Le nostre preghiere

(..)Nella celebre opera di san Giovanni della Croce, Salita al Monte Carmelo, leggiamo che «per vedere realizzati i desideri del nostro cuore, non v’è modo migliore che porre la forza della nostra preghiera in ciò che più piace a Dio. Allora, Egli non ci darà soltanto quanto gli chiediamo, cioè la salvezza, ma anche quanto Egli vede sia conveniente e buono per noi, anche se non glielo chiediamo» (Libro III, cap. 44, 2, Roma 1991, 335).(..)

Papa Benedetto XVI, Regina Caeli, 20/05/2012

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Il vero avventuriero

(..)

II padre di famiglia é solo, e condannato a non riuscire affatto. Non può mai scanto­nare. Deve sempre passare in tutta la sua larghezza. Ed è molto semplice, non ci passa. Non ci passa mai. Non passa da nessuna parte. Non riesce né nella regola né nel secolo. Non riesce nella regola, la regola si oppone. Prima di cominciare. Non riesce nel secolo. Il secolo si oppone prima, durante, dopo. Non riesce nella poli­tica e non riesce nell’audacia…È troppo grosso. Ha tutta la famiglia attorno al corpo.. È come la donnola di La Fontaine, ma dopo che è ingrassata. Ha socialmente un grasso, un tessuto adiposo sociale, che lo rende inadatto alla corsa. Ora, temporalmente tutto non è altro che corsa, non è altro che concorso e con­correnza. Gli altri corrono, intanto, gli altri arrivano, quelli magri, fini, sottili, socialmente scarichi, sgombri di bagagli. Così tutti lo disprezzano; in sua presenza, tra di loro, lo schermi­scono; sordamente, involontariamente congiurano con­tro di lui. Più di tutti gli altri, lo disprezzano i preti. Perché hanno questo (di bello), quando si accaniscono su qualcuno, ci si riaccaniscono di preferenza. Prefe­renzialmente. E quello che chiamano la carità.
Bisogna sottolineare attentamente che la vita di famiglia è la vita più impegnata nel secolo, la vita meno conforme, la meno simpatica, la meno affine alla regola. Vuol dire lasciarsi prendere, lasciarsi ab­bindolare dalle apparenze più grossolane, commettere l’errore più smaccato, e anche naturalmente il più co­mune, l’errore più frequente,   quello di dire che la vita pubblica è vivace, e la vita di famiglia è silen­ziosa, e la regola, la vita regolare è anche lei silenziosa; e quindi la vita pubblica è non ritirata, e la vita di fa­miglia è ritirata, e la regola, la vita regolare è anche lei ritirata; e concluderne, credere, che sia la vita di famiglia che è vicina alla vita di regola, apparentata alla vita di regola, e che sia la vita pubblica che se ne è allontanata. Questo é lasciarsi prendere dalle più grossolane apparenze. È diame­tralmente il contrario. La vita di famiglia è agli antipodi della vita della regola. Nessun uomo al mondo è coin­volto nel mondo, nella storia e nel destino del mon­do quanto l’uomo di famiglia, tanto quanto il padre di famiglia, così pienamente, così carnalmente. L’uomo pubblico invece, il vir politicus,   non è affatto coinvolto nel mondo, non è affatto coinvolto nella storia e nel destino del mondo. Cosa importa all’uomo politico, al demagogo, al tribuno, all’oratore, al legislatore, all’eloquente, anche all’uomo politico serio, all’uomo pubblico, all’uomo di Stato, all’uomo di governo, (e a maggior ragione) al capo di partito (come tali), cosa importa al militare e al giudice, al generale e al presidente di corte e al presidente di camera, (come tali, come tali), che importa come tali al funzionario e al magistrato, al generale, al deputato, al senatore, al giornalista, al pubblici­sta, all’esattore, e all’usciere del ministero, cosa importa al signor sindaco; cosa importa come tale a ogni uomo pubbli­co delle sorti della città presente, le sorti ulteriori, la destinazione e il destino; cosa gli importa di cosa sarà di questo popolo, cosa faremo di questo popolo; vi sono coinvolti solo con la testa e qualcuno con la gloria; al massimo con l’onore, quando ne hanno: niente, meno di niente. Non ci rischiano che la testa, al più, al maximum; al meno, di solito l’avanzamento, la carriera, al più del meno l’apice; miserie. Gloria tem­porale, onore temporale; niente, meno di niente. Avan­zamento temporale, carriera temporale, apice temporale, testa temporale; miserie. E le gioie e le miserie del dominio. E le gioie e le miserie del denaro. Ecco tutto quello che si giocano. Come tali. Se intanto, se insieme sono padri di famiglia, cosa estremamente rara, l’ope­razione è tutta diversa, il comportamento e l’azione pubblica è tutta diversa, tutta diversa la situazione anche per così dire topografica, geografica, demogra­fica. Cosa importa loro, come tali, una rivoluzione, una guerra civile o straniera, un sabotaggio di tutto un po­polo. Una diminuzione, una decrescita; una perdita, forse irrimediabile; una decadenza, forse irreparabile, irrevocabile. Tutt’al più si giocano, nel temporale, una gloria del loro nome, la gloria, ulteriore, l’onore o il discredito sul loro nome. Di solito questo tipo di con­siderazione li lascia abbastanza freddi. Sono abba­stanza poco sensibili a considerazioni di questo tipo. Di solito.
