Come ci vedono le stelle

dal web

 

 

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“Le cose che Paolo ci ha mostrato ci fanno uscire da questa sala diversi da prima”, commenta Bersanelli. “Abbiamo visto una bellezza non usuale e abbiamo avvertito la vibrazione di chi ne è stupito. Abbiamo visto la bellezza della Terra e dell’Italia viste dal cielo e la responsabilità che abbiamo nel conservarla. Abbiamo visto la grandezza dell’uomo, la sua potenza tecnica, e allo stesso tempo la sua piccolezza di fronte alla vastità dell’universo”. E conclude ricordando lo stupore e la curiosità del Papa nel colloquio con gli astronauti. “In un certo senso, voi siete i nostri rappresentanti, – disse Benedetto XVI – guidate l’esplorazione, da parte dell’umanità, di nuovi spazi e di nuove possibilità per il nostro futuro, andando al di là dei limiti della nostra esistenza quotidiana”.

GUARDANDO LA TERRA… DALLE STELLE

Paolo Nespoli si racconta. Perché esplorare lo spazio?
Come si vede la terra da lassù? L’esperienza dell’astronauta italiano

meeting rimini 2012

 

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Lo sguardo che diventa un abbraccio

«La montagna che Mario sta scalando»

Sette giorni con Melazzini raccontati nel documentario di Emmanuel Exitu, stasera in proiezione. «La Sla? Una fatica che ha un senso»

Quando Exitu gli dà del “briti- sh”, Mario sorride, socchiudendo gli occhi velati da un sottile paio d’occhiali. Appena prima, davan- ti a un’ottantina di persone assie- pate allo stand di Aisla (Associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica), il regista bolognese lo aveva invitato così in chiusura del suo intervento: «E molla ‘sto microfono…». Giù tutti a ridere. Perché differenti lo sono, i due. Ma prima ancora sono amici.

Seduti l’ uno accanto all’ altro, la storia che Mario Melazzini ed Emmanuel Exitu raccontano è prima di tutto lo sbocciare di un’amicizia. Una delle ultime (e liete) sorprese fiorite dopo l’ in- sorgere della malattia capitata al medico 54enne. «Nove anni fa mi diagnosticarono la Sla – rac- conta Melazzini, seduto su quella che lui stesso definisce “la mia carrozza” –. Lo specialista che mi visitò allargò le braccia e disse: mi fermo qui. Potete immaginare il mio stato d’animo». Inizia un calvario. Al culmine del quale Mario afferra la prospettiva del suicidio. «Contattai una clinica svizzera, ero deciso. Ma il corag- gio di salire su un treno e farla

finita non lo trovai mai». Sceglie invece di appartarsi fra i monti che ama da sempre, a Livigno. Ci resta nove mesi, molti dei quali sono un susseguirsi di istanti ran- corosi. Fino a quando scopre, dalla solita finestra di casa, quel che era lì da sempre, sotto i suoi occhi. «Le mie montagne, i “denti di Michele” (punta Cassana). Questa volta senza rab- bia, ammirandone semplicemente la bellezza».

È un nuovo inizio. Fatto sem- pre di immancabile fatica, ma «con dentro un senso». Quale? «La scoperta – dice Melazzini – che ciò che c’è è meraviglioso. E ci è regalato». La tentazione è quella di chiedergli: ti è bastata una montagna a farti passare tutto? «No – risponde –, ma è stato l’accorgersi che la realtà è per me. Nessuna condizione di salute può impedirci di scoprirlo. E questo fa la differenza».

La malattia, allora, non è più guardata solo per quel che può togliere. Su quel calvario comin- ciano a dischiudersi incontri ina- spettati, sguardi ricchi di atten- zione. Eccolo, il segreto. Lo sguardo. Quello che uno poggia sulle cose e quello che si sente

addosso ogni giorno. Il primo dipende dal secondo. «Senza l’abbraccio di chi hai vicino, non fai nulla».

Di questa storia meravigliosa, Emmanuel Exitu ha voluto rac- contare il succo attraverso la vita stessa di Mario. Un documenta- rio di 60 minuti, il dispiegarsi di un’esistenza nei suoi tratti quoti- diani: il lavoro e il rapporto coi pazienti (Mario lavora alla fonda- zione Maugeri), il riposo disteso a letto, il nutrimento tramite peg e il riposo notturno con respirato- re, «benedetto respiratore», ammette sorridendo Mario. Il titolo del video è un netto «Io sono qui». Proiezione fissata que- sta sera, in sala Neri (21.45).

