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Il Risorto appare alla Vergine (1629)
del Guercino (Giovan Battista Barbieri, 1591-1666)

Il Risorto appare alla Madre

L’annuncio della risurrezione dato alla Madonna direttamente da Gesù non si trova nelle Scritture, ma si basa su una considerazione di amore filiale, come riporta la Legenda aurea.

L’episodio è raffigurato da diversi pittori, dal Quattrocento in poi, che non raramente inseriscono in questa scena riferimenti alla discesa al Limbo o al riscatto di personaggi biblici dall’inferno.

Guercino sceglie di concentrare l’azione soltanto sui due protagonisti, con esiti di appassionata intensità, presentando l’intima, profonda emozione del loro incontro.

La scena è ambientata in una stanza chiusa, dove Maria si era ritirata a pregare, in solitudine.

Sulla destra si nota sul tavolo un libro, probabilmente un riferimento ai Vangeli. Veduto il figlio, Maria si mette in ginocchio, cercando nel contempo di toccare e abbracciare il suo.

Il Risorto appare in carne e ossa. Ha il corpo avvolto dalla vita in giù da un vaporoso drappo grigio. Il torace scoperto permette di vedere la ferita del costato.

Cristo impugna nella mano destra l’assai movimentato vessillo della risurrezione, che simboleggia l’avvenuta vittoria sul mondo delle tenebre.

Don Maurizio Viviani

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La Sacra Sindone

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Città del Vaticano, 30 mar. – (Adnkronos/Ign) – Il volto della Sindone ci invita ad avere fiducia, “a non perdere la speranza”. Papa Francesco, in occasione dell’ostensione straordinaria della Sindone nel duomo di Torino, ha registrato un video messaggio che sarà trasmesso da RaiUno in mondovisione.

“Questo volto sfigurato – dice Francesco – assomiglia a tanti volti di uomini e donne feriti da una vita non rispettosa della loro dignità, da guerre e violenze che colpiscono i più deboli… Eppure il volto della Sindone comunica una grande pace; questo corpo torturato esprime una sovrana maestà. E’ come se lasciasse trasparire un’energia contenuta ma potente, è come se dicesse: abbi fiducia, non perdere la speranza; la forza dell’amore di Dio, la forza del Risorto vince tutto”. La straordinaria ostensione si colloca nell’ambito dell’Anno della Fede indetto da Benedetto XVI.

Il Pontefice riflette sul significato dell’ostensione e ringrazia il Signore “che ci offre, con gli strumenti di oggi, questa possibilità”. Il Papa dice: “anche se avviene in questa forma, il nostro non è un semplice osservare, ma è un venerare, è uno sguardo di preghiera. Direi di più: è un lasciarsi guardare. Questo volto ha gli occhi chiusi, è il volto di un defunto, eppure misteriosamente ci guarda, e nel silenzio ci parla”. Come “è possibile? – si interroga Francesco – Come mai il popolo fedele, come voi, vuole fermarsi davanti a questa icona di un uomo flagellato e crocifisso? Perché l’uomo della Sindone ci invita a contemplare Gesù di Nazaret”.

“Questa immagine – osserva ancora papa Bergoglio – impressa nel telo parla al nostro cuore e ci spinge a salire il Monte del Calvario, a guardare al legno della Croce, a immergerci nel silenzio eloquente dell’amore”. Da qui il monito: “lasciamoci raggiungere da questo sguardo, che non cerca i nostri occhi ma il nostro cuore. Ascoltiamo ciò che vuole dirci, nel silenzio, oltrepassando la stessa morte. Attraverso la sacra Sindone ci giunge la parola unica ed ultima di Dio: l’Amore fatto uomo, incarnato nella nostra storia; l’amore misericordioso di Dio che ha preso su di sé tutto il male del mondo per liberarci dal suo dominio”.

Nella contemplazione dell'”uomo della Sindone”, il Papa fa sua “la preghiera che San Francesco d’Assisi pronunciò davanti al Crocifisso: ‘Altissimo e glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio. E dammi fede retta, speranza certa, carità perfetta, senno e conoscimento, Signore, che faccia il tuo santo e verace comandamento'”.

