Il conflitto fecondo

C’è chi li vorrebbe vedere così: due cadaveri che si tengono per mano. Se il matrimonio è la tomba dell’amore, attualmente c’è chi vorrebbe proprio sotterrare il vincolo affettivo tra uomo e donna, seppellendolo in un polverone di indistinta neutralità sessuale – e persino senza premurarsi di dargli degna sepoltura.

Accidenti, dunque, agli archeologi, il cui mestiere, invece, è quello di scavare e portare alla luce le cose nascoste. Ed ecco che in Romania sono stati trovati due scheletri, inequivocabilmente di un uomo e di una donna, che nella loro tomba si tengono per mano. Risalgono all’epoca medievale, e pare che lui sia morto per un incidente che gli ha procurato un trauma toracico e di lei alcuni dicono che sia morta per un colpo al cuore (ma non è ovviamente sicuro). Da qui il soprannome con cui sono stati ribattezzati: Romeo e Giulietta.

Roba d’altri tempi, roba medievale. Però, la loro immagine, vista così è proprio emblematica: ossa che si guardano e si tengono mano nella mano. Chissà che cosa è capitato loro. Chi li ha trovati, guardandoli, ha avuto un pensiero istintivo: Romeo e Giulietta. Non c’è, però, da stupirsi se a breve saltasse fuori lo storico scientifico di turno a svelare che dietro c’è una vicenda ben più prosaica: ad esempio (ipotizzo liberamente), gli studi geologici più scrupolosi potrebbero confermare che la loro sepoltura risale al tempo in cui un forte terremoto colpì la zona, e quindi – non essendoci dati evidenti a supporto di un legame amoroso tra i due – la cosa scientificamente più probabile sarebbe supporre che fossero dei perfetti estranei a spasso per la città. Così, al momento del terremoto, lui venne colpito da un qualche pezzo di pietra precipitante e lei venne stroncata da un infarto per il terrore di quella scossa. Nel putiferio del cataclisma i loro cadaveri finirono vicini, per puro caso, e leggermente sovrapposti.

Ma – questo è notevole – l’immaginazione di chi si è imbattuto in quei due scheletri non ha optato per questa storia di prosaica casualità. Perché l’immaginazione dell’uomo è tanto spontanea quanto emblematica e, immediatamente, reagisce interpretando i segni, forse non nel modo scientificamente più verisimile, ma nel modo umanamente più attraente. Chissà perché. In ogni caso, il puro istinto immaginativo (che non è mera fantasticheria, ma la risorsa più divina che abbiamo) ha emesso il suo verdetto: Romeo e Giulietta.

Certe storie eterne ci restano addosso, come parlassero di qualcosa che ci appartiene, ben oltre la superficie della semplice trama. Di cosa parla, dunque, questa tragedia di Shakespeare? A prima vista è una domanda facile, ma al giorno d’oggi non so fino a che punto sia lecito esser certi anche degli elementi base della trama. Stando a un recente allestimento teatrale messo in scena a Verona non è da escludere una lettura meno tradizionalista dell’opera, cioè: non è detto – in fin dei conti – che i protagonisti in questione fossero un ragazzo e una ragazza, potevano benissimo essere due uomini. Ed è un’osservazione filologica, a detta del regista, che così dichiara: «Non c’è nulla di nuovo visto che, nell’epoca elisabettiana le donne non potevano recitare e i ruoli erano ricoperti da soli uomini. Del resto questo è anche un messaggio per dire che l’amore è universale, non necessariamente tra un uomo e una donna, ma anche tra uomo e uomo e donna e donna». Alla fine è l’amore universale che trionfa, perché chi avanza questa ipotesi interpretativa non la manifesta poi apertamente in un titolo chiaro, che, a questo punto, poteva ben essere Romeo e Giulio, ma si barrica dietro un più neutro, onnicomprensivo e generico L’elisir di Verona. Ed è questo il trucco, l’elisir: siamo tutti accolti dentro un grande abbraccio universale, senza più nomi, senza distinzioni, solo una nuvola di indistinta tolleranza.

Alla luce dell’attuale dibattito sul matrimonio, anche io – a ben vedere – potrei produrre una mia provocatoria interpretazione bigotto-cattolica di questa celebre tragedia, senza commettere strafalcioni testuali, ma solo forzando un po’ la mano qua e là: due esseri di sesso diverso si innamorano, ma il matrimonio tra queste due creature è visto nella società che li circonda come un’offesa tremenda, una cosa da tenere nascosta perché genererebbe scontri violenti; non resta loro che una soluzione: celebrarlo in segreto con l’aiuto di un frate, cioè avendo il supporto di quell’unica istituzione che da sempre difende e celebra come sacramento la creazione di vincoli tra esseri di sesso diverso – la Chiesa.

Ma così facendo, anch’io tradirei Shakespeare e, soprattutto, tradirei qualcosa di me nel falsificare ciò che Shakespeare consegnò alla voce della poesia. Perché non spetta a noi custodire la tradizione del passato adattandola ai tempi, spetta invece al passato, che si tramanda nella tradizione, custodire la parte più preziosa di noi. Le grandi opere d’arte sono come il ritornello di una canzone: ci raccontano qualcosa che non muta anche se tutto va avanti. Non occorre reinventarle, ma sforzarci di ritrovarle per come già sono. Noi invece eccediamo in nuove teorie, nuovi punti di vista, nuove conquiste del pensiero; mettiamo sottosopra il nostro baule umano, che ci sembra pieno di cose stantie da innovare, modificare, reinventare – perché in realtà non le capiamo più. E riguardo alle questioni umane di base (nascita, matrimonio, morte) è proprio vero che ci stanno sfuggendo di mano gli elementi basilari, che invece da sempre i poeti hanno sentito il dovere di cantare e rendere eterni – come a dire: insopprimibili.

Per questo, il signor Chesterton prosegue dicendo che non c’è bisogno di modernizzare Shakespeare, ma c’è in realtà molto bisogno di capire proprio ciò che Shakespeare diceva: «Ma ci sono persone che probabilmente hanno bisogno di una traduzione persino delle parole di Shakespeare. Ad ogni modo, quello che un uomo apprende da Romeo e Giulietta non è una nuova teoria sul sesso; è il mistero di qualcosa di più di ciò che gli edonisti chiamano sesso, e che i cialtroni chiamano sex˗appeal».

gkcmarried1Non è una teoria sull’amore universale quella che ci viene narrata in Romeo e Giulietta. Non c’è nessun elisir a Verona, e non c’è neppure nessun narcotico che avvolga nella nebbia del «vogliamoci tutti bene» il sapore agro del finale. A Verona c’è innanzitutto la guerra, quella netta: una fazione contro l’altra, l’odio delle ripicche, occhio per occhio, Capuleti contro Montecchi. Un potente contro un altro potente, quel genere di conflitti che conosciamo bene, perché non abitano solo nel mondo esterno fuori dalla nostra anima. L’amore non è affatto universale, non si diffonde spontaneamente e ovunque – non regna sovrano. Neanche quando siamo a tu per tu con noi stessi. A Verona c’è lo status quo di noi, dissidi che tracimano in scelte violente: o questo o quello. Questa è la nostra modalità di base, perché noi non siamo spontaneamente propensi ad accogliere ciò che giudichiamo nemico, altro, opposto. Ma a Verona si manifesta poi il mistero di una ferita che si può rimarginare non con un diplomatico cerotto, ma con un sacrificio; non con la neutra tolleranza reciproca, ma con un ardore ancora più infuocato della violenza che distrugge.

