Ecco. Sentirlo parlare, ieri in San Pietro, era come essere presi dentro quell’abbraccio. Come quello di un amico caro, carissimo, che parte. Ti saluta per l’ultima volta. Ce l’hai ancora davanti e già ti prende il magone e la nostalgia. Ti puoi fermare lì, passerà. E invece tutto quello che sta accadendo chiede un passo. Di andare alla radice di quello che ci lega, me e lui. È un attimo accorgersene. L’occhio sale verso l’alto, sulla statua di Cristo che campeggia in cima alla facciata della Basilica. Proprio sopra il Papa. La radice di quella nostalgia è Lui. Ti ha sempre portato lì, Benedetto. Tutti i discorsi, le udienze, tutta la sua vita. Nulla di meno. E ieri, per l’ultima volta, uguale, a ridire ancora, grato, che è per Lui che siamo fatti e che tutto è fatto.

 

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http://www.tracce.it/default.asp?id=344&id_n=33543, Benedetto XVI ” Potate a tutti questo abbraccio”, Paolo Perego

Le decomposizioni della celebrità

Ho notato, tuttavia, qualcosa che mi sembra molto interessante e cioè che, malgrado l’enfasi sulla celebrità, il denaro e la moda, i film sollevano seriamente difficili questioni morali che rimangono irrisolte, come quelle sull’omosessualità, l’eutanasia, la tortura, la rivoluzione, la povertà e così via.

Altro punto ancor più interessante, nel suo discorso di accettazione del premio per la miglior regia, il regista diLife of Pi, Ang Lee, ha detto che il suo film offriva, come soluzione, un mondo oltre la politica, senza guerre, senza o al di là della religione. Il pubblico ha applaudito entusiasta.

Ci si può, quindi, immaginare che questa sia la spiritualità preferita dalle celebrità, una spiritualità che sembrerebbe non dare alcuna importanza ai nostri corpi… fino a che non appare il primo piccolo tumore.

Comunque, questo spirito umano senza interferenze corporali è il risultato di quella separazione di Dio da Cristo che don Giussani identifica come il passo più importante di quella via al secolarismo che ci spinge ad essere contenti dell’impossibilità perfino di porre certe domande. Gli altri passi su questa strada sono: Cristo senza Chiesa e Chiesa senza uomo, da cui l’odierna spiritualità senza Cristo, uomo senza Dio, mondo senza persone.

E qui arriva il Papa.

Guardando nei notiziari tv le storie, vere o false, degli scandali in Vaticano, abbiamo potuto vedere la figura sofferente di Papa Benedetto XVI, abbiamo potuto vedere come il corpo umano non può essere separato dallo spirito. Noi abbiamo bisogno di un Papa che si possa toccare, vedere, ascoltare.

La Incarnazione è al centro della nostra fede e deve avvenire dentro il corpo umano, così che non diventi, un giorno, solo il corpo in decomposizione di una celebrità. Viva il Papa!
http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2013/2/27/Papa-Oscar/print/367882/
 

Io sono abituato a fare scuola; la scuola è composta di giovani, ma mai in numero così grande; perciò mi scuso d’avere osato accettare, dietro l’insistenza degli amici, a cui purtroppo, a un certo punto, non riesco mai a dir di no. Perciò più che una presunzione, la mia, credo che sia una debolezza. Ad ogni modo mi permettono di parlare come se fossi a scuola. Mi rivolgo perciò innanzitutto ai giovani o a quello che di giovane può restare anche negli adulti.

 

Il tema è grande, perché la libertà di Dio è la libertà dell’uomo. Ora, io ci tengo alla mia libertà; la libertà è un irrinunciabile: non esiste persona, non esiste un io, se non nella libertà. Quando l’uomo è capace di valutare e di giudicare ciò che compie alla luce di quello che in qualche modo riconosce come ideale, questo giudicare è libertà. Se l’uomo non fosse capace di questo, se fosse ridotto in condizioni da aver dettate le cose e perciò di non essere responsabile del giudizio che dà, che uomo sarebbe? E l’uomo deve essere anche, per essere persona, capace di aderire con la sua energia, realizzare un’affezione a ciò che identifica col suo giudizio. La libertà è capacità di giudizio ed è capacità di responsabilità. «L’uomo è libero davanti al suo destino»: è capacità di giudizio, cioè di paragone col destino nel proprio impegno d’uomo, e di affezione al proprio destino attraverso il giudizio che emerge dalla sua coscienza.

 

La libertà è qualcosa di irrinunciabile. Ma se l’uomo fosse l’esito contingente, effimero, di antecedenti puramente biologici; se fosse, secondo il vecchio paragone, quella goccia d’acqua bianca che, quando l’onda si frange contro lo scoglio, ne sprizza fuori brillando per un istante nella sua apparente libertà totalmente determinata da fattori materiali, meccanici; se l’uomo fosse totalmente derivato dai suoi antecedenti materiali; se l’uomo fosse totalmente ed esaurientemente derivato da suo padre e sua madre – perché padre e madre sono come il punto cruciale dove tutto il cumulo di antecedenti meccanici agisce –, allora tutto ciò che in lui accadrebbe, sia come apparente estrosità o genialità di giudizio, sia come affezione scelta, in ultima analisi sarebbe spiegabile da una osservazione, fosse possibile, capillare dei nessi, delle urgenze che lo spingono fin lì. Il catechismo di una volta diceva, con linguaggio ora certo dissueto, ma con una forza rivelatrice ed asseveratrice imponente, che l’uomo ha il corpo dai suoi genitori, ma «l’anima è infusa direttamente da Dio». A parte il linguaggio scolastico, ciò vuol dire che l’uomo ha qualcosa che non dipende dai suoi antecedenti, non è dato da suo padre e da sua madre: prima non c’era, prima di essere concepito nel seno di sua madre, non c’era, non esisteva; egli non deriva però totalmente ed esaurientemente da suo padre e da sua madre, ma in lui c’è qualcosa che è diretto rapporto con il Mistero che fa tutte le cose, con il principio di tutto, con l’origine di tutto, comunque sia definita. L’uomo non si esaurisce nei suoi antecedenti, ma la sua realtà ha qualcosa che non dipende, usiamo il termine abituale, che da Dio. In lui qualcosa è diretto rapporto con l’infinito, diretto rapporto con il Mistero. Per questo, solo per questo nesso con l’Infinito, con Dio, l’uomo può essere libero di fronte a tutto il cosmo, di fronte all’immane meccanismo del cosmo. In qualunque contingenza il flusso delle cose lo spinga, c’è sempre in lui la possibilità – come è stato detto prima dal professore Clément –, di una trascendenza, per cui può giudicare tutto il cosmo, e di una libertà, per cui nella stringenza delle occasioni può addirittura, col sacrificio e con la morte, scegliere, optare per qualcosa d’altro. Del resto, è uno dei pensieri più noti di Pascal quello in cui dice che, se tutto il mondo in un determinato istante si precipitasse addosso a me per schiacciarmi, io sono più grande di lui, perché io ho qualcosa che sfugge al nesso mortale e lo giudica, lo comprende[1] . È per questo che un’infinità di mondi – continua altrove – non vale il più piccolo pensiero dell’uomo, perché è di un ordine infinitamente diverso e superiore [2].

