L’imprevisto

PRIMA DEL VIAGGIO

Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni;

si consultano
le guide Hechette e quelle dei musei,
si cambiano le valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi;

prima del viaggio s’informa
qualche amico o parente, si controllano
valige e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si da’ un’occhiata al testamento, pura
scaramnzia perche’ i disastri aerei
in percentuale sono nulla;

prima
del viaggio si e’ tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto e’ OK e tutto
e’ per il meglio e inutile.

E ora che ne sara’
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
senza saperne nulla.
 Un Imprevisto
e’ la sola speranza.
 Ma dicono
ch’e una stoltezza dirselo.

E.Montale

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Pane e circo

(..)La parola d’ordine della massa erapanem et circenses, pane e circo. Il pane e il gioco sarebbero dunque i contenuti vitali di una società decadente che non ha altri obiettivi più elevati. Ma se anche si accettasse questa spiegazione, essa non sarebbe assolutamente sufficiente. Ci si dovrebbe chiedere ancora: in cosa risiede il fascino di un gioco che assume la stessa importanza del pane? Si potrebbe rispondere, facendo ancora riferimento alla Roma antica, che la richiesta di pane e gioco era in realtà l’espressione del desiderio di una vita paradisiaca, di una vita di sazietà senza affanni e di una libertà appagata. Perché è questo che s’intende in ultima analisi con il gioco: un’azione completamente libera, senza scopo e senza costrizione, che al tempo stesso impegna e occupa tutte le forze dell’uomo. In questo senso il gioco sarebbe una sorta di tentato ritorno al Paradiso: l’evasione dalla serietà schiavizzante della vita quotidiana e della necessità di guadagnarsi il pane, per vivere la libera serietà di ciò che non è obbligatorio e perciò è bello.

Così il gioco va oltre la vita quotidiana. Ma, soprattutto nel bambino, ha anche il carattere di esercitazione alla vita. Simboleggia la vita stessa e la anticipa, per così dire, in una maniera liberamente strutturata. A me sembra che il fascino del calcio stia essenzialmente nel fatto che esso collega questi due aspetti in una forma molto convincente.

Costringe l’uomo a imporsi una disciplina in modo da ottenere con l’allenamento, la padronanza di sé; con la padronanza, la superiorità e con la superiorità, la libertà. Inoltre gli insegna soprattutto un disciplinato affiatamento: in quanto gioco di squadra costringe all’inserimento del singolo nella squadra. Unisce i giocatori con un obiettivo comune; il successo e l’insuccesso di ogni singolo stanno nel successo e nell’insuccesso del tutto.

Inoltre, insegna una leale rivalità, dove la regola comune, cui ci si assoggetta, rimane l’elemento che lega e unisce nell’opposizione. Infine, la libertà del gioco, se questo si svolge correttamente, annulla la serietà della rivalità. Assistendovi, gli uomini si identificano con il gioco e con i giocatori, e partecipano quindi personalmente all’affiatamento e alla rivalità, alla serietà e alla libertà: i giocatori diventano un simbolo della propria vita; il che si ripercuote a sua volta su di loro: essi sanno che gli uomini rappresentano in loro se stessi e si sentono confermati. Naturalmente tutto ciò può essere inquinato da uno spirito affaristico che assoggetta tutto alla cupa serietà del denaro, trasforma il gioco da gioco a industria, e crea un mondo fittizio di dimensioni spaventose.

Ma neppure questo mondo fittizio potrebbe esistere senza l’aspetto positivo che è alla base del gioco: l’esercitazione alla vita e il superamento della vita in direzione del paradiso perduto. In entrambi i casi si tratta però di cercare una disciplina della libertà; di esercitare con se stessi l’affiatamento, la rivalità e l’intesa nell’obbedienza alla regola.