Sono circa 300 tra disabili, malati e accompagnatori le persone che assistono in Duomo all’ostensione televisiva del Sacro Telo. Tra loro sono oltre 70 le persone in carrozzina. La celebrazione religiosa è cominciata con un momento di venerazione silenziosa del Custode pontificio del Telo, monsignor Cesare Nosiglia. L’Arcivescovo, dopo aver guidato la processione con la croce lungo la navata centrale della cattedrale fino all’altare si è recato davanti alla cappella dove è custodito il Sacro Lenzuolo che da ieri sera è esposto, protetto da una vetrata e si è inginocchiato per qualche minuto in preghiera.

“La Santa Sindone è veramente l’icona del Sabato Santo che rivela l’infinito amore di Gesù per i suoi e per l’umanità intera, la sua fiducia nel Padre che lo sostiene e accompagna sino alla fine”, ha detto l’Arcivescovo nell’omelia.

“La Sindone – ha proseguito il Custode Pontificio del Sacro Lenzuolo – richiama il buio del sepolcro di Cristo, ma lascia anche intravvedere la luce della sua risurrezione, il mistero più oscuro della fede che il sabato Santo ci ricorda è nello stesso tempo il segno più luminoso di una speranza che non ha confini. Qui sta l’assoluta grandezza della Sindone. Quel volto dell’Uomo dei dolori, le sue sofferenze e la sua morte, in cui si rispecchia la sofferenza e l’abbandono di tanti uomini e donne soggetti a violenze, ingiustizie e soprusi, guerre, fame e miseria, ci rivelano quanto potente è l’amore di Dio e la sua misericordia”.

Nella celebrazione l’Arcivescovo di Torino era affiancato dall’arcivescovo emerito, cardinale Severino Poletto, dal vescovo ausiliare monsignor Guido Fiandino e dal vicario generale Valter Danna. Ad accompagnare la cerimonia in Duomo le musiche eseguite dall’Ensemble Filarmonica di Verona e il coro della cattedrake diretto dal Maestro Alessandro Ruo Rui.http://it.notizie.yahoo.com/ostensione-torino-papa-sacra-sindone-ci-invita-non-153100561.html

Un incontro che cambia la vita

AMORE E ALTRE CATASTROFI. Il giovane attore Filippo Scicchitano interpreta il sedicenne Leo, un vulcano d’idee e capelli ribelli che si barcamena tra la scuola che proprio non gli va giù, le amicizie fedeli e un amore mai dichiarato. Lei è Beatrice (Gaia Weiss), capelli rossi e accento francese. Gli basta incrociarla la mattina all’entrata di scuola per sentire il cuore che esce dal petto, per il resto della giornata non esiste che lei. La ama da un anno anche se lei non lo sa e quando lo scopre tra i due ragazzi c’è un ostacolo insormontabile, una malattia che sta togliendo a Beatrice ogni forza e ogni speranza. Una notizia che fa sprofondare Leo nella disperazione ma che lo spinge a prendersi cura della ragazza dei suoi sogni, regalandole giornate di sole e risate, musica e balli che alleviano il peso di una sofferenza indicibile. La forza di Leo è il frutto di un incontro destinato a cambiargli la vita, quello con un professore moderno e accattivante (Luca Argentero), che parla dell’amore come del motore di ogni cosa, letteratura compresa, «perché mica Dante e Petrarca scrivevano di edilizia» e che lo aiuta a dare sfogo al suo dolore scambiando colpi sul ring.