Ma dove sta l’unica ipotesi che possa spiegare questa libertà di coscienza o questa responsabilità personale verso il destino? L’unica ipotesi possibile è che nell’uomo esista qualcosa che non dipende dal meccanismo delle cose, ma solo da Dio. Allora l’uomo non può ricondursi integralmente alla sua istintività, non è una scimmia comunque evoluta, né può essere ridotto a robot per quanto evoluto, un meccanismo cioè determinato dal potere. Diceva Ungaretti in un suo saggio: «Non si ha nozione di libertà se non per l’atto poetico che ci dà nozione di Dio» [3]. Lui lo chiama «atto poetico», ma nella densità etimologica della parola esso indica la suprema espressività della ragione quando riconosce, coglie, declama il significato della totalità, il significato totale, il senso di tutto, là dove la ragione riconosce la realtà come costruzione unitaria, come disegno unitario, là dove scopre, appunto, Dio come il senso di tutto. Ma allora abbiamo questo paradosso: l’uomo, per essere libero, se vuole essere libero da tutto ciò che lo circonda, fino all’estrema boundary-line(linea di confine, N.d.C.) del cosmo, se vuole essere libero da tutto ciò che esiste attorno a lui nel mondo in cui è immerso, deve essere dipendente da Dio. È la dipendenza da Dio la libertà dell’uomo. Questa è l’unica ipotesi che credo possibile. Tale dipendenza da Dio rende l’uomo indipendente da qualunque potere. Perché la realtà meccanica di tutto il flusso da cui l’uomo fisicamente nasce, a livello umano, si chiama umanità; a livello concreto questa umanità si realizza come società; la società si organizza come Stato; lo Stato sono i potenti: allora l’uomo non potrebbe essere che manovrato dai potenti, senza quella grande ipotesi. Perciò la dipendenza da Dio, paradossalmente, ci salva dall’ottusità delle cose che si muovono come sassi dentro un torrente impetuoso e ci salva dalla scaltrezza e dalla intelligente fame e sete dei potenti.

 

Però voglio osservare che questa dipendenza da qualcosa che trascende la realtà è contenuto, in un certo vero senso, di una esperienza possibile a tutti: ai bambini no, ma all’adulto sì. C’è forse in questo determinato istante un’evidenza sperimentalmente più grande, più affascinante, più tremenda di questa, che non vi fate da voi? In questo istante non esiste niente di più profondo e tremendo e nello stesso tempo di più evidente per me, che non mi sto facendo io, l’essere non me lo do io. In questo istante ciò che è più mio è qualcosa che mi è dato. Dato: sono fatto! Se io dovessi usare un termine per riferirmi, personalizzando il rapporto, a questa origine, a questa sorgente del mio io in questo momento, dovrei dire: «tu che mi fai». Ed è per questo che la Bibbia chiama Dio «Padre». Ma lasciamo andare, per ora, il termine biblico. È una evidenza impressionante, forse perché da quando ero giovane è uno dei sentimenti che cerco di nutrire e di rinnovare più spesso, che in questo istante io non mi faccio da me; non c’è nulla di più mio, dicevo prima, di più profondo, di più esauriente: sono fatto, cioè sono dato (è un termine anche scientifico: un «dato»). Ma le parole nella loro densità etimologica rivelano più di quanto normalmente sembrano dire. Un dato. Drammatizziamo, o meglio, diamo un livello umano a questa parola «dato», che è già umana: diciamo che è un «dono». Non esiste una parola che in questo momento possa farmi esprimere più intensamente, più densamente, più devotamente, più ammiratamente questo fatto supremo che sta avvenendo in me in questo istante: che io sono fatto. È come se dicessi: «io non sono io, sono tu». Vale a dire, proprio nell’esperienza di questa dipendenza c’è la percezione dell’origine della nostra persona come pura gratuità.

 

Io sto abbordando il tema dal punto di vista della nostra esperienza di uomini. Da questo punto di vista, non credo che si possa dire qualcosa di più chiaro sul tema «libertà di Dio» che identificare la parola «libertà» con la parola «gratuità». Perché è come se questa parola – «gratuità» – toccasse fisicamente, sperimentalmente, la nostra vitalità di uomini: è la percezione della mia origine come pura gratuità. Che ragione c’era perché io fossi? Che ragione c’è perché io sia? Ragione? È dato! È fortunato chi non sente obiezione al sinonimo: è dono! Comunque, sono fatto, sono dato, sono un dono di Altro – di Altro –, che giustamente si nasconde dentro la parola «Mistero», a cui dico «tu» senza poterne conoscere il volto, senza poterne decifrare i tratti. Il premio Nobel Pär Lagerkvist, interessante per i suoi romanzi, ma anche acuto poeta, dice in una delle sue poesie: «Uno sconosciuto è il mio amico, uno che io non conosco. ⁄ Uno sconosciuto lontano lontano. ⁄ Per lui il mio cuore è colmo di nostalgia. ⁄ Perché egli non è presso di me. ⁄ Perché egli forse non esiste affatto? ⁄⁄ Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza? ⁄ Che colmi tutta la Terra della tua assenza?» [4]. È giusto quello che dice Pär Lagerkvist: per l’uomo, più di così che dire? Che cosa poter dire? Con quell’interrogativo che non è logico, perché è un tremore ed è una debolezza, sensibile, diciamo irrazionale, perché è contro l’esperienza, ma ne è come una deficienza immanente, come un vuoto che d’improvviso subentri?

 

Ma quello che mi preme molto dire, in questo primo approccio al nostro tema, è che la libertà di Dio, vale a dire questa gratuità assoluta – il cristianesimo la chiamerà «grazia» – che è il mio esistere, il tuo esistere (non solo perché sei venuto all’esistenza, ma ora, ora, in questo istante: l’autocoscienza, per quel poco di trasparenza di cui essa sia capace, non può non vedere questo emergere starei per dire «indebito», vale a dire senza ragioni, l’unica ragione essendo il Mistero da cui emana, perché non si fa da sé, e non è esclusivamente e totalmente frutto di meccanismi antecedenti; infatti li supera, li trascende), la libertà di Dio costringe alla libertà l’uomo, costringe l’uomo a prender posizione. Perché? Perché di fronte all’evidenza del mio essere come dato, della mia persona come dato, come fatto, c’è un’alternativa, che si presenta non solo teoricamente, ma molto concretamente: è in questa alternativa che la libertà dell’uomo è costretta a porsi. Analogamente a quanto diceva il vecchio Simeone “brandendo” Gesù dalle braccia della Madonna, quando esclamò: «Questo bambino sarà come una divisione, una spada che divide, perché farà venire a galla il pensiero segreto dei cuori» [5]. Il pensiero segreto dei cuori di cui parla il vecchio Simeone è la posizione ultima dell’uomo di fronte all’Essere: questo è la libertà, che non si definisce tanto nelle decisioni clamorose che l’uomo prende durante il corso della sua giornata o della sua esistenza, ma nel chiaroscuro profondo, a quel livello semibuio e quasi impercettibile in cui prende posizione di fronte all’Essere, al reale, davanti a sua madre come a Dio, davanti all’oggetto più vicino come al mistero «lontano lontano» (diceva Pär Lagerkvist). È la scelta di fronte all’Essere: è come se uno potesse collocarsi di fronte alla vita, alla realtà, con gli occhi sbarrati, con la bocca aperta di un bambino (ma è un paragone evangelico), oppure col gomito di fronte alla faccia per proteggersi, come ancora fa il bambino quando la madre lo sgrida, quando ha un pericolo davanti.

