Un avvenimento dirompente

(..)L’errore di partenza dei giudici di Strasburgo e della maggior parte dei legislatori nazionali è quello di mettere sullo stesso piano due cose profondamente diverse: il concepimento naturale, che avviene grazie al rapporto sessuale fra un uomo e una donna, e quello extracorporeo, che avviene per intervento tecnico che mette in contatto gameti maschili e femminili, al di fuori di un incontro sessuale umano. Nel primo caso il concepito è un avvenimento, nel secondo è un prodotto. Nel primo il nuovo nato incarna una novità imprevista che irrompe nel mondo, nel secondo non c’è novità né imprevisto, perché il neonato è semplicemente il risultato dei fattori immessi intenzionalmente nel sistema. Nel primo caso il nascituro è un soggetto libero, anche se dovesse venire al mondo con handicap e malformazioni, nel secondo caso non è libero, perché è solo la risultante della dettagliata volontà altrui, tecnologicamente tradotta in realtà.

Mettendo sullo stesso piano le due cose la Corte di Strasburgo in realtà spiana la strada alla diffusione e infine all’egemonia della fecondazione assistita: se si accetta l’idea che non c’è discrimine morale fra uomo-avvenimento e uomo-prodotto, tutti si sposteranno sul concepimento che rende possibile il secondo, perché potranno controllarne la qualità sin dalla fase progettuale. Nel futuro avremo sempre più uomini-prodotto, la cui autocoscienza sarà la seguente: «io esisto così perché i miei genitori e i tecnici di laboratorio mi hanno voluto così; se avessi avuto difetti, non mi avrebbero lasciato venire al mondo; io non sono io: io sono in tutto e per tutto espressione della loro volontà». Che questa sentenza rappresenti una formidabile spinta al business miliardario della fecondazione assistita è solo un corollario della premessa giurisprudenziale, che accetta la reificazione dell’uomo. Reificazione e commercializzazione dell’umano si rinforzano reciprocamente: la seconda deriva dalla prima, ma poi la sete di profitto spinge sempre più in là il limite dell’accettabile. Anziché vigilare sui diritti umani, la Corte di Strasburgo ha ridotto l’uomo a una cosa. Complimenti.

Leggi di Pi�: Legge 40 e Legge 194. Corte di Strasburgo | Tempi.it
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Un uccello chiuso in gabbia

(..) «C’è fannullone e fannullone. C’è chi è fannullone per pigrizia […]. Poi c’è l’altro tipo di fannullone, il fannullone per forza, che è roso intimamente da un grande desiderio di azione, che non fa nulla perché è nell’impossibilità di fare qualcosa, […] perché è come in una prigione, chiuso in qualche cosa, perché la fatalità delle circostanze lo ha ridotto a tal punto; non sempre uno sa quello che potrebbe fare, ma lo sente d’istinto: eppure sono buono a qualcosa, sento in me una ragione d’essere! […] Un uccello chiuso in gabbia in primavera sa perfettamente che c’è qualcosa per cui egli è adatto, sa benissimo che c’è qualcosa da fare, ma che non può fare: che cosa è? Non se lo ricorda bene, ha delle idee vaghe […] e batte la testa contro le sbarre della gabbia. E la gabbia rimane chiusa e lui è pazzo di dolore».

Van Gogh è tristemente cosciente dell’incomprensione di cui è fatto oggetto, rappresentata dal dileggio che gli uccelli liberi dalla gabbia gli rivolgono. Nel prosieguo della lettera il pittore racconta di aver fatto esperienza di quanto possa davvero liberare la condizione umana: «Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte. Ma dove rinasce la simpatia, lì rinasce anche la vita».(..)

ilsussidiario.net, Letture / Da Van Gogh a Camus, il dramma dell’attesa che non trova risposta

Nel silenzio le risposte

 

Le parole ci servono, ma non sono il nostro obiettivo. il papa indica un’esperienza. simile al “lampo” dell’anziano peter….