Solo il padre di famiglia mette in gioco, rischia, impegna infinitamente di più nella destinazione del mondo, nel secolo, nella destinazione di tutto un popolo; nel futuro di una razza. Nel destino di tutto questo popolo, nell’avvenire di questa razza impegna tutto, mette tutto, la sua carne e di più; si gioca la razza, si gioca davvero il popolo, si gioca la sua discendenza. II solo padre di famiglia, il padre di famiglia da solo. Ed è un pover’uomo. Tormentato da scrupoli, assalito, invaso, tormentato da rimorsi, per crimini che non ha affatto commesso, che non commetterà mai, che altri mille, che tutti gli altri commetteranno, sente oscura­mente, molto profondamente, che è lui, in effetti, che è lui davvero il responsabile. Perché è padre di famiglia. È uno dei casi più significativi che ci siano di responsa­bilità senza colpa, di colpevolezza senza colpa. Eppure di responsabilità reale, di colpevolezza reale; comune; misteriosa; di fatalità, anche; infinitamente più profonda; segreta; in comunità, in comunione; con la crea­zione con (tutto) il mondo; infinitamente più grave delle nostre proprie responsabilità, personali, particola­ri, limitate, note, individuali e collettive; infinitamente più profonda; infinitamente più vicina alla creazione stessa; e quasi (oscuramente ce ne accorgiamo), quasi infinitamente più giusta, attinente alla creazio­ne stessa, al mistero, al segreto della creazione; una col­pevolezza, allora, infinitamente più seria delle nostre colpevolezze propriamente criminali Per il padre di famiglia (questo è lo stato, costante, uno stato situazionale; è la sua stessa patente, la sua condizione ab urbe condita, una volta fondata la famiglia. È la sua stessa definizione, il pane di tutti i (suoi) giorni, il cruccio delle sue notti. È il midol­lo, stesso, della sua vita, il segreto della sua esistenza, la sua regola interiore, la sua regola esteriore, la regola del suo secolo, la suaregola di secolo. Ed è un pover’uomo; innocente criminale; innocente responsabile; innocente colpevole; innocente assalito da scrupoli; innocente tormentato dai rimorsi; legato, incatenato da ogni parte, mani, piedi, da tutti i lacci, da tutte le catene, è lui, amico mio, è lui, e lui solo, che ha le relazioni peri­colose; confuso, prigioniero, ostaggio, manette alle ma­ni, ganasce ai piedi, capo, responsabile dei prigionieri, capo, responsabile degli ostaggi, fa pena, è esposto a tutto, ai quodlibet, alle ingiurie, al peggio di tutto: a una sorta di riprovazione, di malevolenza universale, di presa in giro, di tacita ingiuria, (peggiore, infinitamen­te più grave di quella formale), perché se è così tacita, se può essere così sottintesa, come se andasse da sé, per così dire; non vale la pena di parlarne, perché tutti lo sanno bene; è una cosa intesa, senza che ci si pensi, una cosa alla quale tutti consentono, a cui tutti danno la mano. È infinitamente peggio di una cosa infinitamen­te concertata, che una cosa universalmente concertata. È una cosa universalmente non concertata. Così è infi­nitamente meno demolibile. Una cosa che va da sé. Che si sappia. Allora tutti ci calpestano sopra. Allora, rin­galluzzito, anche il prete ci calpesta sopra. Clericus. Il sacerdote se ne accorge bene, un istinto di casta lo av­verte, uno degli avvertimenti, uno degli istinti più si­curi, uno degli istinti più infallibili, un segreto orgo­glio infallibile lo avverte che è lui il nemico, il più lontano, il più straniero, che l’uomo di famiglia, che il padre di famiglia è l’uomo più lontano dalla regola e dalla clericatura, l’uomo del mondo più coinvolto nel mondo, un istinto segreto lo avverte che lui è infinita­mente più vicino al pubblico peccatore; e reciproca­mente; che il tribuno, l’oratore, l’eloquente, l’uomo della tribuna è infinitamente più vicino all’uomo del pulpito, infinitamente più imparentato all’uomo del pulpito, che l’uomo del meeting, della pubblica riunio­ne è infinitamente più vicino all’uomo della predica e all’uomo del sermone; più pronto, per l’uno e per l’al­tro, sia per diventarlo, sia per subirne l’effetto, sia insie­me l’uno e l’altro, che sono dello stesso genere, che si passa comodamente e quasi continuamente dall’uno all’altro, che c’è tra loro un’intesa, interna, un accordo segreto, una somiglianza, almeno di modo, e in più che appartengono allo stesso mondo; e per la regola che il celibe, l’uomo libero, il non prigioniero, il non ostag­gio, lo slegato, il non legato, l’inlegato, il mai legato, lo scantonatore, il pié leggero, il corridore, il bombarolo, il festaiolo, l’uomo all’erta è infinitamente più vicino; e più pronto, più disponibile; che lui piace di più; che con lui ci si capirà meglio, ci si intenderà sempre. E poi è lui che è un personaggio gradevole. Il padre di fami­glia è un povero essere. Tirar su solo tre bambini, pensa un po’. Che grottesco, che ridicolo. Tutte le forze della società sono congiurate, si congiurano contro una cosa del genere. Ora, il sacerdote è una forza della società, fa parte delle forze della società. Allora tutti calpestano il padre di famiglia. Allora il sacerdote, ardi­to, lo calpesta. Non ha che indulgenza, e che indulgenze, per tutti gli altri. Si crede di solito che il celibe, l’uomo senza famiglia è un uomo di fortuna(e), un avven­turiero, che vive di avventure. Invece è l’uomo di fami­glia che è un avventuriero, che vive non solo alcune avventure, ma una sola, una grande, un’immensa, una totale avventura; l’avventura più terribile, la più costan­temente tragica; la cui vita stessa è un’avventura, il tes­suto stesso della vita, la trama e l’ordito, il pane quoti­diano. Ecco l’avventuriero, il vero, il reale avventuriero.

