Natura

Natura

La terra e a lei concorde il mare
e sopra ovunque un mare più giocondo
per la veloce fiamma dei passeri
e la via
della riposante luna e del sonno
dei dolci corpi socchiusi alla vita
e alla morte su un campo;
e per quelle voci che scendono
sfuggendo a misteriose porte e balzano
sopra noi come uccelli folli di tornare
sopra le isole originali cantando:
qui si prepara
un giaciglio di porpora e un canto che culla
per chi non ha potuto dormire
sì dura era la pietra,
sì acuminato l’amore

Mario Luzi

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L’assoluto

(..)Forse «se non fossimo inaciditi dal dogma dello scetticismo» saremmo più facilmente persuasi che chi soffre il bisogno «conosce» già in qualche modo lì dentro la «vera vita», perché se essa da qualche parte non ci fosse nemmeno gli urgerebbe tanto terribilmente: «L’assoluto, non l’ho mai conosciuto, ma lo conosco così come chi soffre d’insonnia conosce il sonno, come chi guarda l’oscurità conosce la luce».

 

ilsussidiario.net, Quel “peso” del cuore che non ci lascia mai tranquilli

Dedicata a mio padre..

DITEMI COM’E’ UN ALBERO
Ditemi com’è un albero.
Ditemi il canto del fiume
quando si copre di uccelli.

Parlatemi del mare. Parlatemi
del vasto odore della campagna.
Delle stelle. Dell’aria.

Recitatemi un orizzonte
senza serratura né chiavi
come la capanna di un povero.

Ditemi com’è il bacio
di una donna. Datemi il nome
dell’amore: non lo ricordo.

Le notti si profumano ancora
di innamorati con fremiti
di passione sotto la luna?
O resta solo questa fossa,
la luce di una serratura
e la canzone delle mie lapidi?
Ventidue anni… Già dimentico
la dimensione delle cose,
il loro colore, il loro profumo…. Scrivo
a tentoni: “il mare”, “la campagna”…
Dico “bosco” e ho perduto
la geometria dell’albero.
Parlo, per parlare, di argomenti
che gli anni mi hanno cancellato.
(non posso continuare, sento
i passi della guardia)

Marcos Ana

da Ditemi com’è un albero – Crocetti Editore
Trad. Chiara De Luca

Amor , omne cosa conclama

(..)Vivere intensamente il reale è la responsabilità che ci è affidata. Solo in questo modo la perdita di un lavoro non ci annienta e non ci preoccupa la questione della morosa. Non si tratta di “pensare”, ma di vivere intensamente, perché se il pensiero non è la conseguenza del vivere con passione la realtà, è una fantasiosa elucubrazione mentale che nel tempo distrugge perfino la ragione, riducendola a immaginazione o stato d’animo. La serenità nella vita è sempre frutto di un guardare e prendere sul serio la realtà. Per questo mi commuovo ogni giorno quando visito i miei figli malati terminali e vedo nei loro volti una gioia sconcertante. Come nel caso di Pastora e Norma.

Pastora, una donna di campagna che dava da mangiare ai suoi sette figli con il duro lavoro nella fattoria, malata di cancro con vari tumori nel viso, già anziana, vive affidandosi al Signore, con il sorriso sulle labbra, dicendo ogni giorno: «Sono contenta, qui so che mi salvo». Norma è una giovane mamma che è tornata in questi giorni nella Clinica, dopo essere stata dimessa dai medici dall’ospedale, a causa del suo sorprendente recupero. Quando è tornata ed è entrata qui, il suo volto si è trasfigurato, emanando una gioia che ci ha sorpresi tutti, perché sappiamo che solo un miracolo ha potuto salvarla. «Finalmente sono tornata a casa mia», e pensate che ha un marito e nove figli.

Cosa permette questa posizione piena di positività? La certezza della scomparsa del cancro? Assolutamente no! È l’incontro con una realtà umana determinata dalla positività della realtà stessa, perché in questo luogo perfino le pietre gridano come Jacopone da Todi: «Amor, amore, grida tutto il mondo. Amor, amore, omne cosa conclama». La nostra consistenza o sta nella realtà, cioè in Cristo, o qualsiasi cosa diventa un lamento. Oggi sarà la mancanza della fidanzata o la perdita del lavoro, domani una malattia, la morte dolorosa di un amico o il licenziamento a 57 anni. Al contrario, «tutto posso in Colui che mi dà la forza». Lo affermo in un momento molto duro della mia vita, persino a livello di salute, non perché sia forte, anzi sono molto debole e invecchiato, ma perché la vita, la realtà vissuta senza sconti (la realtà non fa sconti a nessuno) mi ha educato e mi educa in ogni istante a riconoscere la verità che il mio cuore cerca. «Tu, o Cristo mio». Mi insegna a guardare in faccia Cristo, accompagnato e sostenuto dagli amici, in particolare i più vicini, Paolino, Alberto, Marcos e Cleuza.

