È ciò che accade anche a noi

Introducendo il suo primo libro su Gesù di Nazaret Joseph Ratzinger/Benedetto XVI aveva detto che quello, come i due che sarebbero seguiti, era un testo in cui lui riassumeva e presentava la sua «personale ricerca del volto del Signore» e aggiungeva di essere ben disposto a discutere le critiche che gli sarebbero state mosse. Chiedeva però ai suoi lettori un ben determinato atteggiamento «senza del quale non c’è alcuna comprensione». 

Si noti bene: non chiede questo atteggiamento perché si sia aprioristicamente d’accordo con lui, ma perché si possa comprendere; è una dinamica che riguarda tutto: comprendere un libro, comprendere quello che ci viene detto quotidianamente, comprendere un fatto come le dimissioni di un Papa. Questo atteggiamento è un «anticipo di simpatia». I commenti che ho sentiti veri – ce ne sono stati, per fortuna – sono quelli in cui era evidente questa predisposizione che si immedesima con quello che capita, che per un attimo dimentica ciò che sa per patire insieme – questo significa simpatia – all’altro, che mette in campo la propria esperienza affinché sia arricchita dalla novità. L’esatto contrario della banalità.

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Vivere nell’amore

Cari fratelli e sorelle! Mercoledì scorso, con il tradizionale Rito delle Ceneri, siamo entrati nella Quaresima, tempo di conversione e di penitenza in preparazione alla Pasqua. La Chiesa, che è madre e maestra, chiama tutti i suoi membri a rinnovarsi nello spirito, a ri-orientarsi decisamente verso Dio, rinnegando l’orgoglio e l’egoismo per vivere nell’amore. In questo Anno della fede la Quaresima è un tempo favorevole per riscoprire la fede in Dio come criterio-base della nostra vita e della vita della Chiesa. Ciò comporta sempre una lotta, un combattimento spirituale, perché lo spirito del male naturalmente si oppone alla nostra santificazione e cerca di farci deviare dalla via di Dio. Per questo, nella prima domenica di Quaresima, viene proclamato ogni anno il Vangelo delle tentazioni di Gesù nel deserto.

LA TENTAZIONE: UN FALSO BENE. Gesù infatti, dopo aver ricevuto l’“investitura” come Messia – “Unto” di Spirito Santo – al battesimo nel Giordano, fu condotto dallo stesso Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. Al momento di iniziare il suo ministero pubblico, Gesù dovette smascherare e respingere le false immagini di Messia che il tentatore gli proponeva. Ma queste tentazioni sono anche false immagini di uomo, che in ogni tempo insidiano la coscienza, travestendosi da proposte convenienti ed efficaci, addirittura buone. Gli evangelisti Matteo e Luca presentano tre tentazioni di Gesù, diversificandosi in parte solo per l’ordine. Il loro nucleo centrale consiste sempre nello strumentalizzare Dio per i propri fini, dando più importanza al successo o ai beni materiali. Il tentatore è subdolo: non spinge direttamente verso il male, ma verso un falso bene, facendo credere che le vere realtà sono il potere e ciò che soddisfa i bisogni primari. In questo modo, Dio diventa secondario, si riduce a un mezzo, in definitiva diventa irreale, non conta più, svanisce. In ultima analisi, nelle tentazioni è in gioco la fede, perché è in gioco Dio. Nei momenti decisivi della vita, ma, a ben vedere, in ogni momento, siamo di fronte a un bivio: vogliamo seguire l’io o Dio? L’interesse individuale oppure il vero Bene, ciò che realmente è bene?

Leggi di Più: Papa Angelus: rimettiamo Dio al centro | Tempi.it

 

Proviamo allora a ribaltare la spiegazione abituale che vuole ricondurre a categorie politiche o ecclesiastiche (che in fondo rischiano di essere la stessa cosa) la scelta del Papa, e forse vedremo che tutti i fattori evidenziati dalle suddette analisi non solo non vengono annullati ma vengono illuminati. Allo stesso modo con cui lo sguardo di un uomo “preso” da un amore e una verità più grandi di sé è capace di accogliere, giudicare e attraversare positivamente tutte le condizioni di difficoltà che vive, addirittura vivendole come un’occasione di bene.

È vero che in un certo senso l’immagine sacrale di un potere pontificio cristallizzato va in crisi, ma perché emerge in maniera affascinante la sua vera e irriducibile natura, l’esperienza di Cristo come ragione e affezione di sé e testimonianza al mondo intero (un’esperienza davvero “moderna”, verrebbe da dire). Come pure è vero che, secondo quanto lo stesso Benedetto XVI richiama di continuo, la Chiesa è attraversata da molte ferite, la maggior parte delle quali dovuta alle divisioni e all’orgoglio dei cristiani e addirittura dei loro capi, ma questa non è l’analisi impietosa del declino di un apparato, ma l’intelligente e appassionato riconoscimento del fattore di cui questa situazione grida il bisogno.

Insomma, se questa “rinuncia” è davvero, come è stato detto, la notizia del secolo, si tratta di una notizia che riguarda niente di meno che la nostra coscienza che chiede il senso vero della vita e della nostra libertà nel riconoscerlo quando ci viene incontro. E soprattutto che la nostra incapacità non chiude necessariamente, ma può addirittura riaprire la partita. E sempre, per il Papa come per ciascuno di noi, un’esperienza del genere cambia il mondo.

Da : C. Esposito, ilsussidiario.net, Esposito: Chi si é accorto che l ‘ incapacitá di Benedetto é anche la nostra?

Un battito d’ali

La storia, illustrata da Arcadio Lobato e edita da Fatatrac, comincia sulla soglia di una fine, ovvero di un nuovo inizio: il diluvio è terminato e proprio sulle ultime gocce di pioggia si forma l’arcobaleno. A Noè, che assiste al disperdersi dei suoi animali, già dimentichi di aver vissuto in armonia sull’arca, Dio affida un nuovo compito: comunicare a tutti gli esseri viventi che nulla verrà perso di ogni loro respiro e che dopo la morte le loro anime saranno accolte in un Paradiso in cui tutti vivranno di nuovo in pace. Portare a termine questo compito che di per sé entusiasma il vecchio Patriarca, si rivela più complesso del previsto. Trovare dei messaggeri efficienti è difficile: le tartarughe, che per il fatto di essere rimaste indietro sembrano destinate ad aiutarlo, sono lente e sorde; gli uccelli che per la loro capacità di volare sembrano i più adatti, riducono tutto in musica gradevole ma incomprensibile; l’asino, che per la sua fedeltà sembra disponibile è invece attaccato a una logica razionalista che lo rende poco credibile. Fin quando il vecchio Noè non prova ad andare lui stesso in giro per il mondo a parlare con gli animali, ma li trova già così immersi ciascuno nel proprio quotidiano, impegnati nel duro lavoro di procacciarsi cibo e gestire il potere che hanno saputo accumulare, da non sentire più il bisogno di conoscere quella notizia straordinaria, da non sentire più il bisogno di sperare…
Noè avverte la propria inadeguatezza e questo lo getta nello sconforto. Fortunatamente, però, non è solo. C’è la moglie, semplice e pragmatica: “Coraggio! Ciò che Dio ha cominciato, Dio finirà!” e c’è il Creato, splendido e perfetto, riverbero di quell’Eternità, di cui lui aveva tentato di parlare. Adesso Noè è finalmente libero, ovvero non sente più il peso del compito, e Dio torna a parlargli: lo fa mostrandogli un nuovo dono, lo strumento che porterà, al suo posto, il messaggio di speranza in giro per il mondo. Un messaggero leggero e poco rumoroso, che ha nel suo lieve battito d’ali colorate tutto l’incanto dell’Eternità.

Leggi di Più: Dimissioni Papa. Come parlarne ai bambini? | Tempi.it

frase postata in Frasi & Aforismi (Libri)

Ci siamo toccati ancora, guardandoci negli occhi. Uno sguardo diretto e tranquillo, molto semplice, tenendo conto dell’imbarazzo che di solito si crea in situazioni simili. Semplice come il bacio che si dà a un bambino quando viene a mostrarti una ferita. Il cuore si spezza al pensiero che si possa guardare così un adulto. […] Vorremmo staccarci ma non ne siamo capaci, e negli occhi di entrambi si aprono altri schermi in profondità. Penso a come un attimo simile ricordi il momento della tragedia, dopo la quale niente sarà più come prima. E noi, debolissimi, ci aggrappiamo l’una all’altro per non cadere e vediamo, con strana e triste lucidità, la nostra storia. […] Dal momento in cui ho cominciato a scriverti le parole sono sgorgate da un punto assolutamente nuovo, come se un seme fosse stato tenuto in serbo solo per un’amata particolare.

— David Grossman (scheda)

 

 

 

 

 

Urgenza braccata

Lì, nella nascita, afferma Testori, ci sono già il dolore, la croce, la speranza. «La speranza  […] è il destino dell’uomo, il suo cammino […] nasce da uno stato di dolore e nello stesso tempo da uno stato di felicità, perché coscienza della ragione dell’essere. […] L’uomo è un evento immenso. Ogni uomo, quindi tutti gli uomini, tutta la storia di tutti gli uomini, è un’immensità moltiplicata all’infinito. Al centro di questa immensità c’è una speranza che nasce e che è legata al dolore […]. Guai ad aver paura del dolore e del dolore che deriva dalla nascita» (G. Testori). In effetti «senza esperienza del dolore» continua don Luigi Giussani «non c’è esperienza dell’umano, vale a dire di un’urgenza braccata,[…] sconfitta». Nella nostra società, invece, sono talmente favorite la dimenticanza e la distrazione che possiamo assistere a tragedie di popoli oppressi da guerre e rimanere tranquilli e totalmente indifferenti. Noi siamo anestetizzati. Perché il dolore divenga ripartenza occorre «il dolore del proprio male, del proprio male come dignità, dunque del proprio male come proporzione nel rapporto con le immagini ideali, insomma quello che il cristianesimo chiama il dolore del peccato». Nel dolore «carnale» (quello che provi di fronte alle tragedie immani) hai la percezione che «Dio non c’è perché c’è questo dolore. Ciò non avviene nel dolore del peccato» perché esso si prova di fronte a una presenza e spalanca ad una presenza, come un bambino che piange di fronte alla mamma dispiaciuto per quello che ha fatto. «Il problema non è che l’uomo sia impeccabile, ma che l’uomo sia vero», con se stesso, con il proprio dolore, con la propria domanda di felicità.

 

Leggi di Più: Giussani-Testori: il senso della nascita | Tempi.i

lunedì 11 febbraio 2013
In relazione all’annuncio della rinuncia al ministero petrino da parte di Benedetto XVI,  don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ha dichiarato:
«Con questo gesto, tanto imponente quanto imprevisto, il Papa ci testimonia una tale pienezza nel rapporto con Cristo da sorprenderci per una mossa di libertà senza precedenti, che privilegia innanzitutto il bene della Chiesa. Così mostra a tutti di essere totalmente affidato al disegno misterioso di un Altro.
Chi non desidererebbe una simile libertà?
Il gesto del Papa è un richiamo potente a rinunciare a ogni sicurezza umana, confidando esclusivamente nella forza dello Spirito Santo, come se Benedetto XVI ci dicesse con le parole di san Paolo: “Sono persuaso che colui che ha iniziato in voi questa opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” (Fil 1,6).
Attraverso l’annuncio del Papa, il Signore ci domanda di trapassare ogni apparenza, attraversando tutto l’entusiasmo umano con cui avevamo salutato l’elezione di Benedetto XVI e con cui lo abbiamo seguito in questi otto anni, grati per ogni sua parola.
Desiderando di vivere la stessa esperienza di immedesimazione con Cristo che ha dettato al Papa questo atto storico per la vita della Chiesa e del mondo, accogliamo anche noi con libertà e pieni di stupore questo estremo gesto di paternità, compiuto per amore dei suoi figli, affidando la sua persona alla Madonna affinché continui a esserci padre dando la vita per l’opera di un Altro, cioè per l’edificazione della Chiesa di Dio.
Con tutti i fratelli, insieme a Benedetto XVI, domandiamo allo Spirito di Cristo di assistere la Chiesa nella scelta di un padre che possa guidarla in un momento storico così delicato e decisivo”.

ilsussidiario.net, BENEDETTO XVI/ Carrón (CL): L’incredibile libertà di un uomo afferrato da Cristo

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Guardate cosa ha detto Benedetto XVI nel famoso discorso del Bundestag: «Ogni persona che ha responsabilità deve cercare lei stessa i criteri per il proprio orientamento». E perché deve farlo? Perché «contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai [mai!] imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali fonti vere del diritto […], riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti [che poi è la chiave, secondo me, di tutto quanto] la ragione e la natura nella loro correlazione» (Benedetto XVI, Discorso al Parlamento Federale di Berlino, 22 settembre 2011), riconoscendo cioè come fonte di conoscenza l’esperienza (per questo Giussani ha insistito sempre che «la realtà si rende trasparente» nella esperienza). Se la fonte per decidere non viene dall’esperienza stessa che facciamo nella comunità cristiana, noi stiamo riconoscendo di fatto che la fede non è capace di generare un soggetto in grado di chiarirsi su queste cose, e inevitabilmente la fonte del giudizio la prenderemo altrove, al di fuori della fede.

Così torniamo all’origine del movimento. Perché questo ha fatto don Giussani: «Non sono qui perché voi riteniate come vostre le idee che vi do io, ma per insegnarvi un metodo vero per giudicare le cose che io vi dirò» (Il rischio educativo, p. 20). Quale era il metodo? L’esperienza: paragonare tutto con le esigenze del cuore. Se non arriviamo a questo, a me degli schieramenti non interessa niente, perché vorrebbe dire che noi alla fine attingiamo i criteri per la scelta elettorale al di fuori dell’esperienza stessa che facciamo. È questo che è in gioco oggi. Se l’esperienza della fede ci aiuta a raggiungere un giudizio, pur contingente, anche in politica, questo giudizio, pieno di ragioni, può diventare l’inizio di un dialogo con gli altri. È solo in questa comunicazione delle proprie ragioni che manteniamo quella tensione «nella ricerca dell’unità» anche nella politica in funzione della testimonianza della fede, di cui don Giussani ci ha sempre parlato.

Ma questo è il problema educativo nostro, questo è il problema del movimento, perché per noi il tornante elettorale è un’occasione per dire che cos’è la fede e che il contributo della fede ha anche un valore civile e politico, altrimenti noi finiamo col considerare la fede un richiamo spirituale, una cosa interna − “per noi” −, ma poi nell’agone politico dobbiamo usare altri criteri. Questo è il nostro principale contributo culturale in questo frangente: il porsi di un soggetto ecclesiale. È molto significativo l’esempio che don Giussani propone riguardo al primo livello della Nota: «La moltiplicazione e la dilatazione di comunità cristiane vitali e autentiche non può che determinare la nascita e lo sviluppo di un movimento il cui influsso sulla società civile tende inevitabilmente ad essere di sempre maggior rilievo […]. Se è lecito ancora paragonare le cose piccole con quelle grandi, vorrei richiamare qui l’esempio del movimento benedettino. […] Questo movimento giunse fino a influenzare “il codice della vita civile di allora” grazie al moltiplicarsi, a centinaia e migliaia, della sue comunità di preghiera e di lavoro, attorno alle quali la vita civile stessa si ricoagulava e riprendeva consistenza» (L. Giussani, Il Movimento di Comunione e Liberazione, Jaca Book, Milano 1987, p. 119). Altro che scelta religiosa! Invece, quanto più il cristianesimo è svuotato del suo spessore storico, vale a dire quanto più la fede è vissuta in modo ridotto, rifiutata nella sua capacità di investire la totalità del soggetto, tanto più si riversano sulla “politica” (in senso stretto) le nostre aspettative di cambiamento, di incidenza. Come mi diceva sempre un amico, nessuno di noi ricorda chi era il re al tempo di san Benedetto, ma tutti si ricordano di san Benedetto. Questa è l’incidenza storica della comunità cristiana.

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Appunti dall’intervento di J . Carròn alla Scuola di Comunità del 30/01/2013

«L’invito del volantino è chiaro» per Stefano Storti: «Il cuore di tutto è un soggetto, generato all’interno di un cammino saldo e robusto, che lo rende in grado di fare impresa economica e di sostenere chi fa più fatica». Al fondo di una traiettoria del genere, continua, ci sono tre aspetti. Intanto che il «lavoro è servire un altro, è che c’è nobiltà in questo». E poi c’è l’esperienza del limite, che uno da solo non ce la fa. Proprio da questo emerge il terzo punto, il mettersi insieme per costruire qualcosa. Solo da qui, secondo Storti, si possono guardare le problematiche connesse alla situazione di oggi. Dal recupero della “italianità” imprenditoriale alla valorizzazione di ciò che già c’è nel mondo dell’impresa. Allora, per esempio, si può andare a guardare come la flessibilità nel mondo del lavoro, in entrata e in uscita, sia una necessità imprescindibile. Oppure come altrettanto viscerale sia il tema della formazione e dell’apprendistato. In tutto questo c’è una chiave di volta: «La responsabilità personale. Che ciascuno faccia bene il suo».
Vale per l’impresa. Ma vale per tutto il resto. welfare compreso. Marco Sala è alla guida di una realtà che assiste oltre 15mila persone all’anno. Ex infermiere, con un passato negli ospedali ugandesi di Kampala, sul tema prova a ribaltare la prospettiva: «Proviamo a guardare il welfare come una cosa da conquistare e non un diritto». Come desiderio, dice. Il diritto è alla cura: «La figlia di un amico, quando stavo in Africa, ha preso la meningite. Ora, quell’amico si è caricato la bambina in auto per portarla nell’ospedale di Gulu, attraverso una regione insanguinata dalla guerra dei ribelli. Non si è fermato ad affermare un diritto. Ha preso la macchina ed è partito». Il welfare è, innanzitutto, la mossa di uno. «”La nostra famiglia” è nata così. Risposta ai bisogni che mano a mano si presentavano». Una modalità che oggi, tra le pieghe della burocrazia di una pur buona sanità, quella lombarda per esempio, risulta un po’ incastrata. Con il rischio che quel tentativo di risposta venga guardato solo come erogazione di un servizio».