«Melazzini l’ ho visto per la prima volta al Tg2. L’avevano ridotto ad essere l’anti Welby – racconta Exitu –. Io volevo rac- contare storie di speranza. E sono andato da lui». Il regista trascorre diversi giorni nell’ospedale in cui lavora Mario, fingendosi specia- lizzando. «Volevo farmi un’idea prima di girare il documentario. Anzi – ammette – un’idea l’ave- vo già. Sbagliata, però. Pensavo di raccontare una malattia, men- tre ho avuto davanti un uomo.

Ecco, questa è la storia di un uomo, non di un malato». Exitu segue Mario lungo tutta una setti- mana di vita, da quando s’infila il camice al mattino fino al riposo serale. La prima sorpresa è la sua forza inarrestabile. «A un certo punto – rivela – gli ho detto: così non riesco a starti dietro, Mario. Adesso ti buco una gomma della carrozzina…». Un passaggio in particolare, nel documentario di Exitu, rivela il fulcro della nuova coscienza di Melazzini. Lo rac- conta il regista bolognese: «Disteso sul letto, a un certo punto dice: “Noi apparteniamo a qualcun altro, ed è bellissimo esserci, è bellissimo esistere. Indipendentemente… indipen- dentemente da tutto”. Ecco, que- sto è un uomo».

Oggi, oltre che medico, Melazzini è presidente di Aisla e della fondazione AriSla (que- st’ultima si occupa di ricerca per combattere la Sla). Ma tutto è cominciato dallo sguardo a quella montagna. Anzi, è ri-cominciato. «La vera montagna che oggi Mario sta scalando – dice Exitu – non è quella della malattia. È quella della vita».

Cristiano Guarneri

meeting rimini 2012

 

Desire

Io leggo la musica tra i campi di grano
e lungo i fianchi delle colline
nelle tue lacrime disperate
per un dolore senza fine.

Lungo i binari di un vecchio treno
nei sogni grandi di un ragazzino
tra tutte le stelle della notte
e l’ultima del mattino.

E tutta la musica è una strada di luce
che porta a Te amico mio
è come un fiume luminoso
che porta al mare di Dio
come vorrei venire anch’io,
come vorrei…

Io leggo la musica nelle mani
forti e sicure degli amici veri
di chi non vuole dimenticare
che nulla è più come ieri.

Nelle case abbandonate
con il fuoco che brucia ancora
nelle notti di meraviglia
di un cuore che s’innamora.

E tutta la musica…

L’infinito reale

MEETING/ Ecco perché l’infinito non è un’illusione

Costantino Esposito

domenica 19 agosto 2012
Almeno a partire da Cartesio (XVII secolo) nel lessico filosofico il termine “natura umana” non indica più un “dato”, quanto piuttosto un “problema”. Questo problema dice: che cosa distingue l’uomo, nella sua natura peculiare, rispetto agli enti della natura fisica? La risposta di Cartesio è che l’essere umano è essenzialmente un “io” o un “soggetto” identificato con il suo pensiero e in linea di principio (anche se non certo di fatto!) separabile dal suo corpo, o meglio di natura sostanzialmente diversa dalla corporeità.

Ma questo tentativo di risolvere il problema, in realtà lo ha amplificato e lo ha consegnato, irrisolto, ai secoli successivi, tanto che esso getta ancora oggi la sua ombra sul dibattito filosofico. Un “nemico” antico, quello del dualismo tra la mente e il corpo, o tra la mente e il cervello, contro il quale continua a combattere il mainstreamdell’attuale ricerca su ciò che è “specifico” della natura umana e sull’eventuale esistenza di qualcosa che la renderebbe “speciale”, cioè qualitativamente differente, da tutte le altre specie.