Il poeta mette in scena a Verona il mistero che c’è dietro l’immagine di ogni innamoramento tra uomo e donna: è qualcosa di eccezionale vedere l’incontro di due elementi opposti che generano. Sono naturalmente opposti (maschile e femminile), quanto politicamente contrapposti (Capuleti e Montecchi). E così raffigurati, Romeo e Giulietta generano a Verona putiferio e sconquasso, generano infine un sacrificio fecondo. E fin qui è la voce Shakespeare. Solo a questo punto del percorso, io mi permetto di aggiungere ciò che scorgo nell’eco di questa trama. Scorgo l’idea che non ci sia pace, bensì solo indifferenza reciproca, in una quieta omogeneità politicamente corretta. La verità è che non c’è modo di tenersi alla larga da traumi al torace e infarti. Io sento innanzitutto in me il bisogno che i miei conflitti non siano appianati in una pace fatta di annullamento (strette di mano che sono come lavarsene le mani). Occorre un modo di tenersi per mano che sia più incandescente della violenza. Occorre un conflitto fecondo, e ne vedo un segno in ciò che da sempre si celebra nel matrimonio. È un’ipotesi di carità generatrice, dentro i costanti dissidi che non vengono meno. E più che nelle tragedie, la vera natura del matrimonio tra uomo e donna viene fuori meglio nelle commedie, proprio perché parla di un bene che non è affatto idillico, composto e rasserenante – eppure genera; genera per conflitto tra gli opposti, non per somma di similtudini.

«Vorrei dire per via di metafora che i sessi sono due ostinati pezzi di ferro, che se mai si potranno fondere, si fonderanno allo stato incandescente. Ogni donna finirà per scoprire che suo marito è un animale egoista, perché ogni uomo lo è, se paragonato all’ideale femminile. Ogni uomo deve scoprire che sua moglie è irritabile, vale a dire tanto sensibile da fare impazzire: perché di fronte all’ideale maschile ogni donna è folle. Tutto il valore dei normali rapporti tra uomo e donna sta nel fatto che essi incominciano veramente a criticarsi quando incominciano ad ammirarsi davvero. Ed è bello che sia così. Coloro che da Dio vennero separati, nessun uomo osi unire» (G. K. Chesterton, da La nonna del drago e altre serissime storie).

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Ti piacerebbe avere disturbi di identità, depressivi, dissociativi, al punto da spingerti alla droga, all’alcol, al suicidio, e sentirti dire che vai bene così? Questo domanda Walt Heyer (nella foto) a chi dice che il sesso non è un dato naturale. «Non si nasce transessuali. Ti accade qualcosa per cui cerchi di fuggire da ciò che sei». A parlare contro chi sostiene che l’identità di genere sia una scelta soggettiva è un ex transessuale americano. E questa è la sua confessione resa a Tempi. Walt Heyer è un ragazzo ventenne quando si sposa. Ma l’essere di sesso maschile lo terrorizza da tempo. Sono gli anni Sessanta. L’idea di potersi trasformare da uomini in donne sta diventando una concreta possibilità grazie alla chirurgia. La vita procede. Carriera, moglie, figli. Tutto ciò non basta più a lenire la segreta sofferenza di Walt. Così, un giorno, abbandona la famiglia, entra in una clinica. E Walt diventa Lara. Lara Jensen. Purtroppo, a parte l’involucro, testa e natura restano quelle di prima. E il dolore, anziché diminuire, cresce. «I medici che incontrai prima dell’operazione e che dovevano valutare il mio stato psicologico diedero un giudizio molto approssimativo: la diagnosi di disturbo dissociativo arrivò solo dieci anni dopo».

Si dice che ognuno deve essere ciò che “sente” di essere.
Il pensiero dominante ci insegna che si è felici scegliendo quel che si vuole. Fosse anche la cosa più terribile. Violenti, talebani e intolleranti, quelli che affermano il contrario? Sì, a detta del politically correct, è così. Eppure sono loro quelli che mi hanno salvato la vita. Perciò io li chiamo caritatevoli, realisti, buoni. Se sono sopravvissuto, e sono finalmente in pace, è grazie a chi mi ha detto che della mia condotta di vita non andava bene nulla. Per colpa mia? No, non c’erano colpe. C’era un trauma che a un certo punto decisi di affrontare. Bene. Quella gente che definiscono retrograda, bigotta e intollerante non mi ha mai mollato e ha lottato con me per la mia felicità.

Come comincia la sua storia, Walt? 
Per strane ragioni mia nonna sin da piccolo mi vestiva da bambina e quando mio padre lo scoprì non fece che peggiorare le cose: basò la mia educazione su una disciplina severissima. Vennero poi ad aggiungersi le molestie di mio zio, un adolescente disturbato, che cominciò a toccarmi quando avevo 10 anni. Inconsciamente pensavo che se fossi stato una bambina non mi avrebbero più trattato in quel modo. E così cominciai segretamente a pensare di cambiare sesso. All’età di 15 anni mi sentivo intrappolato. Volevo fuggire dal mio corpo. Lo reputavo la causa del mio malessere.

Però lei si è sposato a 20 anni e sua moglie sapeva. 
Sì. Mi disse che non era un problema. Che le andavo bene così. Non volle affrontare la cosa e comunque tutto filò via liscio per un po’. A parte l’ansia che tentavo di curare e dominare con lavoro e alcol. Feci una carriera brillante come ingegnere aerospaziale. Guadagnavo bene ma stavo sempre peggio. Dopo diciassette anni di matrimonio non vedevo soluzioni. E così un giorno presi la decisione di cambiare sesso per via chirurgica.

Cosa è successo, poi?
È successo che invece della felicità sono caduto in una depressione ancora più forte. In una vita fatta di promiscuità e follie. Solo dopo otto anni mi resi conto che non avevo fatto altro che peggiorare le cose. Non ero diventato una donna. E la depressione mi annientava. Ma sentivo che ormai era troppo tardi per tutto.

O forse no. 
Mi ricordai che all’università avevo studiato psicologia e che quando le persone hanno una grande pena nella vita diventano depresse o alcolizzate o tossicodipendenti. O tutte e tre le cose insieme. Perciò, dovevo capire da dove veniva la mia pena. Dovevo sapere quale era la verità. E così mi venne in mente che l’unico che poteva conoscere il mio dolore e la mia verità era Colui che mi aveva creato. Perciò feci la cosa più semplice di questo mondo: andai in chiesa a cercarlo. A cercare Dio. E lì trovai uno che mi aiutò per davvero. Un prete. Gli chiesi se avrebbe provato a cambiarmi e lui, sorridendo, mi rispose: «Il mio mestiere è volerti bene, a cambiarti ci penserà Dio».

