Salvare i bambini

(..)«Finché non si salveranno i padri, non si potranno salvare i bambini e, allo stato attuale, noi non possiamo salvare gli altri, perché non sappiamo salvare noi stessi. Non possiamo insegnare cosa sia la cittadinanza se noi stessi non siamo cittadini; non possiamo dare ad altri la libertà se noi stessi abbiamo dimenticato l’ardente desiderio di libertà. L’educazione è semplicemente la trasmissione della verità; e come possiamo passare ad altri la verità se noi non l’abbiamo mai avuta tra le mani?» (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo).(..)

Il suicidio di un bambino è un delitto che entra in casa nostra, mette a nudo una debolezza educativa nostra. Così, infatti, prosegue il signor Chesterton, nel brano prima citato: «Gran parte della libertà moderna è, alle radici, paura. Non è tanto che noi siamo troppo audaci per sopportare le regole, è che siamo troppo paurosi per sopportare le responsabilità. Mi riferisco alla responsabilità di affermare la verità della nostra tradizione umana e di tramandarla con la voce dell’autorità, una voce insopprimibile. Questa è la sola ed eterna educazione: essere così sicuri che qualcosa è vero da avere il coraggio di dirlo a un bambino».

@AlisaTeggi

Leggi Completo: Il suicidio di un bambino a Roma è uno squillo di tromba che chiama gli adulti alla battaglia educativa | Tempi.it

Meraviglia

(..)Mi sia concesso di citare ancora una volta Luigi Pirandello, questo autore che non finisce mai di sorprenderci per la sua apertura ad ogni aspetto dell’umano e per la sua capacità di raccontarci l’umana esperienza.

In un’altra sua novella, Il treno ha fischiato, egli delinea il personaggio di Belluca, che da tanti anni viveva l’infelice condizione di impiegato, “mansue- to e sottomesso” al suo capo-ufficio, “circoscritto… sì, chi l’aveva definito così? Uno dei suoi compagni d’ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz’altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri-mastri, partitarii, straccia- fogli e via dicendo. Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi”.

Orbene una sera Belluca s’era fieramente ribellato al suo capo-ufficio, e poi, all’aspra riprensione di questo, per poco non gli s’era scagliato addosso dando a tutti “un serio argomento alla supposizione che si trattasse d’una vera e pro- pria alienazione mentale”.

«Pareva che il viso, tutt’a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i para- occhi gli fossero tutt’a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutt’a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai. […]

– Che significa? – aveva allora esclamato il capo-ufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo. – Ohé, Belluca!
– Niente, – aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d’impudenza e d’imbecillità su le labbra. – Il treno, signor Cavaliere.

– Il treno? Che treno? – Ha fischiato.

– Ma che diavolo dici?
– Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L’ho sentito fischiare…
– Il treno?
– Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo… Si fa in un attimo, signor Cavaliere! […]
Gli altri impiegati, alle grida del capo-ufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi.
Allora il capo-ufficio – che quella sera doveva essere di malumore – urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vit- tima di tanti suoi scherzi crudeli. Se non che, questa volta, la vittima, con stu- pore e quasi con terrore di tutti, s’era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch’egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo.
Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all’ospizio dei matti. Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo, soggiungeva:
– Si parte, si parte… Signori, per dove? per dove?
E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi. Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d’un bambino o d’un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose inaudite, espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stu- pivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodi- gio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s’era mai occupato d’altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto, inaudite. […]
Signori, Belluca, s’era dimenticato da tanti e tanti anni – ma proprio dimenti- cato – che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d’una nòria o d’un molino, sissignori, s’era dimenticato da anni e anni – ma proprio dimenticato – che il mondo esi- steva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l’eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d’addormentarsi subito. E, d’improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.

Gli era parso che gli orecchi, dopo tant’anni, chi sa come, d’improvviso gli si fossero sturati.

Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la mise- ria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spa- lancava enorme tutt’intorno.

S’era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s’allontanava nella notte.
C’era, ah! c’era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s’avviava… Firenze, Bologna, Torino, Venezia… tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui!. E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr’egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo s’era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell’arida, ispi- da angustia della sua computisteria… Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L’attimo, che scoccava per lui, qua, in que- sta sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l’immaginazione d’improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguir- lo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari… Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C’erano, mentr’egli qua viveva questa vita “impossibile”, tanti e tanti milioni d’uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch’egli qua soffriva, c’erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo nottur- no le azzurre fronti… Sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva così… c’erano gli oceani… le foreste…

E, dunque, lui – ora che il mondo gli era rientrato nello spirito – poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per pren- dere con l’immaginazione una boccata d’aria nel mondo.
Gli bastava!»(..)

Educare la ragione: l’esperienza come metodo ,Francesco Ventorino

Non aggiunge nulla


 

 

 

 

Se l’amore è tutto, la promessa non può aggiungere nulla; e se non aggiunge nulla, non andrebbe fatta. Il curioso è che gli stessi amanti, finché sono davvero innamorati, questo lo sanno meglio di coloro che parlano dell’amore. Gli innamorati, come osserva Chesterton, hanno una naturale tendenza a legarsi con promesse. Le canzoni d’amore di tutto il mondo sono piene di giuramenti di eterna fedeltà. La legge cristiana non impone alla passione amorosa nulla che sia estraneo alla natura stessa di tale passione: vuole che chi ama prenda sul serio ciò che la stessa passione lo spinge a fare.

 

da C.S. Lewis, Il cristianesimo così com’è, Adelphi, Milano, 1997, p. 140

Sospira

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender no la può chi no la prova:
e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.

Dante , Vita Nova

Anime con i lavori in corso

 

La poesia è la voce delle anime che si stanno facendo, che non sanno come fare, delle anime con i lavori in corso. Che non se la cavano. Con il sangue che corre e si versa. Le anime che rischiano. Che si illuminano e che a volte si perdono. Le altre, le anime tiepide, a mezzo gas, al cinque per cento, non sanno cosa farsene della poesia” (Davide Rondoni, Contro la letteratura. Poeti e scrittori: una strage quotidiana a scuola, Il Saggiatore, Milano, 2010)

 

Uomo fino in fondo

(..)Ci si vergogna di se stessi a pensare una parola del genere, ci si vergogna della cattiveria a pronunciare una parola del genere, a parlare della caduta, di una caduta di Gesù, aveva appena provato con se stesso, aveva appena conosciuto istantaneamente, aveva conosciuto che cos’era quella terribile tentazione, cos’era quella angoscia terribile e nella sua carne aveva conosciuto cos’è la debolezza della carne, l’infermità di ogni carne. Ecco, sembra dire: guardate cos’è la nostra carne, l’infermità di ogni carne. Ecco sembra dire: guardate cos’è la nostra carne e la nostra tentazione, bisogna vegliare, bisogna pregare, non si è mai tranquilli, non si ha mai un momento di tranquillità, un momento tranquillo, anch’io vostro fratello non sono mai tranquillo. E come dicevano quelle brave donne: ecco cos’è la vita, nell’esistenza non si è mai tranquilli. Di nuovo per la seconda volta se ne andò e pregò dicendo: Padre mio se questo calice non può passare senza che io ne beva sia fatta la tua volontà “iterum secundum”, per la seconda volta se ne va, per la seconda volta prega, per la seconda volta dice “si non potest”, riprendendo, ripetendo il “si possibile est” della prima volta, della prima ritirata, della prima solitudine, della prima preghiera; ma si arrende, si sottomette e già al negativo “si non potest” e, meraviglioso accordo interiore, come resuscita, come rianima, come rinnova, come ricorda, come rimmemora la preghiera, come ritrova qui la preghiera che lui stesso ha insegnato agli uomini, lui stesso ha inventato ai tempi della predicazione, lui stesso ha concepito, ricevuto in un colpo di santità, la preghiera che lui stesso aveva fermato, trovato, insegnato sulla montagna, nel sermone, nel discorso della montagna; come dire che sulla montagna, ai tempi della montagna non aveva per così dire fatto altro che insegnarcela, agli apostoli, ai discepoli, alla folla, a tutti gli uomini, a noi. Era un grande insegnamento, un insegnamento divino, il solo che sia così sceso sulla terra, un insegnamento unico, grande, una predicazione divina e infine, permettimi di dirlo, amico mio, mi capisci bene, sai che da parte mia non potrebbe esserci nessuna sfumatura irrispettosa, non sono così stupida e ho troppo il senso della storia e allora permettimi di dirtelo: era solo un insegnamento, era solo una predicazione. Invece in quella notte tragica, in quella estremità, in quel culmine della sua miseria ne fece uso soprattutto lui, lui per primo, lui come uomo, lui uomo, lui come noi, lui il primo di noi, come uno qualunque di noi, se ne servì soprattutto lui per primo perché ne aveva bisogno per la sua estrema miseria, per la sua ineguagliabile, tragica miseria, e venne di nuovo e li trovò che dormivano. I loro occhi erano infatti appesantiti e avendoli lasciati partì di nuovo e pregò per la terza volta dicendo le stesse cose; allora venne verso i suoi discepoli e disse loro: dormite ancora e vi riposate, ecco che l’ora s’è avvicinata e il Figlio dell’Uomo sarà consegnato nelle mani dei peccatori, alzatevi, andiamo, ecco che s’è avvicinato colui che mi consegnerà. E l’indomani circa all’ora nona, Gesù gridò a gran voce dicendo: Elì, Elì lama sabactani, che significa mio Dio mio Dio perché mi hai abbandonato? E la spugna imbevuta di aceto e messa in cima a una