 

O un’apertura verso la grande proposta della presenza ineliminabile del reale o un chiamare questa presenza al tribunale del proprio giudizio interessato (fin dove mi interessa e fin dove non mi interessa; se mi va bene o mi va male; se mi conviene accedere o mi conviene obliterare): questa è la vera e terribile e profonda e apparentemente inconsapevole scelta che l’uomo fa, di giorno in giorno, di ora in ora, anche se normalmente, poi, questa scelta assume una stabilità tragica o felice. Così, di fronte all’uomo «dato», all’uomo fatto dal Mistero, dal grande e misterioso «amico» (perché gli dà la vita, gli dà l’essere), di cui parlava Pär Lagerkvist, l’uomo può scegliere la ribellione; dico la ribellione all’esserci, la quale può tradursi anche, molto banalmente, in quella indifferenza dentro lo sguardo a sé, che fa in fondo essere estranea a se stessa la grande maggioranza delle persone (è un’indifferenza nello sguardo a sé dal punto di vista morale, perciò da un punto di vista responsabile), o come un risentimento per essere stati fatti, un risentimento perché si è fatti, perché si è o perché si è fatti così. Nelle antropologie, nelle concezioni dell’uomo che innervano il grande dramma della ricerca esplicativa che caratterizza la storia dello spirito umano, in genere sono tutte negative le interpretazioni sulla consistenza dell’«io», non dell’uomo come «umanità», ma dell’«io». Come in quella bellissima pagina deiBuddenbrook, dove Thomas Mann introduce il grande protagonista, e ultimo, di quella fortunosa famiglia, ricca e fino allora fortunata, Thomas. Egli è ormai il direttore di un immenso impero commerciale, ma deve lavorare 20 ore su 24, è esausto, ha esaurito le forze, si dà soltanto, normalmente, 10 minuti di sosta per prendere un po’ di respiro, sul mezzogiorno. In quei 10 minuti in cui si butta sulla poltrona immagina sempre, proprio per ricostruirsi e per riconfortarsi, quel momento in cui la sua goccia, l’io, Thomas Buddenbrook, si perderà nell’oceano, nel mare dell’essere, perderà i suoi connotati, non sarà più «io», ma si identificherà con l’essere . Questa pagina letteraria traduce un pensiero comune non solo alle filosofie dell’Estremo Oriente, ma in fondo anche a tutte le filosofie occidentali, non solo quella di Spinoza. Lo scetticismo con cui si guarda a se stessi paga il suo tributo regolare a queste negazioni, a queste ribellioni, a questi risentimenti.

 

Dunque, o ribellione o accettazione: accettare questo dato, accettare questo dono che io sono; allora, è come se, in qualunque ora, un simile livello di coscienza di sé, di autocoscienza, fosse capace di far ritornare dentro uno stupore originale che ha qualche cosa degli occhi con cui Adamo ed Eva debbono aver guardato il mondo la prima volta, che è lo stupore con cui realmente il bambino sa guardar la novità del reale. Io penso spesso: ma se, grottescamente, un bambino concepito nel ventre di sua madre potesse avere la coscienza dei 20 o dei 40 anni, che brivido di tenerezza, di stupore senza sosta, di appartenenza voluta, di gratitudine, non so come dirlo altrimenti, ma che profonda apertura lo caratterizzerebbe nel sentirsi nascere, venir fuori dalla realtà di sua madre, istante per istante, ed esserne alimentato, istante per istante! Ma quello che caratterizzerebbe di più l’esperienza in questo grottesco paragone sarebbe – avesse la coscienza dei 20, o meglio, dei 40 anni – l’assoluta gratuità. L’assoluta gratuità, lo abbiamo detto anche prima, è senza ragione. Ma qual è la ragione più grande che ci sia, se non la realtà? Se la libertà è riconoscere ciò che è vero, il vero è la realtà in quanto abbracciata, riconosciuta. L’origine, quello che chiamiamo «Dio», la libertà di Dio è questa totale gratuità per cui noi siamo («In Lui siamo, esistiamo, ci muoviamo» [7]). È come se io, in un determinato momento fossi colmo di gioia, di felicità, oppure di dolore e di nostalgia, e allora mi mettessi a cantare: il canto non aggiunge nulla a me, per modo di dire, ma è come una sovrabbondanza di quella pienezza che io sto vivendo. L’analogia è piena d’ombra fino, se volete, a far sorridere, però è come se realmente io fossi il canto di quella compagnia assoluta che è l’essere, come ci è stato ridescritto in modo così affascinante prima dal professore Clément.

Da Libertà di Dio, meeting Rimini 26/08/1983

 

 

 

2. La domanda sul destino della vita costituisce il cuore di ogni uomo

«Ma non ha ragione, non ha ragione il nichilista!», ha gridato una volta don Giussani qui a Rimini agli universitari di Comunione e Liberazione, perché è grande – Dio come è grande! – l’uomo, il giovane, il ragazzo quando guarda la sua ragazza, mentre lei non lo vede, perché sta andando via, la guarda e sente il meglio di sé venire a galla: gli viene […] un’adorazione. Giusto! Perché quel volto è il simbolo di Colui che ci ha fatti per Sé, cioè per la felicità, che è la bellezza come ha capito Leopardi nell’inno Alla sua donna, che è la verità» .

Perché non ha ragione, dunque, il nichilista? Perché egli andrebbe contro quel meglio di sé che gli viene su dal suo cuore, cioè da quel complesso di evidenze e di esigenze, che lo costituiscono strutturalmente e che gli impediscono di dire che la sua ragazza è un niente; anzi lo spingono ad una adorazione di quella misteriosa promessa che nella bellezza di lei si rende presente.

