Ti aggiusto (Mi prendo cura di te)

Quando fai del tuo meglio ma non raggiungi il tuo obiettivo
Quando ottieni quello che vuoi ma non quello di cui hai bisogno
Quando ti senti stanco ma non riesci a dormire
Bloccato all’indietro
E le lacrime scorrono sul tuo viso
Quando perdi qualcosa che non riesci a sostituire
O quando ami qualcuno ma tutto va in rovina
Potrebbe andare peggio?

Le luci ti guideranno a casa
E ti riscalderanno le ossa
E io cercherò di prendermi cura di te

Lassù in alto o giù in basso
Sei troppo innamorato per lasciar perdere tutto
Ma se non ci provi non lo saprai mai
Quanto vali

Le luci ti guideranno a casa
E ti riscalderanno le ossa
E io cercherò di prendermi cura di te

Le lacrime scorrono sul tuo viso
Quando perdi qualcosa che non riesci a sostituire
Le lacrime scorrono sul tuo viso e io…
Le lacrime scorrono sul tuo viso
Ti prometto che imparerò dai miei errori
Le lacrime scorrono sul tuo viso e io…

Le luci ti guideranno a casa
E ti riscalderanno le ossa
E io cercherò di prendermi cura di te

Coldplay

Il motore del mondo

NON SI RICOMINCIA SENZA DESIDERIO. “[…] Per tutti, insegnanti e studenti, non è possibile ricominciare, varcare la soglia della classe, incontrare compagni e colleghi, professori e alunni, senza essere animati dal desiderio che possa accadere qualcosa di grande nelle giornate. Il desiderio. Questa è la chiave perché i docenti e gli studenti possano affrontare le lezioni e l’incontro con nuovi compagni animati da quello stesso entusiasmo e da quella trepidazione che si provava il primo giorno. Altrimenti come non farsi prendere dalla monotonia, dal cinismo, dal sentimento comune che tanto non cambierà mai nulla? L’augurio è che il cammino dell’insegnante e del ragazzo possa essere una vera esperienza. Da cosa si misura un’esperienza? Dall’esito, dalle delusioni, dai risultati, sì in parte anche da questo, ma soprattutto dal fatto che quanto si vive divenga occasione per essere più uomini e più umani, per capire un po’ meglio la propria persona, la strada e che cosa abbia a che fare quanto viviamo con il nostro desiderio di felicità. Quando fai esperienza davvero, lo capisci, perché guadagni qualcosa di te e della realtà […]“.

 

Amo un dio che ama anche gli sbagli

 

mi osserva mentre mi preparo

sussulta se sbatto la porta uscendo

malamente, mi bacia col pensiero

mentre scendo le scale

 

quando torno nella notte con addosso

l’odore della festa si ferma sulla soglia

del mio sonno ad ascoltare se respiro.

All’angelo fa cenno di restare.

 

Amo un dio che non cambia mai la serratura

che si fa svuotare il frigorifero e acconsente

alla moglie sempre anche controvoglia

( la madre di suo figlio – lui le vuole bene)

 

si aspetta che io cambi e mi allontani – stai crescendo…

e forse il suo sbaglio è quello

di avermi detto che mi perdonerà ogni cosa

basta che glielo chieda

 

amo un dio che ama come un uomo

amerebbe al meglio, come lo vorrebbe un figlio

che sente nel suo sangue la salvezza, la somiglianza.

 

Maddalena Bertolini

Volto, panîm in ebraico. Nell’antico testamento ricorre ben 400 volte, e 100 sono riferite a Dio. Nozioni di esegesi quasi elementari che Benedetto XVI dispensa nella sua catechesi sempre più mirata a far comprendere il mistero della Rivelazione di Dio. Oggi ai 6mila che affollavano, umidi di pioggia gelata, l’aula Nervi ha parlato di quel Volto che Mosè, i Profeti e i Giudici della Sacra Scrittura non hanno mai visto e che a partire dai discepoli di Emmaus generazioni di cristiani hanno contemplato. Paradosso dell’incarnazione. Al pio israelita non era permesso rappresentare Dio, “vedere il suo volto”, eppure tutto il suo essere cercava un “Tu” con cui entrare in relazione. Non un Dio chiuso nel cielo, a guardare dall’alto l’umanità, ma Qualcuno che ascoltasse, vedesse, parlasse, stringesse alleanze e soprattutto fosse capace di amare. Un Dio che aveva permesso a Mosè confidenza e sfrontatezza, amicizia sincera e fedele, ma che sebbene vicinissimo, aveva concesso al massimo il suo nome, e infine le sue spalle.

