre persone non come persone, dunque, ma come prodotti, in base ai nostri capricci, secondo la legge della domanda e dell’offerta, in conformità ai desideri fomentati dalla pubblicità: «Un bambino à la carte, la vostra piccola cosa, l’accessorio della vostra autorealizzazione, il terzo compensatorio delle vostre frustrazioni; infine, per una modica somma, il barboncino umano!».

4. Ecco perché non siamo «omofobi». Siamo meravigliati dai gays veramente gai, dai «folli» senza gabbia, dai saggi dell’inversione. L’amore della differenza sessuale, così fondamentale, con quello della differenza generazionale (genitori/figli), ci insegna ad accogliere tutte le differenze secondarie. Se io, uomo, amo le donne, così estranee al mio sesso, come potrei non avere simpatia, se non amicizia, per gli omosessuali, che mi sono, in definitiva, molto meno estranei?
D’altra parte ce ne sono sempre stati, che non avevano paura di affermare la loro differenza, di assumere una certa eccentricità, un lavoro ai margini. Allo stesso modo, noi crediamo che ciò che è veramente «omofobo» è lo pseudo-«matrimonio gay». Siamo di fronte a un tentativo di imborghesimento, di normalizzazione dell’omofilia, di annientamento della sua scortesia sotto il codice civile. Che bel dono questo «matrimonio» che non è altro che un arrangiamento patrimoniale o un divorzio rinviato! Purché gli omosessuali rientrino nei ranghi, e che siano sterilizzati soprattutto nella fecondità che è loro propria.
Perché, chi ignora la loro fecondità artistica, politicae, letteraria, nella compassione? Gli antichi Greci la intendevano così: liberi dai doveri familiari, potevano consacrarsi maggiormente al servizio della Polis. Sapevano che i loro amori avevano qualcosa di contro-natura, ma non per questo disprezzavano la natura (di là, molto spesso, l’amore per la loro madre – vedi Proust o Barthes), e vi trovavano risorse per l’arte.

5. Come potremmo, meravigliati come siamo, lanciarci in azioni violente, denigratorie, esclusive? Una volta di più: non cerchiamo una vittoria politica. Non siamo nemmeno sicuri che ci sia veramente qualcosa da salvare in questo matrimonio privatizzato, che non ha più nulla di repubblicano da parecchio tempo. Ed è per questo che, malgrado la sconfitta legislativa (ma quando vediamo la trappola mediatica e partitica nella quale si trovano i nostri legislatori, ci domandiamo se davvero dobbiamo occuparci di questo), noi continueremo a manifestare: senza armi, senza odio, persino senza slogan, ma con la nostra piccola epifania di creature di carne, ossa e spirito.

(traduzione di Rodolfo Casadei)

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L’arte terapeutica

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«Partire sempre dalla realtà e coniugare efficacia ed efficienza, in un incontro di libertà tra il bisogno di guarigione e il desiderio di salvezza». Sono le parole dell’arcivescovo di Milano Angelo Scola, che oggi ha incontrato alcuni medici dell’Ospedale Maggiore del capoluogo lombardo in un incontro organizzato in occasione della Festa del Perdono. C’erano medici, infermieri, ausiliari, specializzandi, volontari… E a sette di loro è stata data la possibilità di porre alcune domande al porporato: “Guarire qualche volta, curare spesso, consolare sempre” il titolo del dibattito, moderato dal presidente della Fondazione Irccs Cà Granda Giancarlo Cesana e con la partecipazione del rettore della Statale Gianluca Vago.

BISOGNO DI CURA. A tema tante domande che emergono dalla vita in ospedale: il rapporto coi malati, come capire e rispondere allo sguardo del paziente, come curare chi ha cultura e provenienze diverse dalla nostra. «Apparteniamo a un’unica famiglia e abbiamo in comune un’unica esperienza elementare: siamo chiamati a vivere insieme» è stata la risposta di Scola. «Quel bisogno di cura e di salvezza lo abbiamo tutti, se opero con efficacia ed efficienza, sono già dentro quello sguardo a cui il vostro lavoro cerca di dare risposta». E sulla medicina: «È scienza o no? Forse è anche scienza, ma io direi che è un insieme di scienza e tecnologia che finiscono in un’arte. In ultima analisi la medicina è un’arte terapeutica».

