The prayer of Francois Villon

As long, as the earth keeps turning,
As long, as the sun is above,
Almighty, please give to all of us
The things that we do not have:

Grant a mind to the wise man,
The coward, grant him a horse,
The happy man, let him have money,
…And don’t forget “your’s truly”.

As long as the earth keeps turning,
Almighty, as is your wont,
Grant to the one striving for power
Rule as much as he wants.

Grant a break to the generous
At least till the start of dusk.
Grant repentance to Cain
…And don’t forget “yours truly”.

I know that you have the Power
I’ve faith in your wisdom,
Believing,as does a dead soldier,
That right in Heaven He dwells.

As truly,every being believes:
That all that you say is true,
As we go on believing,
Not knowing what we do.

O Lord of my life, Almighty,
Blond tresses and green of eye,
As long as the earth keeps turning
Although it still wonders, “why?”

As long as it still has some time left
and fire to keep its course,
Grant something to everybody
…And don’t forget “yours truly”.

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Firewood

Il giudizio dell’esperienza

L’esperienza come sviluppo della persona
La persona prima non esisteva: perciò quello che la costituisce è un dato, un prodotto d’altro.

Questa situazione originale si ripete ad ogni livello dello sviluppo della persona. Ciò che provoca la mia crescita non coincide con me, è altro da me.

Concretamente esperienza è vivere ciò che mi fa crescere.

L’esperienza realizza quindi l’incremento della persona attraverso la valorizzazione di un rapporto obiettivo.

N.B. La «esperienza» connota perciò il fatto dell’accorgersi di crescere. E ciò nei due aspetti fondamentali, la capacità di capire e la capacità di amare.

a) La persona è innanzitutto consapevolezza. Perciò quello che caratterizza l’esperienza non è tanto il fare, lo stabilire rapporti con la realtà come fatto meccanico: è l’errore implicito nella solita frase «fare delle esperienze» ove «esperienza» diventa sinonimo di «provare».

Ciò che caratterizza l’esperienza è il capire una cosa, lo scoprirne il senso. L’esperienza quindi implica intelligenza del senso delle cose.

Ora, il senso di una cosa si scopre nella sua connessione con il resto. Perciò esperienza significa scoprire a che una determinata cosa serva per il mondo.

b) Ma il senso di una cosa non lo creiamo noi: la connessione che la lega a tutte le altre cose è oggettiva.

La vera esperienza perciò è un dire di sì ad una situazione che richiama, è un far nostro ciò che ci vien detto. È dunque sì far nostre le cose, ma in modo tale da camminare dentro il loro significato oggettivo, che è la Parola di un Altro.

L’esperienza vera mobilita e incrementa la nostra capacità di aderire, la nostra capacità di amare.

La vera esperienza immerge nel ritmo del reale, e fa tendere irresistibilmente ad una unificazione fino all’ultimo aspetto delle cose, cioè fino al significato vero di una cosa.

La natura come luogo dell’esperienza
Si chiama «natura» il luogo di quei rapporti obiettivi che sviluppano la persona; cioè la «natura» è il luogo dell’esperienza.

Caratteristica della natura è quella di costituire una trama organica e gerarchica che solleciti un’esigenza di unità immanente ad ogni persona.

Tale esigenza essenziale trova corrispondenza nella affermazione di Dio; Dio è esattamente il significato unitario cui la natura nella sua obiettiva organicità richiama l’umana coscienza.

L’errore nell’esperienza umana
Ma l’esigenza di unità – anima della vita cosciente della persona – deve lottare contro forze di divisione anch’esse presenti nell’uomo; forze che lo inclinano a non considerare la connessione obiettiva e a frantumare l’organicità della trama naturale, isolandone i singoli aspetti.

Per la stessa esigenza di unità che l’uomo possiede, l’isolare un singolo rapporto tende inevitabilmente ad assolutizzarlo.

Tutto questo blocca il dinamismo del rapporto evolutivo della persona, realizzandolo in un seguito indefinito di parzialità disarticolate con abnormi affermazioni dell’uno e dell’altro momento.

Di qui tante inadeguate, anche se frequenti accezioni della parola esperienza: dove cioè per esperienza s’intende reazione immediata a cose proposte, o il moltiplicarsi di legami per mera prolificazione di iniziative, o l’improvviso fascino o disgusto delle cose nuove, o l’affermazione di una propria elaborazione o di un proprio schema, o un ricordo del passato che non rivive come valore del presente, o addirittura un avvenimento citato per bloccare un’aspirazione o per mortificare ideali.

Il mistero di Dio rivelato nel campo dell’esperienza umana
L’intervento dei profeti e di Cristo nella storia ha avuto la funzione di richiamare con assoluta chiarezza Dio come l’ultima implicazione della umana esperienza, e quindi la religiosità come dimensione inevitabile di autentica, esauriente esperienza.