Il cuore è ciò che Pirandello, un vero laico e mio conterraneo, in Uno, nessuno e centomila, chiama quel “punto vivo” che è dentro di noi e che scatta quando qualcuno o qualcosa lo provoca. Vitangelo Moscarda, che è un banchiere, provocato dal suo amico, che proditoriamente lo accusa di essere un usuraio, e dalla risata cinica con cui sua moglie commenta questa accusa, reagisce così:

 

«Ebbene, da quella risata mi sentii ferire all’improvviso come non mi sarei mai aspettato che potesse accadermi in quel momento…: ferire addentro in un punto vivo di me che non avrei saputo dire né che né dove fosse; […] un “punto vivo” in me s’era sentito ferire così addentro, che perdetti il lume degli occhi» .

E più avanti dice:

«Quel punto vivo che s’era sentito ferire in me… era Dio senza alcun dubbio: Dio che s’era sentito ferire in me, Dio che in me non poteva più tollerare che gli altri a Richieri mi tenessero in conto d’usurajo». .

Don Giussani ha insistito per tutta la vita sull’importanza del cuore, di questo criterio oggettivo che abbiamo in noi:

«la natura lancia l’uomo nell’universale paragone, dotandolo di quel nucleo di esigenze originali, di quella esperienza elementare di cui tutte le madri allo stesso modo dotano i loro figli» .

Questo è il criterio della verità ed il fondamento della nostra libertà:

«Se non si afferma la verità del nostro cuore, siamo preda degli avvoltoi che dominano il mondo. Ogni uomo è avvoltoio verso l’altro, rapinatore dell’altro; non solo i potenti, ma anche il compagno può essere il rapinatore della tua anima, sfruttatore di te, può tentare di strumentalizzarti. Non possiamo impedire questo, possiamo fare una sola cosa: essere noi stessi, essere il nostro cuore» .

Benedetto XVI, quando era il professore Joseph Ratzinger, in una conferenza pubblicata nel 1972, citava una dichiarazione di Hitler che proclamava il suo proposito di distruggere il cuore di ogni uomo:

«Io libero l’uomo dalla costrizione di uno spirito diventato scopo a se stesso; dalle sporche ed umilianti autoafflizioni di una chimera chiamata coscienza morale, e dalle pretese di una libertà a autodeterminazione personale, di cui ben pochi sono all’altezza» .

Così Ratzinger la commentava:

«La coscienza era per quest’uomo una chimera dalla quale l’uomo doveva essere liberato; la libertà che egli prometteva doveva essere una libertà dalla coscienza. […] La distruzione della coscienza è il vero presupposto di una soggezione e di una signoria totalitaria. Dove vige una coscienza, esiste anche una barriera al dominio dell’uomo sull’uomo e all’arbitrio umano, qualcosa di sacro che rimane inattaccabile e che è sempre sottratto all’arbitrio, sottraendosi ad ogni dispotismo proprio o estraneo. Solo l’assolutezza della coscienza è l’opposto assoluto nei riguardi della tirannide; solo il riconoscimento della sua inviolabilità protegge l’uomo nei confronti dell’uomo e nei confronti di se stesso; solo la sua signoria garantisce la libertà»

Il nichilismo dunque, come negazione di questo criterio del vero e del bene, di cui siamo dotati, sarebbe il principio di una vita disumana e della legittimazione di ogni violenza dell’uomo sull’uomo.

Don Giussani, leggendo Nietzsche, ne ha mostrato tutta la contraddizione:

«“Un giorno un viandante chiuse la porta dietro di sé e pianse. Poi disse: questo ardente desiderio del vero, del reale, del non apparente, del certo, come lo odio…”. Questa è la scelta che ha fatto l’uomo contemporaneo: chiudere la porta alla speranza, all’impeto ideale che gli alita alle spalle, acquattato in fondo al suo cuore, trasmessogli da sua madre e da tutto ciò che lo anticipa nella storia: questo evidente desiderio del vero, del reale, del certo.

L’uomo moderno se ne sente perseguitato come da un aguzzino “tetro e appassionato”, e ad un tempo ammette di essere costituito dal desiderio della verità, mentre si ribella alla natura del proprio cuore che è profezia di Dio» .

Dante ha stupendamente cantato nel Paradiso:

«Io veggio ben che già mai non si sazia

nostro intelletto, se ‘l ver non lo illustra,

di fuor dal qual nessun vero si spazia.

Posasi in esso come fera in lustra,

tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:

se non, ciascun disio sarebbe frustra.

Nasce per quello, a guisa di rampollo,

a piè del vero il dubbio; ed è natura

ch’ al sommo pinge noi di collo in collo» .

Descrive così stupendamente l’esperienza umanissima (“io veggio ben”) dell’esigenza costitutiva del nostro cuore della verità, cui tende in tutto ciò che conosce, con la speranza fondata che essa ci sia e che sia possibile trovarla (“e giugner puollo”), perché altrimenti il nostro desiderio sarebbe un desiderio vano (“se non, ciascun disio sarebbe frustra”). E l’uomo sarebbe – come è stato detto da Sartre – «una passione inutile» .

 

3. L’avvenimento della verità

L’uomo è dunque domanda di verità. A questa domanda la realtà stessa si incarica di rispondere: la verità si lascia incontrare, accade: essa è l’imporsi della realtà nella sua evidente presenza!

«La verità – diceva don Giussani – è come la faccia di una bella donna, non puoi non dire che è bella, non riesci! […] La verità è una cosa che si impone inevitabilmente. Uno ha una frazione di istante per cui il cuore si commuove»

Essa spalanca la coscienza e il cuore dell’uomo e gli fa ritrovare se stesso e la sua libertà. Essa semplicemente è.

Ancora Luigi Pirandello, questo autore che non finisce mai di sorprendermi per la sua apertura ad ogni aspetto dell’umano e per la sua capacità di raccontare l’umana esperienza, nella novella Ciaula scopre la luna narra di un garzone mezzo scemo, costretto a lavorare in una miniera di zolfo, che una notte, portando il suo carico sulle spalle all’esterno di essa, giunto allo stremo delle sue forze, perché «non aveva mai pensato Ciàula che si potesse aver pietà del suo corpo, e non ci pensava neppur ora», fece la “scoperta” della luna, della sua «chiaria», della sua bellezza e in quell’avvenimento ritrovò se stesso, la sua umanità.

«La scala era così erta, che Ciàula, con la testa protesa e schiacciata sotto il carico, pervenuto all’ultima svoltata, per quanto spingesse gli occhi a guardare in su, non poteva veder la buca che vaneggiava in alto. […]

Se ne accorse solo quando fu agli ultimi scalini. Dapprima, quantunque gli paresse strano, pensò che fossero gli estremi barlumi del giorno. Ma la chiaria cresceva, cresceva sempre più, come se il sole, che egli aveva pur visto tramontare, fosse rispuntato.

Possibile?

Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito. Il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d’argento.

Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.

Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?

Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.

Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna… C’era la Luna! la Luna!

E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore» .

È una documentazione suggestiva di quanto scrive don Giussani ne Il senso religioso:

«Lo stupore, la meraviglia di questa realtà che mi si impone, di questa presenza che mi investe, è all’origine dell’umana coscienza» .