Non perdere tempo con i lamenti, anche se comprensibili, ma cerca quei volti nei quali la presenza del Mistero è evidente. In questi mesi sono stato in Brasile due volte e Marcos e Cleuza sono venuti due volte ad Asunción. Quando la lotta è grande, quando infuria la battaglia, quando i problemi sembrano soffocarti, il grido e l’affidarsi agli amici nei quali sono evidenti i tratti del Mistero è l’unica strada per vivere positivamente tutto.
paldo.trento@gmail.com

Ps. Molti mi hanno scritto per sapere se la Lucilla che ha scritto su queste pagine la scorsa settimana è la figlia del direttore di Tempi, per la quale avevano pregato al tempo della sua malattia. Sì, ho risposto loro e rispondo qui ai nostri lettori e amici. Dio mio, Lucilla è una vera forza della natura, grazie che ce l’hai conservata.

n.9/2012

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Siamo poca roba

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente

da “Liber” (1988)

Siamo poca roba, Dio, siamo quasi niente,
forse memoria siamo, un soffio d’aria,
ombra degli uomini che passano, i nostri parenti,
forse il ricordo d’una qualche vita perduta,
un tuono che da lontano ci richiama,
la forma che sarà di altra progenie…
Ma come facciamo pietà, quanto dolore,
e quanta vita se la porta il vento!
Andiamo senza sapere, cantando gli inni,
e a noi di ciò che eravamo non è rimasto niente.

Franco Loi

I will wait

E sono tornato a casa
Come una pietra
E sono caduto pesantemente tra le tue braccia
Questi giorni di polvere
Che abbiamo vissuto
Verranno soffiati via da questo nuovo sole
http://testitradotti.wikitesti.com/
E mi inginocchierò
Per adesso aspetto
E mi inginocchierà
Conosco il mio terrenoE aspetterò, ti aspetterò
E aspetterò, ti aspetterò
Perciò interrompo il passo
E mi calmo
Mi hai perdonato e non dimenticherò
So quello che abbiamo visto
E lui con meno
Adesso in qualche modo
Scuotiamoci l’eccesso di dosso
Ma aspetterò, ti aspetterò
E aspetterò, ti aspetterò
E aspetterò, ti aspetterò
E aspetterò, ti aspetterò
Perciò sarò coraggioso
E anche forte
E userò la testa insieme al cuore
Perciò prendi la mia carne
E fissami negli occhi
Quella mente legata libera dalle menzogne
Ma mi inginocchierò
Per adesso aspetto
E mi inginocchierà
Conosco il mio terreno
Alzo le mani
Dipingo d’oro il mio spirito
E chino la testa
Mantengo il mio battito lento
Perché aspetterò, ti aspetterò
E aspetterò, ti aspetterò
E aspetterò, ti aspetterò
E aspetterò, ti aspetterò
.

La dipendenza dall’infinito

(::)Parlare dell’uomo e del suo anelito all’infinito significa innanzitutto riconoscere il suo rapporto costitutivo con il Creatore. L’uomo è una creatura di Dio. Oggi questa parola – creatura – sembra quasi passata di moda: si preferisce pensare all’uomo come ad un essere compiuto in se stesso e artefice assoluto del proprio destino. La considerazione dell’uomo come creatura appare «scomoda» poiché implica un riferimento essenziale a qualcosa d’altro o meglio, a Qualcun altro – non gestibile dall’uomo – che entra a definire in modo essenziale la sua identità; un’identità relazionale, il cui primo dato è la dipendenza originaria e ontologica da Colui che ci ha voluti e ci ha creati. Eppure questa dipendenza, da cui l’uomo moderno e contemporaneo tenta di affrancarsi, non solo non nasconde o diminuisce, ma rivela in modo luminoso la grandezza e la dignità suprema dell’uomo, chiamato alla vita per entrare in rapporto con la Vita stessa, con Dio.