Ma la eccezionalità di Cristo non sta tanto nel fatto che egli sia un richiamo a quella implicazione, quanto nel fatto che il suo avvenimento costituisce la presenza fisica di quel significato ultimo della storia.

Non c’è esauriente esperienza umana se non è valorizzazione – consapevole o no – del rapporto con questo fatto che è l’uomo-Cristo.

Il rapporto obiettivo che incrementa l’umana persona non ha più soltanto come luogo la natura, ma anche un luogo «sopra-naturale»: la storia di questo luogo si chiama Chiesa («Corpo mistico di Cristo»).

L’esperienza cristiana
L’esperienza cristiana ed ecclesiale emerge come unità d’atto vitale risultante da un triplice fattore:

a) L’incontro con un fatto obiettivo originalmente indipendente dalla persona che l’esperienza compie; fatto la cui realtà esistenziale è quella di una comunità sensibilmente documentata così come è di ogni realtà integralmente umana; comunità di cui la voce umana dell’autorità nei suoi giudizi e nelle sue direttive costituisce criterio e forma.

Non esiste versione dell’esperienza cristiana, per quanto interiore, che non implichi almeno ultimamente questo incontro con la comunità e questo riferimento all’autorità.

b) Il potere di percepire adeguatamente il significato di quell’incontro. Il valore del fatto in cui ci si imbatte trascende la forza di penetrazione dell’umana coscienza, richiede pure un gesto di Dio per la sua comprensione adeguata. Infatti lo stesso gesto con cui Dio si rende presente all’uomo nell’avvenimento cristiano esalta anche la capacità conoscitiva della coscienza, adegua l’acume dello sguardo umano alla realtà eccezionale cui lo provoca. Si dice grazia della fede.

c) La coscienza della corrispondenza tra il significato del Fatto in cui ci si imbatte e il significato della propria esistenza, – fra la realtà cristiana ed ecclesiale e la propria persona, – fra l’Incontro e il proprio destino.

È la coscienza di tale corrispondenza che verifica quella crescita di sé essenziale al fenomeno dell’esperienza.

Anche nell’esperienza cristiana, anzi massimamente in essa, appare chiaro come in un’autentica esperienza sia impegnata l’autocoscienza e la capacità critica dell’uomo, e come una autentica esperienza sia ben lontana dall’identificarsi con una impressione avuta o dal ridursi ad una ripercussione sentimentale.

È in questa «verifica» che nell’esperienza cristiana il mistero della iniziativa divina valorizza esistenzialmente la ragione dell’uomo.

Ed è in questa «verifica» che si dimostra l’umana libertà: perché la registrazione e il riconoscimento della corrispondenza esaltante tra il mistero presente e il proprio dinamismo d’uomo non possono avvenire se non nella misura in cui è presente e viva quella accettazione della propria fondamentale dipendenza, del proprio essenziale «essere fatti», nella quale consiste la semplicità, la «purità di cuore», la «povertà dello spirito».

Tutto il dramma della libertà è in questa «povertà di spirito»: ed è dramma tanto profondo da accadere quasi furtivo.

PAROLA TRA NOI, L’esperienza, Luigi Giussani, tracce.it

La bellezza permane

(..)

Prerogativa della bellezza non è salvare il mondo, ma permanere in esso inesorabilmente ; e in questa immanenza inesorabile della bellezza è risposta la sola speranza del mondo.

La bellezza , quindi, non è una forza trionfante che incombe sul mondo con funzione salvifica. No, la bellezza è qualcosa che è già presente nel mondo ed è poi proprio in virtù di questa sua presenza che il mondo sarà salvato.

La bellezza , come Dio, non lotta, ma permane, e la salvezza giungerà al mondo attraverso lo sguardo dell’uomo che saprà scorgerla in tutte le cose. Che smetterà di rinchiuderla , di imprigionarla a Sodoma.

(..)

Dal paradiso all’inferno, Tat’jana Kasatkina , pag. 101-102

La morte non è niente

In questi giorni alcuni compagni della scuola di mia figlia hanno perso il padre , dalla testimonianza dei compagni che hanno vissuto la stessa esperienza è emerso che ciò che aiuta a vivere questa esperienza di distacco ma non del nulla è la presenza degli altri , il loro esserci .

LA MORTE NON È NIENTE

 

LA MORTE NON È NIENTE
La morte non è niente.
Sono solamente passato dall’altra parte:
è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore,
ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
il tuo sorriso è la mia pace.

Sant’Agostino

 

La parola trovata e che fa esistere

La parola trovata, trovata nel suo spessore, nella sua autenticità , è giustificazione primaria, la parola che nomina ma che fa esistere  la cosa, in fondo non so piú se è  religione  o se  è poesia.