Forse, riflettendo su queste cose, potremmo nuovamente imparare dal gioco a vivere, perché in esso è evidente qualcosa di fondamentale: l’uomo non vive di solo pane, il mondo del pane è solo il preludio della vera umanità, del mondo della libertà. La libertà si nutre però della regola, della disciplina, che insegna l’affiatamento e la rivalità leale, l’indipendenza del successo esteriore e dell’arbitrio, e diviene appunto, così, veramente libera. Il gioco, una vita. Se andiamo in profondità, il fenomeno di un mondo appassionato di calcio può darci di più che un po’ di divertimento.

Leggi di Più: Euro 2012: Ratzinger spiega dove sta la bellezza del calcio | Tempi.it

L’opera ben fatta

Il denaro di C. Pegùy
Fonte:    Città Nuova

Uno sguardo penetrante e chiaroveggente, una sincerità schietta e saporosa. Utile per i nostri giorni.
“Il denaro” di Charles Péguy

In tempi di massima confusione economica, in cui nessuno sembra ormai capace di trovare il bandolo di una matassa che inesorabilmente ci impoverisce giorno dopo giorno, forse bisognerebbe tornare a studiare seriamente Péguy. E rileggere la sua opera poetica e la vasta opera in prosa, tutte ispirate da una tensione concreta allo spirituale – incarnato e vissuto in una terra, in un tempo, in un impegno necessario –, che ha pochi confronti, che è specificatamente e squisitamente cristiano: infatti genera, oltre gli umori e gli slanci, uno sguardo penetrante e chiaroveggente, e una sincerità schietta e saporosa che l’intelligenza sostiene e fa energica, senza mai inquinarla di astrattezza.
Péguy è uno scrittore “dimenticato”, “perdente”, considerato dall’ignoranza culturale di oggi un po’ sognatore, un po’ reazionario, socialista utopico e cristiano ingenuo. Ma leggiamo queste parole: «Il popolo non esiste più. Tutti sono borghesi. (…) L’antica borghesia si è trasformata in una borghesia squallida, una borghesia del denaro. Quanto agli operai, hanno ormai un’idea soltanto: farsi borghesi. Ed è proprio ciò che accade, anche se magari dicono di diventare socialisti».
Parole tratte da Il denaro (L’argent, 1913), che Péguy inserì nella formidabile impresa dei suoi Quaderni quindicinali, scritti poco prima di partire volontario, e morire, in guerra.
Egli vide trasformarsi la Francia, a cavallo tra i due secoli, in una società borghese secolarizzata, esattamente come Pasolini vide trasformarsi l’Italia in modo analogo negli anni ’60 ‑ ’70 del Novecento.
Stigmatizzava il partito “intellettuale” e “burocratico” corruttore del popolo perché portatore di un laicismo degenerato «nel più grottesco sistema metafisico che si sia mai visto al mondo, uno dei più terribili sistemi d’oppressione delle coscienze»; e di un socialismo anch’esso degenerato in «esasperazione degli istinti borghesi nel mondo operaio».
«Tutto il male è venuto dalla borghesia (…). Si è messa a trattare il lavoro dell’uomo come un valore di borsa e il lavoratore si è messo, lui pure, a trattare come un valore di borsa il proprio stesso lavoro».
L’età moderna è il tempo della «povertà di cuore», del «bisogno», persino, «di sterilità»; di quella «mancanza di attenzione», dice Péguy anticipando Simone Weil, che diventa disamore al lavoro, all’opera.
L’«opera ben fatta» non era solo la produzione caratteristica di una società preindustriale, artigianale, patriarcale, sacrale. Era prodotto e segno di una concezione profondamente spirituale della vita, della natura, della società, che diventava attuazione concreta della «città armoniosa» dell’uomo. «Ho veduto, durante tutta la mia infanzia, impagliare seggiole – sta parlando anche della propria madre – con lo stesso identico spirito, e col medesimo cuore, con i qualiquel popolo aveva scolpito le proprie cattedrali (…). E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali».
Gli storici moderni rilevano i limiti dell’utopia di Péguy: non si può ritornare al passato, dicono.
A me il problema sembra mal posto. La corruzione denunciata da Péguy è corruzione d’anima, non di strumenti di produzione: riguarda il cattivo uso dei beni come il cattivo scambio dei beni. Corruzione ben più profonda e radicale dei vizi pur gravi di una stagione economica; in quella direzione dobbiamo riflettere, rileggendo, perciò, un’opera grande, geniale e misconosciuta.
Giovanni Casoli

Dai risultati

(..)E perché cercare di mettere le cose a posto non è giusto?