Nel capitolo 33 del Libro dell’Esodo si legge “Tu vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere”. Ebbene con l’Incarnazione quel Dio che a Mosè dava la schiena, si volta. La grandezza di Ratzinger, la sua magisteriale sapienza è nell’aver riassunto, in un atto, la storia della salvezza. Cristo è il figlio di Dio che si fa uomo e mostra la fronte, invece che la nuca. Va oltre il segno concreto dell’esserci, la fattualità della presenza e fornisce la determinazione di un Volto, il compimento e la pienezza della contemplazione.

Scopriamo con Benedetto XVI che nella tradizione patristica e medioevale per esprimere questa realtà si usava la formula Verbum abbreviatum, il Verbo abbreviato, la parola breve. In Gesù insomma tutto è presente. Gesù è sintetico. Fin qui potrebbe bastare al fedele assetato di citazioni e metafore facili. Ma il Papa è andato oltre, finendo per raccontare quello che capita anche nel nostro mondo poco avvezzo all’analisi filologica né tantomeno all’esegesi biblica. E cioè che il desiderio di conoscere Dio realmente, non solo non è confinato al Mosè biblico, ma neanche ai semplici credenti.

E’ un desiderio di tutti. Di ogni uomo. Atei compresi. Non c’è bisogno di scomodare la schiera di filosofi che si sono esercitati sul tema per capire che c’è molto di vero in questa affermazione. Tutti prima o poi desiderano che il Mistero si sveli, che quelle spalle si voltino, che si riesca a capire che cosa è, Chi è, Chi è per noi. Ma questo desiderio, avverte il Papa, si realizza seguendo Cristo. Guardando le sue spalle.

Prima o poi, la sua amicizia si rivelerà, all’improvviso girerà la testa e il Volto si mostrerà nella sua gloria. L’importante è seguire, sempre. E non solo quando quelle spalle sono l’unica cosa a cui aggrapparsi. Seguire quando si è nel bisogno, ma anche quando si macina la vita nel quotidiano, quando si è contenti per la mattinata di sole e quando tutto va storto. Persino i discepoli di Emmaus, ricorda il Papa, che gli camminavano affianco, non avevano riconosciuto Cristo. Hanno dovuto aspettare che lui spezzasse il pane, per vedere finalmente il suo Volto e saziare i loro cuori.

PAPA/ Benedetto ci svela come “conquistare” l’amicizia di Dio

Cristiana Caricato,ilsussidaiario.net
giovedì 17 gennaio 2013
 

Casualità di circostanze

(..)«La comunità – scrive don Giussani – è il luogo della continuità dell’av- venimento, letteralmente della continuità dell’avvenimento di Cristo di duemila anni fa, quello dell’incontro con la Samaritana […]. La comu- nità è il luogo della continuità del tocco, di quel tocco, di quell’accento, che ti ha dato un presentimento di vita nuova, una promessa accennata,

l’accenno a una promessa di vita più vera, di vita, che t’ha fatto mettere insieme a noi. La comunità è il luogo della continuità di Cristo, la conti- nuità dell’avvenimento di Cristo, e dell’avvenimento del Cristo che ti ha toccato. Perché è attraverso una contingenza, attraverso una casualità di circostanze, la casualità di circostanziati rapporti, che Cristo, che l’avve- nimento che Cristo è stato per Simone o per la Samaritana, è diventato avvenimento per te. Cristo è diventato l’avvenimento della vita per te at- traverso una casualità di rapporti. Se tu ti strappi da questa apparente casualità di rapporti, di circostanze, di rapporti circostanziali, perdi, non quei rapporti, ma ciò che ti ha colpito in quei rapporti».47

