Crocevia delle nazioni

 

1975-1979. La follia mortifera dei khmer rossi spazza via dalla Cambogia due milioni di persone su sette milioni di abitanti. Altrettante vengono deportate nei cosiddetti killing fields “i campi di sterminio”. Tra di loro c’è una giovane donna, un figlio per mano e un’altra in grembo. Il padre, il marito e i due fratelli sono stati fucilati. Perché intellettuali. Perché borghesi.

Lei, insegnante di filosofia, capodipartimento presso il ministero dell’istruzione, poliglotta e viaggiatrice è costretta a riconvertirsi in semplice contadina. Deve spogliarsi di tutto, persino della sua lingua khmer più raffinata e colta, e allora si rifugia nel silenzio.

Per oltre due anni Claire Ly lotta ostinatamente per sopravvivere a quell’orrore. Nei campi di lavoro di Pol Pot, tra esecuzioni sommarie, malnutrizione, privazioni, indottrinamento, conduce una lotta fisica e spirituale contro l’abbruttimento del corpo e dell’anima. La sua tradizione spirituale buddhista vorrebbe che praticasse l’impassibilità e il distacco. Ma dentro di sé fa sempre più fatica a tenere a bada i cattivi sentimenti. Non ha nessuno con cui può parlare. Nessuno con cui confidarsi e di cui fidarsi. Comincia allora un dialogo con quello che lei chiama a quel tempo il “Dio degli Occidentali”. Un essere distante, straniero, ma potente, contro cui scaglia la sua collera, il suo dolore, la sua ribellione. Per la sua rabbia enorme le serve un Dio-gigante.

Che diventa, a poco a poco, un bastone a cui appoggiarsi, sempre più indispensabile, un compagno di viaggio in quella lunga attraversata del male. Le si apre un nuovo cammino che la condurrà in Francia e che la porterà dalla saggezza di Buddha verso quella che Claire chiama «la follia d’amore di Gesù Cristo».

Ed è il percorso che Claire Ly ha raccontato ieri sera in un ‘affollatissima sala del Centro missionario Pime di Milano. «Nel male assoluto il Dio degli Occidentali per me si è fatto presenza», ha raccontato. «Chiusa nella sofferenza non riuscivo a fare posto agli altri. Finché Lui non mi ha fatto prendere coscienza che appartenevo ancora a un’umanità».

Dal 1980 vive in Francia Claire Ly. Qui ha ricevuto il Battesimo, ma qui ha anche vissuto la difficile condizione dell’esule. Provando a gettare ponti tra la sua cultura buddhista d’origine e l’Occidente. «Perché questo dialogo a partire dalla vita – spiega – ci permette di poter dire Gesù Cristo con maggiore forza». Ed è quanto racconta nel suo nuovo libro «La Mangrovia», pubblicato da PimEdit e presentato durante la serata di ieri. Un romanzo di fantasia in cui due donne Ravi e Soraya – cambogiane, esuli in Francia dopo la drammatica esperienza del regime di Pol Pot – tornano per un viaggio nel loro Paese d’origine. Ma se Ravi è rimasta fedele al suo credo buddhista, Soraya si è convertita al cattolicesimo. E come per i discepoli di Emmaus, il viaggio diventa un dialogo a viso aperto. Un racconto in cui è facile vedere la storia di Claire Ly.

«Il libro – ha spiegato – prende il nome da una pianta che cresce nel territorio di frontiera tra le acque dolci e le acque salate, ha bisgono di entrambe. Proprio per questo nell’immaginario cambogiana la mangrovia è un luogo mistico di protezione e di purificazione. Credo che sia un’immagine che ci parla anche dell’incrocio tra due culture in chiave di speranza. Matrice di una nuova generazione dove le culture e le religioni imparano a conoscersi nella verità e a fecondarsi a vicenda. Ricordando che Gesù ci aspetta sempre in Galilea, crocevia delle nazioni».