Il Logos che si fa carne rinnova il linguaggio, testimoniandolo con il sangue, in un certo senso. Questa è la sublimità di questo Logos, insomma, che si è fatto carne.

Mario Luzi

I limoni

Ascoltami , i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati : bossi ligustri o acanti .
Io , per me , amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla :
le viuzze che seguono I ciglioni ,
discendono tra I ciuffi delle canne
e mettono negli orti , tra gli alberi dei limoni .

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spegono inghiottite dall’azzurro :
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove ,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta .
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra ,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni .

Vedi , in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura ,
il punto morto del mondo , l’anello che non tiene ,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità .
Lo sguardo frugal d’intorno ,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce .
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi , in alto , tra le cimase .
La pioggia stanca la terra , di poi ; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case ,
la luce si fa avara – amara l’anima .
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si scrosiano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità . 

 

Eugenio Montale

Seguire quelli con cui avete iniziato

IntroduzIone alla prIma edIzIone

Sono trascorsi venticinque anni dall’ultimo intervento di Luigi Giussani ai raduni estivi dell’Associazione Culturale Nueva Tierra, nel luglio del 1985. La sua presenza e soprattutto il suo modo di par- lare appassionato e persuasivo furono la spinta decisiva che determi- nò l’adesione di Nueva Tierra, un movimento nuovo nato dall’ami- cizia e dalla fecondità pastorale di un gruppo di giovani sacerdoti di Madrid, al movimento di Comunione e Liberazione, già presente in Spagna dalla metà degli anni Settanta.

Il giudizio nato a posteriori permette di riconoscere con uno stu- pore ancora più grande l’opera che lo Spirito di Cristo risorto suscitò in quegli anni per il bene di tutto il movimento, non solo in Spagna, e per il bene della Chiesa. Che due realtà numerose e diverse come temperamento e sensibilità diventino una cosa sola è semplicemen- te impensabile. O meglio, proprio perché effettivamente è accadu- to, è qualcosa di eccezionale. Ed “eccezionale” rimanda a “divino”. In questo modo la realtà del movimento di Comunione e Liberazione in Spagna fu segnata da un miracolo, il miracolo dell’unità, che è una delle caratteristiche fondamentali del mistero della Chiesa. Un mira- colo che assunse la forma di un’amicizia intensa e reale fra i respon- sabili delle due realtà che si incontrarono, e che avvenne anche tra i giovani che li seguivano, nonostante le perplessità iniziali.

Don Giussani colse subito in questo evento di unità il “futuro per tutto il movimento”, un’espressione che a metà degli anni Novanta sembrava esagerata, ma che con il tempo avrebbe dato ragione del suo fondamento, specialmente quando il fondatore di Comunione e Liberazione affidò la guida di tutto il movimento a Julián Carrón, uno di quei giovani sacerdoti che diede inizio all’esperienza di Nueva Tierra.

Il testo che riproponiamo raccoglie la lezione che don Giussani tenne durante i raduni estivi di Avila venticinque anni fa. Il tema degli incontri di quell’anno, “Verità di Dio, verità dell’uomo” sarebbe diventato il filo conduttore della testimonianza di Giussani in quei giorni perché, come lui stesso affermò, «questa frase è l’espressione

di tutto quello che abbiamo pensato da sempre come sintesi della vita e dell’azione». In queste pagine sorprendono la semplicità e allo stesso tempo il carattere sistematico con cui don Giussani propose l’avvenimento cristiano e il suo metodo, con un linguaggio accessi- bile a tutti.

A uno di quei giovani, che riconosceva in don Giussani un’autori- tà decisiva per il cammino di Nueva Tierra e gli chiedeva i passi da se- guire sin da allora, il sacerdote lombardo rispondeva: «L’indicazione che vi do è che dovete seguire quelli con cui avete iniziato il vostro cammino e con cui state facendo quel cammino e basta! (…) Questo sì, abbiamo bisogno di essere compagni perché siamo accomunati dalla stessa tensione originale, dallo stesso destino, dallo stesso cam- mino, dalla stessa battaglia. Comunione e Liberazione è la radice e Nueva Tierra il frutto».

Per quelli tra noi che sono stati testimoni di quel primo incon- tro con don Giussani, rileggere queste pagine, e ripercorrere con la memoria quei giorni e tutto quello che è accaduto in seguito, ci fa esclamare con le parole del salmista: “Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia” (Sal 126,3).

Ignacio Carbajosa

Responsabile di Comunione e Liberazione in Spagna Settembre 2010

(..)

TRACCE ,

Incontro di Luigi Giussani con l’associazione culturale Nueva Tierra

Avila, Spagna, 22-24 luglio 1985