C. Pegùy, Il padre di famiglia, il vero avventuriero

Spirituale e politica

(..)Ciò che Péguy vuole rappresentare di Giovanna è l’essenziale: e l’essenziale è che la santa di Orléans compie la sua missione spirituale in modo terreno, e la sua testimonianza personale si dilata e diventa testimonianza di un popolo. La sua mente ha radici infitte nel cielo, come i rami autunnali descritti da Rilke: tanto quanto le sue azioni si radicano nella terreno dell’esistenza storica, carnale, nella comunanza con i suoi simili.

La vicenda di Giovanna d’Arco racchiude il mistero di Dio. Di un Dio che si è fatto uomo non solo perché l’uomo ha bisogno di Dio ma anche perché Dio ha scelto, con illimitata libertà, di aver bisogno dell’uomo e della sua collaborazione. La Pulzella di Péguy rappresenta una prospettiva globale, una luce inaspettata, non preventivata da calcoli e misure umane, ma proprio per questo capace di includere il senso dell’esistenza personale come vita di un singolo e di un popolo: capace di rendere visibile il sole anche quando questi scivola necessariamente al di sotto dell’orizzonte ottico e quindi al di fuori di un’immediata visibilità. Giovanna d’Arco, figura reale in cui spirituale e terrestre sono compresenti, è l’esempio perfetto della libertà che si propone come peculiarità popolare presso e oltre l’individualità singolare: la libertà spurgata da ogni traccia di possibile egoismo individuale, che diventa libertà personale e plurale al contempo. Il mistero della carità divina che diventa carità fraterna e reciproca collaborazione, affinché mistica e politica non siano, come di prassi sono, termini inconciliabili, realtà separate.

Fabrizio Gualco,

La libertà dell’outsider,Ragionpolitica.it

Anche noi poeti del desiderio

Nembrini Franco

Dante, poeta del desiderio

Conversazioni sulla Divina Commedia
Volume 1 – Inferno

La Divina Commedia rimanda per molti ai tempi della scuola, a testi di difficile comprensione, adatti solo per pochi eletti. Al contrario, essa è nata come opera per il popolo. Lo documenta la storia di questo libro la cui origine è nelle conversazioni dell’Autore prima con i figli – su loro richiesta – e alcuni loro amici diventati in breve tempo duecento; poi con un gruppo di massaie e infine con migliaia di ragazzi e adulti in tutta Italia. Da questo lavoro è nata l’associazione Centocanti, una sorta diDivina Commedia vivente.
Dante, dunque, non autore difficile, riservato ai letterati, ma «uno di noi». Una scoperta che l’Autore ha fatto a dodici anni mentre trasportava casse di bottiglie lungo le scale di una cantina, folgorato dal verso «E proverai […] come è duro calle / lo scendere e ’l salir per l’altrui scale». Quell’intuizione lo ha portato a uno studio appassionato di Dante e alla scoperta che ciò che percorre tutta la sua opera è il desiderio, la tensione a un Bene totale, «l’Amor che move il Sole e l’altre stelle».
La lettura offerta dall’Autore in queste affascinanti conversazioni si pone in continuità con il fine di tutta l’opera di Dante, da lui stesso così definita: «removere viventes in hac vita de statu miseriae et perducere ad statum felicitatis», rimuovere gli uomini da uno stato di miseria e condurli a uno stato di felicità.
Un libro originale, unico, che ci invita a intraprendere, in compagnia di Dante, il viaggio verso «un bene […] nel qual si queti l’animo», per vivere da uomini l’avventura della vita.

Itacalibri.it

La medicina e la melodia

(..)

C’è una frase di don Giussani nel commento della Sonata per Arpeggione e pianoforte di Schubert D821, della collana Spirto Gentil, che illumina la vita professionale di Enzo e che lui stesso mi ha indicato più volte come percorso educativo nella professione medica.
«…Ognuno di noi è fatto perché quello che Dio chiede alla sua vita – la vita come vocazione – raggiunga la perfezione e la melodia. … Chi desidera la perfezione della sua vita, la chiede, la segue ed obbedisce. .. È solo abbracciando il vero ed il bello che la nostra persona si costruisce».Vorrei dunque dare qualche spunto su queste grandi parole.
Per essere disposti a chiedere, nel rapporto con la realtà del malato, occorre stupirsi. Spesso nel curare i malati, in sala operatoria siamo pervasi da un sentimento di ripetitività, di “già saputo”, di meccanico. Occorre invece ritrovare sempre, anche nella malattia più banale così come in quella più difficile, uno stupore nell’ascoltare, nel guardare, nel toccare, visitare, nel proporre il trattamento adeguato per quel malato. Dobbiamo vivere la semeiotica come metodo professionale costante nel rapporto con il malato e la realtà della malattia. Semeiotica cioè il segno che la malattia porta ad altro, al vero ed al bello.

Chiedere
Non s’impara un metodo, non s’impara ad interpretare la semeiotica della malattia e della vita senza maestri. Il maestro non insegna mai la risoluzione del problema, ma la metodologia corretta, insegna a guardare e a mettere insieme tutti i fattori in gioco anche quelli apparentemente più lontani per giungere al corretto trattamento.

Seguire, obbedire
L’unico modo per conoscere è seguire e obbedire, stare con il maestro, impegnando tutta la propria libertà e conoscenza, tutta la propria esperienza umana e professionale alla ricerca di un giudizio che sia di conferma o teso a nuove soluzioni.
Fare insieme
Da soli non si costruisce nulla, né tanto meno si cura il malato. Lavorare insieme ai propri colleghi è una ricchezza immensa per il confronto, il conforto e soprattutto per la ricerca comune al bene del malato.

Permettetemi di dire un’ultima cosa: la nostra professione di medici impegnati nella cura del malato, nella ricerca del vero e del bello nella realtà talvolta drammatica, faticosa o disperata del malato è una sfida affascinante e carica di tensione, di passione, di successi e di tante sconfitte. Occorre avere l’umiltà di non cessare mai di lasciarsi educare dalla realtà stessa, di lasciarsi stupire dalla sua complessità e concretezza e dalla presenza di maestri e compagni o colleghi con cui condividere questa sfida educativa e quindi conoscitiva. Devo ammettere personalmente e professionalmente di essere ancora in cammino e grazie a Dio ancora desideroso di imparare e disposto a non tirarmi indietro dalla sfida che è la nostra grande ed affascinante professione, certo di essere nella strada giusta e sapendo che c’è sempre Qualcuno che mi guida e che mi aspetta.

* Ordinario di Ortopedia e Traumatologia dell’Università di Modena e Reggio Emilia

Enzo Piccinini, Chirurghi(e uomini) fedeli allo stupore, Fabio Catani, Tracce.it

Come il mare

Sei proprio come questo mare: immenso ed arcano, che sempre lo senti dire un suo misterioso profondo, che capisci, ma non sai ridirtelo a te stesso con parole comprensibili e determinate; questo mare che ora è calmo ed a stento lo odi ora ansare sulla riva e sembra che sogni, e dopo poche ore è tutto tribulato ed ansimante e appassionato, e non sai il perchè… ma calmo o agitato, silenzioso o irato, il mare ha ogni giorno ed ogni istante un minimo comun denominatore, un significato base unico ed inesorabile, che è la sua grandezza: il senso travolgente di una immane aspirazione all’infinito, al mistero infinito.