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canna, ora Gesù gettando per la seconda volta un grande grido emise lo spirito. Occorre sperare, amico mio, occorre credere che quel doppio sconvolgente clamore e quell’inverosimile invocazione, eco, risuono, rimbombo del giardino degli ulivi, della veglia e delle tre preghiere di deprecazione non significava altro che la morte carnale e la paura della morte carnale. Dio mio Dio mio “ut qui dereliquisti me” “perché mi hai abbandonato”. Quella strana, quell’incredibile invocazione non maschera, non nasconde, non cela un’altra paura e un’altra morte, non denuncia, non rivela un altro mistero, un mistero mistico, un mistero infinitamente più profondo. Mettiamo che avesse il corpo, che il suo corpo si fosse ben difeso, il suo corpo si era ribellato, il suo corpo era insorto davanti alla morte, davanti alla morte del corpo, fino alla fine era stato un uomo, aveva avuto un corpo di uomo, il corpo che l’aveva portato trentatré anni, il corpo che aveva ricevuto lo Spirito di Dio, il corpo soprattutto che l’aveva sostenuto, che lo sosteneva in quei due giorni, il giovedì e il venerdì, il corpo di uomo alla fine non voleva saperne, come un corpo di uomo si ribellò, insorse contro la morte del corpo, e anche lui seguì il suo corpo, in un certo senso come noi peccatori e come tanto spesso i santi, seguì come un povero uomo il suo corpo, le indicazioni del suo corpo, l’invocazione del suo corpo, l’evocazione del suo corpo, compiendo così con meraviglioso coronamento, compiendo la sua incarnazione nella redenzione, rendendo perfetto il mistero della sua incarnazione nella perfezione stessa, nel compimento, nell’opera del mistero della redenzione. Se non avesse avuto quel corpo, amico mio, se fosse stato, se fosse rimasto un puro spirito, se si fosse reso angelo, se non fosse stato l’anima carnale, insomma se non si fosse reso quell’anima carnale, un’anima carnale come noi, come i nostri, tra noi, tra i nostri. Se non avesse affatto sofferto quella morte carnale come noi, cadrebbe tutto, bambini, cadrebbe tutto il sistema, perché non sarebbe affatto uomo, assolutamente. Non sarebbe affatto davvero uomo, uomo fino in fondo, ignorando non provando, rifiutando provare il più grande terrore dell’uomo, la più grande miseria dell’uomo, non sarebbe uomo, quindi non sarebbe l’uomo Dio, Gesù, l’ebreo Gesù

 Da VERONIQUE. DIALOGO DI UNA STORIA E DELL’ANIMA CARNALE (ED. MENSILE 30 GIORNI E ED. PIEMME)

Mercoledì, 21 agosto 2002, ore 21.00

Relatori:
Antonio Debenedetti, Giornalista; Andrea Carabelli, Attore

Moderatore:
Luca Doninelli, Scrittore

IL sì dell’uomo

(..)Dio domanda il «sì» dell’uomo, ha creato un interlocutore libero, chiede che la sua creatura Gli risponda con piena libertà. San Bernardo di Chiaravalle, in uno dei suoi Sermoni più celebri, quasi «rappresenta» l’attesa da parte di Dio e dell’umanità del «sì» di Maria, rivolgendosi a lei con una supplica: «L’angelo attende la tua risposta, perché è ormai tempo di ritornare a colui che lo ha inviato… O Signora, da’ quella risposta, che la terra, che gli inferi, anzi, che i cieli attendono. Come il Re e Signore di tutti desiderava vedere la tua bellezza, così egli desidera ardentemente la tua risposta affermativa… Alzati, corri, apri! Alzati con la fede, affrettati con la tua offerta, apri con la tua adesione!» (In laudibus Virginis Matris, Hom. IV, 8: Opera omnia, Edit. Cisterc. 4, 1966, p. 53s). Dio chiede la libera adesione di Maria per diventare uomo. Certo, il «sì» della Vergine è frutto della Grazia divina. Ma la grazia non elimina la libertà, al contrario, la crea e la sostiene. La fede non toglie nulla alla creatura umana, ma ne permette la piena e definitiva realizzazione.(..)

