Una via che aiuta

«EVANGELIZZATE LA RETE». Benedetto XVI ha scritto dei campi «in cui il vostro impegno missionario deve farsi ancora più attento». E fra questi, il primo di cui ha parlato è proprio «quello delle comunicazioni sociali, in particolare il mondo di internet». Spiegando, «come ho già avuto modo di dirvi: sentitevi impegnati ad introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo e informativo i valori su cui poggia la vostra vita! […] A voi, giovani, che quasi spontaneamente vi trovate in sintonia con questi nuovi mezzi di comunicazione, spetta in particolare il compito della evangelizzazione di questo “continente digitale”». E infine ha chiarito: «Sappiate dunque usare con saggezza questo mezzo, considerando anche le insidie che esso contiene, in particolare il rischio della dipendenza, di confondere il mondo reale con quello virtuale, di sostituire l’incontro e il dialogo diretto con le persone con i contatti in rete».

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mi sorprendo

: «O sete, / sete infinita d’una luce / che mai riuscirò qui a esprimere». «Appena ti vedo mi sorprendo / come se fossi della vita / al primo giorno»:),

Testori

Abbà

PAROLE E FATTI. Il Pontefice è poi tornato alla domanda iniziale su come comunicava Gesù stesso: «Gesù nella sua unicità parla del suo Padre – Abbà – e del Regno di Dio, con lo sguardo pieno di compassione per i disagi e le difficoltà dell’esistenza umana (…) mostra che nel mondo e nella creazione traspare il volto di Dio e ci mostra come nelle storie quotidiane della nostra vita Dio è presente». Come nelle parabole della natura o nella parabola del figlio prodigo. Dai Vangeli poi vediamo «che realmente in questa storia, nascostamente, Dio è presente e se siamo attenti possiamo incontrarlo». Infine, Cristo oltre a parlare agiva: «In Lui annuncio e vita si intrecciano: Gesù agisce e insegna, partendo sempre da un intimo rapporto con Dio Padre. Questo stile diventa un’indicazione essenziale per noi cristiani (…) perché mostra con un’esistenza vissuta in Cristo la credibilità, il realismo di quello che diciamo con le parole, che non sono solo parole, ma mostrano vera realtà». E in questo, ha sottolineato il Santo Padre, i cristiani devono «essere attenti a cogliere i segni dei tempi», per «individuare cioè le potenzialità, i desideri, gli ostacoli che si incontrano nella cultura attuale», facendo riferimento al particolare «desiderio di autenticità, l’anelito alla trascendenza, la sensibilità per la salvaguardia del creato, e comunicare senza timore la risposta che offre la fede in Dio (…) Per scoprire, con la fantasia animata dallo Spirito Santo, nuovi percorsi a livello personale e comunitario».

COME PARLARNE IN FAMIGLIA. Alla fine della catechesi il Papa ha aiutato i genitori a capire come educare i figli alla fede in un mondo che rema contro di essa, perché «è la famiglia, la prima scuola per comunicare la fede alle nuove generazioni». Il primo richiamo è alla vigilanza, «che significa saper cogliere le occasioni favorevoli per introdurre in famiglia il discorso di fede e per far maturare una riflessione critica rispetto ai numerosi condizionamenti a cui sono sottoposti i figli. Questa attenzione dei genitori è anche sensibilità nel recepire le possibili domande religiose presenti nell’animo dei figli». C’è poi la comunicazione della fede che «deve sempre avere una tonalità di gioia» che non tace o nasconde le realtà del dolore e della morte, «ma sa offrire i criteri per interpretare tutto nella prospettiva della speranza cristiana». È quindi importante «aiutare tutti i membri della famiglia a comprendere che la fede non è un peso, ma una fonte di gioia profonda, è percepire l’azione di Dio, riconoscere la presenza del bene, che non fa rumore». Infine, la capacità di ascolto e di dialogo: «La famiglia deve essere un ambiente in cui si impara a stare insieme, a ricomporre i contrasti nel dialogo reciproco, che è fatto di ascolto e di parola, a comprendersi e ad amarsi, per essere un segno, l’uno per l’altro, dell’amore misericordioso di Dio».
Così ritorniamo all’inizio: «Parlare di Dio è comunicare, con forza e semplicità, con la parola e con la vita, ciò che è essenziale: il Dio di Gesù Cristo, quel Dio che ci ha mostrato un amore così grande da incarnarsi, morire e risorgere per noi; quel Dio che chiede di seguirlo e lasciarsi trasformare dal suo immenso amore per rinnovare la nostra vita e le nostre relazioni; quel Dio che ci ha donato la Chiesa, per camminare insieme e, attraverso la Parola e i Sacramenti, rinnovare l’intera Città degli uomini, affinché possa diventare Città di Dio».