 

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La grazia del peccato

Senza la “grazia” del peccato non avremmo potuto nemmeno pronunciare il dolce nome di Gesù. A volte dico a me stesso: sì, il paradiso terrestre sarà stato qualcosa di infinitamente meraviglioso, ma quanto più bello, benché riempia di dolore e di fatica, è poter dire: “Tu, o Cristo mio”! Cosa c’è di più grande, di più commovente del fatto del Figlio di Dio fatto carne? Lo abbiamo visto il giorno di Natale nel presepe, lo vediamo tutti i giorni nei sacramenti e in particolare nell’Eucaristia e nella Confessione. Lo vedo nella mia vita, lo vedo nei miei figli che soffrono. San Paolo afferma: «Dove abbonda il peccato sovrabbonda la grazia». La grazia per la quale l’uomo afferrato da Cristo è cosciente e sperimenta la bellezza di quello che afferma il cantico di Isaia: «Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunciato il mio nome». Che gioia riconoscere che io sto da sempre nel pensiero di Dio e che, pur conoscendomi bene, conoscendo tutto quello che io avrei combinato, mi ha scelto per essere ciò che sono. Mentre oggi tutti ricorrono allo specialista per decidere se sono o non sono adatti per il regno dei cieli, Dio mi ha voluto, mi ha scelto per essere quello che gli specialisti non avrebbero ritenuto idoneo per me. Spesso dico che se dovessi entrare oggi in seminario non mi accetterebbero perché sarei un caso patologico. Invece la modalità di Dio nella sua relazione con l’uomo non ha niente a che vedere con i criteri del mondo moderno.(..)

«In te, Domine, speravi; non confundar in aeternum».

(..)Il dolore innocente ci dice che l’uomo è natura, fragile natura come ogni altra parte del cosmo, esposta alle ferite del caso. Ma io penso che esso sia il luogo dialettico per eccellenza, dove si scorge l’abisso, ma dove insieme lo si può superare. Il dolore innocente mi ha fatto vedere l’abisso del nulla, ma al contempo mi ha mostrato la luce più intensa che io abbia mai visto intorno alla natura umana, la luce che scaturisce da chi si prende cura di chi nulla mai gli potrà dare in cambio. Di fronte a un’assurdità naturale, l’uomo reagisce creando senso laddove senso naturale non c’è, e si mostra in grado di produrre ciò che di più importante esiste per la vita, cioè il bene. Coloro che si prendono cura delle vittime del dolore innocente mostrano che vi è qualcosa di più della semplice casualità naturale nel fenomeno uomo. E questa cura avviene, ogni giorno, senza retorica, poche parole, tanti fatti, nella completa gratuità, perché a volte non si ottiene nulla in cambio, talora gli interessati non sanno neppure sorridere. Il bene è l’evento più nobile a cui l’uomo può accedere. Tutte le grandi spiritualità e le grandi filosofie lo hanno riconosciuto. Ma perché l’uomo è capace di bene?

Eccoci all’ultimo punto. Il bene lo si comprende nella sua realtà ontologica come relazione ordinata. Il bene nasce sì dalla volontà, ma non è qualcosa che la volontà inventa. Se la volontà sceglie di attuarlo è perché prima l’ha riconosciuto, l’ha visto, l’ha sentito, e quindi si pone al servizio di un’oggettività che preesiste, che viene prima di lei. Se voglio fare del bene a una pianta, le devo dare la giusta quantità di acqua e la devo esporre alla giusta quantità di luce. Così è per ogni altra cosa. Il bene è prima di tutto comprendere che cosa ha bisogno chi è di fronte a me, e poi farlo. Esiste un ordine oggettivo preesistente, che è l’origine di ogni essere, dentro cui ogni essere si inscrive. Questo ordine oggettivo è la relazione ordinata, la logica che costruisce il darsi dell’essere.
Le nascite di bambini con malformazioni, come tanti altri eventi della natura e della storia, ci mostrano che l’essere del mondo non raggiunge l’ordine necessariamente, ma solo attraverso la libertà delle relazioni. Proprio perché l’essere è energia che costantemente si muove, la libertà è intrinseca al suo darsi. Questa libertà di cui gode l’essere il più delle volte è ordinata e fonda relazioni stabili e benefiche; alcune volte, invece, non lo è e fonda relazioni disordinate. Le malattie, congenite e non, sono descrivibili fisicamente come assenza di ordine. Questa possibilità che vi sia assenza di ordine è il prezzo che si paga per il darsi dell’essere, per la nascita della vita e la sua evoluzione, cioè, supremo paradosso, per la creazione di livelli superiori di organizzazione.