Perché non sono io…

Perché è sbagliato essere razionalisti? Semplicemente perché dobbiamo dire qualcosa contro il razionalismo? Perché ce la siamo presa con il razionalismo?
Perché non sono io che faccio la realtà.
Ho capito bene quello che hai detto, che cioè tu sei a terra?

Sì.

Ti corrisponde essere a terra? No, allora questa è la questione! Noi dobbiamo vedere la irragionevolezza di certi atteggiamenti dai loro risultati, perché è così che capiamo qual è la natura dell’errore. Capisci perché don Giussani insiste nel lavoro sullo “strumento del pensiero”? Perché se tu usi in modo razionalista la ragione, ti ritrovi a terra, anche con tutti i tentativi; non è che non fai niente, come dicevi, fai tante cose, ti agiti in tante cose (come la Marta evangelica), ma una sola cosa è necessaria, e non in un senso “mistico” del termine come tante volte fraintendiamo; no, devo fare un uso della ragione in modo che possa cogliere il fondamento dell’apparenza di quello che faccio, perché così, allora, tutto acquista il suo posto, e non perché lo metti a posto tu, ma perché, trovando il punto sorgivo, il significato di tutto, tutto riacquista il suo giusto peso. Non è un equilibrismo che dobbiamo cercare di ottenere in mezzo a tutta la bagarre, sarebbe impossibile. (..)

J. Carròn , Appunti di sdc, 20/06 /2012

 

La vibrazione dell’essere

(..)Don Carrón durante la giornata di inizio anno di Cl, ha ricordato una lettera in cui don Giussani scriveva ad Angelo Majo: «Un po’ di sere fa, pensando, ho scoperto che l’unico amico mio eri tu». E perché lo considera amico? Perché «quella vibrazione ineffabile e totale nel mio essere di fronte alle “cose” e alle “persone” non riesco a captarla se non nel tuo modo di reagire». Don Carrón commenta: «Tra le tante cose a cui don Giussani poteva guardare per identificare chi gli era amico, quale indica? Ancora una volta ci spiazza: non una intelligenza particolare, non una capacità di dominare il suo pensiero, non una coerenza etica da ammirare, ma la “vibrazione ineffabile e totale” davanti all’essere, che lui coglie nel modo di reagire del suo amico».

In questa vibrazione consiste la carità come Avvenimento, vibrazione per il fatto che la realtà esiste, che esisto, che le persone esistono. Questa esperienza ha cominciato a convertirsi in carne il giorno in cui don Giussani mi ha abbracciato. Da quel giorno, anche nei miei momenti di maggiore confusione, questa vibrazione non è mai diminuita grazie a volti ben precisi, con nomi e cognomi nei quali questa vibrazione è evidente, palpabile. Infatti, si è convertita nello strumento di cui l’Essere Assoluto si è servito per mostrare al mondo in forma concreta la sua presenza, la sua carità. Nell’alzarmi al mattino il primo sentimento che provo è quello di riconoscere immediatamente l’essere: io esisto, padre Paolino esiste, padre Oscar esiste, padre Daff esiste. Questa coscienza è la prima ragione forte che mi unisce a ognuno di loro e a tutti. L’unica cosa che importa non è la simpatia o l’antipatia, ma il fatto che loro esistono. Questo è l’inizio della casa come luogo dell’essere. Se la vibrazione dell’essere è la prima reazione dopo essermi svegliato, la seconda è guardarmi, guardarli e guardare tutto con il cuore, sapendo che tutti e ognuno sono «Tu che mi fai». In questa posizione non è eliminata la fatica del temperamento o il modo di essere di ciascuno (la nostra casa è un “circo” in cui si trova di tutto), ma tutto questo non può non rientrare nella vibrazione dell’essere, perché io esisto, Paolino esiste, Oscar esiste, Daff esiste ed è questa la commozione che mi muove e rende possibile ciò che è impossibile.(..)