Dire che «la natura dell’uomo è rapporto con l’infinito» significa allora dire che ogni persona è stata creata perché possa entrare in dialogo con Dio, con l’Infinito. All’inizio della storia del mondo, Adamo ed Eva sono frutto di un atto di amore di Dio, fatti a sua immagine e somiglianza, e la loro vita e il loro rapporto con il Creatore coincidevano: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò» (Gen, 1,27). E il peccato originale ha la sua radice ultima proprio nel sottrarsi dei nostri progenitori a questo rapporto costitutivo, nel voler mettersi al posto di Dio, nel credere di poter fare senza di Lui. Anche dopo il peccato, però, rimane nell’uomo il desiderio struggente di questo dialogo, quasi una firma impressa col fuoco nella sua anima e nella sua carne dal Creatore stesso. Il Salmo 63 [62] ci aiuta a entrare nel cuore di questo discorso: «O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne, in terra arida, assetata, senz’acqua» (v. 2). Non solo la mia anima, ma ogni fibra della mia carne è fatta per trovare la sua pace, la sua realizzazione in Dio. E questa tensione è incancellabile nel cuore dell’uomo: anche quando si rifiuta o si nega Dio, non scompare la sete di infinito che abita l’uomo. Inizia invece una ricerca affannosa e sterile, di «falsi infiniti» che possano soddisfare almeno per un momento. La sete dell’anima e l’anelito della carne di cui parla il Salmista non si possono eliminare, così l’uomo, senza saperlo, si protende alla ricerca dell’Infinito, ma in direzioni sbagliate: nella droga, in una sessualità vissuta in modo disordinato, nelle tecnologie totalizzanti, nel successo ad ogni costo, persino in forme ingannatrici di religiosità. Anche le cose buone, che Dio ha creato come strade che conducono a Lui, non di rado corrono il rischio di essere assolutizzate e divenire così idoli che si sostituiscono al Creatore. 

Riconoscere di essere fatti per l’infinito significa percorrere un cammino di purificazione da quelli che abbiamo chiamato «falsi infiniti», un cammino di conversione del cuore e della mente. Occorre sradicare tutte le false promesse di infinito che seducono l’uomo e lo rendono schiavo. Per ritrovare veramente se stesso e la propria identità, per vivere all’altezza del proprio essere, l’uomo deve tornare a riconoscersi creatura, dipendente da Dio. Al riconoscimento di questa dipendenza – che nel profondo è la gioiosa scoperta di essere figli di Dio – è legata la possibilità di una vita veramente libera e piena. È interessante notare come san Paolo, nella Lettera ai Romani, veda il contrario della schiavitù non tanto nella libertà, ma nella figliolanza, nell’aver ricevuto lo Spirito Santo che rende figli adottivi e che ci permette di gridare a Dio: «Abbà! Padre!» (cfr 8,15). L’Apostolo delle genti parla di una schiavitù «cattiva»: quella del peccato, della legge, delle passioni della carne. A questa, però, non contrappone l’autonomia, ma la «schiavitù di Cristo» (cfr 6,16-22), anzi egli stesso si definisce: «Paolo, servo di Cristo Gesù» (1,1). Il punto fondamentale, quindi, non è eliminare la dipendenza, che è costitutiva dell’uomo, ma indirizzarla verso Colui che solo può rendere veramente liberi.

A questo punto però sorge una domanda. Non è forse strutturalmente impossibile all’uomo vivere all’altezza della propria natura? E non è forse una condanna questo anelito verso l’infinito che egli avverte senza mai poterlo soddisfare totalmente? Questo interrogativo ci porta direttamente al cuore del cristianesimo. L’Infinito stesso, infatti, per farsi risposta che l’uomo possa sperimentare, ha assunto una forma finita. Dall’Incarnazione, dal momento in cui il Verbo si è fatto carne, è cancellata l’incolmabile distanza tra finito e infinito: il Dio eterno e infinito ha lasciato il suo Cielo ed è entrato nel tempo, si è immerso nella finitezza umana. Nulla allora è banale o insignificante nel cammino della vita e del mondo. L’uomo è fatto per un Dio infinito che è diventato carne, che ha assunto la nostra umanità per attirarla alle altezze del suo essere divino. 

Scopriamo così la dimensione più vera dell’esistenza umana, quella a cui il Servo di Dio Luigi Giussani continuamente richiamava: la vita come vocazione. Ogni cosa, ogni rapporto, ogni gioia, come anche ogni difficoltà, trova la sua ragione ultima nell’essere occasione di rapporto con l’Infinito, voce di Dio che continuamente ci chiama e ci invita ad alzare lo sguardo, a scoprire nell’adesione a Lui la realizzazione piena della nostra umanità. «Ci hai fatti per te – scriveva Agostino – e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Confessioni I, 1,1). Non dobbiamo avere paura di quello che Dio ci chiede attraverso le circostanze della vita, fosse anche la dedizione di tutto noi stessi in una forma particolare di seguire e imitare Cristo nel sacerdozio o nella vita religiosa. Il Signore, chiamando alcuni a vivere totalmente di Lui, richiama tutti a riconoscere l’essenza della propria natura di essere umani: fatti per l’infinito. E Dio ha a cuore la nostra felicità, la nostra piena realizzazione umana. Chiediamo, allora, di entrare e rimanere nello sguardo della fede che ha caratterizzato i Santi, per poter scoprire i semi di bene che il Signore sparge lungo il cammino della nostra vita e aderire con gioia alla nostra vocazione. (..)

Benedetto XVI, Messaggio autografo per la XXXIII edizione del Meeting dell’Amicizia tra i popoli (2012)