Alcuni più sfortunati pagano sul loro corpo il conto che occorre saldare per il darsi della libertà. Coloro che se ne prendono cura, fanno del bene a tutta l’umanità perché manifestano che il bene esiste, e se qui e ora esiste il bene è lecito inferire razionalmente l’esistenza di una dimensione dell’essere senza più la possibilità di disordine, dimensione che la mente umana di tutti i tempi ha chiamato “Dio”. L’ha riconosciuto anche uno dei più grandi logici del Novecento, Wittgenstein, in un pensiero del 1929: “Se qualcosa è buono, allora è anche divino” (“Pensieri diversi”, a cura di Michele Ranchetti, Adelphi, Milano 1980, pag. 21). Il bene è la freccia che conduce verso la trascendenza. Per questo tutti coloro che vogliono negare la trascendenza negano con attenta determinazione la possibilità della purezza del bene e dell’amore, riconducendo tutto a istinto, a impulso, a interesse mascherato. Ma il bene puro esiste, e quando si manifesta, la natura compie la promessa che porta dentro di sé. E’ il regno della luce e della grazia, è il mondo divino. Se c’è il bene, c’è Dio. E il bene, c’è.

 

di Vito Mancuso

http://www.ilfoglio.it/soloqui/1497

 

Risaldando i legami

(..)Cosa vuol dire in concreto? Significa che il rapporto con il Signore deve diventare il movente dell’agire, la sostanza della mia fede: la riforma della Chiesa – ha detto Benedetto XVI – o sarà riforma della fede o non sarà. Anche come cittadino devo decidermi ad assumere in prima persona le virtù civiche necessarie alla costruzione di una società veramente capace di amicizia civica.
Io credo che nella tradizione del nostro popolo, popolo di battezzati, fare riferimento alle virtù teologali – fede, speranza e carità – e anche a quelle cardinali – prudenza, giustizia, fortezza, temperanza – dica tutta la gamma di atteggiamenti stabili necessari al benessere della persona, condizioni fondamentali per il rinnovamento sociale a cui tutti aspiriamo.
Come aiutarci a fare questo passo? Rinsaldando i legami che sentiamo convincenti per noi. In secondo luogo guardando agli ambiti vitali nella nostra realtà milanese e non, sia in campo ecclesiale che in campo civile in cui uomini e donne già vivono così e si prodigano per gli altri. Occorre educarci costantemente all’amore che libera attraverso una pratica del binomio carità-giustizia, e favorire un confronto libero e liberante tra visioni diverse della realtà, senza pregiudizi, più capaci di ascolto, valorizzando quel grande bene pratico di carattere politico che è l’essere insieme, evitando ogni partigianeria, comunicando e proponendo, nella libertà, tutto ciò che riteniamo essenziale, buono e decisivo per vivere adeguatamente ciò che ci attende.

Leggi di Più: Scola, Te deum per settimanale Tempi | Tempi.it

Laggiù  una madre senza posa camminava,

fuori da una locanda ancora a vagare;

nel paese in cui lei si trovò senza tetto,

tutti gli uomini sono a casa.

Quella stalla malconcia a due passi,

fatta di travi instabili e sabbia scivolosa,

divenne qualcosa di così solido da resistere e reggere

più delle pietre squadrate dell’impero di Roma.

Perché tutti gli uomini hanno nostalgia anche quando sono a casa,

e si sentono forestieri sotto il sole,

come stranieri appoggiano la testa sul cuscino

alla fine di ogni giornata.

Qui combattiamo e ardiamo d’ira,

abbiamo occasioni, onori e grandi sorprese,

ma casa nostra è là sotto quel cielo di miracoli

in cui cominciò la storia di Natale.

Un bambino in una misera stalla,

con le bestie a scaldarlo ruminando;

solo là, dove Lui fu senza un tetto,

tu ed io siamo a casa.

Abbiamo mani all’opera e teste capaci,

ma i nostri cuori si sono persi – molto tempo fa!

In un luogo che nessuna carta o nave può indicarci

sotto la volta del cielo.

Questo mondo è selvaggio come raccontano le favole antiche,

e anche le cose ovvie sono strane,

basta la terra e basta l’aria

per suscitare la nostra meraviglia e le nostre guerre;

Ma il nostro riposo è lontano quanto il soffio di un drago

e troviamo pace solo in quelle cose impossibili,

in quei battiti d’ala fragorosi e fantastici

che volarono attorno a quella stella incredibile.

Di notte presso una capanna all’aperto

giungeranno infine tutti gli uomini,

in un luogo che è più antico dell’Eden

e  che alto si leva oltre la grandezza di Roma.

Giungeranno fino alla fine del viaggio di una stella cometa,

fino a scorgere cose impossibili che tuttavia ci sono,

fino al  luogo dove Dio fu senza un tetto

e dove tutti gli uomini sono a casa.

Leggi di Più: Chesterton, poesia di Natale | Tempi.it

 

Una domanda si agita, senza fare molto rumore, attutita e come ovattata al fondo delle nostre occupazioni di ogni giorno, dentro le pieghe dei nostri pensieri e dei nostri gesti. Questa domanda chiede, silenziosamente, il perché siamo nati. Sarebbe sbagliato considerarla una tipica occupazione da filosofi o da psicoanalisti; tanto meno il suo copyright può essere ridotto a una proprietà degli ecclesiastici. Se facciamo attenzione, ciascuno di noi può sorprenderla nel moto della sua esperienza, anche se normalmente nessuno si ferma apposta per porla: ma questo è forse il segno più evidente di come quella domanda non sia un interrogativo vago e astratto, ma sia tessuta, come l’ordito, nella trama della nostra esistenza.

Tanto che l’unica via per scoprirla è quella di seguire il richiamo delle circostanze, avvertire la sfida degli avvenimenti, prendere sul serio i bisogni che segnano ad ogni istante la nostra persona. E soprattutto non censurare il desiderio di compimento e di felicità che tutti quei bisogni portano a galla, e che ci permette di non mollare la presa del vivere. Rispetto alla domanda sul perché siamo nati noi potremmo infatti non avere ancora risposta, ma questo non annulla l’interrogativo, anzi, possiamo continuare a stare al mondo solo grazie ad un minimo di attesa – magari avvertita in maniera sorda e confusa – di scoprire quel senso.

Proviamo a pensare a quel momento cruciale in cui, in qualche modo, noi rinasciamo o ricominciamo ogni giorno, quale è il risveglio mattutino dal sonno della notte: se nella coscienza che si ridesta, spesso a fatica, occupata istantaneamente da tutte le cose, i progetti, le incombenze, i fastidi e i piaceri della giornata che sta per cominciare, noi non ci aspettassimo nulla, voglio dire, se non avvertissimo una qualche promessa di compimento per noi stessi, ebbene io penso che non metteremmo nemmeno le gambe giù dal letto. O lo faremmo, sì, ma in quanto esseri programmati da un’abitudine in fondo automatica, o nel migliore dei casi supportati dal senso di un dovere nobile, e tuttavia tante volte amaro. Di quell’amarezza, o forse tristezza, che una volta Tommaso d’Aquino ha chiamato il «desiderio di un bene assente», e che non può essere vista solo come un disagio psicologico, ma come una condizione strutturale e permanente della nostra coscienza. Ma qual è questo bene che ci chiama proprio con la sua assenza?

Ci verrebbe quasi automatico rispondere che si tratta di ciò che siamo chiamati a perseguire con i nostri progetti e che dobbiamo realizzare grazie alle nostre capacità. Che insomma questo bene – quale che ne sia l’immagine che ciascuno di noi ne coltiva – è qualcosa in nostro potere, per quanto poi non sia affatto scontato che riusciamo effettivamente a impossessarcene. E allora tutto il gioco dell’esistere diventa una lotta per questo potere (non solo quello economico o politico ma ogni tentativo di rendere egemonia ciò che sta nella nostra testa): e si tratta di una lotta con noi stessi molto più che con gli altri, perché dall’esito di questo progetto, cioè dalla nostra riuscita, dipende se alla fine possiamo dire che l’esser nati ha avuto davvero un senso per noi, o no.