Visita pastorale a Loreto nel 50° anniversario del viaggio di Giovanni XXIII

Benedetto XVI Omelia , 04/10/2012

Quello che ho di più caro

 

Quello che abbiamo di più caro

Loreto – Carròn

La testimonianza durante il pellegrinaggio a Loreto del 16 ottobre

Siamo qui a Loreto oggi per che cosa? Cosa ci ha portato qui uno ad uno? Guarda la tua vita: cosa ha portato te? Perché sei venuto? È un amore. È un attaccamento di cui non possiamo più fare a meno.
Un amore a che cosa? Dove ci ha portato questa storia a cui apparteniamo e che dura da 50 anni? Cosa ci ha affascinato e continua ad affascinarci, ci affascina ora? Quello che ci ha trascinato fino all’adesione ha un nome: Cristo. Occorrerebbe cancellare tutta una vita, tutta la nostra storia se oggi non dicessimo il suo nome.
Sì, oggi possiamo gridare davanti a tutti pieni di gratitudine: «Ciò che abbiamo di più caro nella nostra vita è Cristo stesso perché in Lui dimora corporalmente la pienezza della Divinità».

La cosa più cara che abbiamo è proprio Gesù. Tutto il nostro male, la nostra meschinità, la nostra debolezza mortale non ci può impedire di dire che tutto il nostro amore, la nostra simpatia umana è per te, Cristo. Non c’è altro di più interessante. Nessuna cosa ci ha colpito così tanto come Lui. Gesù, non solo come oggetto di pensiero, ma come esperienza reale. Tanto più reale quanto più cambiamento ha introdotto in te.
Ma nel dire il Suo nome non possiamo evitare di pensare a colui che ce l’ha fatto conoscere così, don Giussani. Sì, è stato ed è tramite lui, la sua persona, il suo «sì» a Cristo che noi abbiamo potuto conoscere chi è Gesù. Questa è la gratitudine che oggi tutti sentiamo per lui, che ci ha introdotti alla realtà di Cristo, che ci ha consentito di fare un’esperienza della vita che nessuno di noi si sarebbe mai sognato.

Grazie don Giussani per la tua vita, per la tua testimonianza, per l’amore al nostro destino! Senti oggi il clamore della gratitudine dei tuoi figli!
Sei stato tu a farci riconoscere il cristianesimo come avvenimento, per quella urgenza che hai sempre avuto di comunicare il cristianesimo nei suoi «aspetti elementari, vale a dire la passione del fatto cristiano come tale nei suoi elementi originali, e basta», come hai scritto al Papa. Sì, tutti noi lo sappiamo bene. È stato proprio il continuo riaccadere del cristianesimo come un avvenimento, che ci cambiava la vita ogni volta che entravamo in rapporto con esso, quello che ci ha persuasi. Quante volte in questi anni partecipando a qualsiasi gesto, qualsiasi fosse la situazione in cui arrivavamo, ritornavamo stupiti di quello che era successo: cambiati da una Presenza. Una Presenza che ha investito talmente il nostro io che non possiamo più svegliarci al mattino, andare a lavorare o riposare, guardare le stelle o il tramonto, pregare o soffrire senza che tutto ciò sia determinato dalla sua Presenza.

Tanto è stato così che la nostra vita è diventata memoria: riconoscimento commosso della sua Presenza. Presenza che ogni volta di più è diventata presenza familiare, amica. «Pur vivendo nella carne, vivo nella fede del Figlio di Dio che ha dato la sua vita per me». Tutto nasce da Lui e si riparte sempre da Lui. Come ci ha ricordato ieri don Giussani, «L’inizio della fede non è una cultura astratta [quasi fosse un discorso che si applica sulle cose], ma qualcosa che viene prima: un avvenimento. La fede è presa di coscienza di qualcosa che è accaduto e che accade, di una cosa nuova da cui tutto parte, realmente».