FESTA DEL PERDONO. L’occasione che ha portato l’arcivescovo al Policlinico è una festività antica, che riporta alla luce la tradizione popolana della Milano rinascimentale. Era il 1459, il nosocomio era alla fase iniziale della sua costruzione, al pari del Duomo di Milano. Due opere grandi e costose, per le quali intervenne addirittura papa Pio II: con la bolla Virgini Gloriosae stabilì che venisse concessa l’indulgenza plenaria a chi negli anni pari avesse fatto donazioni per l’edificazione della cattedrale al 25 marzo, giorno dell’Annunciazione, e a chi, negli anni dispari, avesse fatto un’offerta per l’ospedale. Venne così edificata all’interno della struttura anche una chiesa, dedicata alla Beata Vergine Annunciata: all’inizio era molto povera nel suo arredo, mancava di tutto. Ma già alla prima Festa del Perdono arrivarono da tutto il ducato numerosi fedeli. Volevano dare le loro monete per sostenere l’opera e avere rimessi i propri peccati. Così è diventata la “casa grande” dei milanesi: «Uno stabilimento così utile, che non sia affatto un palazzo, ma una grande casa per accogliervi i poveri ammalati» scriveva nell’Ottocento un compagno di viaggio di Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone. Fin dal Cinquecento ad anni alterni la città di Milano celebra la festa dell’Ospedale Maggiore, che per la prima volta, quest’anno, è stata celebrata con il nuovo “parroco”, l’arcivescovo Scola.

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Ci sono, però, due gravi rischi di fronte all’elezione di papa Francesco, di fronte all’entusiasmo che giustamente ha invaso le strade delle città e i cuori degli uomini. Percepisco questi rischi soprattutto nel mondo della carta stampata, nel mondo degli intellettuali, nel mondo che conta. Il primo rischio è quello di ridurre papa Francesco al proprio pensiero, alle proprie idee. Non andare al cuore della sua fede e del suo agire, come papa Francesco ha più volte sottolineato in questo inizio di Pontificato, e il cuore è Cristo, è Lui che conta, è Lui che vince. «Cristo è il centro».

Allora, aldilà delle differenze di carattere, aldilà delle differenze di storia, aldilà dei carismi diversi, uno avverte la continuità tra un Papa e l’altro, tra papa Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Ma se dimentichiamo il centro, se dimentichiamo che il cuore della nostra fede è Cristo, se riduciamo il cristianesimo ad un valore, ad un’idea o ad una serie di principi, allora il credente inizia ad avvertire le diversità.
In un’opera geniale, Le lettere di Berlicche, C. S. Lewis inventa l’espediente di un colloquio epistolare tra demoni, lo zio Berlicche e il nipote Malacoda. Oltre che apprezzabile per arguzia e ironia, l’opera appare come un’utilissima palestra per allenarsi a riconoscere la tentazione. Nella quotidianità facciamo costantemente esperienza di come spesso ci si presentino scelte non buone e maliziose sotto l’apparenza del bene e dell’innocenza. Il male che si nasconde sotto le parvenze del bene si chiama tentazione. Nel «Padre nostro» noi chiediamo a Dio di tenerci lontano dalla tentazione ovvero di farcela riconoscere come tale e, quindi, di togliere la patina mendace che ricopre il male e ci impedisce di riconoscerlo come tale.

le-lettere-di-berliccheQuando il paziente di Malacoda si converte, lo zio Berlicche sprona il nipote a convincere il nuovo convertito a non voler essere «unicamente cristiano», ma a perseguire «il cristianesimo e la crisi, il cristianesimo e la nuova psicologia, il cristianesimo e l’ordine nuovo, il cristianesimo e la ricerca psichica, il cristianesimo e il vegetarianesimo».
Al proposito lo zio scrive ancora a Malacoda: «Se devono essere cristiani siano almeno cristiani con una differenza. Sostituisci alla fede qualche moda con una tinta cristiana». Questa è una riduzione del cristianesimo che lo stempera e al contempo ne annienta la potente forza rivoluzionaria in nome delle buone, accettabili e comprensibili mode del momento. Nell’ottica mondana e nella prospettiva dei due demoni del romanzo ciò che è incomprensibile è che si possa seguire un Altro per guadagnare completamente se stessi, che si possa davvero amare un altro in maniera disinteressata (ci deve pur essere un secondo fine nell’amore di Dio, nel cosiddetto amore disinteressato).
Mi chiedo se i tanti del mondo che hanno esaltato papa Francesco non lo abbiano ridotto ad un aspetto solo, ad una moda del momento (che si chiami povertà, che si chiami solidarietà o quant’altro), facendo fuori Cristo.