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Una sostanziale solidarietà

Cerchiamo invece un’autentica libertà, una sostanziale solidarietà. Di fronte al ribellismo, alla rassegnazione, a quella che viene definita oggi antipolitica, noi cerchiamo con il nostro metodo di ricostruire una socialità vera, fuori dagli schemi ideologici, ma battendoci in nome di un ideale che abbia come scopo la ricostruzione di una società civile forte, basata su una reale socialità, formata da famiglie che portano i figli alla scoperta di se stessi, da imprese orientate a uno sviluppo integrale e sostenibile, da iniziative sociali che creano relazioni sostanziali, da scuole che introducano al mondo, da proposte culturali che promuovono conoscenza e anche un senso di bellezza, avendo sempre presente il bene di tutti. Ci ispiriamo al grande principio della sussidiarietà, che colma le lacune dello statalismo e del liberalismo astratto e teorico.

Come tutti gli uomini, come tutte le istituzioni possiamo sbagliare, ma anche ai nostri detrattori rispondiamo solo dicendo che ci ispiriamo a questo metodo, con questa origine. Sperando di onorarla sempre.

http://www.ilsussidiario.net/News/Editoriale/2012/11/26/Il-realismo-che-vince-ogni-crisi/2/341461/

Mi stringeva il cuore


LA SERA DEL DI’ DI FESTA
Dolce e chiara è la notte e senza vento,

e quieta sovra i tetti e in mezzo agli orti

posa la luna, e di lontan rivela

serena ogni montagna. O donna mia,

già tace ogni sentiero, e pei balconi

rara traluce la notturna lampa:

tu dormi, ché t’accolse agevol sonno

nelle tue chete stanze; e non ti morde

cura nessuna; e già non sai né pensi

quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.

Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno

appare in vista, a salutar m’affaccio,

e l’antica natura onnipossente,

che mi fece all’affanno. – A te la speme

nego, mi disse, anche la speme,; e d’altro

non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. –

Questo dì fu solenne; or da’ trastulli

prendi riposo; e forse ti rimembra

in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti

piacquero a te: non io, non già ch’io speri,

al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo

quanto a viver mi resti, e qui per terra

mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi

in così verde etate! Ahi, per la via

odo non lunghe il solitario canto

dell’artigian, che riede a tarda notte,

dopo i sollazzi, al suo povero ostello;

e fieramente mi stringe il core,

a pensar come tutto al mondo passa,

e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito

il dì festivo, ed al festivo il giorno

volgar succede, e se ne porta il tempo

ogni umano accidente. Or dov’è il suono

di que’ popoli antichi? Or dov’è il grido

de’ nostri avi famosi, e il grande impero

di quella Roma, e l’armi e il fragorìo

che n’andò per la terra e l’oceàno?

Tutto è pace e silenzio, e tutto posa

il mondo, e più di lor non si ragiona.

Nella mia prima età, quando s’aspetta

bramosamente il dì festivo, or poscia

ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,

premea le piume; ed alla tarda notte

un canto che s’udia per li sentieri

lontanando morire a poco a poco

già similmente mi stringeva il core.

Giacomo Leopardi,Idilli,1820 )

 

Sintesi: