Prima di tutto il mio bisogno

E invece, appunto, abbiamo bisogno di capire. Ne ho bisogno io. E se questo io ha la grazia di appartenere a una comunità cristiana in cui la fede non è una rassegna di idee, ma un’esperienza pertinente alle esigenze della vita, il bisogno di capire porta a una domanda: ma la fede mi aiuta anche in questo? Può educarmi a maturare pure un giudizio politico? E come?

Ecco, la domanda che ci interessa è questa. E ci interessa prima e dentro il percorso che porterà ognuno di noi a decidere chi votare. Prima, perché dice di quanto vale l’esperienza cristiana, appunto: se non mi è di aiuto in questo ambito, vuol dire che non regge davanti ai turbini della realtà. E dentro, perché non è una domanda astratta: l’aiuto deve entrare nel merito. Deve essere qualcosa che mi aiuta a capire questa circostanza. Senza pensare di poter dedurre in automatico dai contenuti della fede programmi politici, come conseguenze da premesse teoriche (anzi, diffidiamo della politica che pensa di identificarsi con la verità assoluta). Ma sollecitandomi ad usare appieno la ragione davanti alla complessità dei problemi. A mantenermi attaccato ai criteri più adeguati per giudicare. Fino a rischiare il mio voto. Sapendo che scelte diverse sono legittime, perché possono esserci tentativi di soluzione differenti davanti a problemi specifici; ma anche che, proprio per quei criteri, non tutte le scelte sono uguali.

È un lavoro concreto. Concretissimo. Perché la verifica che «l’intelligenza della fede» può diventare «intelligenza della realtà» la si compirà strada facendo. Accorgendoci di come l’esperienza cristiana ci aiuta a capire il lavoro e la crisi, la sussidiarietà e la famiglia, l’Europa e l’educazione, i «valori non negoziabili» e quelli, appunto, opinabili. Ed è un lavoro che sarà fatto di informazioni, di confronto, di domande. Passi che toccano ad ognuno. In cui potremo accompagnarci l’un l’altro, ma non delegando il proprio bisogno a nessuno.

Il numero di Tracce che avete tra le mani è un tentativo di aiuto a questo lavoro. Nel Primo piano, dedicato ad approfondire la Notasulle elezioni appena diffusa da Cl. Ma anche nelle testimonianze, nelle interviste (si vedano quelle sul “matrimonio omosessuale” in Francia o sul non profit), nelle anticipazioni culturali (come il libro di Fabrice Hadjadj). Con un nota bene: l’orizzonte non è il 24 febbraio. Se la fede ci aiuta anche in questo ambito, lo scopriremo non solo se arriveremo lì con le idee più chiare, ma per quello che guadagneremo in ogni passo. Prima e dopo il voto.

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L’onnipotenza libera di Dio

«L’onnipotenza dell’amore non è quella del potere del mondo, ma è quella del dono totale, e Gesù, il Figlio di Dio, rivela al mondo l a vera onnipotenza del Padre dando la vita per noi peccatori. Ecco la vera, autentica e perfetta potenza divina: rispondere al male con il bene, agli insulti con il perdono, all’odio omicida con l’amore che fa vivere», ha concluso Benedetto XVI.

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La sostanza di un rapporto vero tra un uomo e una donna ha a che fare con il destino dell’uno e dell’altra.

Due persone iniziano un rapporto interrogandosi sul proprio compimento, sul proprio destino.

Ecco perché la natura di questa relazione è religiosa, sin dall’innamoramento, come dimostrano anche questi versi famosi del Romeo e Giulietta di Shakespeare: «Mostrami un’amante che sia pur bellissima, a che servirà la sua bellezza se non come un segno dove io legga il nome di colei che di quella bellissima è più bella?».

Un altro/a mi appare come il portatore di un messaggio: io non sono il senso della tua vita ma insieme possiamo percorrere la strada della ricerca verso il senso della vita.

 

 

Per riconoscere questo basta la ragione: io non posso bastare a te perché tu, come me, sei fatto/a per l’Infinito. Di questo Infinito io per te e tu per me sei un segno.

Insieme vogliamo la stessa cosa: l’Infinito appunto.

Ecco perché devo usare rispetto nei suoi confronti e non mi è lecito “rottamarlo” se non corrisponde più.

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Se la Bellezza è più forte del male-

Perfino l’Olocausto s’è rivelato impotente dinnanzi alla Bellezza, diceva Carusi nella sua risposta. La storia di Padre Kolbe è una splendida documentazione di come quella Bellezza entrata nella sua vita lo rese più forte dei suoi carnefici. Giunto ad Auschwitz nel maggio del 1941, vi morì nell’agosto dello stesso anno prendendo il posto di Francesco Gajowniczek che diceva di avere una famiglia che lo aspettava. Si ritrovò così tra i condannati alla morte per fame. Nel giro di poche settimane tutti morirono di stenti tranne quattro di loro, tra cui padre Kolbe, che continuavano a pregare e cantare inni mariani. Sorpresi da quello che accadeva e dalla serenità del Padre, i generali delle SS decisero di giustiziarli. Mentre padre Kolbe porgeva il braccio per l’iniezione letale, guardando negli occhi il suo aguzzino disse: «…l’odio non serve a niente… Solo l’amore crea!».