Ed è stata la svolta della sua vita. 
È così, sembrava che Gesù fosse proprio lì, in quella chiesa, in quel prete, ad aspettarmi. Cominciai la terapia psicologica e incontrai la donna che ora è mia moglie. Oggi sono un padre, un marito e un uomo nuovo. Ma sono anche la prova che Dio è vivo. E che i suoi più grandi miracoli sono le ricostruzioni di vite distrutte come la mia. Dio ha il potere di costruire opere usando macerie.

Quanto sono lontane da questa sua esperienza l’iconografia di spensierata normalità che del mondo gay e trans ci mostra il sistema massmediatico. 
È un cliché che conosco molto bene, fatto di superficialità e di comode apparenze. In realtà è un mondo di frustrazione, rabbia, dolore che riversa le sue contraddizioni contro le persone che vivono una condizione normale e, giustamente, la difendono. Chi soffre pensa (o per razionalizzare il dolore o perché viene convinto di questo) che la colpa del suo disagio sia della società eterosessuale. Quella che viene erroneamente definita “omofoba”. Perciò la maggioranza dei trans e gay desiderano che sparisca qualsiasi sesso. Dall’altra parte c’è la responsabilità di chi sa, ha studiato ma tace per paura di mettere a repentaglio la propria carriera o per timore di finire in tribunale. Il problema è questo: transessuali, gay e lesbiche nascondono pubblicamente il loro disagio. Quando ero uno di loro ho ascoltato tanto dolore. Ma privatamente non ho mai sentito parlare di amore.

In effetti le statistiche sul tasso di suicidi tra la popolazione di persone transessuali sono agghiaccianti. 
Negli Stati Uniti sono il 30 per cento, ma c’è chi rimane vivo, alzando la soglia dei tentati suicidi al 40 per cento. In Svezia tutti coloro che hanno subìto operazioni per cambiare sesso tra il 1973 e il 2003 hanno tentato il suicidio o hanno avuto gravi problemi psichiatrici. Spesso chi ha disturbi di identità sessuale si prostituisce. Sul mio sito web (sexchangeregret.com) mi contattano migliaia di persone all’anno, sento storie terribili di gente che maledice il giorno in cui si è messa sotto i ferri, che soffre e non trova nessuno che li aiuti. Ora faccio quello che ha fatto chi ha salvato me.

Cosa, precisamente? 
Amore, amicizia, Dio. Anche se sono minacciato. Anche se la legge vuole mettere a tacere chiunque cerchi di offrire un aiuto in questo campo. Anche se il dogma è che essere transessuali non è un problema.

Sappiamo che hai subìto e subisci minacce, censure, boicottaggi sui media. 
Sì, l’America è sempre più intollerante con chi vuole anche solo raccontare la propria storia. È vietato ricordare che non c’è evidenza scientifica che sostenga la base biologica della omo e transessualità. E non si possono menzionare gli studi che confermano il fallimento delle operazioni chirurgiche senza essere calunniati.

Ma che interesse c’è a non riconoscere il disagio della persona transessuale? 
In America molti trans sono così fragili psicologicamente che non lavorano e sono definiti “disabili”. Il governo li “tiene buoni” elargendo loro assegni di invalidità. Li presi anch’io, ma quando cominciai a guarire e incontrai la mia attuale moglie le dissi che era una cosa folle. Non volevo più dipendere dal governo che mi addomesticava in quel modo. Avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse a essere me stesso. Avevo bisogno di terapie. E di veri amici. Ma gli uomini liberi non piacciono.

Lei sa che la cosiddetta “terapia riparitiva” su omo e transessuali è violentemente contestata dagli attivisti dell’agenda gay e che ovunque, almeno in Occidente, c’è una fortissima spinta alle leggi sull’omofobia e a criminalizzare ogni tipo di dissenso contro quell’agenda.
Questo è appunto merito delle lobby Lgbt, che per decenni hanno perseguito l’obiettivo di occupare gli organi politici, istituzionali, rappresentativi e internazionali per piegarli alla loro agenda. È un’operazione che, come si vede, ha avuto successo.

Perché in Occidente c’è questa costante indifferenza per il matrimonio e la famiglia, mentre c’è un’enorme sopravvalutazione della questione gay, anche se parliamo di percentuali molto piccole delle popolazione?
Il movimento politico gay e transgender è intollerante nei confronti della società eterosessuale perché è intimamente persuaso che il proprio senso di frustrazione terminerà solo con l’eclissi della società tradizionale.

Beh, ci sta riuscendo… 
Il problema è che alla fine di questo processo non arriverà nessuna nuova società. Arriverà il disastro.

E da dove si può ripartire, secondo lei, per evitare il “disastro”? 
Dalla famiglia. La famiglia deve tornare a essere un luogo di amore vero. Bisogna andare incontro a chi soffre. E occorrono medici che parlino senza paura. Che contestino il sistema omertoso. E che pubblichino i molti dati esistenti che vengono normalmente censurati. Servono poi le testimonianze di chi è cambiato, affinché chi sta male sappia che c’è una via di uscita reale, come la mia. Ero malato, depresso, alcolizzato. Oggi ho 72 anni e sono sanissimo. Mentre la maggioranza di chi ora si trova nella mia condizione di un tempo, statisticamente non arriva alla mia età, muore prima per abuso di alcol, droga e promiscuità, il miglior viatico ad Aids e malattie letali di ogni genere.

E che ruolo può avere il “fattore religioso” nella riconquista della propria integrità?
Spesso ci si vergogna a parlare di Dio, di lavoro su di sé, di terapie, perché si temono ritorsioni. Bene, voglio dire a chiunque sta soffrendo quello che un tempo ho sofferto io: non avere paura, ti insulteranno come adesso insultano me, ma non importa, chi ti insulta è perché non è a posto lui. Perciò io ti dico: vai avanti lo stesso, cerca amici e aiuti medici, anche se lo Stato nega a psicologi e psichiatri la possibilità di curarti. Per questo c’è tanta gente che mi cerca: io non ho licenze professionali e la legge non può ancora colpirmi. Se mi chiudessero la bocca? Nessun problema. Una via d’uscita c’è sempre. La vita è più forte di qualsiasi disastro. Anche quello promosso per via legale e statale.

Leggi di Più: Walt Heyer, confessioni di un ex trans | Tempi.it 

Conoscenza indiziaria

Ci sono parole che hanno una storia antica che merita di essere rivendicata in tutto il suo valore anche per il presente. Una di queste, ampiamente dismessa nel riferimento alle sue origini è “ermeneutica”. Prima ancora che un indirizzo filosofico – quello che ruota intorno a Heidegger, Gadamer e Bultmann – il problema ermeneutico è qualcosa che ha a che fare con l’esperienza primordiale dell’uomo.

Il pensiero contemporaneo non ha smarrito del tutto questo modo di porre il problema ermeneutico. Così, accanto alla filosofia ermeneutica su fondamento esistenzialista, c’è un indirizzo di pensiero che rivendica un diverso punto di partenza. È la linea che parte da Schleiermacher e, passando per Dilthey, arriva sino a Emilio Betti, un autore ancora troppo poco noto nella sua Italia che, per far valere le sue posizioni in un contesto di subalternità culturale (e anche teologica) alla scuola ermeneutica tedesca, osò sfidare Gadamer sul suo stesso terreno, pubblicando parte delle sue opere in tedesco. Ed è una linea che riprende in gran parte e rivitalizza l’antica ermeneutica come metodica della comprensione e come fondamento delle scienze dello spirito, cioè di tutte quelle aree della conoscenza che sfuggono al paradigma scientifico (post)galileiano.