 

E se invece il bene che desideriamo, se il possibile senso dell’esistere non stesse semplicemente alla fine, nell’esito delle nostre performances (anche in esse, certo), ma soprattutto all’inizio, nel fatto stesso che siamo nati? Si tratta di un fatto che noi abitualmente riduciamo in senso positivistico: accaduto, notificato e sempre certificabile attraverso un documento dell’Ufficio comunale di residenza. Ma in esso si raccoglie, quasi si raggruma un enigma, o meglio il mistero del nostro essere, e cioè che noi ci siamo, ma potevamo anche non esserci. Perché proprio noi? L’esser-nati è il primo limite della nostra finitezza, prima ancora della morte; e se quest’ultima può essere pensata come la cessazione e la fine di me, la nascita è un “terminale” che è anche un inizio, la soglia dell’essere, il punto in cui noi “proveniamo” da altro rispetto a noi stessi.

È per questo motivo che il Natale cristiano mi sembra un’occasione decisiva di memoria non solo per chi fa l’esperienza della fede ma per tutti coloro che hanno a cuore le domande e le attese della ragione: come dice il Prologo del Vangelo di Giovanni, uno dei testi fondativi di tutta la nostra tradizione culturale, «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. (…) E il Verbo si fece carne e pose la tenda tra noi». Se il «Verbo», cioè il logos, il senso ultimo delle cose, viene a nascere nella carne, allora ogni nascere, ogni carne ha senso, è uno strappo dall’assurdo. Il Natale dice che noi siamo sempre “più” di quello che siamo capaci di fare: è un’eccedenza che ci precede, che deborda sin dall’inizio: anzi, l’inizio è proprio questo debordamento, questa gratuità. L’essere non è una presenza muta, un fatto opaco senza senso, ma “accade”: è tempo, avviene come storia. E per questo, finalmente, riusciamo a “fare” tutto ciò che possiamo.

Nel trend culturale oggi dominante sembra che l’unico possibile “senso” delle cose e della vita sia quello dell’eterna ruota della natura, e che quindi sia la morte il significato necessario del vivere. E l’unica risposta davvero appagante alla domanda iniziale sarebbe appunto che tutto è assolutamente necessario – senza altro “perché”. Cercarlo sarebbe follia o ingenuità. E non ci resterebbe che gridare con il Leopardi del Canto notturno, che «è funesto a chi nasce il dì natale». Solo che per Leopardi questo era, appunto, un grido, una domanda ferita; per noi spesso è il sigillo di una quieta soddisfazione, come l’accontentarsi di quello che si è in grado e si ha il potere di essere. Per questo, tutto sembrerebbe giocarsi nella tecnica politicamente più adeguata o nella strategia culturalmente più raffinata per gestire in qualche modo la morte, cioè l’impossibilità che si dia un senso di noi che sia più di noi.

Uno dei più grandi filosofi del Novecento, Martin Heidegger, ha scritto che l’estrema possibilità dell’essere umano finito si gioca nel suo essere-per-la-morte (cioè in fondo nella sua “impossibilità” ad essere se stesso) e nella decisione di assumere questa sua impossibilità come il suo vero destino.

Ma la sua amica, e filosofa anch’essa, Hannah Arendt, gli obiettava a distanza che tutto invece si gioca nell’esser-nati e nell’assumere la possibilità di iniziare che ogni essere umano è in quanto tale. E non è strano che la Arendt (ebrea secolarizzata) dica di averlo imparato dal cristiano Agostino, quando questi afferma che «l’uomo è stato creato perché potesse veramente cominciare qualcosa», o meglio «perché egli stesso fosse un inizio» (initium ut esset creatus est homo). Perché siamo nati, se non per cominciare? E come potremmo cominciare se non dal fatto di esistere come un evento che porta in sé il suo senso e il senso del mondo intero.

NATALE 2012/ Perché oggi siamo nati anche noi?