ADOLESCENZA. Perché non è facile confrontarsi con la malattia a sedici anni, quando il mondo sembra a portata di mano e la morte non è contemplata come possibilità. A sedici anni dovrebbe esistere solo l’amore per gli amici, per la famiglia, per le persone che fanno battere il cuore. «Ho nostalgia di Dio, di come credevo in lui da bambina», rivela Beatrice a Leo, che non crede in nessuno e non capisce come possa quella ragazza allo stremo delle forze ricominciare a credere in un Dio che non ha fatto nulla per evitarle tanto dolore. Ci penserà la vita a far vacillare le sue convinzioni, facendogli ritrovare il sorriso e soprattutto l’amore, nascosto negli occhi sorridenti di Silvia (Aurora Ruffino), l’amica di sempre, l’unica «capace di riordinare la confusione che ho nella testa». I coetanei di Leo, Beatrice e Silvia ameranno questa pellicola, che snocciola i temi più cari agli adolescenti e si avvale della colonna sonora dei Modà e di alcuni effetti che richiamano videoclip musicali e serial teen. Per le mamme e le sorelle accompagnatrici c’è il bel viso rassicurante di Luca Argentero, chi non lo vorrebbe un prof così?

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Una speranza che non decade


Ma la speranza, testimoniata dagli occhi fiduciosi e dal passo veloce, tutto a un tratto sembra averlo ringiovanito. Giovanni, invece, ha una sensibilità fanciullesca e, correndo a mani giunte, trattiene a stento il pianto. Non sanno ancora con certezza cosa sia accaduto a Gesù, ma la loro fede non vacilla perché è sostenuta dalla speranza.

Burnand riproduce la corsa dei due apostoli con evidente partecipazione emotiva e sembra riconoscere nella risolutezza l’unico vero atteggiamento con il quale si può inseguire la speranza. Il pittore svizzero vuole spronarci a inseguirla con decisione. Le persone di mezza età e gli anziani devono mettere da parte i risultati della loro esperienza e lanciarsi verso le prospettive più inattese, mentre i giovani devono armarsi di coraggio e vincere le ansie di chi conosce ancora troppo poco della vita.

Vengono in mente le parole che in Cani perduti senza collare Gilbert Cesbron affida al giudice Lamy, impegnato a spingere il disincantato Marcel a una visione delle cose più ottimistica: «Se la speranza non esiste, cosa faccio io qui, questa notte? È inteso, voi avete ragione – ma ragione secondo la maniera dei medici, degli psichiatri e degli psicologi: ossia, nove volte su dieci. Ma la decima probabilità, mio caro, la decima, che si chiama Grazia, se uomini come voi e come me non la tentano, chi la tenterà? […] Preferite essere al servizio della Speranza e della Fiducia o al servizio delle statistiche e dei “Ve lo avevo ben detto…”?».

Dobbiamo riscoprire la speranza. Dobbiamo correre senza paura come hanno fatto Pietro e Giovanni il mattino di Pasqua. E dobbiamo seguire con attenzione e affetto le parole che Papa Francesco ci ha rivolto nell’omelia della Messa di inizio del suo ministero petrino: «Anche oggi davanti a tanti tratti di cielo grigio, abbiamo bisogno di vedere la luce della speranza e di dare noi stessi la speranza. Custodire il creato, ogni uomo ed ogni donna, con uno sguardo di tenerezza e amore, è aprire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi, è portare il calore della speranza! E per il credente, per noi cristiani, come Abramo, come san Giuseppe, la speranza che portiamo ha l’orizzonte di Dio che ci è stato aperto in Cristo, è fondata sulla roccia che è Dio».

http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2013/3/27/ARTE-La-speranza-di-papa-Francesco-e-la-stessa-di-Giovanni-e-Pietro/2/377450/

NOTTE PROVVISORIA

Nell’omelia a Santa Marta il Papa ha aggiunto: quando Giuda esce fuori dal Cenacolo per portare a termine il tradimento di Gesù, fuori – riferisce l’evangelista Giovanni – “è notte”. Parte da questa annotazione ambientale la breve riflessione di Papa Francesco, che si spinge poi a sondare in profondità la coscienza umana. La notte che avvolge Giuda, osserva, è anche la notte in cui brancola il suo cuore. E’ quella peggiore, ha affermato, la “notte del corrotto”, una “notte definitiva, quando il cuore si chiude” in un modo “che non sa, non vuole uscire” da sé. Diversa, ha proseguito, è invece la “notte del peccatore”, una notte “provvisoria” che, ha sottolineato Papa Francesco, noi tutti “conosciamo”.