Del resto, se il latino “interpretari” appare composto dalla preposizione “inter” e dalla radice indoeuropea “prat/pret”, che significa “indicare, mostrare”, il termine greco “ermeneutica” rinvia a Ermete, il messaggero degli dei nella mitologia greca. C’è comunque un “andare tra”, un superamento del dato nella sua prima apparenza. Hermes, è «il dio dalle molte risorse», astuto, predone, guida di mandrie, apportatore di sogni … Ma  Hermes ha anche il ruolo di interprete, cioè di messaggero della volontà degli dei presso gli uomini. Nel SimposioPlatone dice di Eros che è ermeneuon, mediatore, interprete, perché «interpreta e trasmette agli dei ciò che viene dagli uomini ed agli uomini ciò che viene dagli dei, degli uni le preghiere e i sacrifici, degli altri, invece, gli ordini e le ricompense per i sacrifici. Stando in mezzo fra gli uni e gli altri, riempie la distanza, in maniera tale che il tutto risulta collegato con se stesso» (Simposio, 202 e).

L’ermeneutica ha dunque a che fare con la comunicazione e, più precisamente, con la comunicazione “simbolica”, quella che getta un ponte tra realtà lontane, che innesta il quotidiano con il suo significato nascosto. Contestualmente presuppone l’essere in mezzo come possibilità che riempie la distanza e stabilisce il collegamento. In quanto «interpretazione» essa è un atto della conoscenza e come tutta la conoscenza è un atto di relazione. Contro il realismo ingenuo, la conoscenza, per essere tale, è sempre relazione reciproca tra il conosciuto e il conoscente.

Contro il soggettivismo autoreferenziale, la conoscenza, per essere vera, porta a incontrare un oggetto. In questo senso la conoscenza è sempre in qualche modo anche interpretazione, ma lo è soprattutto quando non si è davanti alle prove (o, in termini anglosassoni, alle evidenze) e/o alle dimostrazioni. La conoscenza è interpretazione nei suoi stessi fondamenti antropologici, quelli che precedono l’episteme, l’affermazione del percorso scientifico, e hanno a che fare con l’esperienza.

Non a caso la rivendicazione di un modello conoscitivo rigoroso, al di là del paradigma galileiano che ha dominato l’epoca moderna, viene soprattutto dalle conoscenze irriducibili. Non per nulla un autore come Emilio Betti ha formulato la sua teoria dell’ermeneutica come fondamento delle scienze dello spirito a partire dalle esigenze del diritto. Le scienze giuridiche devono mirare a un risultato, il giudizio, che non può lasciare nel limbo della soggettività questioni dirimenti per la convivenza sociale. Ma, ancor più radicalmente, la rivendicazione di un terreno impraticabile al modello esclusivo delle scienze della natura è venuto dalla medicina. Non è certo casuale che alle origini della rinascita di quello che Ginzburg chiamava il paradigma indiziario vi siano tre medici: Morelli, Freud e Conan Doyle…

Carlo Ginzburg ce lo ha magistralmente ricordato con un suo saggio esemplare: Spie. Radici di un paradigma indiziario (Torino, 1978), rivendicando i legittimi diritti delle “scienze storiche” contro il monismo metodologico neopositivista e contro la riduzione retorica della conoscenza del costruttivismo. Ginzburg ci ha ricordato che lamedicina non ha potuto fare a meno della capacità di «interpretare» i sintomi e ha in  qualche modo protetto l’ultima riserva moderna di scienza non riducibile al paradigma galileiano. Chi scrive, ne ha trattato in un suo proprio saggio (Conoscere per indizi, Arona 2010), che riprende un corso che si sta ripetendo proprio in queste settimane presso l’Università Cattolica di Milano.

La conoscenza indiziaria è antica quanto l’uomo e continua a costituire una sfida tanto al razionalismo che allo scetticismo. La dimensione indiziaria della conoscenza rimanda a forme di certezza che derivano dall’esperienza, e non sono meno solide di quelle che derivano dalle prove o dalle dimostrazioni, solamente agiscono in ambiti e in direzioni conoscitive diverse. Diverso è il metodo, perché diverso è l’oggetto. È la conoscenza che parla di certezze che non si raggiungono per via dimostrativa. Senza nulla togliere a quest’ultima, la conoscenza indiziaria, che è, poi, un’unica cosa con la capacità di cogliere e interpretare gli indizi è un percorso di verità in cui l’episteme e l’esperienza non si escludono.

Anzi, l’interpretazione degli indizi − e il mondo e la vita sono una selva di indizi più o meno nascosti – è l’altra faccia della conoscenza, non meno “scientifica” e non meno provvisoria di quella delle scienze della natura, ed è quella che, per le sue fondamenta antropologiche ed esistenziali, costituisce il punto di raccordo tra il cosiddetto realismo ingenuo di cui è fatta la nostra conoscenza di ogni giorno e la teoria della conoscenza, intesa in senso rigoroso.

L’interpretare è un atto costitutivo dell’esperienza umana. L’uomo vive interpretando. La vita quotidiana dell’uomo sulla terra è un continuo interpretare, sin dalle sue origini. Ed è questione di vita o di morte, di salvezza o perdizione… Il cacciatore che interpreta le tracce della preda o dell’animale selvatico. La madre e il padre che, preoccupati, interpretano i segni della malattia del loro bambino. Il contadino che scruta il cielo e cerca di interpretarne i segni per proteggere il suo raccolto. L’astronomo, sacerdote e re, che dalla sua ziqqurat guarda la volta celeste e cerca di cogliere il ciclo delle stagioni e dei climi e i loro imprevisti. Tutti costoro hanno in comune l’atto dell’interpretare. L’ultimo, l’astronomo che è anche sacerdote, interpreta come in un atto cultuale, legge le stelle per cogliervi la verità nascosta e misteriosa. Le stelle e gli dei finiscono qui per essere una sola cosa e la volta celeste diviene a sua volta il velo che rivela e che nasconde, sulle cui tracce si può cogliere qualcosa del destino.

Il cacciatore che si china a interpretare le tracce dell’animale che sta inseguendo, tra le pietre o nell’erba, che scruta il cielo, il mare o l’orizzonte interpreta, legge dei segni e, dunque, li riconosce come tali, e sa che essi significano qualcosa di certo. Nel contempo, attinge alla sapienza di chi lo ha preceduto, evita le mosse sbagliate e mette in atto la strategia giusta. Sa con certezza, ma in maniera diversa dall’animale, come porsi rispetto al vento.Sa con certezza che dove l’erba è alta può nascondersi il serpente e sa con certezza quale serpente sia velenoso e quale no. Ma c’è di più: i segni che coglie nella natura e che gli parlano, lo spingono anche a costruire lui stesso altri segni. L’impronta del cinghiale lo spinge a imitarne l’immagine, i rami che proteggono dalla pioggia, ma non dai fulmini, lo spingono a costruirsi lui stesso dei ripari. Ogni saggezza nasce dall’osservazione e ogni osservazione è scoperta di segni o indizi, dunque un andare oltre l’osservazione per costruire attraverso la conoscenza una scienza nuova.
http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/4/28/IDEE-Il-destino-e-le-sue-tracce-cosi-nasce-la-saggezza/387737/
 

Amore-giudizio la sfida del papa

di Costantino Esposito

Le parole cristiane non sono solo parole: esse sono dei gesti. Non servono soltanto per indicare o nominare qualcosa, ma hanno un loro peso specifico, quello delle esperienze della vita da cui nascono e che al tempo stesso portano in sé. Siamo soliti tradurre il Verbum con «parola», appunto, ma significa anche il senso, il principio, il logos.
Ma da quando il Verbum si è fatto carne , vita umana, le parole umane non sono più lasciate alla loro volatilità (verba volant…), ma continuano a cercare il loro centro, il loro peso, la loro vita.
Per questo le nostre parole vanno «ascoltate»: esse non sono termini neutri, ma hanno una loro storia, perché ogni volta esse vengono segnate e impregnate dal tono, dall’accento di chi le dice. E quando poi le leggiamo, come segni scritti su una pagina, la loro stessa scrittura non è mai indifferente o semplicemente convenzionale, ma porta inscritta in sé la vibrazione cosciente, la scoperta di chi le ha pronunciate, vivendole. E questo non vale mai una volta per tutte, perché ogni volta che qualcuno, dicendo una parola, ne scopre o riscopre il significato vero per sé, quella parola in qualche modo assume nuovamente la sua carne.
È quello che mi è apparso evidente durante la Via Crucis di Papa Francesco al Colosseo, questo Venerdì Santo. Io penso che non potrò più leggere o ridire due parole senza riascoltare l’accento di verità con cui esse sono state nuovamente pronunciate — o meglio, sono state pronunciate come nuove — in quella notte romana. E non si tratta di due parole qualsiasi, ma di gesti decisivi per la nostra esperienza, come «amore» e «giudizio».
Ha detto Papa Francesco, immedesimandoci con il drammatico mistero della passione di Cristo per gli uomini, che spesso a noi sembra che «Dio non risponda al male, che rimanga in silenzio». Ma in realtà «Dio ha parlato, ha risposto, e la sua risposta è la Croce di Cristo: una parola che è amore, misericordia, perdono». Ma qui accade qualcosa che ci costringe a mettere in discussione il nostro uso abituale di queste parole, quando il Papa continua affermando che questa risposta di Cristo è «anche giudizio: Dio ci giudica amandoci». Quante volte invece per noi tra queste due esperienze vige una sorta di estraneità, se non un’ultima, insuperabile contraddizione?
Da un lato l’amore inteso come un sentimento assoluto, che compatisce e abbraccia senza vedere (l’amore è «cieco», si dice), cioè che si rifiuta al giudizio. Cosa importa di quello che sei e che sei chiamato a essere? Nell’amore l’unica cosa che importante sarebbe dirti che va bene così, che la tua misura è il tuo destino, che in fondo non c’è niente di più grande di te e di me.
Certo per chi ama si tratta pur sempre di uscire da sé, ma solo in quanto si rinuncia a giudicare, per accettare la misura dell’altro e in qualche modo identificarsi o rinchiudersi in essa. L’accoglienza dell’altro sarebbe dell’ordine della «carità», opposta all’ordine della «verità». E difatti il giudicare, dall’altro lato, viene abitualmente inteso come un condannare che ha rinunciato all’amore e alla compassione, come un misurare la misura dell’altro senza accoglierla incondizionatamente. Insomma la freddezza del vero contro il calore del buono.
Nell’esperienza descritta da Papa Francesco l’amore è invece, in quanto tale, giudizio; e il giudizio trova il suo criterio nell’accogliere l’amore come la verità della vita: «Se accolgo il suo amore sono salvato, se lo rifiuto sono condannato, non da Lui, ma da me stesso, perché Dio non condanna, Lui solo ama e salva». La verità non è un precetto che qualcuno ci possa imporre, ma è un giudizio che noi stessi, inevitabilmente, riconosciamo perché esso viene attestato, testimoniato, starei per dire gridato dalla nostra stessa esperienza. Ciascuno di noi avverte quando la sua vita non è «vera», anche coloro che saranno sempre restii ad ammettere che vi sia una «verità» di se stessi. Questo è il punto più acceso della sfida: questa è appunto la «croce» di Cristo, e cioè che la verità di sé sta nell’accogliere l’amore id un altro che è più grande di me — il Padre — cioè accogliere il fatto di essere voluti e salvati, non da se stessi, ma da un Altro.
Questo non ha a che vedere in primo luogo con un traguardo ultraterreno (se fosse solo questo, che importerebbe in fondo rispetto alla vita), ma con la possibilità di essere liberi, ora, guardando in faccia tutto il male di cui siamo capaci e l’angustia invincibile della finitezza. Si tratta di quella libertà che tutti abbiamo sperimentato quando qualcuno ci ha perdonato, facendoci appunto giudicare cosa è vero e reale per noi.
Nella nostra misura possiamo scoprire qualcosa di incommensurabile, che è ben più di un nostro sentimento soggettivo, perché è come la vera stoffa di cui siamo fatti; e insieme è ben più di un ordine oggettivo e impersonale, perché è una scoperta che ciascuno è chiamato a fare nella sua esperienza amorosa. In fondo si è cristiani per questo: perché si è scoperto che la nostra misura non è solo una barriera che chiude, ma un varco per accorgerci e per accogliere Colui che ci ha fatti e continua a ri-farci con la sua misericordia.

© La Gazzetta del Mezzogiorno – Bari (31 marzo 2013)

«La vita dell’uomo si svolge laggiù tra le case, nei campi. Davanti al fuoco e in un letto. E ogni giorno che spunta ti mette davanti la stessa fatica e le stesse mancanze. È un fastidio alla fine […]. C’è una burrasca che rinnova le campagne – né la morte né i grossi dolori scoraggiano. Ma la fatica interminabile, lo sforzo per star vivi d’ora in ora, la notizia del male degli altri, del male meschino, fastidioso come mosche d’estate – quest’è il vivere che taglia le gambe» (C. Pavese, Dialoghi con Leucò). Cesare Pavese ha identificato bene la sfida che ciascuno di noi è chiamato ad affrontare ogni giorno. Non è davanti alle grandi burrasche che ci giochiamo la partita del vivere. Per quelle possiamo riuscire perfino a tirare fuori delle energie a noi sconosciute. È la fatica interminabile del quotidiano che fa scalpore. Perciò è davanti al quotidiano «vivere che taglia le gambe» che ogni ideologia, teoria o credenza misura la sua verità in questi tempi postmoderni. Nel grande mercato delle ideologie tutto sembra avere lo stesso valore. Una teoria vale l’altra. Niente di nuovo sotto il sole. Lo scetticismo accomuna tutte le posizioni.

Anche il cristianesimo deve misurarsi con una tale provocazione. Anzi, noi cristiani siamo i primi interessati a verificare la sua capacità di rispondere a tale sfida.