 

4. L’avvenimento cristiano.

Ma la persona umana, diceva ancora don Giussani, ha il potere di «fare i capricci di fronte all’essere».

«Il capriccio […] dell’uomo di fronte all’essere è un odio a se stesso e al proprio destino. […] Solo qui si rivela la cattiveria dell’uomo» .

La bellezza del mondo e la grandezza del nostro desiderio non vengono sempre accolti come una testimonianza convincente di Dio.

«È questa carenza atroce – diceva don Giussani – che si nota in voi, come giovani di oggi, questa carenza tremenda di stupore di fronte alla bellezza, di capacità recettiva della bellezza. L’esito che invece vi colpisce è quello che provoca una pura reattività. L’esito con cui le cose vi raggiungono è quello di una reattività: vi provocano una reattività e vi bloccano in voi stessi, così che ogni cosa che vi viene davanti è da usare per voi stessi, strumentalizzare» .

Incapaci, dunque di stupore, resistiamo all’estasi, cui tende a portarci la realtà.

Solo nell’esperienza di un grande amore diviene possibile superare questo capriccio di fronte all’essere, questo blocco nella reattività, che alla fine diviene odio a se stessi perché è odio al proprio destino. È in un rapporto, nel quale ci sentiamo affermati più di quanto non riusciamo a fare da noi stessi che rinasce l’amore e la stima per la realtà, a partire da quella per la nostra persona, e la certezza di un destino buono per la nostra vita e per il tutto.

L’uomo ha bisogno di rapporti nei quali il male proprio e quello del mondo non riesce ad insinuare il sospetto di poter essere fregato, perchè in essi si rende manifesta tutta la bontà della realtà e la sua convenienza. È un’esperienza che noi abbiamo fatto e che tutti desidereremmo fare, anche se pensiamo che sia impossibile e perciò vi abbiamo rinunciato.

Tommaso d’Aquino ha scritto pagine mirabili su questo argomento, quando ha affermato che all’uomo, che tende a Dio come al proprio destino, fu necessario che Dio stesso si facesse uomo per indurlo ad amarlo. Infatti

«nulla ci conduce talmente ad amare qualcuno quanto l’esperienza del suo amore per noi. Così l’amore di Dio verso l’uomo non si sarebbe potuto dimostrare in modo più efficace che con il fatto che Egli abbia voluto unirsi all’uomo in persona: è, infatti, proprio dell’amore unire l’amante con l’amato fino a quanto è possibile» .

Quasi riprendendo queste parole, Benedetto XVI, rivolgendosi l’anno scorso a Verona a tutta la Chiesa italiana, ricordava come oggi è più che mai necessario che attraverso la testimonianza dei cristiani emerga «soprattutto quel grande “sì” che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo».

Questa è la risposta della Chiesa allo scetticismo del mondo.

Cristo è vivo e presente nella sua Chiesa. In forza di questa sua contemporaneità egli si accompagna a noi ed è possibile incontrarlo anche oggi.

 

L’incontro con Lui dà alla vita l’orizzonte e la direzione decisiva perché Egli è la verità che l’uomo cerca: la verità è un uomo! E l’uomo, quando l’incontra, può riconoscerla – come diceva don Giussani – per l’esperienza di corrispondenza con il proprio cuore, cioè di «soddisfazione all’esigenza di totale comprensione della realtà per cui tutta l’umana coscienza vibra» .

Per descrivere efficacemente questa esperienza di corrispondenza e di soddisfazione don Giussani in Perché la Chiesa si è servito della finale della grande opera di René Grousset, Bilancio della storia, la cui lettura consigliava già ai primi giessini.

Questo autore, concludendo il suo bilancio sintetico della storia dell’umanità afferma: «Quanto alla storia umana, quale storico, giudicando dall’alto, oserà guardarla senza spavento?» E ci trasmette il suo inquietante interrogativo: «Ma se, al termine di tanta angoscia, non vi è effettivamente che la tomba?».

«È allora che l’ultimo uomo, nell’ultima sera dell’umanità, senza speranza – lui – di resurrezione, potrà emettere a sua volta il grido più tragico che abbia mai attraversato i secoli: “Elì, Elì, lemà sabactàni”? A questo grido noi cristiani sappiamo la risposta che, da tutta l’eternità, aveva dato l’Eterno. Sappiamo che il martirio dell’Uomo-Dio era solo per ricondurlo alla destra del Padre e, con lui, tutta l’umanità riscattata da lui. Sappiamo e abbiamo appena constato che al di fuori della soluzione cristiana […] ormai non ve n’è più altra, intendo soluzione accettabile per la ragione e per il cuore».

«Accettabile [commenta don Giussani] perché l’umanità intera è ricapitolata in Cristo, senza tagli arbitrari, senza censure e dimenticanze» .

Parlando nel 1983 ad una televisione svizzera, don Giussani era tornato su questo tema:

«Quello che persuade me come credente è soprattutto una sfida che il punto di vista della fede lancia a tutti gli uomini. Quale punto di vista, ma diciamo il termine scientifico, quale ipotesi di lavoro colloca in una posizione tale da abbracciare, senza dimenticare e rinnegare nulla, tutti i fattori che compongono, che tramano l’esperienza? Vale a dire, è un realismo ultimo quello che giustifica l’ipotesi della fede».

Dobbiamo riconoscere, infatti, che solo in Cristo si manifesta pienamente il destino dell’uomo e della storia in modo totalmente corrispondente, e quindi accettabile, alla ragione e al cuore. Egli solo è la parola definitiva sulla vita e sulla morte, sul significato del mondo e della storia, la risposta a quella esigenza profonda di verità e di giustizia che costituisce il cuore dell’uomo.

Solo nell’avvenimento dell’incontro con Lui – diceva ancora il Papa a Verona – può rinascere la «grande domanda» sull’origine e il destino dell’universo, sul Logos creatore e diventa «di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene». Infatti, è solo di fronte alla risposta che si riapre e si chiarifica la domanda.

 

5. La bellezza cristiana è lo splendore della verità

«L’uomo riconosce la verità di sé attraverso l’esperienza della bellezza, attraverso l’esperienza di gusto, attraverso l’esperienza di corrispondenza, attraverso l’esperienza di attrattiva che essa suscita, una attrattiva e una corrispondenza totale» .

È della bellezza cristiana, dunque, dell’attrattiva e dello splendore che la verità assume nell’incontro cristiano, che l’uomo di oggi ha più che mai bisogno perché, come affermava il Papa stesso, quand’era ancora il cardinale Ratzinger, nel suo messaggio per la XXIII edizione di questo Meeting,

«la bellezza ferisce, ma proprio così essa richiama l’uomo al suo Destino ultimo».

Ma riconosceva:

«La paura che […] la menzogna, ciò che è brutto e volgare costituiscano la vera “realtà”, ha angosciato gli uomini del nostro tempo. Nel presente ha trovato espressione nell’affermazione secondo cui dopo Auschwitz non si sarebbe più potuto parlare di un Dio buono. Ci si domanda: dov’era finito Dio quando funzionavano i forni crematori?» .