La realtà del perdono – o meglio, seconda la liturgia odierna, “il gustare la dolcezza del perdono” – è stata la seconda realtà sulla quale Papa Francesco ha sviluppato l’omelia. “In mezzo alla ‘notte’, alle tante ‘notti’, ai tanti peccati che noi facciamo, perché siamo peccatori, c’è sempre – ha assicurato – quella carezza del Signore” che fa dire: “Questa è la mia gloria. Sono un povero peccatore, ma Tu sei il mio Salvatore!”. Ricordando lo sguardo con cui Gesù perdonò Pietro dopo il suo rinnegamento, il Papa ha concluso invitando ad “aprire il cuore e gustare la dolcezza del perdono”: “Pensiamo che bello è essere santi, ma anche che bello è essere perdonati (…) Abbiamo fiducia in questo incontro con Gesù” e “nella dolcezza del suo perdono”.

http://www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20130326_153618.shtml

Manca di noi

(..)

Spaventoso amore, spaventosa carità,

Spaventosa speranza, responsabilità veramente spaventosa,

Il Creatore ha bisogno della sua creatura, s’è messo ad aver

bisogno della sua creatura.

Non può far nulla senza di essa.

E’ come un re che avesse abdicato nelle mani di ognuno dei

suoi sudditi.

Semplicemente il potere supremo.

Dio ha bisogno di noi, Dio ha bisogno  della sua creatura.

Si è per così dire condannato così, condannato a questo.

Egli manca di noi, manca della sua creatura.

Colui che è tutto ha bisogno di ciò che non è nulla.

Colui che può tutto ha bisogno di ciò che non può nulla.

Egli ha rimesso i suoi pieni poteri.

Colui che è tutto non è nulla senza colui che non è nulla.

Colui che può tutto non può nulla senza colui che non può nulla.

Così la giovane speranza

Riprende, supera, rifà,

Raddrizza tutti i misteri

Come raddrizza tutte le virtù.

 

Noi possiamo mancargli.

Non rispondere alla sua chiamata.

Non rispondere alla sua speranza. Far difetto. Mancare. Non

esserci.

Spaventoso potere.

I calcoli di Dio possono a causa nostra non cader giusti.

Le previsioni, le previdenze, le provvidenze di Dio

A causa nostra possono non cader giuste,

Per colpa dell’uomo peccatore.

I consigli di Dio a causa nostra possono mancare.

La sapienza di Dio a causa nostra può venir meno.

Spaventosa libertà dell’uomo.

Noi possiamo far fallire tutto.

Noi possiamo essere assenti.

Non essere lì il giorno che veniamo chiamati.

Possiamo non rispondere alla chiamata.

( Eccetto che nella vallata del Giudizio)

Spaventoso favore.

Possiamo mancare a Dio.

Ecco il caso in cui si è messo.,

Il brutto caso,

S’è messo nel caso di avere bisogno di noi.

Che imprudenza. Che fiducia.

Ben posta, mal posta, questo dipende da noi.

Che speranza, che testardaggine , che partito preso, che forza incurabile di speranza. (..)

C. Pegùy, Il portico del mistero della seconda virtù

 