 
paldo.trento@gmail.com

Leggi di Più: Aldo Trento: Amo i miei malati perché esistono | Tempi.it

La riduzione del desiderio

(..)«Ho già risposto prima. Aggiungerei che manca bellezza. Se la verità è amore che si manifesta, la bellezza è amore che si realizza. Quando Dante entra in Paradiso, sente e vede cose che provocano questa reazione: “La novità del suono e ‘l grande lume / di lor cagion m’accesero un disio / mai non sentito di cotanto acume”. Sperimenta un desiderio mai provato prima di allora, causato da cosa? La novità della bellezza percepita. Senza bellezza spariscono il bene e la verità. Il bene perde desiderabilità e la verità non ha più forza persuasiva. Già lo diceva Leopardi: “Ma con l’esperienza, (il giovane) trovandosi sempre in mezzo ad eccessive piccolezze, malvagità, sciocchezze, bruttezze ecc. A poco a poco si abitua a stimare quei piccoli pregi che prima disprezzava, a contentarsi del poco, a rinunziare alla speranza dell’ottimo o del buono, e a lasciar l’abitudine di misurar gli uomini e le cose con se stesso”. La sfida è trovare la bellezza nascosta nel quotidiano, trasformando in versi la prosa dell’ordinario».(..)

Luigi Giussani

C’è qualcuno

Aspettando Elvira Parravicini

La testimonianza di Evira sul nuovo numero di Tracce

Sul numero di Tracce di questo mese, è stato pubblicato un articolo dal titolo “Fermi, c’è lui”, il racconto-testimonianza di Elvira Parravicini – neonatologa, fondatrice del primo hospice neonatale a New York presso la Columbia University – sulla sua opera.

Elvira sarà ospite della prossima edizione del Meeting, dove racconterà di persona dell’hospice neontatale che ha fondato, un luogo in cui si accolgono neonati che presentano sindromi molto gravi e che per questo motivo non sempre riescono a sopravvivere a lungo.

Nell’articolo Elvira spiega le motivazioni che l’hanno spinta a realizzare questa grande ed importante opera, come è arrivata in America, ma soprattutto racconta l’esperienza di questi anni di lavoro.

Ogni giorno è a stretto contatto con situazioni drammatiche: normalmente bambini con queste complicazioni vengono alla luce per morire, ma nell’hospice vengono accolti per vivere. In questo luogo si parte dalla certezza che: “L’esistenza ha un inizio e una fine. E non li stabiliamo noi. Ma nel mezzo facciamo tutto quello che è possibile perché la loro vita sia bella”.

Tutto ciò attraverso il comfort care la “cura del conforto”, ma che sempre di più si traduce nel fermarsi per il fatto che lì c’è qualcuno, che nonostante tutto una persona, una vita c’è. “Perché – afferma Elvira – è dato ai genitori e a me, a noi, che non possiamo definire il suo destino. Solo Chi l’ha dato sa dove va. A noi è chiesto di seguire la realtà”.
Aspettando di incontrarla quest’estate al Meeting guarda il video su Elvira Parravicini, realizzato dalla Fondazione Piccinini in occasione della consegna del premio Enzo Piccinini.