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Punto infiammato

(.)
Quella di Polito non è una tirata moralistica ma un’inchiesta. Cita dati e statistiche della campana di vetro in cui i giovani vengono fatti vivere: più «bamboccioni» (cioè ragazzi a rimorchio delle famiglie) nelle case ricche che in quelle povere; le università a «chilometri zero» che non producono sapere di qualità e paradossalmente gravano sulle tasche dei meno abbienti; l’errore di concentrarsi sui disoccupati dimenticando gli «inoccupati», cioè i ragazzi che non hanno lavoro, non lo cercano e non studiano per ottenerlo. «È un problema culturale non economico», denuncia Polito. «Se vogliamo affrontare questo problema dobbiamo rimettere l’accento su parola caduta in disuso che voi di Cl qualche anno fa avete reso di nuovo attuale: educazione».
De Bortoli, che non dissimula i «sensi di colpa», paragona la sua gioventù con quella di oggi. Non è un lamento sui bei tempi andati. «L’errore è non chiamare i ragazzi alla responsabilità, ma schiacciarli in una sorta di limbo».

C’è meno dialogo, meno confronto e anche meno scontro, che invece nel libro di Polito è indicato come l’essenza di un padre. «Siamo prigionieri del nostro individualismo, ci siamo preoccupati molto di noi stessi. L’ipertrofia dell’individuo e il benessere hanno portato al degrado progressivo delle famiglie e delle istituzioni».

La sfida dei giornalisti viene raccolta fino in fondo da don Carrón. «Tutto ci dice che l’educazione è il fattore cruciale per la riuscita di una comunità e dei nostri ragazzi. Allora perché abbiamo totalmente abdicato a questa funzione?». Le ragioni sono due. «Per un malefico paternalismo i genitori hanno voluto risparmiare ai figli la fatica implicata nel vivere, ma così hanno spianato la strada verso il nulla. Invece di lanciarli verso una meta ambiziosa, corrispondente al loro cuore, hanno preferito evitargli la fatica della salita». Le conseguenze sono drammatiche, perché «i giovani avvertono la sfiducia». Il malinteso senso di protezione «è un giudizio negativo sulle loro capacità di crescere ed essere se stessi, ed essi colgono questo giudizio anche se resta implicito».

Carrón cita un’intervista di don Giussani del 1992, oltre vent’anni fa: «Mi spaventa un’Italia senza un ideale adeguato, un utilitarismo perseguito senza alcun punto di fuga ideale. Questo non può durare». La passività dei giovani, il torpore che li avvolge ha radici «nello scetticismo degli adulti che non propongono qualcosa per cui valga la pena muoversi. È difficile oggi trovare adulti che non siano scettici. Come descrive Leopardi, la natura dell’uomo è non poter essere soddisfatto di nulla: invece vengono offerte risposte facilone che non risvegliano tutta la loro capacità»
C’è una seconda fonte di questa impostazione educativa: il pensiero del Novecento che ha tolto all’uomo la responsabilità delle proprie azioni. «L’io è in balia di altro. Per Freud erano forze psicologiche più grandi di lui, per il marxismo le colpe sociali, per il darwinismo gli antecedenti biologici. Il risultato è che l’io non c’è più, un sasso travolto dalla corrente».

Ma se l’uomo è irriducibile ai suoi antecedenti biologici, antropologici e sociali, c’è una speranza anche per le generazioni di oggi. Non sono prigioniere del mondo che gli è stato creato attorno. «Basta un minimo di rapporto con i ragazzi per scoprire che il loro io c’è. Capiscono benissimo. Non devono studiare legge per capire che cosa è giusto. Il criterio per giudicare è nella loro natura di uomini». E allora si riparte proprio da questo cuore, dal «punto infiammato» di un io sepolto dal torpore, dalla noia, dalla mancanza di adulti che proponga loro una sfida all’altezza delle loro attese.

Chi dunque è in grado di risvegliare l’io dei giovani e degli adulti? «È la sfida della nostra generazione, per qualsiasi ambito», dice Carrón. «Non basta una lezione o un richiamo etico, occorre un adulto che con la sua vita faccia interessare l’altro uomo alla sua vita e al suo destino. Solo un testimone può risvegliare le esigenze nascoste dell’io, sfidare la ragione, il cuore, la libertà. Una proposta vivente che suscita il personale impegno con se stessi, senza evitare la fatica personale della verifica. L’educazione non è convincere, plagiare, ma il rapporto tra due libertà. Quando sono sfidati i ragazzi sono entusiasti. Il problema è che nessuno li sfida».