Il secondo grave rischio è quello di guardare la Chiesa come un fenomeno slegato da Cristo, Cristo è una cosa, la Chiesa un’altra, un’istituzione che nella storia si è arrogata diritti non suoi, ha esercitato un dominio sulle coscienze, ha perseguito e ottenuto il raggiungimento del potere.
Esiste una grande distinzione tra l’affermare che la Chiesa, costituita da uomini, anche se ha commesso e commette errori, «non solo prosegue l’opera di Lui (Cristo), ma continua Lui stesso in un senso incomparabilmente più grande di quanto qualunque istituzione umana continui il suo fondatore» (H. de Lubac) e sostenere, invece, come fanno i più, che si possa amare Cristo, ma non la Chiesa, che nulla ha a che fare con Lui.

 

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  • Il cardinale Angelo Scola.

    Il cardinale Angelo Scola.

«Se la libertà religiosa non diviene libertà realizzata, posta a capo della scala dei diritti fondamentali, tutta la scala è destinata a crollare». Ne è convinto l’Arcivescovo di Milano Angelo Scola che, dopo alcuni libri già pubblicati sul tema, ha deciso di approfondire e di ampliare una riflessione iniziata lo scorso 8 dicembre in occasione della festa di sant’Ambrogio, ma che era stata da molti fraintesa. Ne è nato un volume, Non dimentichiamoci di Dio, che, partendo dall’Editto di Milano di cui quest’anno si celebrano i 1700 anni, ripercorre tutto il cammino travagliato della libertà religiosa attraverso i secoli arrivando fino a noi e toccando un punto cruciale: la libertà di fedi e culture nella moderna società plurale.

Ieri a Milano, in un auditorium gremito di persone, si sono confrontati sui temi proposti dall’Arcivescovo, Francesco D’Agostino, giurista ed editorialista diAvvenire, Ferruccio De Bortoli, Giuliano Ferrara ed Ezio Mauro, direttori di Corriere della SeraFoglio e Repubblica.

«Non dimentichiamoci di Dio. Dentro questo titolo c’è un imperativo», spiega D’Agostino: «Nel quale c’è la consapevolezza che in tutto l’arco della storia, non solo occidentale ma anche universale, la memoria è fondamentale». Oggi è in atto un tentativo da parte del potere di indurre le persone a dimenticarsi di Dio e della propria storia, tanto che «il divino è stato relegato ad una dimensione prettamente privata. Nel discorso pubblico ormai è bene non citare la propria appartenenza religiosa. La libertà di credere in ciò che si ritiene giusto rimane un fatto personale, fuori dal sociale». Invece, «poter comunicare le proprie memorie, la propria storia, è l’inizio di un rapporto vero e autentico tra tutti». Che può essere un bene per la società intera.

Anche per De Bortoli, la libertà religiosa nello Stato moderno è qualcosa di temuto e bistrattato. «È considerata una minaccia alla convivenza pacifica proprio perché ogni religione è ricca di principi e regole molto chiare». E continua: «Noi occidentali, nella nostra ipersensibilità laica, siamo più aperti alle altre religioni e meno al cristianesimo, che è la radice da cui è nata la nostra cultura». Questo è indice del fatto che un certo tipo di laicità produce una cancellazione della memoria e del contatto con le proprie origini. «Possiamo togliere un crocefisso dalle aule, ma non possiamo dire che un muro vuoto ci rende più liberi e felici», sottolinea De Bortoli. «Lo Stato deve essere laico, ma non un contenitore di interessi e i valori della laicità devono sempre essere in dialogo con le persone credenti e non».

«Il vero conflitto nell’Occidente non è tra chi professa fedi diverse», afferma invece Ferrara citando direttamente un passaggio del libro: «Ma è tra lo Stato secolarizzato e i portatori di una fede illuminata come possono essere, ad esempio, i cristiani». E proprio perché «la fede cristiana è provocatoria», cioè fa appello alla ragione umana, che la dialettica tra Stato e fede è da sempre così accesa. Dentro un contesto laico, la libertà religiosa deve essere concessa e preservata come un valore di tutti, e, come dice l’Arcivescovo di Milano, nessuna persona può essere ostacolata nella ricerca della propria verità, ma deve poter esprimere liberamente quello in cui crede in tutti gli ambiti sia privati che pubblici. «Quando questo però non è possibile», continua Ferrara:«La Chiesa propone l’obiezione di coscienza, che non ha solo lo scopo di esentare il soggetto da comportamenti per lui inaccettabili, ma anche quello di richiamare l’attenzione su tematiche importanti, ma di cui non si parla nel dibattito pubblico, come per esempio il tema della vita e della morte».