Il cristianesimo nel nostro tempo ha subito l’influsso della mentalità dominante e si trova davanti a concezioni diverse di esso, più o meno contrastanti tra di loro. Ridotto a un’altra ideologia tra le tante, appunto. O a un’altra etica. O a un altro culto. Ma qualsiasi sia l’immagine che ognuno si fa del cristianesimo, trova la sua pietra d’inciampo in questa sfida, che nessuno può cercare di evitare, tanto è stringente.

È la vera natura del cristianesimo che ne va di mezzo. Ce la ricorda chi meno avremmo potuto immaginare: «“Il cristianesimo – dice il grande Wittgenstein – non è una dottrina, non è una teoria di ciò che è stato e di ciò che sarà dell’anima umana, bensì una descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo.” Uno come lui ha colto l’essenza del cristianesimo, come anche Pavese, nella frase già ricordata: “Nelle cose pensate manca sempre l’inevitabilità, il pensiero più risoluto non è nulla di fronte a ciò che avviene”. “Il cristianesimo non è una dottrina […] bensì una descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo.” L’evento reale nella vita di un uomo è il riconoscimento e l’adesione a Cristo, è l’accettare di essere stati scelti».

In cosa consiste questo evento reale nella vita dell’uomo, davanti al quale anche il pensiero più risoluto è nulla? «Cosa vuol dire “fare il cristianesimo”? Il cristianesimo è il legame che Cristo stabilisce con te»…

Ma affinché questa iniziativa di Cristo che ci precede possa attecchire, deve trovare accoglienza nell’uomo. «Perciò non è un problema innanzitutto di sconoscenza, ma di libertà. È la lama della libertà! È nel filo sottile di questo desiderio, della verità, della sincerità di questo desiderio, che si gioca tutto. Si gioca la persona, perché nella libertà ciò che si gioca è la persona. Il disegno di Dio si compie inesorabilmente, ma ciò che si gioca è la persona, perché l’Eterno non può essere mio se non lo voglio, la felicità non potrà essere mia se non la voglio, la perfezione non potrà essere mia se non la voglio».

Nella sua passione per la nostra vita, don Giussani non ha mai avuto altra preoccupazione che non fosse l’aiuto alla generazione di un io nuovo: «Quello che conta è il soggetto, ma il soggetto è la consapevolezza di un avvenimento, l’avvenimento di Cristo, che è diventato storia per te attraverso un incontro, e tu l’hai riconosciuto. Dobbiamo collaborare, aiutarci all’insorgere di soggetti nuovi, cioè di gente consapevole di un avvenimento che diventa storia per loro, altrimenti possiamo creare reti organizzative, ma non costruiamo nulla, non diamo niente di nuovo al mondo».

Ma come sappiamo se ci siamo lasciati plasmare dal cristianesimo e non da qualcuna delle sue riduzioni moderne? Il soggetto generato dal cristianesimo ha la riprova nella propria esperienza, nell’imprevedibile miracolo che accade davanti ai suoi occhi: la trasformazione del presente.

Soprattutto in questa nostra epoca tutto si gioca nella persona: «Quanto più i tempi sono duri, tanto più è il soggetto che conta, è la persona che conta». Come si diventa oggi una persona come quella descritta da don Giussani? Riconoscendo la Sua presenza ora:«Egli è presente. Se Egli è presenza, […] implica una realtà materiale: come tale non è più così esile. La Sua presenza implica una realtà materiale. […] Egli è presenza, qui e ora, perciò si identifica – è una presenza umana e quindi si identifica, è rilevabile, constatabile, visibile, tangibile, udibile – con una realtà fisica presente».

Ma dove è presente Cristo? «In una compagnia. Il metodo per creare questo soggetto nuovo è l’offerta di una compagnia. Nella compagnia si oggettiva, si rende oggettiva questa novità e la si assimila, così che la compagnia è il terreno su cui sorge la soggettività nuova».

Noi siamo stati scelti per renderLo presente oggi ai nostri fratelli uomini. Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere da don Giussani:«Perché siamo stati battezzati? Perché noi siamo qui a parlare di queste cose? Perché noi siamo lo strumento con cui Cristo si comunica al mondo. Vale a dire, è nella normalità del vivere quotidiano che attecchisce, che si alimenta, che ha la sua sorgente l’impeto umanamente più grandioso, quello in cui l’uomo comunica se stesso all’altro, quello in cui l’uomo sacrifica, diventa una cosa sacra per l’altro, quello in cui l’uomo porta nella vita dell’altro il richiamo e la presenza del suo destino, cioè la missione».

Solo così possiamo porre nella realtà un fatto di vita. E il termine «presenza», tanto spesso identificato in modo riduttivo con una riuscita umana, con un potere o una egemonia, coinciderà sempre più col proprio io, dentro le movenze della giornata, di fronte a tutto e a tutti.

Come prete, non ho altre ambizioni o altri scopi, se non quello di amare e imitare Cristo. Questa l’avventura affascinante della vita cristiana: ricominciare da capo ogni giorno con entusiasmo nuovo, progetti nuovi di bontà, di donazione, di amore. Ogni giorno chiedo al Signore di ridarmi l’entusiasmo e la commozione della mia prima Santa  Messa. Il corpo invecchia, ma l’amore a Cristo mantiene giovani. Del beato padreClemente Vismara, vissuto 65 anni fra i tribali della Birmania (fame, sete, guerre, povertà estrema, isolamento, malattie senza assistenza sanitaria) i suoi confratelli dicevano: «È morto a 91 anni senza mai essere invecchiato».

clemente-vismara-birmania2) Il secondo motivo di gioia è questo: l’ideale del prete è portare Dio agli uomini e gli uomini a Dio, essere a servizio del suo popolo per trasmettergli l’esperienza profonda e consolante dell’amore che Dio ha per tutti gli uomini. Quando studiavo nel ginnasio del seminario diocesano vercellese di Moncrivello, leggendo le riviste missionarie e i libri dei missionari, è nata in me la vocazione a lasciare la nostra bella Italia per portare Gesù a tutti i molti popoli che ancora non lo conoscono. La vocazione missionaria è stata una svolta importante che mi ha spalancato gli orizzonti di tutta l’umanità e dei continenti dove la Chiesa, duemila anni dopo Cristo, sta ancora nascendo. Nel settembre 1945, a 16 anni, sono venuto al Pime in via Monterosa 81 a Milano. La città era semi-distrutta dai bombardamenti, anche il Pime era stato bombardato. Gli otto anni di studio per arrivare al sacerdozio li abbiamo vissuti senza riscaldamento, con cibo scarso e povero, una regola severa che richiedeva rinunzie e mortificazioni, ma il grande ideale di portare Cristo ai popoli ci sosteneva e ci dava un entusiasmo che riscaldava il cuore e si traduceva in fraternità e cordialità, gioia, impegno, ottimismo, speranza nel futuro.

Dopo l’ordinazione sacerdotale dovevo partire per l’India, ma i superiori mi hanno trattenuto in Italia per aiutare l’anziano missionario della Cina, direttore delle riviste Pime. Prima per un anno, poi il provvisorio, a poco a poco, è diventato definitivo. Ho sofferto molto e sono andato in crisi ma ho obbedito, fin che il superiore generale, monsignor Aristide Pirovano, mi ha sistemato: «Io per te sono la voce di Dio. Stai lì dove sei che fai bene. Se in futuro cambierò idea e ti manderò in missione, te lo dirò io».