continua a leggere : Tracce.it, Se educare è risvegliare un cuore al suo destino

di Stefano Filippi

Dio è semplice

(..)È l’incontro con Gesù. È l’incontro con quello sguardo sconvolgente che nello stesso istante perdonava, ammoniva e consolava. Alla donna adultera, di cui parla Giovanni nell’ottavo capitolo del suo vangelo, Gesù dice: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

È un gesto così luminoso. Basta riconoscere la semplice realtà del peccato, chiedere il perdono, e andare avanti con passo rinvigorito sulle strade della vita.
Spesso si sente un’obiezione a questa dinamica fanciullesca: il fatto che il perdono ripetuto tenda a ridurre la serietà del peccato. Anche fra i primi padri della Chiesa c’era questa obiezione, e la confessione come la conosciamo noi ha avuto bisogno di qualche secolo prima di emergere pienamente alla luce.
Eppure un padre o una madre sa che è giusto così. Certo, il perdono non è arrendevolezza, non deve essere dato per scontato. Ma senza di esso un figlio non può crescere, e non si può mai dire quante volte occorreranno. «Sette? Ti dico: settanta volte sette», disse Gesù.

Un’obiezione più drammatica ancora è la disperazione strisciante che può insinuarsi nel penitente: «Tanto so che rifarò la stessa cosa, tanto non ce la faccio a cambiare…». Penso che qui si veda in modo chiarissimo la pedagogia di Dio. Per Lui l’importante non è tanto la sequela della legge. Se avesse voluto un popolo perfetto, sarebbe stato ben in grado di crearlo. A Lui sta a cuore l’adesione libera, ed è disposto ad accettare tanti sbagli sulla strada che porta all’amore libero, all’accettazione libera della nostra dipendenza da Lui. Certamente, lasciati alle nostre sole forze, non siamo in grado di cambiare molto. Ma a Dio tutto è possibile. Ritornare a confessarsi, inginocchiarsi, riconoscere il male fatto e desiderare di cambiare, è il gesto che apre il cuore alla grazia di Dio. Lui, sì, può cambiarci.
Una bellissima pagina verso la fine di Dottor Zivago riporta una frase che dice Maria Maddalena in una preghiera ortodossa: «Sciogli i miei debiti, come io sciolgo i miei capelli». Immaginiamo l’elegante semplicità delle mani di quella donna mentre rilascia la sua chioma fluente, che cade liscia, senza nodi. Così veniamo sciolti dai nostri peccati, ogni volta che lo chiediamo.

Ripartire mille volte (col perdono)

Jonah Lynch ,sabato 26 gennaio 2013

continua a leggere :http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2013/1/26/Ripartire-mille-volte-col-perdono-/print/357704/

La paternità che accompagna

(..)Ma se vogliamo essere padri credibili, dobbiamo stare con loro, dedicar loro il nostro tempo. È come con i compiti a casa: farli al posto loro è sbagliato, ugualmente non serve a nulla pretendere che il nostro comando li inchiodi alla sedia. Questo ogni genitore lo può capire. Se invece ci sediamo al loro fianco, capiranno che quello che stanno facendo ha un valore. Con i figli occorre starci, starci e ancora starci.

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http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2013/1/25/SCUOLA-Polito-il-papa-orsetto-e-il-68-hanno-rovinato-i-nostri-figli/357381/

Parte della realtà

Per Benedetto XVI i social network, se «valorizzati bene e con equilibrio», possono «rafforzare i legami di unità tra le persone e promuovere efficacemente l’armonia della famiglia umana». Questo a patto che chi li utilizza «si sforzi di essere autentico». Perché, al fondo, anche tali strumenti nascono da «aspirazioni radicate nel cuore dell’uomo», in particolare quella di «comunicare se stessi». Ma occorre essere particolarmente vigili. Chi intenda affrontare le «sfide impegnative» e parlare di «verità e valori», non deve lasciarsi ingannare da strumenti in cui spesso «la voce discreta della ragione può essere sovrastata dal rumore delle eccessive informazioni».

«L’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale», avverte il pontefice, ma è «parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani». L’uso dei social network è richiesto «non tanto per essere al passo coi tempi, ma proprio per permettere» al Vangelo di «raggiungere le menti e i cuori di tutti». Il centro del messaggio deve essere dunque la testimonianza della fede e del Vangelo, perché è la persona di Gesù Cristo a rispondere alle domande più radicali dell’uomo.
Anche nell’ambiente digitale, «dove è facile che si levino voci dai toni troppo accesi e conflittuali», «siamo chiamati a un attento discernimento».

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Il vero dell’esperienza

 «Quello che mi piace dell’esperienza è che si tratta di una cosa così onesta. Potete fare un mucchio di svolte sbagliate; ma tenete gli occhi aperti e non vi sarà permesso di spingervi troppo lontano prima che appaia il cartello giusto. Potete avere ingannato voi stessi , ma l’esperienza non sta cercando di ingannarvi. L’universo risponde il vero quando lo interrogate onestamente.

C.S. Lewis, Sorpreso dalla gioia. I primi anni della mia vita, Jaca Book, Milano 1980, p. 131.