Ecco il cristianesimo nei suoi elementi originali: una umanità, la nostra, così com’è, che viene guardata, abbracciata, preferita, esaltata da Gesù. Il desiderio senza confini del nostro io che trova in Gesù quella «impossibile corrispondenza» così tanto anelata dal nostro cuore. La nostra «umanità sfinita per la sua debolezza mortale» che si sorprende a riprendere vita ogni volta al contatto con la sua Presenza. Il dolore del nostro male che si trova davanti a uno sguardo pieno di misericordia che lo commuove fino al midollo. «Alla solitudine brutale cui l’uomo chiama se stesso, quasi per salvarsi da un terremoto, si offre come risposta il cristianesimo. Il cristiano trova risposta positiva nel fatto che Dio è diventato uomo: questo è l’avvenimento che sorprende e conforta l’altrimenti malasorte».

È per questo che la nostra storia ci ha educato a pregare con l’Angelus, non solo come ricordo del passato, ma come paradigma della natura stessa del cristianesimo: un avvenimento che accade qui ed ora. Dove possiamo ricordarlo se non qui a Loreto, vicino alla Santa Casa dove è accaduto per la prima volta?

Un Annuncio: «L’angelo del Signore portò l’annuncio a Maria»
Alla mia umanità bisognosa viene rivolto questo annuncio. Ogni volta questo annuncio è unico, nuovo. Poteva non capitare. La consapevolezza che poteva non essermi comunicato oggi è quello che fa la differenza fra una pia devozione, in cui non succede più niente, e un evento, in cui ogni volta l’annuncio riaccade come avvenimento, percepito come l’irruzione della novità che Cristo ha portato nella storia. È un avvenimento, se cambia. È, se cambia.
Dà i brividi, pensarci! Per questo possiamo intravedere la commozione della Madonna. La Madonna è commossa dall’Infinito, perché il Signore ha guardato il niente della sua serva.
Se dà i brividi pensare alla Madonna, figuratevi pensare a noi! A me, a te, così come siamo, poveretti, peccatori, bisognosi, ingrati, è rivolto lo stesso annuncio.
L’Essere interessato al mio destino! L’Essere che guarda con infinita tenerezza il mio niente. «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, Io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15).
Che inaffettività ci vuole per non essere commossi! Occorre essere un sasso.

Una Libertà. «Ecco la serva del Signore». Eccomi. Sono qua
Nessun’altra cosa può sfidare tanto la ragione e la libertà dell’uomo come trovarsi davanti a questa tenerezza dell’Essere verso di me. «Per Dio non è concepibile il proprio agire verso l’uomo se non come una “sfida generosa” alla sua libertà». Occorrerebbe chiudere gli occhi, gli orecchi, tutto, per non sentirsi sfidato da questo gesto unico dell’Essere nei miei confronti. Ma non basta chiudere occhi, orecchie, e così via: Lui entra nella storia, Lui entra nella nostra fortezza attraverso il cuore. L’assalto è al cuore, che mai aveva sperimentato una cosa così tanto tempo desiderata. La scoperta che il Padre eterno ti ha scelto. «Ti ho amato di amore eterno» (Ger 31,3). E per questo noi siamo affascinati da Gesù che ce l’ha fatto conoscere. Non abbiamo visto mai una cosa simile. È questo che desta il desiderio di starci: eccomi. Ma questo starci non è passivo, non può essere passivo; per questo grida:

« Mi accada secondo la tua parola»

Davanti a questo annuncio, a questa predilezione unica, la libertà viene fuori e si esprime come domanda. Non più smarrita, la libertà sa benissimo cosa domandare: «Mi accada secondo la tua parola». Sì, Fiat, accada, urge dentro alla Madonna. Una urgenza che diventa mendicanza dell’Essere, perché una volta conosciuto non possiamo più farne a meno. Davanti a questo sussulto dell’Essere la Madonna diventa figlia. «Vergine e Madre, figlia del tuo figlio, umile ed alta più che creatura». Poiché è stata umile fino al punto di diventare figlia del suo figlio è arrivata ad essere «alta più che creatura», cioè la sua umanità ha raggiunto una pienezza senza paragone.