Olga SedakovaL’angelo di Reims
A François Fedier

Sei pronto? –
l’angelo sorride –
lo chiedo, anche se so
che certo tu sei pronto:
non parlo a chissà chi,
ma a te,
uomo il cui cuore non sa cosa sia il tradimento
verso il tuo Sovrano terreno,
che qui coram populo fu incoronato,
e verso un altro Signore,
il Re dei cieli, il nostro Agnello,
che muore nella speranza
che tu di nuovo mi oda;
e ogni giorno di nuovo,
e ogni sera
il mio nome rintocca nello scampanio
qui, in terra di superbo frumento
e uva luminosa,
e la spiga e il grappolo
assorbono il mio suono –

ma tuttavia
in questa rosea pietra sgretolata,
levando il braccio
scheggiato dalla guerra mondiale,
consentimi tuttavia di ricordarti:
sei pronto?
Alla peste, alla fame, al terremoto, al fuoco,
all’incursione dei nemici, all’ira che si abbatte su di noi?
Certo, è tutto importante, ma non è di questo che voglio parlarti.
Non è questo che ho il dovere di rammentarti.
Non per questo sono stato inviato.
Io ti dico:
tu
sei pronto
a una felicità incredibile?

Fondazione Jérôme Lejeune scrive: «L’embrione umano è un essere umano. Questa è una constatazione scientifica, non un’opinione o una convinzione come quelle espresse alla Commissione dove si è detto che l’embrione è un ammasso di cellule. Il fine non giustifica i mezzi e sopprimere un essere umano pretendendo così di salvarne un altro è un metodo curioso».

IGNORARE IL PREMIO NOBEL. L’approvazione di questa legge è tanto più assurda quando si pensa che «i politici fanno l’errore strategico di condurre la Francia sulla strada di una ricerca sorpassata e inutile». Pochi mesi fa, infatti, è stato conferito il premio Nobel 2012 per la medicina al giapponese Shinya Yamanaka, che ha scoperto come riprogrammare le cellule adulte e farle “ringiovanire” fino allo status di bambine. Non è più necessario, dunque, distruggere vite umane per ottenere cellule staminali embrionali su cui sperimentare perché si possono usare quelle adulte “ringiovanite”, rese nuovamente pluripotenti. Perché dunque approvare la ricerca sugli embrioni proprio quando la scienza fornisce nuove tecniche per ottenere gli stessi risultati ma senza uccidere gli embrioni? Per la fondazione Lejeune si tratta di «ideologia». Ideologia che il 28 marzo potrebbe diventare legge.
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  • La formula simbolo della teoria della relatività.

    La formula simbolo della teoria della relatività.

Bersanelli: Fede e autentica scienza tendono entrambe alla verità, cioè entrambe tendono a qualcosa di reale, sebbene per vie diverse e con diversi metodi. Come scienziati è interessante notare, d’altra parte, che proprio dalla scienza nascono delle domande nuove; in un certo senso, si pongono interrogativi che provengono dall’esperienza del reale secondo quel metodo particolare che la scienza è in grado di utilizzare. 
Per esempio, che oggi la scienza sperimentale, attraverso lo studio dell’ infinitamente grande o dell’infinitamente piccolo, sia ancora in grado di conoscere qualcosa di nuovo non è ovvio, non è scontato. La realtà continuamente ci mostra il suo lato “inarrivabile, perché ogni punto di arrivo coincide sempre con un’ulteriore domanda. Ma quale rapporto c’è tra l’ordine del cosmo così come ci è dato di poterlo osservare e il fatto che questo universo esista, sia dato, sia tratto dal nulla? 