Costantino Esposito, ilsussidiario.net

 

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Quella forza rigenerante dell’attesa che ci fa scoprire il divino nell’uomo

Julián Carrón Corriere della Sera

23/12/2012

Caro Direttore,
le difficoltà che ci troviamo ad affrontare, da quelle personali (precarietà, se non perdita del lavoro, malattie, fragilità umane, smarrimento esistenziale, male fatto o subito) a quelle collettive (crisi economica, disagi sociali, confusione politica, incertezza internazionale), sono così imponenti che potrebbero indurre a ritenere inevitabile la scomparsa di ogni attesa. Eppure mai come in queste circostanze risulta evidente quanto siano vere le parole di Dante a noi familiari: «Ciascun confusamente un bene apprende / nel qual si queti l’animo, e disira: / per che di giugner lui ciascun contende».
Ma che lealtà occorre in ciascuno di noi per riconoscere questa attesa e questo desiderio di bene! Quello che rende più difficile questo riconoscimento è il clamore sociale che tutti concorriamo a generare con la nostra connivenza. Infatti, «tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace di un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile» (Rilke). Ognuno di noi sa bene fino a che punto dà il proprio contributo a questa cospirazione.
Chi l’avrà vinta? La parte di noi che attende o quella che cospira?

L’indizio di una risposta ci viene da Pavese, che ha colto come nessun altro il persistere in noi di questa attesa: «Com’è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?». Infatti, perché continuiamo ad attendere anche nelle situazioni più disperate? Perché nessuna sconfitta personale o crisi storica riesce a cancellare da ogni fibra del nostro essere il barlume, sebbene inconsapevole, di un’attesa? Perché questa attesa ci costituisce nel profondo, tanto che «si affaccia ancora oggi, in molti modi, al cuore dell’uomo» (Benedetto XVI). Anche se ridotto, trascurato e osteggiato, il cuore non cessa di desiderare.
Non di rado l’impossibilità di strapparci di dosso questa attesa può sembrare una condanna. Ma gli spiriti più acuti identificano altrove la vera condanna. Ne Il mestiere di vivere, sempre Pavese ci ricorda che «aspettare è ancora un’occupazione. È non aspettar niente che è terribile». Tutti sappiamo che cosa diventa la vita quando non aspettiamo più nulla: una noia che finisce nella disperazione e nel cinismo. Attendere è la struttura del nostro essere. La sostanza del nostro io è l’attesa.
Ora, malgrado questa nostra struttura originale, tante volte facciamo fatica a sperare. Quanto ha ragione Péguy quando ci ricorda che «per sperare occorre aver ricevuto una grande grazia». Ma quale grazia può essere all’altezza della sfida e sostenere la speranza di fronte a qualsiasi eventualità?

Precisamente a questo livello ci viene incontro l’avvenimento che celebriamo nel Natale. L’annuncio cristiano si rivolge all’io di ciascuno di noi, sfidando ogni scetticismo e sfiducia, come risposta imprevedibile alla nostra ferita. Per farsi risposta che l’uomo possa sperimentare, l’Infinito ha assunto una forma finita. Nel Natale è abolita la distanza altrimenti incolmabile tra il finito e l’Infinito.
In questa prospettiva, avere fede non significa piegarsi a una serie di precetti, studiare una dottrina o partecipare a una organizzazione: la fede cristiana è riconoscere il divino presente nell’umano, come fu per Simone, la Maddalena, la Samaritana, Zaccheo, colpiti da una presenza che destava l’improvviso presentimento di una vita diversa. Non erano le gambe raddrizzate, la pelle mondata, la vista riacquistata a colpirli. «Il miracolo più grande era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre» (don Giussani).

La Chiesa celebra il Natale affinché anche noi possiamo fare esperienza di questo abbraccio che afferra la nostra umanità, la mia e la tua, per compiere quell’attesa che vibra in ogni mossa del nostro cuore inquieto. Come duemila anni fa, anche oggi il significato dell’esistenza si rende presente attraverso una realtà umana che si può vedere e toccare, dentro un tempo e un spazio, ci raggiunge con un inconfondibile accento di promessa e di speranza al quale ci possiamo legare, dentro la vita della Chiesa.
Questa è la grazia, il nuovo inizio nel mondo, il cui primo testimone è Benedetto XVI: «Giustamente, nessuno può avere la verità. È la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Dio ci è diventato così vicino che Egli stesso è un uomo: questo ci deve sconcertare e sorprendere sempre di nuovo!».
Buon Natale a tutti.

Julián Carrón