È necessaria, dunque, una bellezza che regga di fronte all’urlo di mia madre che chiede perché possa accadere che sua figlia muoia a trent’anni per dare la vita ad un figlio che a sua volta muore dopo pochi giorni. È necessaria una bellezza che renda accettabile la vita e la morte, la gioia e il dolore, la realtà insomma, così come l’uomo ne fa esperienza.

Solo nel Volto del Crocifisso appare l’autentica e credibile bellezza, solo nel Crocifisso c’è, infatti, un destino o un Dio credibile anche da mia madre. A questa bellezza, infatti, dopo aver lottato una vita intera con il Mistero come Giacobbe con l’Angelo, essa, sorridente, si è affidata nell’atto della sua morte. A tutti quelli che venivano a visitarla, quando era già alla fine, chiedeva: «Tu verrai alla mia festa?». Alludeva al suo funerale.

 

Per questo nel suo messaggio Ratzinger poteva dire:

«Nella passione di Cristo […] l’esperienza del bello ha ricevuto una nuova profondità, un nuovo realismo [è la stessa parola che aveva usato don Giussani nell’83]. Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di spine – la Sacra Sindone di Torino può farci immaginare tutto questo in maniera toccante. Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l’autentica, estrema bellezza: la bellezza dell’amore che arriva “sino alla fine” e che, appunto in questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza. Chi ha percepito questa bellezza sa che proprio la verità, e non la menzogna, è l’ultima istanza del mondo. Non la menzogna è “vera”, bensì proprio la verità. […] Tuttavia essa pone come condizione che noi ci lasciamo ferire insieme a lui e crediamo nell’Amore, che può rischiare di deporre la bellezza esteriore per annunciare, proprio in questo modo, la verità della bellezza» .

E ancora:

«Nulla ci può portare di più a contatto con la bellezza di Cristo stesso che il mondo bello creato dalla fede e la luce che risplende sul volto dei Santi, attraverso la quale diventa visibile la Sua propria luce» .

http://www.meetingrimini.org/news/default.asp?id=676&id_n=4906

 

Salto di qualità

DNA. Ma cosa vuole dire essere una “persona”? Un onesto abortista non può negare che l’uomo è tale sin dal concepimento. Dal punto di vista genetico, ad esempio, ormai si sa che «l’uomo è diverso da qualsiasi scimmia, gorilla o macaco che sia», che «ogni uomo è diverso da qualsiasi altro uomo, gemelli inclusi». A dimostrarlo fu il padre della genetica, Jérôme Lejeune, per cui oggi possiamo vedere il Dna dell’embrione.

COSCIENZA. Non solo, il ricercatore cita lo studio pubblicato da alcuni autori francesi nel 2009 sulla rivista internazionale Pediatric Research. Lo studio parla della coscienza del feto. Si sostiene «che il feto dorme per la maggior parte del tempo e si trova quindi in stato di incoscienza», ma gli autori stessi ammettono «che tentare di svegliare un feto con uno stimolo doloroso provoca un aumento della sedazione anziché il risveglio», come se lo stato di sedazione abbia un effetto protettivo nei suoi confronti. Se dunque il feto si deve proteggere dal dolore e da sensazioni spiacevoli significa che «può esserne cosciente». Bruni fa poi notare che gli autori ammettono che il neonato ha un cervello in una fase di sviluppo che progressivamente evolve, anche se «sembrano dimenticare che questo “continuum” di sviluppo ha in realtà origine molto prima della nascita del bambino».

CINQUE SENSI. Si stanno poi moltiplicando in letteratura gli studi che riguardano «l’esperienza sensoriale-intellettiva» del feto in epoca molto precoce. Quell’esperienza che «è in grado di strutturargli addirittura una “memoria” propedeutica allo sviluppo successivo, durante la fase post-natale. Oggi, continua l’articolo, siamo in grado di studiare la risposta del feto alla voce della madre, e «sappiamo che già dalla diciannovesima settimana di gestazione è possibile osservare una risposta fetale come conseguenza di una stimolazione sonora».
Il suo cuore batte poi in maniera diversa quando ascolta la voce della sua mamma «già dalla ventinovesima settimana di gestazione». Ma la cosa più affascinante «è che questa sua capacità, con il progredire continuo delle competenze fetali (…) permette al feto di memorizzare e riconoscere, una volta che sarà nato, la voce della madre tra le tante voci che ascolterà, di provare interesse particolare nei confronti di canzoni o musica che gli siano state fatte ascoltare nel periodo prenatale, addirittura di dimostrarsi più attento e più incline ad imparare fonemi ascoltati in utero anziché espressioni linguistiche non proprie della sua mamma».
Tutte cose che gli saranno «utili per il successivo sviluppo delle proprie competenze dopo la nascita». Prima di due mesi il feto ha già sviluppato il senso del gusto: alla settima settimana «presenta le papille gustative», tanto che è dimostrato che «l’esposizione in utero a sapori diversi (il feto deglutisce numerose volte nelle 24 ore il liquido amniotico e ne percepisce dunque il sapore che varia al variare dell’alimentazione materna) fa sì che il neonato ricordi e preferisca quei sapori che ha conosciuto in epoca molto precoce durante il suo sviluppo». Anche l’olfatto è già maturo, poiché nel terzo trimestre prenatale «il bambino è in grado di riconoscere odori percepiti in utero attraverso il contatto del liquido amniotico con i suoi recettori olfattivi».

DOLORE. È poi provato che «il feto prova dolore già in epoca molto precoce del suo sviluppo». E perché ci sia dolore occorre «che ci sia una struttura centrale in grado di elaborare le varie sensazioni determinando una reazione emozionale. Studi su neonati anche gravemente prematuri dimostrano ampiamente come stimoli tattili o dolorosi evochino una robusta attività corticale e dunque una percezione cosciente del dolore. Così come prova dolore, il feto è capace di elaborare e ricordare anche le sensazioni piacevoli». Leibniz lo aveva detto, anche se riferendosi ad altro tema: “Natura non facit saltus”.

COSA FA LA DIFFERENZA? Lo sviluppo dell’uomo è un continuum che inizia al momento del concepimento e continua per tutta la vita, prima intrauterina e poi alla luce del sole. E in questo sviluppo non si può individuare un “salto di qualità” che trasforma completamente una realtà in un’altra (…) E questo non solo guardando la realtà dal punto di vista scientifico».

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La grande speranza siamo noi

Cara Lucia,
anch’io, che voto da quarant’anni, lo farò anche questa volta, come te, spinto dal desiderio di dare il mio contributo al bene del mondo in cui vivo. Il primo impegno in questo senso è per me quello di cercare di non ridurre la lettura della realtà a schemi più o meno ideologici, provando a capire più a fondo i bisogni, personali e collettivi, nel loro nesso con il contesto ampio in cui vivono.