Il giornalismo missionario, sempre a servizio dell’ideale, è stato ed è la mia missione. Ho incominciato a collaborare anche con giornali laici, radio e  televisioni, e a viaggiare nelle missioni dei quattro continenti, per visitare i missionari e le giovani Chiese e portare in Italia il racconto delle meraviglie che lo Spirito Santo compie là dove nasce la Chiesa. Ancor oggi, a 84 anni compiuti, continuo ad animare il popolo italiano con gli scritti e la parola, trasmettendo la vita delle missioni e delle giovani Chiese e ricevendo in cambio tante testimonianze che questi messaggi sono buone sementi che, con l’aiuto di Dio, danno i loro frutti.

Ho terminato ricordando che la Domenica del Buon Pastore è la giornata di preghiere per le vocazioni sacerdotali e religiose. Quando sono diventato sacerdote nel 1953, eravamo nove preti viventi nati a Tronzano e 27 suore, e nel seminario di Moncrivello diversi sacerdoti del seminario mi dicevano che ero fortunato, perché «Tronzano è uno dei paesi migliori della nostra diocesi». La crisi che attraversa l’Italia, ho detto, è certamente una grave crisi politica ed economica. Ma alla radice di questa decadenza c’è la crisi di fede e di vita cristiana. Se abbandoniamo Gesù Cristo e il Vangelo, perdiamo l’anima e il senso della vita. Siamo un popolo democratico, istruito, laureato, ricco (in confronto ai miliardi di poveri nel mondo!), ma senz’anima. Ho augurato ai tronzanesi di ritornare a Gesù Cristo e al Vangelo, alla vita cristiana e alla pratica religiosa, alle famiglie che pregano assieme e rimangono unite, per ritrovare la gioia di vivere, la speranza nel futuro e dare alla Chiesa nuovi sacerdoti e suore e nuovi missionari.

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Papa Francesco, stamattina, davanti a oltre centomila persone all’udienza generale in Piazza San Pietro, ha proseguito la sua catechesi sul Credo laddove professiamo che Gesù «di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti». «La storia umana – ha detto – ha inizio con la creazione dell’uomo e della donna a immagine e somiglianza di Dio e si chiude con il giudizio finale di Cristo. Spesso si dimenticano questi due poli della storia, e soprattutto la fede nel ritorno di Cristo e nel giudizio finale a volte non è così chiara e salda nel cuore dei cristiani. Gesù, durante la vita pubblica, si è soffermato spesso sulla realtà della sua ultima venuta. Oggi vorrei riflettere su tre testi evangelici che ci aiutano ad entrare in questo mistero: quello delle dieci vergini, quello dei talenti e quello del giudizio finale. Tutti e tre fanno parte del discorso di Gesù sulla fine dei tempi, nel Vangelo di san Matteo».

PREPARATI A UN INCONTRO. Il Papa, parlando delle dieci vergini, ha detto che «quello che ci è chiesto è di essere preparati all’incontro: preparati ad un incontro, ad un bell’incontro, quell’incontro con Gesù, che significa saper vedere i segni della sua presenza, tenere viva la nostra fede, con la preghiera, con i Sacramenti, essere vigilanti per non addormentarci, per non dimenticarci di Dio. La vita dei cristiani addormentati è una vita triste, eh?, non è una vita felice. Il cristiano dev’essere felice, la gioia di Gesù… Non addormentarci!».
Parlando della parabola dei talenti, papa Francesco ha osservato che «un cristiano che si chiude in se stesso, che nasconde tutto quello che il Signore gli ha dato non è cristiano! È un cristiano che non ringrazia Dio per tutto quello che gli ha donato!».

LA CHIESA NON E’ UNA ONG. Sempre questa mattina, durante la Messa presieduta nella Cappellina della Casa Santa Marta, il pontefice ha detto che la Chiesa non è un’organizzazione burocratica, è una storia di amore.
Non sono i discepoli a fare la Chiesa, loro sono degli inviati, inviati da Gesù. E Cristo è inviato dal Padre: «E allora – ha detto il papa -, si vede che la Chiesa incomincia là, nel cuore del Padre, che ha avuto questa idea… Non so se ha avuto un’idea, il Padre: il Padre ha avuto amore. E ha incominciato questa storia di amore, questa storia di amore tanto lunga nei tempi e che ancora non è finita. Noi, donne e uomini di Chiesa, siamo in mezzo ad una storia d’amore: ognuno di noi è un anello in questa catena d’amore. E se non capiamo questo, non capiamo nulla di cosa sia la Chiesa».
«La Chiesa – ha proseguito – non cresce con la forza umana; poi, alcuni cristiani hanno sbagliato per ragioni storiche, hanno sbagliato la strada, hanno fatto eserciti, hanno fatto guerre di religione: quella è un’altra storia, che non è questa storia d’amore. Anche noi impariamo con i nostri sbagli come va la storia d’amore. Ma come cresce? Ma Gesù l’ha detto semplicemente: come il seme della senape, cresce come il lievito nella farina, senza rumore». La Chiesa – ha ricordato il papa – cresce «dal basso, lentamente»: «E quando la Chiesa vuol vantarsi della sua quantità e fa delle organizzazioni, e fa uffici e diventa un po’ burocratica, la Chiesa perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in una ong. E la Chiesa non è una ong. E’ una storia d’amore … Ma ci sono quelli dello Ior … scusatemi, eh! .. tutto è necessario, gli uffici sono necessari … eh, va bè! Ma sono necessari fino ad un certo punto: come aiuto a questa storia d’amore. Ma quando l’organizzazione prende il primo posto, l’amore viene giù e la Chiesa, poveretta, diventa una ong. E questa non è la strada».
Un capo di Stato una volta chiese quanto fosse grande l’esercito del Papa. La Chiesa – ha proseguito il pontefice – non cresce «con i militari», ma con la forza dello Spirito Santo. Perché la Chiesa – ha ripetuto – non è un’organizzazione: «No: è Madre. ÈMadre. Qui ci sono tante mamme, in questa Messa. Che sentite voi, se qualcuno dice: ‘Ma… lei è un’organizzatrice della sua casa’? ‘No: io sono la mamma!’. E la Chiesa è Madre. E noi siamo in mezzo ad una storia d’amore che va avanti con la forza dello Spirito Santo e noi, tutti insieme, siamo una famiglia nella Chiesa che è la nostra Madre».

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Udienza generale di Papa Francesco

A papa Francesco stanno giungendo in queste ore tantissimi gli auguri. Oggi è San Giorgio, onomastico di Jorge Mario Bergoglio. Nell’occasione della Memoria di San Giorgio, il pontefice ha celebrato nella Cappella Paolina, in Vaticano, una Messa con i cardinali residenti a Roma. Il Pontefice ha ringraziato i porporati per essere venuti a concelebrare con lui: «Grazie perché io mi sento bene accolto da voi. Grazie. Mi sento bene, con voi». Commentando le letture del giorno ha sottolineato «che proprio nel momento in cui scoppia la persecuzione, scoppia la missionarietà della Chiesa» e i cristiani diffondono il Vangelo fino alla Fenicia, a Cipro e ad Antiochia: «Avevano questo fervore apostolico dentro, e la fede viene diffusa così!». Il Vangelo viene annunciato anche ai greci, cioè ai pagani: «È un passo in più» compiuto per iniziativa dello Spirito Santo.