è stato senza dubbio lo sviluppo esponenziale delle neuroscienze (a partire dagli ultimi due decenni del secolo XX) a riaprire il problema. Le neuroscienze tentano infatti di spiegare la vita della nostra mente mediante i processi di attivazione elettrochimica dei neuroni e delle sinapsi che formano il tessuto del nostro cervello, considerato nelle sue diverse parti (o “moduli”), ciascuna delle quali sovrintende ai diversi tipi di comportamento della nostra vita percettiva, della nostra vita cosciente (cioè capace di elaborare le proprie esperienze attraverso il linguaggio) e della nostra stessa autocoscienza (mediante la quale avvertiamo il nostro “sé” come il soggetto di un’esperienza vissuta). Ma nel momento in cui riaprono il problema della specificità della natura umana, le neuroscienze portano tendenzialmente a chiuderlo, ritenendo semplicemente un’illusione quella di un “io” che sia più dei suoi fattori cerebrali e di un’individualità che poggi su “qualità” che trascendano la sua matrice neuro-biologica. Sarebbe dunque una pretesa illegittima, come ha fatto una lunga tradizione, ritenere che la “razionalità” – ossia l’intelletto e la volontà libera di una persona – costituisca la specificità sostanziale dell’animale-uomo. Come li ha definiti Daniel Dennett, si tratterebbe in fondo di sweet dreams, i sogni dei “filosofi” e dei “teologi” riguardo all’irriducibilità del nostro spirito, che saranno anche dolci da sognare (e ci permettono di continuare a credere di essere “unici” e padroni di noi stessi), ma restano pur sempre delle mere credenze della nostra mente, sebbene le ricerche delle scienze empiriche ci attestino una realtà deterministica molto meno “dolce” da accettare.

Di qui nasce l’interrogativo: ma chi siamo veramente noi, se la causa di ciò che crediamo unicamente “nostro” non siamo noi stessi, ma è il funzionamento biologico del (nostro) cervello? E in definitiva noi siamo il “soggetto” o semplicemente il “prodotto” delle nostre funzioni?

Non mancano coloro che, rispetto allo strapotere delle neuroscienze, puntano decisamente su fattori non spiegabili in via esclusivamente cerebrale, come le strutture del linguaggio innate nella nostra mente, che costituirebbero un vero e proprio salto qualitativo o ontologico della natura umana – o della specie “uomo” – rispetto alle altre specie animali (Noam Chomsky, e in Italia Andrea Moro); o come la cosiddetta “estensione” della nostra mente al di là del nostro cervello, nel rapporto con il mondo esterno, sia fisico che culturale (Andy Clark e David Chalmers, e in Italia Michele Di Francesco), o l’“incarnazione” della mente nelle attività del corpo di un soggetto che percepisce il mondo circostante (Alva Noë).

Ma si tratta di tentativi che hanno sempre l’onere di giustificarsi rispetto alla matrice neurobiologica, assunta come la base indiscutibile e il metro di misura di ogni spiegazione “scientifica” della natura umana. Insomma, per capire “oggettivamente” il proprium di quest’ultima, non è tanto all’esperienza vissuta in cui noi “sentiamo” soggettivamente noi stessi e il mondo che dobbiamo rivolgerci, quanto piuttosto alle tecniche di rilevamento cerebrale, come le immagini fornite dalla “Risonanza magnetica funzionale”.

Ma questo naturalismo neuro-biologico ha un rovescio apparentemente contrario, in realtà complementare e solidale, vale a dire la tendenza “nichilistica” e “relativistica” di buona parte del pensiero contemporaneo, che mette in discussione la visione classica e soprattutto ebraico-cristiana dell’uomo come l’apice della creazione, in virtù della sua ragione e della sua libertà. Almeno a partire da Nietzsche (e poi con autori quali Heidegger e Foucault, ciascuno naturalmente a suo modo) uno dei compiti assunti dal pensiero contemporaneo “di tendenza” sembra essere quello dell’anti-antropocentrismo, della destituzione del soggetto umano come il “signore” della natura e il fine del mondo intero. Non che oggi non si parli più di scopi umani nel mondo, ma si afferma che essi – riprendendo una posizione di Kant – non possono più essere trovati nell’uomo come un dato esistente, cioè nel suo stesso “essere”, bensì nel suo “dover essere”, nella responsabilità morale o negli scopi che la ragione è chiamata a realizzare attraverso la “cultura” e l’organizzazione della società (è la posizione di Habermas). La natura umana non va più pensata in rapporto con il suo creatore, ma solo come l’impegno etico (e magari eco-sostenibile) della propria auto-realizzazione.