Ma per Mauro, l’obiezione di coscienza può diventare «obbligazione di appartenenza», come nel caso Englaro, quando l’Arcivescovo di Udine aveva invitato tutti i medici della regione a far ricorso all’obiezione per impedire che Eluana morisse. «Questo non mi sembra un atteggiamento di libertà», ha sottolineato il direttore di Repubblica, che si è fatto interrogare da alcuni punti del libro che ha voluto sottoporre all’attenzione di tutti e in particolare di Scola. «In democrazia non ci sono verità con la V maiuscola, il Parlamento come istituzione, per esempio, non contempla l’assoluto. Sono d’accordo sul fatto che il sacro faccia parte dell’uomo, tutto questo però va considerato tenendo conto anche di chi una fede non ce l’ha. La Chiesa oggi accetta di confrontarsi con tutti e di andare in minoranza su certi valori?». 

Il cardinale Scola, presente in platea tra gli ascoltatori, alla fine del dibattito raccoglie alcune delle provocazioni lanciate dai relatori.«La verità ci cerca, ed è questo che ci rende liberi», ha detto: «Con questo libro, volevo dimostrare che l’assolutezza che noi cristiani portiamo è compatibile con tutti ed è veramente feconda anche dentro le società plurali europee». Anche il tema dell’ascolto è importante perché occorre innanzitutto riconoscere l’altro come un interlocutore a pieno titolo per praticare un dialogo aperto e profondo. «È veramente pubblico, e perciò autenticamente aconfessionale», spiega Scola: «Solo quello spazio che scommette sulla libertà dei cittadini, credenti e non credenti, e che rende possibile il raccontarsi, cioè esprimere il significato della propria esperienza secondo una logica di reciproco, seppur laborioso, riconoscimento». E conclude: «Nella società civile è impossibile costruire uno spazio di neutralità assoluta, tutti abbiamo bisogno di dare un senso alla realtà, altrimenti sarebbe impossibile vivere. Ed è qui che entra in gioco il cristiano. La testimonianza non è, come ha sottolineato più volte Benedetto XVI, solo una cosa del cuore o della bocca, ma anche dell’intelligenza. Deve essere pensata e così, come pensata e intelligentemente concepita, tocca l’altro. È un compito impegnativo, ma affascinante».

http://www.tracce.it/default.asp?id=329&id_n=34424

 

EDITORIALE

Dove inizia la pace

 

Il mondo è da sempre segnato dalla guerra. Non solo la guerra tra popoli e nazioni, ma anche la divisione che si insinua nei rapporti più “normali”, nelle amicizie, nelle famiglie. Sembra che gli uomini si portino dentro una malattia impossibile da estinguere. In molti rapporti finisce il tempo dell’unità e subentra uno stato di tensione, di guerra, sorda o esplosa.In alcuni momenti storici, come il presente, tutti avvertono che il destino del mondo si gioca nelle mani di pochi. Ci sono episodi di grave crisi internazionale che danno timore a tutti: Usa-Iraq, Israele-Palestina. E sulla scena della storia pare che restino pochi decisivi protagonisti. A essi il mondo si rivolge perché in loro prevalga il senso di pace invece che la guerra.Ma il cuore dell’uomo, anche di coloro nelle cui mani sta il destino di grandi decisioni, è incapace di realizzare veramente la pace.
Perché la pace è un dono
, è qualcosa che il cuore dell’uomo non sa elaborare con le proprie forze. L’esperienza insegna che nemmeno nelle circostanze più prossime e conosciute (il luogo di lavoro, la casa, gli affetti più intimi) il più sincero desiderio che ci sia pace basta a realizzarla. Essa, tanto quanto è desiderata come una liberazione, altrettanto appare un ideale lontano, quasi un sogno.La pace è sentita come un dono che si realizza sì attraverso i cuori e le azioni degli uomini, attraverso l’impegno della libertà umana, ma viene da altrove. Sì, perché il protagonista della pace, il signore della pace è Dio. Per questo l’azione più realista di questi tempi, come richiama il Papa, è la preghiera, come di bambini, perché Dio assicuri la pace, vincendo l’inimicizia. E don Giussani, parlando di recente a quindicimila adulti di Cl di Milano ha detto: «Viviamo la preghiera come il primo avamposto della battaglia nella nostra vita».La guerra inizia proprio là dove gli uomini non riconoscono più Dio come protagonista costruttore della storia. Al suo posto, come criterio e orizzonte entro cui giudicare i rapporti e i problemi, pongono altro. E nel mutevole nome di questo “altro” – potere, soldi, ideologia, utilità o comodità di vita – ci si inizia a odiare e ci si può anche scannare.
L’uomo che prega è il primo costruttore di pace
, perché riconosce a Dio, all’Essere, il ruolo di movente della vita, di criterio ultimo per l’azione, sia nella gioia che nel dolore e nel sacrificio. La pace inizia in questo riconoscimento, che genera – come prima caratteristica concreta dell’azione – la speranza, indomabile. Che non è la virtù degli imbelli, ma di uomini quotidianamente in lotta per la vita. Che dalla speranza sono ributtati con più consapevolezza e responsabilità nell’azione per la pace.
Solo da qui il cuore e la responsabilità umani 
sono mossi a gesti che escono dalla logica tremenda e ineluttabile della guerra. E che accadono, anche quando sembrerebbero impossibili, nei rapporti internazionali come in quelli quotidiani. Questo numero diTracce offre documentazione, tra l’altro, di incontri impensabili, ma reali, con personalità dell’ebraismo e dell’islam che sono già l’inizio di una pace che non è indifferente tolleranza, ma attiva partecipazione al destino dell’altro.