Luigi Giussani

Gli innocenti

Dal Mistero dei santi innocenti di Charles Péguy

<I>Strage degli innocenti</I>, particolare, Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova
Strage degli innocenti, particolare, Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova

Costoro sono stati strappati agli uomini:
(di tra gli uomini, d’in mezzo agli uomini,
all’essere uomini)
(I più grandi santi sono stati uomini,
non sono stati strappati all’essere uomini)
e in bocca a loro non fu trovata menzogna:
sono infatti senza macchia davanti al trono
di Dio. […]
E dietro all’Apostolo la Chiesa ripete:Innocentes pro Christo infantes occisi sunt.
Gli Innocenti per Cristo
bambini furono massacrati.
(infantes, piccoli bimbi, ogni bimbo piccino che ancora non parli)
Ab iniquo rege
lactentes interfecti sunt:
Da un re malvagio
lattanti furono assassinati:
(lactentes, pieni di latte, lattei,
all’età del latte, ancora a regime di latte,
nutriti di latte)
ipsum sequuntur Agnum sine macula
seguono l’Agnello stesso senza macchia
(e il testo è tale, figliola, che è insieme l’Agnello che è senza macchia
e loro con lui che son senza macchia) […]
Salvete, flores Martyrum, questi bimbi
di nemmeno due anni sono i fiori di tutti
gli altri Martiri.
Cioè i fiori che danno gli altri Martiri.
Proprio al principio d’aprile sono il roseo fiore di pesco.
In pieno aprile, proprio al principio
di maggio sono il bianco fiore di pero.
In pieno maggio sono il rosso fiore di melo.
Bianco e rosso. […]
Essi sono il fiore stesso e il boccio del fiore
e la bambagia del boccio.
Sono la gemma del ramo e la gemma
del fiore.
Sono l’onore di aprile e la dolce speranza.
Sono l’onore dei boschi e dei mesi.
Sono la giovane infanzia. […]
Sono il fiore di biancospino che fiorisce nella settimana santa.
E il fiore del precoce spino nero che fiorisce cinque settimane prima.
Di tutte queste rosacee, alberi e piante, sono il fiore.
Promessa di tanti martiri,
sono i bocci di rosa
Di questa rugiada di sangue.
Salvete, flores Martyrum,
Salve, fiori dei Martiri,
quos, lucis ipso in limine,
Christi insecutor sustulit,
ceu turbo nascentes rosas.
che, appena alle soglie della luce,
il persecutore di Cristo rapì,
(strappò)
ceu turbo nascentes rosas.
come la tempesta le rose nascenti.
(cioè come la tempesta, come una tempesta rapisce, strappa le rose nascenti).
Vos prima Christi victima,
Grex immolatorum tener,
Aram sub ipsam simplices
Palma et coronis luditis.
Voi, prima vittima di Cristo,
Tenero gregge degli immolati,
Ai piedi dell’altare stesso, semplici,
Simplices, anime semplici, semplici bimbi,
Palma et coronis luditis. Giocate con la palma e con le corone. Con la vostra palma e le vostre corone.
Tale è il mio paradiso, dice Dio. Il mio paradiso è quello che c’è di più semplice.
Niente è più spoglio del mio paradiso.
Aram sub ipsam ai piedi dell’altare stesso
Questi semplici bimbi giocano con la loro palma e le loro corone di martiri.
Ecco quello che accade nel mio paradiso.
A che si potrà mai giocare
con una palma e delle corone di martiri?
Penso che giochino al cerchio, dice Dio,
e forse ai cerchietti (almeno lo penso, perché non crediate
che mai mi si chieda il permesso)
E la palma sempre verde serve loro,
a quanto sembra, di bacchetta.

30GIORNI, Bambini uccisi a causa di Gesù

Speranza fontana vivace

(..) «Certo, Gesù Cristo è la luce per antonomasia, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui abbiamo bisogno anche di luci vicine – di persone che donano luce traendola dalla sua luce ed offrono così orientamento per la nostra traversata. E quale persona potrebbe più di Maria essere per noi stella di speranza?» (Benedetto XVI, Spe salvi). Perciò lietamente ci rivolgiamo a lei, «di speranza fontana vivace».
Il metodo di Maria,Pigi Colognesi, ilsussidiario.net

 

Antonio di Messina, L’Annunciata di Palermo