La prospettiva del nichilismo culturalistico ha in comune con il monismo naturalistico la considerazione dell’“io” come illusione metafisica, solo che in questo caso l’individuo umano è interpretato come l’esito delle narrazioni culturali e delle costruzioni sociali. Insomma la natura umana, soprattutto in quella sua emergenza individuale che fa dire a ciascuno di noi di essere una realtà unica e irripetibile, sarebbe o una pretesa illusoria o una costruzione culturale.

Eppure resta aperta una questione: da dove nasce questa illusione del nostro io, da cui non possiamo liberarci, nonostante tutte le spiegazioni neurobiologiche e culturali che ne forniamo? Si dirà: è solo questione di tempo, perché ciò di cui per ora è consapevole solo un’avanguardia di scienziati e di filosofi possa diventare convincimento comune. In fondo non accade lo stesso quando vediamo “sorgere” il Sole la mattina, e questo ci riempie di meraviglia e di commozione, pur sapendo esattamente che il Sole non sorge affatto ma è la Terra che gira attorno ad esso? Siamo stupiti, insomma, per qualcosa che sappiamo essere – contro-intuitivamente – un’illusione ottica! Certo, nel caso del nostro io individuale l’illusione saremmo noi stessi (cosa che renderebbe questa “illusione” diversa da tutte le altre, come John Searle ha obiettato a Dennett), e quindi alla fine dovremmo considerarci come creature che “sentono” emozioni e desideri, nutrono aspettative e sogni, sapendo che in realtà sono solo esseri determinati dai meccanismi neuronali e sociali.

Il fatto è però che questo fenomeno della nostra auto-coscienza, per quanto ci impegniamo a spiegarlo come l’esito di un determinismo fisicalista o culturalista, resiste nell’esperienza che abbiamo di noi stessi.

Possiamo definirlo come una credenza dura a morire o come un residuo misterioso della spiegazione deterministica, ma esso chiede di essere preso sul serio dalla stessa ricerca scientifica, non neutralizzato come qualcosa che col tempo sarà anch’esso riducibile ai meccanismi del nostro cervello o come qualcosa che, in quanto non riducibile, è semplicemente “indeterministico” o addirittura irrazionale. Come riconoscono alcuni degli esponenti dello stesso dibattito neuroscientifico (penso in Italia a Mario De Caro, Andrea Lavazza e Giuseppe Sartori), non bastano i soli rilevamenti della neurobiologia per venire a capo dell’identità libera dell’individuo personale.

Per affermare il mistero razionale dell’irriducibilità dell’individuo umano non siamo affatto costretti a negare la validità dei rilevamenti delle scienze empiriche sul nostro cervello. Ma d’altra parte non dobbiamo censurare o eliminare il “dato” – altrettanto empirico – della persistenza della coscienza di un nostro “sé” personale. Tutto il problema dell’esistenza di una specifica “natura umana” si gioca a questo livello.

Già Kant si era chiesto, nella Critica della ragion pura, come mai la ragione umana, pur sapendo che non potrà mai conoscere empiricamente l’anima (ossia l’io come sostanza spirituale) così come conosce il suo corpo, continua inevitabilmente a cadere in questa “illusione” o “parvenza”. La sua risposta è che la ragione umana è, per sua “natura”, metafisica, cioè tende strutturalmente a cogliere l’incondizionato e l’infinito, pur senza mai poterlo afferrare. Oggi, proprio con il guadagno di sempre nuovi dati empirici circa il funzionamento cerebrale e il condizionamento culturale che sottendono la nostra mente, e quindi la nostra coscienza, questa “illusione” lungi dall’essere stata eliminata mostra forse il suo vero volto: non quello di un antico auto-inganno, ma quello di un rapporto strutturale con l’infinito. Si cerchi pure di trovare il particolare meccanismo del nostro cervello che produrrebbe questo rapporto con l’incondizionato (vale a die con la totalità dell’essere, con il senso ultimo di sé e delle cose e addirittura con la capacità di pensare il “niente”): ebbene questo non sarebbe una liquidazione di tale rapporto, ma probabilmente attesterebbe che il nostro stesso cervello è fatto per qualcosa di più grande di sé.

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La cava di pietra

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Poesia scritta da Sua Santità Giovanni Paolo II in occasione di un incidente mortale sul lavoro, avvenuto nella cava di calcare in cui aveva lavorato come manovale dal 1940 al 1944.