tratto dal sito di Rimini Meeting, 12/06/2012

Manca il sole

“Manca il sole da quando se n’è andata
non fa più caldo da quando lei è via
manca il sole da quando se n’è andata
e tutte le volte che se ne va, sta via troppo a lungo
mi chiedo dove sia andata stavolta
mi chiedo se se ne sia andata per sempre
Manca il sole da quando se n’è andata
e questa casa non è più casa mia ogni volta che va via
ed io lo so lo so lo so lo so lo so
lo so lo so lo so lo so lo so lo so lo so
lo so lo so lo so lo so lo so lo so
lo so lo so lo so lo so lo so lo so lo so lo so
Dovrei lasciare la piccola da sola
ma manca il sole da quando se n’è andata
solo l’oscurità, ogni giorno
manca il sole da quando se n’è andata
equesta casa non è più casa mia
ogni volta che va via
ogni volta che va via…”

Ciò che desideri

Dal sussidiario.net, Graziano Tarantini, Lettera/ Maturando non barattare i tuoi sogni con nulla, 18/06/2012

 

 

In questa fase di crisi e di fronte a un futuro diventato sempre più incerto i giovani, comprensibilmente, sono coloro che manifestano più paura. Così scrivo pensando a un ragazzo che si accinge a svolgere gli esami di maturità.

Per prima cosa ti raccomando di seguire con ragione quello che desideri. Ti diranno che servono ingegneri, ma se ti piace la letteratura, scegli pure la facoltà di lettere. Sappi però che in questo caso, ed è vero, farai più fatica a trovare un impiego. Ma è altrettanto vero che non è sicuro che diventando ingegnere sarai più felice, anche se avere uno stipendio a una certa età non è cosa da poco: basta pensare cosa significa non dipendere più economicamente dalla famiglia e alla possibilità di iniziare un proprio percorso di vita. Comunque i propri sogni non si possono barattare con nulla ed è triste vivere pensando che hai rinunciato a qualcosa d’importante. Se poi inizi un percorso universitario e gli esami non vanno bene, la resa all’evidenza non è mai un male, non è mai una sconfitta, sono indizi per capire cosa ci chiede la vita.

Come vedi, l’esistenza verso i vent’anni diventa complicata. Ciò che si desidera comincia a non coincidere con ciò che la società, o meglio l’economia, richiede, e i tuoi genitori sono per la prima volta più attenti a un calcolo buono che al demone che pulsa in te. Quelli della mia generazione avevano un anno “rubato” dallo Stato: il servizio militare che spesso serviva ad allentare la morsa dei genitori sui figli. Per dodici mesi non eri nemmeno di te stesso, l’unico compito era quello di obbedire e non ti era dato di capire il perché.

Eppure in quel periodo ci fu la svolta della mia vita: mi convinsi a iscrivermi all’università. Quell’esperienza, dove dovevo fare tutto senza un senso apparente, mi fece capire che le cose che ti accadono nella vita o le abbracci, o diventano motivo di una lotta continua senza alcuna possibilità di vittoria. Quel metodo l’ho applicato successivamente. Ho frequentato l’università dando il massimo a ogni esame, e non solo per ottenere un bel voto, ma perché non intendevo più subire lo studio. Volevo essere io a sfruttare “lui”. Ne volevo diventare il protagonista e uscirne arricchito come conoscenza.

Poi le cose sono andate sempre bene, anche con il lavoro. Ho fatto, come si suol dire, pure carriera. Sono stato fortunato: una buona salute e l’incontro molto casuale con alcuni grandi maestri, di vita e professionali. Così anche nel lavoro non ho mai pensato a quello che veniva dopo, ho vissuto con passione ogni opportunità che mi è stata offerta. L’evidenza che gli anni di studio non erano stati inutili è stata quella di aver imparato a dire sì a tutto quello che mi accadeva. Ebbene, con questo spirito scegli pure qualsiasi facoltà, purché si tratti di cose serie e non di percorsi di studio finti o senza contenuto. La realtà, vedrai, non ti tradirà mai, anche quando magari la avvertirai inizialmente come nemica. E se non avrai successo (non c’è niente di più effimero), non importa, sarai diventato un uomo.