http://www.tracce.it/?id=340&id_n=5884

La dimensione educativa della libertà: Don Luigi Giussani

Mons. Luigi Giussani

Siamo in piena mutazione antropologica. L’avvento di un economicismo esasperato fondato sugli interessi individuali, supportato da uno squallido liberalismo senza regole, ha scavato un vallo fra i cittadini, la loro libertà e il paradigma dei valori che sostengono la dignità dell’uomo.

Forse non basta più una nuova teoria della libertà per rimettere in linea un equilibrio sociale a disagio. Sembra infatti che la libertà, diventando esperienza privata, non meriti più fiducia.

Ne è prova l’atteggiamento di  gran parte del mondo giovanile che rincorre, in un contrasto di sentimenti e senza esserne consapevole, un riduttivo ideale di libertà: tanti diritti, poche regole, nessuna  responsabilità. E fra surrogati ed esperienze non progettuali, il futuro si spegne tra le loro mani. Ma nella storia dell’uomo, si sono sempre aperti orizzonti per guardare al di là dei muri, oltre i confini dell’immediato.

Don Luigi Giussani, raffinato investigatore della problematica giovanile, è un interprete fecondo di questo “humus.” tanto che ha aggregato attorno a sé masse di giovani affascinati dall’essere protagonisti coerenti ai propri ideali. E a coloro i quali non amano l’omologazione ma vogliono essere liberi eroi della quotidianità, offre un’idea di  libertà argomentata con la passione dell’intelletto e con l’ardore del cuore. Nel saggio Il Rischio Educativo(1) in modo particolare nel capitolo: “Educazione alla libertà,” si leggono alcune tracce della pedagogia di Don Boscoche rivolgendosi agli adulti diceva: “Non esistono giovani cattivi, esistono educatori cattivi”.

È su questa linea che Giussani elabora la sua antropologia pedagogica: rendere consapevoli i giovani  che solo attraverso l’educazione alla fede,  alla responsabilità del proprio agire, alla libertà di Cristo, possono lasciare un’eredità indelebile. E senza fronzoli con il  pragmatismo della verità, ci indica come avvicinarli alla conquista della libertà che libera dalle ossessioni, che non recalcitra di fronte agli impegni ed è congruente al messaggio evangelico.

È insito nella “Cultura dell’opinione” il concetto che nella legge naturale vige il principio per cui l’uomo è portato a fare istintivamente ciò che sente più gradevole e accomodante. In questa prospettiva veleggia quella parte della società che coglie la vita in modo epidermico e si inebria pensando che la libertà sia fare ciò che pare e piace. Sembra che si  rappresenti l’uomo come  un soggetto che vive al limite dell’anarchia i suoi progetti e le sue relazioni. Al contrario noi siamo in una società complessa, in continua evoluzione, in viaggio verso una civiltà sempre più perfettibile. Una libertà associata al futile, all’effimero, inebetisce la vita dell’uomo e si svuota della sua identità. Non è libertà degna dell’uomo. In realtà noi ci sentiamo liberi non quando esercitiamo un libero arbitrio in un gioco di compromessi, ma quando il nostro libero agire consegue un’invasiva gratificazione che abbraccia la totalità del nostro sentire. In questa prospettiva scopriamo che una libertà si compie se ci poniamo in relazione con l’Assoluto, con il Mistero che ci trascende.

«La libertà» – scrive Giussani – «è quel livello della natura in cui la natura diventa capace di un rapporto con l’infinito; dice “Tu” a quell’ineffabile, incomprensibile presenza senza la quale non è concepibile nulla, perché nulla si fa da sé»(2). Tale sentimento che invoca la relazione col Trascendente, è tanto connaturale all’uomo che anche l’aporematica concezione di Dio dello scrittore Gesualdo Bufalino viene stravolta, si scompone. E rivolgendosi a Dio: «Te che mi esisti dentro per metafora d’inesistenza, più sei lontano e più ti porto addosso fra l’abito e la carne»(3).