E che cosa ti ha colpito in quei rapporti? Lui, il Mistero fatto carne, Cristo. Lo diceva, come dandogli la parola, san Giovanni Crisostomo: «Non solo con tutto questo io testimonio il mio amore. […] Io ho lasciato il Padre mio e sono venuto a te, tu che mi odiavi, mi fuggivi e non volevi nemmeno udire il mio nome; ti ho inseguito, ho corso sulle tue tracce, per impossessarmi di te; ti ho unito, legato a me, ti ho tenuto stretto, ti ho abbracciato. “Mangiami”, ho detto, “bevimi”. E io ti ho con me nel cielo e mi lego a te su questa terra. Non mi basta che io possegga nel cielo le tue primizie, questo non sazia il mio amore. Sono disceso nuovamente sulla terra, non solo per mescolarmi tra quelli della tua gente, ma per abbrac- ciare stretto proprio te»,48 perché potessi avere affezione a te stesso.(..)

 da «Qualcuno ci ha mai promesso Qualcosa? e allora, perché attendiamo?» , Esercizi del CLU .

La speranza dei poeti

«È questo che Chesterton intendeva quando parlava di principio sacramentale: i migliori insegnanti di religione non parlano della religione, ma semplicemente insegnano alle persone come scoprire Dio nella parte della loro vita che fino ad allora avevano considerato profana. Sua moglie Frances una volta gli chiese perché non scrivesse di più su Dio, e lui le spiegò che non aveva mai scritto di nient’altro».
Avendo trascorso decenni a leggere, rileggere, studiare, insegnare e diffondere le parole di Chesterton, ciò che padre Boyd ammira di più nel suo autore è la sua incontenibile allegria e la speranza, e lo paragona sotto questo aspetto al poeta Charles Péguy.«Come Péguy, anch’egli non smette di insegnare alla gente l’importanza della speranza. Nella sua ultima trasmissione radio alla Bbc ribadì la sua convinzione che la gente dovrebbe essere un po’ più allegra, che dovrebbe imparare a essere felice nei momenti tranquilli in cui si ricorda di essere viva».

Continua a leggere: Chesterton, il «sismografo dell’umano» – NEW YORK ENCOUNTER /2 http://www.tracce.it/default.asp?id=329&id_n=32655#.UPl-qORyCiY

La tristezza dei cuori

Basta farsi un giro per strada, o in ufficio. Chi dice: «Il problema è la crisi economica», non dice in realtà niente. Sembra dire una cosa precisa. Mentre invece il problema preciso è altrove. In una faccenda che è causa della crisi economica. E chi dice che il problema è la politica non dice niente di preciso. La faccenda che determina le crisi della politica, la sua diffusa inutilità, o la sua vanagloriosa rappresentazione in puro teatro o in gestione del potere fine a se stesso, è un’altra.

E la faccenda grave, il problema è per Caffarra, come ha riferito Tempi nel numero scorso, «la tristezza dei cuori». La crisi di una civiltà, ha scritto circa 150 anni fa Baudelaire, è «l’avvilimento dei cuori». Per intervenire su tale avvilimento non basta nessuna agenda economica e nessuno slogan politico. Ma l’incontro con uomini diversi, non avviliti dentro.

Leggi di Più: Caffarra e la tristezza dei cuori | Tempi.it

La malinconia della grandezza

La nota dominante di Kadare, almeno per come l’ho scoperta io, ammirato neofita, si può dire con un verso del poeta Rebora
«Oh per l’umano divenir possente/certezza ineluttabile del vero/ordisci, ordisci de’ tuoi fili il panno/che saldamente nel tessuto è storia/e nel disegno eternamente è Dio:/ma così, cieco e ignavo,/tra morte e morte vil ritmo fuggente,/anch’io ti avrò fatto; anch’io».

Leggi di Più: Il dante di Ismail Kadare | Tempi.it