Heller: Vorrei richiamare una famosa affermazione di Einstein: «C’è solo una cosa che voglio sapere, voglio conoscere la mente di Dio, cioè l’idea che Dio aveva in mente quando decise di creare l`universo». Nel 1915 Einstein aveva elaborato la sua teoria sulla relatività, una delle teorie più importanti della fisica, con l`aiuto della quale abbiamo cercato di risolvere il mistero dell`universo. 
Per spiegare l’idea principale che sta alla base della relatività generale di Einstein pensiamo allo spazio e al tempo. Essi sono elementi cruciali nelle teorie matematiche, perché forniscono una specie di palco su cui si evolvono i processi fisici. Gli studiosi ritengono che lo spazio e il tempo dovrebbero essere riuniti in un concetto unico, considerati cioè insieme come spaziotempo. Quando lo spazio-tempo è vuoto, è completamente piatto. Se appare un pianeta, ecco che si curva. Secondo l`equazione di campo di Einstein, il campo gravitazionale altro non è che una curvatura dello spazio-tempo, che l’equazione stessa ci dice come calcolare. 
Questa non è poesia, è scienza empirica, con un impatto sulla vita quotidiana. Pensiamo infatti al navigatore Gps, utilizzato praticamente ogni giorno in auto. Dei satelliti orbitano intorno alla Terra e inviano segnali che il nostro Gps registra per poi mostrarci la nostra posizione in un determinato luogo. All’inizio questo sistema non era molto preciso: nel determinare la posizione di un’auto si verificava un errore di un paio di miglia. Un fisico particolarmente intelligente si rese conto che ci si era dimenticati di considerare un elemento importante nel calcolo, ovvero la curvatura dello spazio-tempo che crea campi gravitazionali. Rifatti tutti i calcoli includendo anche questo piccolo fattore, è emerso che il Gps funziona perfettamente. Così, ogni volta che si utilizza il Gps in auto, si mette alla prova la correttezza della teoria della curvatura dello spazio-tempo. Due anni dopo Einstein pubblicò le Considerazioni cosmologiche sulla teoria della relatività generale, una cosmologia basata sulla teoria della relatività generale in cui applicò l’equazione per descrivere la curvatura prodotta da tutta la materia presente nell’universo, realizzando così il primo modello cosmologico. 
Tuttavia incontrò alcune difficoltà, perché ne emergeva un universo non stabile, che tendeva a collassare, mentre cosa c’è di più stabile dell’universo, il posto dove viviamo? Einstein rivide dunque l`equazione e aggiunse un nuovo termine, adesso chiamato la “costante cosmologica”. Così corretta, l`equazione generava un modello stabile dell`universo, il primo modello relativistico mai creato: il cosiddetto “universo statico” di Einstein. Le equazioni di Einstein sembrano brevi perché in genere le riportiamo nella loro formulazione contratta, ma in realtà nella forma sviluppata contengono migliaia di temi. Ecco perché Einstein diceva: «Quando Dio creò l`universo fu particolarmente sofisticato perché aveva deciso di scegliere questa serie di equazioni così complesse, però non è stato malizioso perché ci ha permesso di semplificarle e di arrivare a una risposta che, sebbene approssimativa, è assolutamente accettabile».La storia della cosmologia relativistica è davvero interessante. Oltre a Einstein, occorrericordare anche padre Georges Lemaitre, un sacerdote belga oggi considerato il cofondatore della cosmologia moderna. E Alexander Friedmann, un matematico russo che lavorava a Leningrado intorno al 1920 e che, risolvendo le equazioni di Einstein, fece emergere che producevano non solo l`universo statico, ma moltissime altre soluzioni; il problema era quali di queste soluzioni fossero effettivamente presenti nel nostro universo. 
L’universo standard a cui siamo abituati, l’universo che riteniamo il “nostro” universo, è chiamato “modello dell’universo di Friedmann e Lemaitre”, perché entrambi hanno contribuito al suo sviluppo. Passando all’aspetto più pratico della cosmologia, ci soccorre un astronomo americano famosissimo, Charles G. Abbott, che nel 1929 scopri in maniera empirica l’effetto dell`espansione dell’universo. La famosa “legge di Abbott” rappresenta una delle pietre angolari della nostra conoscenza empirica in campo cosmologico. Tanto è vero che il telescopio che oggi è in orbita si chiama telescopio di Abbott in onore suo: da esso provengono molte delle bellissime immagini dell’universo che vediamo. Oggi la legge dell’espansione dell`universo è stata ormai dimostrata dai nuovi dati astronomici. Nel 1931 Lemaitre ebbe poi l`idea di quello che più tardi venne definito “big bang” e al quale egli si riferiva come all`atomo primordiale. A coniare termine “bíg bang` fu l`astronomo britannico Fred Hoyle, che non condivideva l’idea sull’atomo originale di Lemaitre, da lui ironicamente definito il gesuita del “big bang” (“big bang” significa due cose: sia l’inizio dell`universo sia, in inglese, pallone gonfiato). Il modello di Lemaitre comincia appunto con il “big bang”. L`universo si espande, il processo inizialmente rallenta e poi accelera. Nella fase di rallentamento, quando si rafforza il campo gravitazionale, alcune parti di materia si possono assemblare e formare galassie. Lemaitre postulò che la parte piatta della curva era la fase della formazione delle galassie. In questo modello la costante cosmologica introdotta da Einstein è positiva, ovvero superiore a zero. 

Bersanelli: Qualche volta si coglie il tentativo di leggere la Bibbia o i testi sacri quale sorta di descrizione naturalistica di come l’universo è fatto e di come si è evoluto. Altre posizioni, più diffuse forse, riguardano un’immagine della scienza che si oppone a qualunque fede, e alla fede cristiana in particolare, relegandola nell`irrazionale e lasciando che soltanto la via della conoscenza empirica sia degna di potersi dire conoscenza, razionale o ragionevole. 
Altra posizione ancora, oggi di moda per certi versi, è quella di vedere “buchi” o “crepe”, situazioni e fenomeni di cui la scienza non è in grado di dare spiegazione con i suoi metodi, come evidenza della necessità di appellarsi a Dio. Mi sembra che l’accezione che sta dando del rapporto tra la creazione e il Creatore sia un po’ diversa. 

Heller: I pensatori cristiani del xx secolo, soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, svilupparono un’ideologia (la chiamo volutamente così) secondo la quale metodo scientifico e metodo filosofico-teologico si trovano su due livelli epistemologici diversi, che mai potranno interagire e incontrarsi. Anche se la scienza e la teologia utilizzano la stessa terminologia (per esempio “inizio”, o “creazione”), questi termini hanno un significato completamente diverso nelle due discipline; il conflitto tra le due è dunque solo apparente, dovuto semplicemente a incomprensioni. Non condivido questa ideologia dei due piani che non si intersecano, perché se guardiamo alla storia dei rapporti tra scienza e religione vediamo invece moltissime interazioni, anche conflittuali, che non possiamo cancellare semplicemente definendole “incomprensioni”. Se i metodi si trovano su piani epistemologici diversi (e in un certo modo questo è vero), essi sono comunque immersi in uno spazio più ampio rappresentato dalla nostra cultura, attraverso la quale interagiscono tra di loro. Ritengo che si debba distinguere tra metodi scientifici e metodi teologico-filosofici: sono diversi e utilizzano concetti e linguaggi diversi; spesso e volentieri le contraddizioni si vengono a creare proprio quando questi due livelli vengono mischiati. Però non è vero che non interagiscono. 

Bersanelli: Si può dire, seguendo questo suo pensiero, che attraverso la conoscenza scientifica (in quanto ci fa vedere la realtà fisica sotto punti di vista più profondi) è come se noi apprezzassimo ancora di più Funiverso quale segno del Creatore. 

Heller: Questo mi riporta alla domanda precedente, sul “Dio” che entra nelle crepe e nelle lacune della nostra conoscenza: è un`ideologia molto pericolosa. Per esempio, qualcuno considera il “big bang” come il momento in cui Dio ha creato l’universo, e lo fa proprio strategicamente, perché in realtà non sappiamo cosa ci fu dentro questosingolare fenomeno (che comunque è un`ipotesi). Ci sono due o tre lacune ultime che la scienza non riuscirà a colmare. Le prime due sono l`esistenza dell`universo (una lacuna ontologica e non scientifica, ovviamente) o la comprensibilità dell`universo; poi ce n’è una terza, che dovrebbe essere definita lacuna assiologica perché riguarda la dottrina dei valori (perché esistono i valori? Perché c`è differenza tra il male e il bene?). Queste sono tre lacune – ontologica, epistemologica e assiologica – che forse la scienza non riuscirà mai a colmare, quindi sono aperte alla trascendenza. 

http://www.tracce.it/default.asp?id=329&id_n=33984