Lo scrittore testimonia la sua ansia del Trascendente come la si  riscontra nel mondo giovanile  con le sue contraddizioni. È palese come la nostra naturale sensibilità sia collegata alla consapevolezza che il nostro esserci è gratuito. L’uomo non è creatore di se stesso. Poste queste premesse, diventa riduttivo pensare la libertà come “giustificazione dell’agire dell’uomo nei termini di come egli misura la realtà”(4).

La libertà non deve essere costretta dalle modalità umane a interpretare la vita: la libertà non è funzione arbitraria dell’agire storico dell’uomo a seconda dei suoi umori. “Non è una misura che restringe il reale fra quattro mura”(5). La libertà va oltre: è comprensione della nostra finitezza, è  un ponte privilegiato verso Dio. Se la libertà non è misura della realtà umana è tantomeno assimilabile all’opera che l’uomo svolge, considerando se stesso come misura delle cose. La libertà è “finestra spalancata su una realtà che non ha mai finito di essere inquisita, in cui l’occhio penetra sempre più, campassimo anche mille anni”(6). E’ come se percorresse la nostra dimensione spazio-temporale per sostenerci senza accollarsi il fardello delle nostre debolezze. Vi è tanto pudore di fronte alla coscienza del nostro limite e dell’immensità del mistero delle cose che ci circondano. Ma non possiamo fermare quella libertà intesa come “sguardo sempre più penetrante la realtà”(7). Qualora l’uomo lo facesse si annichilerebbe nel suo mondo gretto, ridotto a quattro mura. Non possiamo isolarci  e mettere la mordacchia alla libertà. Salviamo invece la nostra dignità progettando la storia dell’uomo “con il senso dell’Oltre che sta dietro a  tutto ciò che l’uomo brandisce”(8). Il testimone di Cristo deve sempre tener presente il senso dell’ Infinito nelle attività che svolge per vivere in un’ etica del “rispetto” di ciò che ha, usa e produce. Se l’uomo vive in questa dimensione, non diventa misura di se stesso, non si logora nella sua determinatezza.

A coronamento del cammino che porta l’uomo a liberarsi dalla schiavitù dell’effimero, Don Giussani vuole testimoniare il dinamismo della libertà cristiana, rappresentandola come “Impeto Creatore”. Se la libertà vissuta nasce dal rapporto di relazione fra l’uomo e Dio, essa assimila da Dio il suo creativo vigore. La gioventù di oggi sembra abbia dimenticato questo decisivo risvolto della libertà: crede di essere libera perché può scegliere fra tante opzioni, mentre la libertà compiuta è un progetto dinamico e creativo che non langue nella quotidianità. Quanti giovani vivono ai margini dell’esistenza perché non hanno più desideri, non amano più rischiare nella vita! “L’istinto Creatore,”scrive Giussani, è ciò che qualifica la libertà in un modo più positivo e sperimentalmente affascinante(9). Se una società è strutturata da dinamiche creative progettate dalla libertà umana, lo Stato deve tutelare e garantire benessere e giustizia senza esercitare un predominio sulla società. “Più società e meno Stato”: è uno slogan che ha sempre accompagnato il pensiero sociale e politico di Giussani. È in una società operosa che la dottrina sociale della Chiesa può seminare i principi di solidarietà e sussidiarietà, espressioni sublimi della carità cristiana e dell’umanesimo laico.

Le leggi dello Stato non educano automaticamente alla compartecipazione solidale delle risorse di questo mondo. È la legge del cuore  che impone una coscienza alla condivisione da cui scaturisce civiltà e benessere. Funzione precipua dello Stato è sovraintendere e proteggere, come un buon padre, le libere attività umane, distribuendo giustamente le opportunità che creano progresso e fratellanza.

Se i cittadini non esprimono “creatività” per crescere insieme, allora sono passivi e rifiutano l’essenza stessa della libertà umana che si palesa come”progettualità” del divenire adulti.

È in questo contesto che si nobilita la ragion d’essere dello Stato: educare alla creatività per garantire alla società una libertà più matura, partendo dalla base come sempre sostiene Giussani.

L’istinto solidale che predomina in lui è legato al sentimento della paternità responsabile di fronte ad una società che sfugge le regole che non sa autodeterminarsi che vive ai margini  di uno Stato aggregato solo dall’economia.