Si vogliono più soldi o più lavoro senza tener conto che in un mondo globalizzato altri Paesi emergenti stanno sottraendoci quote di mercato e nessun politico può in alcun modo impedirlo: ciò che è legittimo aspettarsi è piuttosto una politica economica realistica e impegnata nel sostenere chi sappia individuare le opportunità in un contesto così in divenire. Si vogliono più servizi dallo Stato senza arrendersi al fatto che lo Stato non ha più soldi e che i meccanismi di mercato tendono ad affossare chi ha un debito troppo alto. Si insiste sulla difesa di alcuni diritti, senza pensare che alla loro base c’è il valore della vita in toto, dal momento del concepimento e anche quando non si è più “produttivi”.

Si vuole, si vuole, si vuole, senza pensare che quel che accade dipende anche da noi e che questo volere è spesso una pretesa egoistica di noi come persone, come gruppo o come classe sociale.

La comunità cristiana cui appartengo continua a educarmi a vivere un bisogno non ridotto, espressione dell’esigenza di giustizia, di verità, di bellezza di cui è fatto il mio cuore. E continua a mostrarmi come il bene altrui sia parte integrante del mio bene personale e come solo liberando e rendendo azione questi desideri costitutivi possa generarsi sviluppo e benessere sociale. Così ho potuto guardare la politica riposizionando il suo ruolo, senza affidarle speranze messianiche e senza eludere la mia responsabilità nei suoi confronti. E per questo ho potuto scoprire che le risposte alle domande di cambiamento e di bene non sono in un futuro utopico, in un anno che verrà, in un sistema politico perfetto, ma in qualcosa che da subito mostra la sua diversità: comunità e gruppi sociali ispirati da diversi ideali in cui i rapporti tra uomini sono diversi, volti a perseguire il bene, capaci di correggere l’inevitabile caduta per redimere, non per annientare. Nella nostra società, generata dal cristianesimo e da un umanesimo laico, quanti ospedali, opere di assistenza, scuole, università, opere culturali, cooperative e imprese in cui questo modo di agire mosso dal desiderio dell’uomo, dalla fede, da ideali si può riscontrare!

Così, nel mio percorso scolastico io ho già vissuto una effettiva libertà di educazione; nell’università in cui studio e lavoro da 40 anni niente può impedirmi di vivere un’esperienza di conoscenza, di creatività, di lavoro alacre. Nelle opere culturali in cui sono implicato, come la Fondazione per la Sussidiarietà o il Meeting di Rimini, vivo ogni giorno il fascino di una riflessione sull’esperienza che valorizza tutto ciò che c’è di nuovo, bello, vero, in chiunque lo porti, da qualunque parte del mondo provenga. Nelle realtà sociali ed economiche cui ho partecipato, come la Compagnia delle opere, ho potuto assistere ad un’iniziativa libera e generosa di persone che, invece di lamentarsi, hanno dato vita a nuove imprese, nuovo lavoro, e hanno saputo affrontare la crisi accettando di cambiare.

Non ho mai chiesto alla politica di far nascere questa vitalità e fecondità, anzi ho diffidato di chiunque dicesse (come è avvenuto nella prima e ancor di più nella seconda Repubblica): “ci penso io a darti quello che ti serve, dammi il potere e realizzerò il cambiamento”. Infatti, anche i programmi più innovativi si sono rivelati incapaci di portare risposte adeguate quando chi era al potere ha pensato di realizzarli non valorizzando le presenze sociali, economiche, culturali di base, secondo il principio di sussidiarietà, ma dall’alto dei ministeri e dei partiti. Né ho chiesto alla politica di aiutare solo le opere del gruppo sociale cui appartengo, ma ho chiesto di non diffidare di nessuna iniziativa che avesse lo scopo di rispondere ai bisogni della gente. Ho chiesto che ci fossero legislazioni che dessero spazio a queste realtà di base, ne valorizzassero l’impeto costruttivo per il bene comune. Certe volte la politica ha accettato il suo alto ruolo di servizio al bene di queste realtà, come ad esempio in Lombardia (che con buona pace di tutti è un posto dove i cittadini vivono bene, possono scegliere ottimi servizi grazie alla competizione virtuosa che si è creata e trovano molte loro iniziative valorizzate). In molti casi la politica si è arroccata in un ruolo autoreferenziale, senza peraltro essere in grado di fare granché.

Oggi guardo alle prossime elezioni chiedendo ancora una volta di sostenere questi che ritengo strumenti essenziali di bene comune: investimento sul sistema educativo e sul capitale umano e libertà di educazione, welfare sussidiario, sostegno alla piccola, media e grande impresa che produce, occupa, esporta. Sceglierò chi ritengo possa rispondere meglio a queste istanze, ma in nessun caso sarò deluso, perché il soggetto vivo che può generare bene comune può comunque fare la sua strada, prendere consapevolezza di sé e crescere. E questa è la più grande speranza per tutti e per il nostro Paese.

Giorgio Vittadini

Dissenso cristiano

Il secondo Mistero diede spunto a don Jerzy per parlare di giustizia e verità: «Chi si lascia guidare dall’odio e dalla violenza non può parlare di giustizia… È difficile parlare di giustizia là dove non c’è posto per Dio e per i suoi comandamenti, dove la parola Dio è eliminata d’ufficio dalla vita della nazione». Nell’uomo «è naturale l’aspirazione alla verità così come l’avversione alla menzogna», e quando aggiunse che la verità «raccoglie sempre nell’unità le persone» aveva sicuramente negli occhi gli amici del sindacato libero Solidarnosc. Proseguì – introducendo gli altri Misteri – con parole che sembrano scritte per l’oggi: «Dobbiamo imparare a distinguere la menzogna dalla verità, e non è facile nei tempi in cui viviamo. Non è facile quando al cattolico non soltanto si vieta di controbattere l’opinione degli avversari, ma addirittura gli si vieta di difendere le proprie convinzioni o quelle comuni al genere umano. Di fronte alle aggressioni (…) gli è vietato replicare alle menzogne che altri hanno la piena libertà di proclamare e diffondere impunemente. (…) Se il potere governa cittadini intimoriti riduce la propria autorità e impoverisce la vita nazionale, culturale e i valori della vita professionale».

Tuttavia l’intento di don Jerzy non era la mera recriminazione, comunque pericolosa sotto il regime comunista, bensì quello di invitare a «pregare affinché la vita quotidiana sia pervasa dalla verità», un programma comune a tutto il «dissenso» e da lui riletto attraverso l’appartenenza alla Chiesa. Uno stile di vita apparentemente semplice, ma per il quale occorre la disponibilità al sacrificio poiché «per il frumento della verità bisogna talvolta pagare», dato che «soltanto la pula non costa niente». Le sue ultime parole quella sera, a commento della Crocifissione, furono dedicate direttamente al mondo del lavoro e a Solidarnosc: il sindacato aveva saputo lottare per la dignità umana con il coraggio degli umili e senza usare la violenza «segno di inferiorità morale», aveva saputo combattere «le più splendide e durature battaglie che l’umanità conosca, quelle del pensiero umano», e così facendo aveva «dimostrato che per la ricostruzione socio-economica non è per niente necessario rompere i legami con Dio».