Un fatto. Un fatto sconvolgente

« E il Verbo si è fatto carne».
Il «sì» della Madonna consente di ospitare il Mistero nella carne. E l’imprevisto accade. «Caro cardo salutis». La carne, il Verbo fatto carne, è il cardine della salvezza. Una presenza carnale affettivamente attraente è l’unica in grado di vincere le nostre resistenze. Una attrattiva vincente è l’unica speranza per noi, così tentati sempre dal fascino dell’autonomia, di quella affermazione quasi omicida di noi stessi che ci porta nel nulla. Solo l’attrattiva dell’Essere che brilla nel volto di Cristo, presente qui ed ora nella carne della Chiesa, solo questo può sconfiggere il fascino del nulla.

« Ed abita in mezzo a noi»

Come può continuare il Mistero ad abitare in mezzo a noi? Se c’è qualcuno che, come la Madonna, lo ospita, lo accoglie. Ma chi è così nemico di se stesso da non lasciarsi toccare da quello sguardo pieno di passione per il proprio destino che lo fa rinascere, che gli consente di sperimentare un’intensità di vita mai vista prima! È attraverso persone cambiate così, che testimoniano una intensità di vita unica, che Cristo continua ad essere presente tra di noi. «Quello che conta non è la circoncisione o la non circoncisione, ma la creatura nuova» (Gal 6,15).

Una Presenza, che cambia la vita

«Per 50 anni abbiamo scommesso tutto su questa evidenza!».
Missione. Questa è la cosa che più ci interessa. Non pensiamo che agli altri, uomini bisognosi come noi, interessi altro. Come noi, loro hanno bisogno che qualcuno li guardi così, che s’interessi al loro destino così. Questa è la nostra responsabilità. Quello che ci è stato dato, ci è stato dato per tutti. Occorre portarlo davanti a tutti, testimoniare quello che abbiamo incontrato davanti a tutti.
Per far così oggi, lo sappiamo bene, occorre in noi una libertà dell’altro mondo! Libertà nell’ambiente di lavoro, tra gli amici, davanti a tutti. Questa libertà non è una capacità nostra ma affezione a Gesù. Occorre che ognuno non possa più fare a meno di Gesù per vivere, per respirare. Come la donna peccatrice, che entra nella sala da pranzo dove stava Gesù invitato da un fariseo e sfida tutti quanti che pensavano male di lei, lavando i piedi di Cristo e asciugandoli con i capelli. È libera davanti a tutti. Era così grata del perdono ricevuto che non ha avuto vergogna di esprimere tutta la sua affezione a Gesù davanti a tutti.
Perché questa è la sfida che noi cristiani abbiamo oggi davanti: «È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?».

«La Chiesa – ha detto don Giussani- ha cominciato a abbandonare l’umanità secondo me, secondo noi, perché ha dimenticato chi era Cristo, non ha poggiato su… Ha avuto vergogna di Cristo, di dire chi è Cristo». Occorre un’affezione così grande da non vergognarci di Cristo.
Chiediamo alla Madonna di Loreto, «di speranza fontana vivace», questa grazia: che, oltre a sostenerci nella fatica del vivere, noi amiamo così tanto Gesù da non vergognarci di Lui davanti a tutti gli uomini che incontriamo, in modo tale che loro possano trovare, attraverso di noi, quello che noi abbiamo incontrato. Che non vinca in noi il male, e possa risplendere attraverso di noi la Sua vittoria nel tempo, «quell’appassionato amore, quell’appassionato calore al mistero dell’uomo», di ogni uomo.

Tracce.it

O…nulla

Determinazione

Non è arrivato nessuno.
Tutti sono scesi.
Uno
(l’ultimo) s’è soffermato
un attimo, il volto nel lampo
dell’accendino, poi
ha preso anche lui – deciso –
la sua via.

Ci siamo
guardati.

Lo avremmo
pugnalato, lui
(l’ultimo!) che pur poteva,
doveva necessariamente
esser lui, se lui
non era giunto.

Lo abbiamo
lasciato passare diritto
davanti a noi.

E solo
quand’è scomparso, il deserto
ci è apparso chiaro.

Che fare.

Inutile aspettare,
certo, un altro treno.
Il testo
era esplicito.
O qui,
e ora,
o…
nulla.

Siamo
venuti via.

Abbiamo
voltato le spalle al vuoto
e al fumo.

Abbiamo
scosso le spalle.

Faremo,
ci siamo detti, senza
di lui.

Saremo,
magari, anche più forti
e liberi.

Come i morti.

 

Giorgio Caproni