«È una sorta di crisi adolescenziale dell’epoca della libertà», attacca il professor Magatti. Legge così la crisi, «strana, anche per il fatto che i Paesi occidentali sembrano incapaci di reagire, tutti presi a tentare di riaccendere una macchina grippata». Il suo è un sintetico affondo storico su quello che ci ha portato fin qui. Dagli anni Ottanta, la scoperta delle libertà, l’economia dei consumi che sostituiva quella del lavoro. E il ruolo marginale dell’Italia in questo processo, che si è inventata consumista, senza i mezzi, indebitandosi fino al collo. «La Seconda Repubblica fu un tentativo di riparare a questa marginalità», spiega il professore. Emerse un dato, allora: «Negli anni Novanta abbiamo assistito alla perdita della nostra identità nazionale, anche in nome di un’Italia a-cattolica, non anti-cattolica». Oggi vediamo le conseguenze, tra istituzioni lontane dalla società e cittadini lontani dalla politica. «E a pagarla è la generazione dei giovani, per i quali tutti si devono sentire responsabili».
Il passaggio obbligato, per Magatti, è verso le economie “del valore”, le uniche in grado di sopravvivere alla nuova globalizzazione: «Come? Intanto producendo capitale umano. Investendo sulla qualità delle persone. E iniziando a concepire questo non come un costo, ma come un investimento nel tempo, capace di portare ricchezza e “intrapresa” nel produrre quel valore». La crisi può essere dunque un’occasione “benedetta”. «Di revisione istituzionale, come era accaduto nel Dopoguerra, per esempio». Anche per l’Europa, per la quale la spinta può venire solo dai singoli Paesi. «In questo, l’idea di federalismo gioca un ruolo chiave, anche nel nostro Paese». C’è da lavorare su questo «in termini di “fare alleanza”. È finita la stagione della libertà individualistica. Dove tutto, famiglia, educazione, rapporti di lavoro, sembrava destinato a slegarsi».

A chiudere l’incontro è Scholz, partendo proprio dalla crisi della libertà: «Facciamo fatica a viverla come responsabilità, cioè, guardando al bene comune». Come in sequenza fotografica, il presidente CdO racconta di una situazione drammatica, in cui non bastano slogan elettorali per trovare vie d’uscita. La crisi colpisce tanti settori, ma incidere è anche il calo dei consumi. I dati sono davanti agli occhi di tutti. «Con un debito come il nostro di 2mila miliardi non c’è altra strada: dobbiamo crescere. Non trovo giusto che uno stato sovrano sia esposto ai mercati finanziari. Ma è così, e dobbiamo farci i conti. Perché gli interessi sul debito vanno pagati, e determinano le manovre economiche». Realismo, quindi, innanzitutto. E come si fa a crescere? Scholz, uno dietro l’altro, elenca una serie di punti di attacco. Dalla riforma della Pubblica Amministrazione, allo stato una giungla di burocrazia inefficace, al federalismo, perché «non si può prescindere dal dato che il 60% per cento della spesa pubblica sia decentrato. Questo riduce la spesa pubblica, non tagliare le “auto blu”». E poi il welfare, con la sua necessità di nuove normative per un settore che rappresenta più del 4% del Pil con 65mila posti di lavoro. Occupazione e formazione, ancora, sotto la lente della dignità del lavoro e della valorizzazione dell’apprendistato. E poi la voce calda delle tasse: «Da abbattere, senza l’illusione di farlo subito. Sarebbe una follia. Ma se qualcosa si può fare, si parta dalla famiglia». E così via. Innovazione, cultura, identità cristiane. Tutti punti raccolti nel volantino CdO. «Non è ideologia», chiosa Scholz: «Quello di cui parliamo è ciò che tutti possono vedere ogni giorno. Rendersene conto, andarci a fondo, arrivare a un giudizio maturo e personale, serve a una democrazia matura, la rafforza. È una libertà vissuta per ciò che è».

 

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