Testo scelto per l’apertura ufficiale della Giornata Nazionale per le Vittime degli incidenti sul lavoro, realizzata ogni anno la seconda domenica di ottobre da:

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CAVA DI PIETRA

Non era solo.

I muscoli che alzavano la mazza, gonfi di energia, lo innestavano in una folla immensa.

Durò sinchè i suoi piedi calcarono la terra.

Poi una pietra
gli frantumò le tempie,
gli spezzò le fibre del cuore.

Raccolsero il suo corpo, lo portarono via in una lunga fila silenziosa.

Da lui grondava ancora la fatica, i torti subiti.

Loro vestiti con le tute grigie,
le scarpe grosse nel fango,
erano il simbolo di tutto ciò che deve cambiare nella situazione dell’uomo.

Il tempo si fermò sui contagiri, le lancette scattarono precipitando sullo zero.

La pietra bianca si avvinghiò al suo essere, fece di lui stesso una pietra.

Chi toglierà la pietra dal suo corpo? Chi crescerà di nuovo
pensieri fra le tempie fracassate? Così si sgretola l’intonaco sui muri.

Lo stesero in silenzio
sopra un mucchio di ghiaia. Venne affranta la moglie, venne il figlio da scuola.

Fino a quando?
Deve passare ad altri la sua collera. Essa era vista in lui
ad un amore suo, ad una
verità tutta sua.

Possono le generazioni utilizzarla soltanto come pietra, privarlo del suo significato autentico?

E di nuovo rimossero la ghiaia. Il carrello riprese
a muoversi, tra i fiori.
La sega elettrica incise nuovamente la cava.

Ma il compagno si porta via con lui la struttura più intima del mondo.

Esploderà l’amore finalmente, un giorno,
quanto più alimentato
dall’ira dell’oppresso.

Karol Wojtyla

Una margheritina nell’erba

“ Non si può capire una cosa, non si ha alcun mezzo per servirsene in modo adeguato, se non si capisce ciò che questa cosa è stata chiamata a fare e a significare, se non se ne capisce la posizione, nella comunione totale delle cose visibili e invisibili, se non se ne ha un’idea generale, se non se ne ha un’idea universale, se non se ne ha un’idea cattolica.

Certo anche senza un’idea generale della terra e del cielo si possono fare delle poesie molto graziose, si possono cesellare delicate opere d’arte, si possono mettere insieme dei gingilli curiosi e interessanti. Ma (…) anche per il semplice volo di una farfalla ci vuole il cielo intero. Non si può capire una margheritina nell’erba, se non si capisce il sole tra le stelle.”

P. Claudel

The dreamer

i’m just a dreamer but i’m hanging on
though i am nothing big to offer
i watch the birds, how they dive in then gone
it’s like nothing in this world’s ever still

and i’m just a shadow of your thoughts in me
but sun is setting, shadows growing
a long cast figure will turn into night
it’s like nothing in this world ever sleeps

oh sometimes the blues is just a passing bird
and why can’t that always be
tossing aside from your birches crown
just enough dark to see
how you’re the light over me

and by your side, girl, where the acres grow
into the strong and stunning meadow
a cowboy stumbling in the finest field
and nothing good out there won’t be old

oh sometimes the blues is just a passing bird
and why can’t that always be
tossing aside from your birches crown
just enough dark to see
how you’re the light over me

sometimes the blues is just a passing bird
and why can’t that always be
tossing aside from your birches crown
just enough dark to see
how you’re the light over me.

Quando l’amore entra in scena…

 

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D. G. Friedrich

Cent’anni fa due capolavori del teatro nascono a Parigi da personalità di autori diversissime: L’annuncio a Maria di Paul Claudel e Miguel Manara di O.l. Miloszc. Storie d’amore potenti, fortissime e memorabili. Da allora – anche se i media e la cultura dominante provano a ignorarli – Violaine, Pietro di Craon, Manara-don Giovanni, Anna Vercors, Giacomo Hury, hanno parlato dell’amore a tante generazioni. Facendo vedere come ogni misura non tiene quando l’amore entra in scena. E la scena cambia…
Una lettura commentata di un poeta, la forza di una cantante appassionata.
La voce de L’Annuncio a Maria e del Miguel Manara in un concerto poetico e cantante.

meeting Riming 2012, Non ti amo perchè è giusto….