La grande speranza siamo noi

Cara Lucia,
anch’io, che voto da quarant’anni, lo farò anche questa volta, come te, spinto dal desiderio di dare il mio contributo al bene del mondo in cui vivo. Il primo impegno in questo senso è per me quello di cercare di non ridurre la lettura della realtà a schemi più o meno ideologici, provando a capire più a fondo i bisogni, personali e collettivi, nel loro nesso con il contesto ampio in cui vivono.

Si vogliono più soldi o più lavoro senza tener conto che in un mondo globalizzato altri Paesi emergenti stanno sottraendoci quote di mercato e nessun politico può in alcun modo impedirlo: ciò che è legittimo aspettarsi è piuttosto una politica economica realistica e impegnata nel sostenere chi sappia individuare le opportunità in un contesto così in divenire. Si vogliono più servizi dallo Stato senza arrendersi al fatto che lo Stato non ha più soldi e che i meccanismi di mercato tendono ad affossare chi ha un debito troppo alto. Si insiste sulla difesa di alcuni diritti, senza pensare che alla loro base c’è il valore della vita in toto, dal momento del concepimento e anche quando non si è più “produttivi”.

Si vuole, si vuole, si vuole, senza pensare che quel che accade dipende anche da noi e che questo volere è spesso una pretesa egoistica di noi come persone, come gruppo o come classe sociale.

La comunità cristiana cui appartengo continua a educarmi a vivere un bisogno non ridotto, espressione dell’esigenza di giustizia, di verità, di bellezza di cui è fatto il mio cuore. E continua a mostrarmi come il bene altrui sia parte integrante del mio bene personale e come solo liberando e rendendo azione questi desideri costitutivi possa generarsi sviluppo e benessere sociale. Così ho potuto guardare la politica riposizionando il suo ruolo, senza affidarle speranze messianiche e senza eludere la mia responsabilità nei suoi confronti. E per questo ho potuto scoprire che le risposte alle domande di cambiamento e di bene non sono in un futuro utopico, in un anno che verrà, in un sistema politico perfetto, ma in qualcosa che da subito mostra la sua diversità: comunità e gruppi sociali ispirati da diversi ideali in cui i rapporti tra uomini sono diversi, volti a perseguire il bene, capaci di correggere l’inevitabile caduta per redimere, non per annientare. Nella nostra società, generata dal cristianesimo e da un umanesimo laico, quanti ospedali, opere di assistenza, scuole, università, opere culturali, cooperative e imprese in cui questo modo di agire mosso dal desiderio dell’uomo, dalla fede, da ideali si può riscontrare!

Così, nel mio percorso scolastico io ho già vissuto una effettiva libertà di educazione; nell’università in cui studio e lavoro da 40 anni niente può impedirmi di vivere un’esperienza di conoscenza, di creatività, di lavoro alacre. Nelle opere culturali in cui sono implicato, come la Fondazione per la Sussidiarietà o il Meeting di Rimini, vivo ogni giorno il fascino di una riflessione sull’esperienza che valorizza tutto ciò che c’è di nuovo, bello, vero, in chiunque lo porti, da qualunque parte del mondo provenga. Nelle realtà sociali ed economiche cui ho partecipato, come la Compagnia delle opere, ho potuto assistere ad un’iniziativa libera e generosa di persone che, invece di lamentarsi, hanno dato vita a nuove imprese, nuovo lavoro, e hanno saputo affrontare la crisi accettando di cambiare.

Non ho mai chiesto alla politica di far nascere questa vitalità e fecondità, anzi ho diffidato di chiunque dicesse (come è avvenuto nella prima e ancor di più nella seconda Repubblica): “ci penso io a darti quello che ti serve, dammi il potere e realizzerò il cambiamento”. Infatti, anche i programmi più innovativi si sono rivelati incapaci di portare risposte adeguate quando chi era al potere ha pensato di realizzarli non valorizzando le presenze sociali, economiche, culturali di base, secondo il principio di sussidiarietà, ma dall’alto dei ministeri e dei partiti. Né ho chiesto alla politica di aiutare solo le opere del gruppo sociale cui appartengo, ma ho chiesto di non diffidare di nessuna iniziativa che avesse lo scopo di rispondere ai bisogni della gente. Ho chiesto che ci fossero legislazioni che dessero spazio a queste realtà di base, ne valorizzassero l’impeto costruttivo per il bene comune. Certe volte la politica ha accettato il suo alto ruolo di servizio al bene di queste realtà, come ad esempio in Lombardia (che con buona pace di tutti è un posto dove i cittadini vivono bene, possono scegliere ottimi servizi grazie alla competizione virtuosa che si è creata e trovano molte loro iniziative valorizzate). In molti casi la politica si è arroccata in un ruolo autoreferenziale, senza peraltro essere in grado di fare granché.

Oggi guardo alle prossime elezioni chiedendo ancora una volta di sostenere questi che ritengo strumenti essenziali di bene comune: investimento sul sistema educativo e sul capitale umano e libertà di educazione, welfare sussidiario, sostegno alla piccola, media e grande impresa che produce, occupa, esporta. Sceglierò chi ritengo possa rispondere meglio a queste istanze, ma in nessun caso sarò deluso, perché il soggetto vivo che può generare bene comune può comunque fare la sua strada, prendere consapevolezza di sé e crescere. E questa è la più grande speranza per tutti e per il nostro Paese.

Giorgio Vittadini

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