Cosa accadde dopo quell’ultimo rosario, sulla via del ritorno a Varsavia, è noto al grande pubblico grazie anche al recente film di Wieczynski. Già nel mirino delle autorità, una settimana prima don Jerzy era scampato a un primo attentato: l’auto su cui viaggiava era stata colpita da un sasso scagliato per provocare un incidente. Quel 18 ottobre invece, la sua Golf fu bloccata mentre rientrava a Varsavia, lui fu sequestrato, massacrato e gettato nella Vistola da tre ufficiali di un reparto speciale del Ministero degli interni.

In mezzo a tanta confusione, anche le parole di questo beato ci riconducono all’essenziale.

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Nomina consequentia rerum

In primo luogo, l’esperienza mi insegna che il Latino spalanca la comprensione del presente come epoca che è figlia di un passato. La nostra tradizione occidentale ha le sue radici nella cultura greca, in quella romana e in quella cristiana. Il ragionamento, la filosofia, il gusto della bellezza, etc. sono in gran parte eredità lasciataci dai Greci, il diritto, il senso dell’unità dello Stato, etc. provengono dai Romani, l’avvenimento cristiano ha, poi, introdotto una nuova concezione della persona, della civiltà, della società, etc. Quindi, studiare la civiltà, la letteratura e la lingua latine significa conoscere le proprie radici, è un po’ come conoscere meglio un proprio genitore. Permette di cogliere ciò che accomuna l’uomo di oggi all’uomo antico e, nel contempo, introduce alla comprensione del cambiamento avvenuto nei secoli.

In secondo luogo, la conoscenza del Latino illumina il linguaggio e le parole. La lingua e la parola raccontano la storia di una civiltà, dell’evoluzione umana, della cultura di un popolo. Vorrei qui addurre un solo esempio. Pensiamo al vocabolo «cultura». Il fascino di una parola risiede nel fatto che essa descrive una storia, racconta una parte dell’avventura umana. Il verbo latino colo, che è alla base della parola «cultura», sottolinea e descrive il passaggio dell’uomo dalla condizione nomade a quella sedentaria. Il verbo significa «coltivare», «abitare», «venerare». Un popolo che diventa sedentario ha imparato a coltivare la terra, la abita e venera le divinità del luogo. Nel termine «cultura» risiede questo radicamento nelle proprie origini e nella propria terra, senza il quale non è possibile crescere e dare frutti. Da questo radicamento scaturisce la possibilità di trarre linfa vitale, ovvero la possibilità di germogliare, di crescere nel fusto e di dare frutti buoni. Capiamo allora che la cultura non ha a che fare con la conoscenza di tante componenti della realtà, ma deriva da un passato (il terreno in cui siamo cresciuti, la tradizione) e si apre ad una domanda sul presente e sul futuro. La parola «cultura» coinvolge non solo la sfera della materialità (l’aspetto fisico, concreto, pragmatico dell’uomo), ma anche la componente religiosa, include la questione dell’uomo e del suo rapporto con il destino, ovvero le grandi domande dell’uomo. Potremmo anche affermare che il fenomeno culturale si traduce in una capacità di giudizio sul presente e sulla realtà e in un’ipotesi e in una speranza sul futuro radicata nel presente. Un’incursione nella cultura e nell’arte mondiali farebbe emergere fin da subito il loro carattere religioso e metafisico. I Latini pensavano che il termine nomen derivasse etimologicamente da omen, cioè che la parola indicasse in sé il destino dell’oggetto o della persona, le sue caratteristiche specifiche. Nomina consequentia rerum, ovvero i nome sono conseguenza della realtà delle cose.

In terzo luogo, dai Latini, così come dai Greci, noi deriviamo la retorica, che insegna a scrivere bene, a parlare bene, a persuadere. Nelle scuole dovrebbe essere inserita questa «nuova disciplina», in realtà antichissima. «Saper parlare bene» e «saper scrivere bene» sono due competenze trasversali fondamentali, per usare il lessico frequente nelle scuole, così come il «saper ragionare» e il «saper giudicare». Dal momento che la retorica non viene insegnata come disciplina a sé stante, gli studenti dovrebbero apprenderla nelle materie di Italiano, Latino e Greco. Ma questo accade?

In quarto luogo, fatto non meno significativo, la lettura delle grandi opere della letteratura latina, di Virgilio, di Orazio, di Seneca, di Cicerone (per citare solo qualche nome illustre) permette di incontrare i «grandi del passato», di confrontarci con loro (come scrive Machiavelli nella lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513), di scoprire il loro pensiero, i loro vertici artistici, … Potrei proseguire con l’elenco delle tante finestre che questa disciplina può aprire durante le giornate, ma sarebbe sterile e riduttivo, perché ognuno di noi deve verificare personalmente quanto sto dicendo.

Ritengo, invece, importante sottolineare che l’apprendimento di una disciplina non è strumentale all’apprendimento di una competenza che deve essere acquisita. La nostra scuola è diventata una scuola delle competenze (del saper fare) spesso svincolate dalla cultura. Le antologie, talvolta, propongono la lettura di una poesia per conseguire una competenza, per imparare un aspetto di stile, o una figura retorica o quant’altro. Questa è una operazione violenta che rischia di far disinnamorare i ragazzi alla lettura, alla poesia, alla narrativa. Quando sei innamorato di una disciplina, quando la ami, capisci che è un’operazione assurda limitarne lo studio per far conseguire agli studenti alcuni obiettivi specifici.

Comprendi che la cosa più bella è che un’altra persona possa essere affascinato, come lo sei stato tu, da quella bellezza. È questo fascino, questa passione, questo entusiasmo per qualcosa che ci ha preceduto, che è più grande di noi, e che, in qualche modo, ci ha generato la vera scaturigine che può portare un ragazzo a studiare il Latino.

Leggi di Più: Studiare Latino al Liceo | Tempi.it

Persona presente

Benedetto XVI ci ha invitato a usare, nel corso di questi otto anni circa, la ragione. E in questo caso un uso adeguato della ragione ci invita a riconoscere che Dio continua a essere presente nella storia. Nella sua memorabile visita a Barcellona, davanti all’imponenza della Sagrada Familia, ha invitato una Spagna che crede già di sapere cos’è il cattolicesimo a guardare Gaudí. L’architetto che “realizzò ciò che oggi è uno dei compiti più importanti: superare la scissione tra coscienza umana e coscienza cristiana, tra esistenza in questo mondo temporale e apertura alla vita eterna, tra la bellezza delle cose e Dio come Bellezza”. È esattamente quello che ha fatto Benedetto. Con la bellezza del suo gesto ha segnalato la Bellezza di Cristo, che non è né dottrina, né morale, ma una Persona presente.