È fatica vivere ed è fatica operare  là dove si riverbera, attraverso l’ignoranza e l’arroganza del potere, una realtà derelitta che langue perché non ha una libertà progettuale. Come amava ricordare don Luigi, solo Cristo ci libera dalla chiacchiera pagana. È necessario operare una “conversione evangelica” in un mondo che educa più alla percezione che alla comprensione dei valori; con l’auspicio che l’evento cristiano possa squarciare il velo alle ragioni dell’ignoranza per dispiegare le ragioni della “Libertà evangelica”. È ineludibile cooperare intensamente alla ricostruzione dello spirito umano per poter accedere all’Oltre, là dove i confini dell’umanità si dilatano verso l’Infinito. Come ci ha insegnato don Luigi Giussani. Con la passione del cuore.

adeliov@tiscali.it

http://centropastorale.unicatt.it/pastorale-la-dimensione-educativa-della-liberta-don-luigi-giussani-scheda-dell-articolo

Don Julián Carrón è un sacerdote spagnolo, attuale responsabile di un Movimento ecclesiale internazionale, Comunione e Liberazione. Fondato da don Luigi Giussani, il Movimento è oggi presente in più di ottanta paesi. Don Giussani scelse don Carrón come suo successore alla guida del Movimento prima della sua morte, avvenuta nel 2005. Don Carrón è stato intervistato da Greg Erlandson in marzo, dopo l’elezione di Papa Francesco a Roma.

Che cosa ha pensato dell’elezione di Papa Francesco? È rimasto sorpreso? Lo conosce?
La mia prima reazione alla notizia dell’elezione del Papa è stata di gioia, anche prima di sapere il nome dell’eletto. Questo fa parte del mistero della nostra fede cattolica. Quando ho saputo che aveva scelto il nome Francesco, sono stato davvero felice, perché ha voluto mostrare a tutti quale è per lui la vera ricchezza: Cristo. Sono rimasto proprio sorpreso dalla sua elezione, non me l’aspettavo. Ma sono stato subito felice. Non lo conosco personalmente, ma i miei amici in Argentina lo conoscono molto bene. Lo hanno invitato a presentare diversi libri di don Giussani a Buenos Aires.

Qual è la sua speranza per questo pontificato? Qual è il dono più grande che Papa Francesco può dare alla Chiesa nel tempo che viviamo?
Non riesco a trovare una risposta a questa domanda migliore di questa, che ha dato lo stesso Papa Francesco. Il dono più grande alla Chiesa è mostrare che “La verità cristiana è attrattiva e persuasiva perché corrisponde al bisogno più profondo della vita dell’uomo”, come ha detto ai Cardinali il giorno successivo alla sua elezione. Spero e prego perché Papa Francesco ci testimoni la bellezza dell’essere cristiani oggi, come san Francesco lo testimoniò nel Medioevo.

Si è molto parlato di riforma della Curia. Ma non abbiamo forse bisogno di un rinnovamento della Chiesa tutta, che include anche la Curia? Come definirebbe o spiegherebbe in che cosa consiste questo rinnovamento, in termini comprensibili per un cattolico comune?
Non c’è altro rinnovamento della Chiesa se non la conversione a Cristo. Solo se ogni cristiano diviene una nuova creatura noi siamo in grado di riflettere al mondo la bellezza e l’attrattiva di Cristo. Non è un problema di strategia o di cambiamenti organizzativi, ma di conversione. È questo che la gente si aspetta da noi: una vita in cui possano riconoscere una modalità possibile per ciascuno nella confusione in cui tutti ci troviamo.

Può dirmi qual è l’atteggiamento di Papa Francesco verso i Movimenti, e che ruolo essi hanno giocato nell’Arcidiocesi di Buenos Aires?
È disponibile e aperto nei riguardi dei Movimenti ecclesiali. Possiamo testimoniare la sua grande stima verso di noi. Ma nello stesso tempo desidera che i Movimenti siano accanto alla gente negli ambienti. Non ha scelto nessuno di noi per ricoprire incarichi nella Curia di Buenos Aires, ha preferito vederci impegnati sul fronte della missione.

Vorrei chiederle qualcosa riguardo al Movimento che lei guida, Comunione e Liberazione. Che dimensioni ha oggi, e in quanti paesi è presente?
Il nostro Movimento è presente in Ottanta paesi in tutto il mondo. Ovviamente la nostra presenza è diversa nei singoli paesi: in molti di essi siamo una piccola realtà, in altri, come il Brasile, la Spagna o gli Stati Uniti, la nostra presenza è più consistente. L’Italia, dove il Movimento è nato, rimane peraltro il paese dove la nostra presenza è più importante.