 

LA CHIESA E’ MADRE. E lo Spirito Santo – ha proseguito – spingeva sempre di più in questa direzione di apertura dell’annuncio del Vangelo a tutti. «Ma a Gerusalemme qualcuno, quando ha sentito questo, è diventato un po’ nervoso e hanno inviato Barnaba in “visita apostolica”; forse con un po’ di senso dell’umorismo possiamo dire che questo sia l’inizio teologico della Dottrina della Fede: questa visita apostolica di Barnaba. Lui ha visto, e ha visto che le cose andavano bene. E la Chiesa così è più Madre, Madre di più figli, di molti figli. Diventa Madre, Madre, Madre sempre di più. Madre che ci dà la fede, Madre che ci dà l’identità. Ma l’identità cristiana non è una carta d’identità: l’identità cristiana è l’appartenenza alla Chiesa, perché tutti questi appartenevano alla Chiesa, alla Chiesa Madre. Perché, trovare Gesù fuori della Chiesa non è possibile. Il grande Paolo VI diceva: “È una dicotomia assurda voler vivere con Gesù senza la Chiesa, seguire Gesù fuori della Chiesa, amare Gesù senza la Chiesa”. È quella Chiesa Madre che ci dà Gesù, ci dà l’identità che non è soltanto un sigillo: è un’appartenenza».

 

 

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lunedì 22 aprile 2013
Don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha inviato il seguente telegramma al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano:

Rimini, 21 aprile 2013. Illustrissimo Signor Presidente, 24.000 aderenti alla Fraternità di Comunione e Liberazione, radunati a Rimini per gli annuali Esercizi spirituali, hanno appreso la notizia della Sua rielezione.

«Mi muove in questo momento il sentimento di non potermi sottrarre a un’assunzione di responsabilità verso la nazione, confidando che vi corrisponda una analoga collettiva assunzione di responsabilità». Il suo gesto di libertà aumenta l’ammirazione per la Sua persona.

In questo drammatico momento Lei ci appare come una risorsa per l’Italia, di fronte all’urgenza di riprendere la strada di una vera pacificazione che ottenga quel bene così necessario per la vita personale e sociale.

Pur consapevoli dei nostri limiti, come credenti educati da don Giussani alla passione per il destino dei fratelli uomini, desideriamo offrire la nostra testimonianza, insieme a ogni uomo di buona volontà, come contributo per sbloccare la situazione, affermando il valore dell’altro nella ricerca del bene comune al di sopra di qualsiasi interesse particolare.

Comprendendo il peso enorme della nuova responsabilità, Le auguriamo di ottenere ciò per cui ha accettato questo grande sacrificio.

© Riproduzione riservata.

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Non posso dormire perchè voglio la Luna

 

(..)

Elicone. Buon giorno Gaio.
Caligola. Buon giorno Elicone.
E. Sembri affaticato.
C. Ho camminato molto.
E. Sì, la tua assenza è durata a lungo.
C. Era difficile da trovare.
E. Che cosa?
C. Quello che volevo.
E. E cosa volevi?
C. La luna.
E. Cosa?
C. Sì, volevo la luna.
E. Ah… per far che?
C. Ebbene, è una delle cose che non ho.
E. Eh, certamente; e ora è tutto a posto?
C. No, non ho potuto averla.
E. È seccante.
C. Sì, è per questo che sono affaticato… Elicone…
E. Sì, Gaio?
C. Tu pensi che io sia folle…
E. Sai bene che io non penso mai. Sono fin troppo intelligente per pen-

sare.
C. Sì. Ma io non sono folle e non sono mai stato così ragionevole come

ora, semplicemente mi son sentito all’improvviso un bisogno di impos-
sibile. Le cose così come sono non mi sembrano soddisfacenti. 2

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E. È un’opinione abbastanza diffusa.

C. È vero, ma prima non lo sapevo. Ora so. Questo mondo così come è fatto non è sopportabile. Ho dunque bisogno della luna, o della felicità, o dell’immortalità, insomma di qualcosa che sia forse insensato, ma che non sia di questo mondo.

E. È un ragionamento che sta in piedi, ma generalmente non lo si può sostenere fino in fondo.

C. Tu Elicone non ne sai nulla, è perché non si sostiene mai fino in fon- do che nulla è mai ottenuto. Ma forse basta restare logici fino alla fine, e so anche quello che tu pensi. Quante storie, tu pensi, per la morte di una di cui ero innamorato. No, no, non è questo; credo di ricordarmi che una donna che amavo qualche giorno fa è morta, ma cos’è l’amore? Poca cosa. Questa morte non è nulla, te lo giuro, è solamente il segno di una verità che mi rende la luna necessaria, è una verità molto semplice, molto chia- ra, un po’ stupida per te, ma difficile da scoprire e pesante da portare.

E. E qual è questa verità, mio imperatore?
C. Gli uomini muoiono e non sono felici.
E. Andiamo Gaio, è una verità con cui ci si può benissimo arrangiare;

guardati intorno, non è questo che impedisce agli uomini di mangiare e di ballare.

C. Allora è che tutto intorno a me è menzogna, questi uomini sono tut- ta menzogna, e io, io voglio che si viva nella verità e io ho appunto i mez- zi per farli vivere nella verità, perché io so ciò che manca loro. Elicone, essi sono privi delle conoscenze e manca loro un maestro che sappia ciò di cui si parla.

E. Non ti offendere, Gaio, di quello che sto per dirti, tu dovresti innan- zitutto riposarti, sei stanco.

C. Questo non è possibile, Elicone, questo non sarà mai più possibile. E. E perché dunque?
C. Se dormo, chi mi darà la luna?
E. Questo è vero.

C. Ascolta Elicone, sento dei passi e dei rumori di voci [sono i congiu- rati contro di lui]. Mantieni il silenzio e dimentica di avermi visto.

E. Ho capito.
C. E per favore, d’ora innanzi, aiutami.

E. Non ho ragioni per non farlo, Gaio, ma so molte cose, e poche cose mi interessano, in cosa posso dunque aiutarti?

C. Nell’impossibile.
E. Farò del mio meglio.

«Ma io – diceva Caligola –, non sono folle e non sono mai stato così ra- gionevole come ora, semplicemente mi son sentito all’improvviso un bi- sogno di impossibile. Le cose così come sono non mi sembrano soddisfa- centi.» Anzi, più presente e più cosciente sei, più senti l’imponenza del de- siderio: «Non posso dormire». È ragionevole sentire quella spinta irresi- stibile. È naturale sentire all’improvviso un bisogno d’impossibile, senti- re che le cose così come sono non sembrano soddisfacenti, perché io e te siamo fatti per l’impossibile e questo mondo, così come è fatto, è troppo piccolo.  (..)

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da:  Tracce.it, “Egli fu guardato e allora vide” ( S. Agostino ), Triduo Pasquale di Gioventù studentesca.