Circa dieci anni fa sono diventato amico di un uomo anziano, Peter Kavanagh; era il fratello minore del grande poeta irlandese Patrick Kavanagh, uno che non esitava a definirsi un “poeta cattolico” e scriveva poesie che rendevano testimonianza alla creazione e alla Presenza che riconosceva nelle cose di ogni giorno. Peter era docente di poesia, una vocazione che aveva seguito per stare vicino e tutelare suo fratello. Entrambi erano consapevoli dei limiti della parola. La cosa importante per una poesia, era solito dire Patrick, era “il Lampo”. Con questo termine voleva esprimere l’irrompere dell’eccezionale, dell’inatteso, dell’Altro. Una volta chiesi a Peter come avrebbe definito la relazione fra le parole di una poesia e il suo contenuto ineludibile, il Lampo. «Le parole – mi rispose – sono la parte meno importante di una poesia. In una poesia le parole si consumano, e resta l’incredibile filo di qualcosa fuori dal comune».
Ho pensato a Peter leggendo il recente messaggio che papa Benedetto XVI ha diffuso in previsione della quarantaseiesima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che si terrà il prossimo 20 maggio: “Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione”.
La nostra cultura ci spinge a vedere e ad ascoltare parole come la chiave di ogni genere di comprensione. Noi “spieghiamo” le cose, o ascoltiamo delle “spiegazioni”. Leggiamo qualcosa e in qualche modo diventa parte della nostra coscienza, o almeno siamo indotti a crederlo. Ma il Papa ci chiede di fermarci e di riflettere. Le parole richiedono silenzio, ci dice, le due cose operano insieme, sono «due momenti della comunicazione che devono equilibrarsi, succedersi e integrarsi per ottenere un autentico dialogo e una profonda vicinanza tra le persone».
Nel chiacchiericcio del mondo moderno, non è facile trovare e coltivare il silenzio. Ma tutte le domande nascono dal silenzio, e tutte le risposte in fondo si possono trovare solo lì. Il Papa lo ha chiamato «il silenzio di Dio». Il silenzio diventa contemplazione, che ci introduce dentro il silenzio di Dio, dal quale nasce una Parola nuova, la Parola redenta.
Quando parliamo di Dio, come ci ricordava don Giussani, cerchiamo le parole meno inadeguate per descriverlo, sempre consapevoli che tutti i nostri tentativi di comprensione sono goffi. Si può arrivare alla verità solo nel distacco, nello spazio e nelle pause.
«Nel parlare della grandezza di Dio – ha scritto il Santo Padre – il nostro linguaggio risulta sempre inadeguato e si apre così lo spazio della contemplazione silenziosa. Da questa contemplazione nasce in tutta la sua forza interiore l’urgenza della missione, la necessità imperiosa di “comunicare ciò che abbiamo visto e udito”, affinché tutti siano in comunione con Dio (cfr. 1Gv 1,3)».
È uno strano paradosso: abbiamo bisogno di pronunciare le parole, per quanto limitate, per rendere possibile lo spazio fra loro, ma le parole di per sé non conducono a nulla. Al massimo, inducono nell’ascoltatore o nel lettore un senso di identificazione che si fa più forte quando si fa strada il silenzio. In realtà, non c’è altra comunicazione se non il reciproco scambio di esperienze. Capiamo solo ciò che già conosciamo. Le parole aiutano, ma non sono l’obiettivo finale della nostra riflessione.

 

John Waters, Tracce.it, I fatti rispondono, Ogni domanda si trova nel silenzio

 

 

Unirci alla danza

«Possono i poeti  / essere salvati? Non è facile / credere a un’inconoscibile giustizia / o pregare in nome di un amore / il cui nome si è scordato: libera / me, libera C (il caro C) / e tutti i poveri figli di cagna / che non ne fanno una giusta, risparmiaci / nel giorno più giovane in cui / verremo riscossi dal sonno e i fatti saranno fatti / (e saprò esattamente che cosa è accaduto / oggi tra mezzogiorno e le tre) / perché si possa anche noi venire al picnic / senza nulla da nascondere e unirci alla danza / che si muove in pericoresi, / girare intorno all’albero che resta» (Compieta, 49-64).

 

W.H. Auden

dal ilsussidiario.net , Auden e il dramma dell’uomo: negare o accogliere Dio

Lo steddazzu

LO STEDDAZZU

L’uomo solo si leva che il mare e ancor buio

e le stelle vacillano.  Un tepore di fiato

sale su dalla riva, dov’è il letto del mare,

e addolcisce il respiro.  Quest’è l’ora in cui nulla

può accadere. Perfino la pipa tra i denti

pende spenta.  Notturno è il sommesso sciacquio.

L’uomo solo ha già acceso un gran fuoco di rami

e lo guarda arrossare il terreno.  Anche il mare

tra non molto sarà come il fuoco, avvampante.

Non c’è cosa più amara che l’alba di un giorno

in cui nulla accadrà.  Non c’è cosa più amara

che l’inutilità.  Pende stanca nel cielo

una stella verdognola, sorpresa dall’alba.