Come descriverebbe l’essenza della missione di Comunione e Liberazione? Qual è il carisma del suo fondatore, don Luigi Giussani, che rappresenta il dono più grande per la Chiesa?
La missione di Comunione e Liberazione è l’educazione alla fede. Don Giussani ha riassunto il contenuto e lo scopo del suo sforzo in queste parole: “Per la mia formazione in famiglia e in seminario prima, per la mia meditazione dopo, mi ero profondamente persuaso che una fede che non potesse essere reperta e trovata nell’esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze, non sarebbe stata una fede in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, diceva e dice l’opposto; tanto è vero che perfino la teologia per parecchio tempo è stata vittima di questo cedimento.
Mostrare la pertinenza della fede alle esigenze della vita e, quindi – questo “quindi” è importante per me – dimostrare la razionalità della fede, implica un concetto preciso di razionalità. Dire che la fede esalta la razionalità vuol dire che la fede corrisponde alle esigenze fondamentali e originali del cuore di ogni uomo”. (L. Giussani, Il rischio educativo, Milano 2005, pp. 20-21).

Il Movimento è nato in un contesto difficile, segnato da terrorismo e radicalismo. Oggi la realtà è diversa, e pone sfide diverse. CL è un movimento “di mezza età”, se mi passa l’espressione. Ci sono ancora molti giovani, ma più capelli grigi, come ho visto alla Via Crucis Venerdì sera a Roma. Cosa deve fare Comunione e Liberazione per continuare a essere una forza vitale nella Chiesa oggi?
Cerchiamo di continuare a essere questa forza vitale. La presenza ancora consistente di CL nelle università, nelle scuole, fra i giovani, è un segno di questo. Significa che il Movimento è ancora capace di offrire loro una proposta attrattiva. Tutto dipende dalla nostra capacità di essere fedeli al carisma che abbiamo ricevuto. Sono convinto che il Movimento è una valida proposta per vivere la fede nella società moderna.

http://it.clonline.org/testi-julian-carron/default.asp?id=559&id_n=20073

Questo, osserva Papa Francesco, «è un consiglio saggio anche per la nostra vita, perché il tempo è il messaggero di Dio: Dio ci salva nel tempo, non nel momento. Qualche volta fa i miracoli, ma nella vita comune ci salva nel tempo», ci salva «nella storia», nella «storia personale» di ciascuno. Quindi, con arguzia, il Papa soggiunge: il Signore non si comporta «come una fata con la bacchetta magica: no». Al contrario, dona «la grazia e dice, come diceva a tutti quelli che Lui guariva: “Va, cammina”. Lo dice anche a noi: “Cammina nella tua vita, dai testimonianza di tutto quello che il Signore fa con noi”».

TRIONFALISMO. A questo punto, papa Francesco nota «una grande tentazione» che si annida nella vita cristiana, «quella del trionfalismo». «È una tentazione – afferma – che anche gli Apostoli hanno avuto». L’ha avuta Pietro quando assicura solennemente che non rinnegherà il suo Signore. O il popolo dopo aver assistito alla moltiplicazione dei pani. «Il trionfalismo – asserisce il Pontefice – non è del Signore. Il Signore è entrato sulla Terra umilmente: ha fatto la sua vita per 30 anni, è cresciuto come un bambino normale, ha avuto la prova del lavoro, anche la prova della Croce. Poi, alla fine, è risorto». Dunque, prosegue, «il Signore insegna che nella vita non è tutto magico, che il trionfalismo non è cristiano». La vita del cristiano è fatta di una normalità vissuta però con Cristo, ogni giorno: «Questa – esorta Papa Francesco – è la grazia che dobbiamo chiedere: quella della perseveranza. Perseverare nel cammino del Signore, fino alla fine, tutti i giorni». «Che il Signore – conclude – ci salvi dalle fantasie trionfalistiche». «Il trionfalismo non è cristiano, non è del Signore. Il cammino di tutti i giorni, nella presenza di Dio, quella è la strada del Signore».

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Una grazia?
Sì, perché non si era mai presa una coscienza tale del mistero dell’Incarnazione. Siamo in una situazione in cui sono la Chiesa e i cristiani che si trovano a difendere la carne e il sesso. Siamo completamente usciti dal puritanesimo per prendere coscienza che la sessualità così come ci è donata viene da Dio ed è spirituale. E questo è un passo avanti straordinario che è stato fortemente preparato da Giovanni Paolo II. La difesa del corpo e della carne, infatti, è una peculiarità del cristianesimo. Durante la Manif Pour Tous, dei cristiani portavano cartelli con questo slogan: “Vogliamo il sesso, non il genere”. È una grande novità questa affermazione del sesso, contro l’ideologia del gender, e quelle persone lo dicevano in quanto cristiani.

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