Vede il mare ancor buio e la macchia di fuoco

a cui l’uomo, per fare qualcosa, si scalda;

vede, e cade dal sonno tra le fosche montagne

dov’è un letto di neve.  La lentezza dell’ora

e spietata, per chi non aspetta più nulla.

Val la pena che il sole si levi dal mare

e la lunga giornata cominci?  Domani

tornerà l’alba tiepida con la diafana luce

e sarà come ieri e mai nulla accadrà.

L’uomo solo vorrebbe soltanto dormire.

Quando l’ultima stella si spegne nel cielo,

l’uomo adagio prepara la pipa e l’accende.

Cesare Pavese

 

Emanciparsi dai 5 sensi

(..)I tiranni di tutti i tempi, infatti, dimostrano la capacità e l’utilità di riscrivere la storia più volte per adattare il passato alla “linea politica” del presente o per eliminare certi dati che non rientrano nella loro ideologia. Il pensiero ideologico, in questo modo, diventa indipendente da ogni esperienza reale che di conseguenza non può comunicargli nulla di nuovo, neanche se si tratta di un evento rilevante o appena accaduto[28]. A proposito del pensiero ideologico, Hannah Arendt aveva già scritto

Emancipatosi dalla realtà dei cinque sensi…le ideologie…ordinano i fatti in un meccanismo assolutamente logico, che parte da una premessa accettata in modo assiomatico, deducendone ogni altra cosa; procedono con una coerenza che non esiste affatto nel regno della realtà[29].

Anche se l’idea di Arendt è che ad un certo punto la menzogna diventi evidente, rivelandosi antiproducente, è comunque necessario divenire consapevoli della sua esistenza come prassi politica e riconoscere figure apparentemente innocue per quello che possono essere e costituire.

In quest’ottica, oltre alle forme classiche, attualmente esistono due varietà più recenti dell’arte di mentire. La prima di queste riguarda l’attività degli esperti di pubbliche relazioni negli affari di governo che, per Arendt, non sono altro che una variante di pubblicità ed hanno quindi origine nella società dei consumi e seguono le logiche dell’economia di mercato. Come premessa psicologica predisponente alla loro azione esiste la disponibilità degli uomini e delle donne a farsi manipolare, disponibilità che è diventata oggi una delle merci più importanti sul mercato dell’opinione pubblica istruita. La cosa appare evidente nell’idea ormai comune tra gli intellettuali che la metà dell’attività politica consista nella creazione dell’immagine e l’altra metà nel far credere all’immagine creata[30].(..)

 

tratto da Laura Moschini ,L’attualità di Hanna Arendt nelle politiche di Genere. La menzogna in politica

I bambini come Dio

(..)C’è anche un altro modo per il grande scrittore inglese di stupirsi di tutte le cose: ed è diventare come i bambini. Continua Casotto: «I bambini sono come Dio: vivi, vivaci e liberi. Soprattutto sono ripetitivi e ti possono chiedere di rileggere la stessa fiaba dieci volte. Proprio come Dio che, per Chesterton, è bambino e guarda il sole tutte le mattine sorgere e dice: bello, ancora. E succede così da millenni e potrebbe succedere per altri millenni».

E se anche non riuscissimo a stupirci dell’orario ferroviario, come Chesterton, di sicuro rimarremmo stupiti nell’incontrare un uomo: «Perché l’avventura più affascinante della vita – afferma Casotto con Chesterton – è lasciarsi colpire dall’esserci di una persona, non dai suoi errori o successi. L’essere per Chesterton era la cosa più affascinante del mondo e il “qualcosa” era sempre meglio del nulla. E ci sono due qualcosa per lui che costituiscono il vero enigma della realtà: quella creatura chiamata uomo e quell’uomo chiamato Gesù».(..)

Leggi di Pi�: Meeting, Chesterton alla ribalta | Tempi.it

Maestro di contrasto

L’odio

Guardate com’e’ sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli e’ facile avventarsi, agguantare.

Non e’ come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta,il suo non e’ mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce,ma lo rafforza.

Religione o non religione-
purché ci si inginocchi per il via.
Patria o no-
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene, all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, questi altri sentimenti-
malaticci e fiacchi.
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione e’mai
giunta prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina,che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:
sa creare bellezza.
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile e’ il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.

E’ un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio,
tra sangue rosso e neve bianca.

E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata

In ogni instante e’ pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare, aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro
– lui solo.

 

Wislawa Szymborska: l’odio, Maestro del contrasto