La malinconia

(..)L’interpretazione cristiana della malinconia

Romano Guardini, che sul tema si è servito largamente di pensieri e suggestioni di Kierkegaard, è l’autore che, a nostro giudizio, ha trattato con maggiore profondità del senso della malinconia nell’ottica cristiana. Esponiamo i punti nodali della sua riflessione17. La malinconia sorge dalla vulnerabilità, che non è a sua volta il prodotto di manchevolezze della propria struttura intima o di carente forza interiore, quanto una singolare sensibilità dell’essere di particolari uomini, sui quali agiscono congiuntamente la complessità delle disposizioni e la spietatezza della vita con le sue sofferenze inevitabili. Da tale inevitabilità, da questa ineluttabilità proviene la noia. Non la pigrizia, non la svogliatezza, non l’ozio: anche vite molto impegnate e occupate sopportano la noia. La malinconia, nella quale si inserisce la noia, è la dolorosa sensibilità a ciò che di difettoso e di incompiuto esiste in ogni cosa e, perciò stesso, è la sensibilità alla delusione e al senso di vuoto che deriva da tale consapevolezza. È un male che non dipende direttamente dalle circostanze e dai conflitti esterni, ma da una specie di affinità elettiva con tutto ciò che può ferire. Non guarisce col successo, con la stima degli altri ,con l’esercizio della confidenza nelle proprie capacità, con i progetti di lavoro, con i sogni, con il gusto per la bellezza. «Fa parte del quadro spirituale del malinconico l’impulso a tormentare se stesso. […]. Ogni cosa diviene strumento a questa muta volontà: tutto, anche ciò che vi è di più alto»18. Anche quei valori che, per riconoscimento generale, costituiscono la nobiltà della vita umana. E non desta meraviglia l’esito estremo, e non raro, della malinconia e della noia che giunge fino all’autodistruzione. Vengono in mente, dalla grande letteratura, lo spleen di Baudelaire, l’ennui di Pascal, la nausée di Sartre, la noia di Moravia, pur nelle loro sostanziali differenze.

È una caratteristica della malinconia la sensibilità per la bellezza. Dove è sofferta coscienza della transitorietà delle cose, suole nascere il gusto per la bellezza e dove la bellezza è contemplata come valore passeggero, anch’esso minato dalla morte, dalla malinconia può germinare la nostalgia per ciò che dura, che non passa. Può allora accadere che la malinconia desideri l’assoluto e di questo desiderio sia mediatrice la bellezza. E a questa funzione è adatta la bellezza sia per il senso di eterno che contiene e alimenta nel suo fruitore sia per il tarlo della ineludibile evanescenza con cui amareggia il dono della sua fruizione. Scrive il Guardini: «Medici e psicologi ti sanno dire un mucchio di cose, e tutte pertinenti, circa le cause e la struttura intima della malinconia. Purtuttavia e spesso vi frappongono cose talmente banali, che non si sa proprio come mandarle d’accordo con la profondità e la violenza della passione che sta sotto a quella esperienza. Ciò che essi ti sanno dire non va oltre la teoria di certe sottostrutture fondamentali. Il vero significato non si rivela se non attraverso lo spirito. E mi pare che lo si debba formulare così: la malinconia è l’inquietudine dell’uomo che avverte la vicinanza dell’infinito»19.

Questa possibile apertura a ciò che è eterno, superando il dolore presente, permette di distinguere una malinconia buona da una malinconia cattiva. Quest’ultima consiste nell’assenza di quell’apertura, nell’incapacità di pensarla, nella sfiducia nei mezzi che potrebbero trasformarla e far passare dallo sconforto e dalla disperazione al recupero delle motivazioni che mostrano la vita più interessante della sua problematicità. Quella buona, invece, è tale perché trae motivo da ciò che essa è e dal suo svolgersi, dalla coscienza del vuoto immanente anche nei valori più nobili e fermi, per vivere lo splendore, fragile ma reale, dell’esistenza, le forme viventi del mondo, i loro colori, la loro musica interiore, gli spazi, la luce, l’amore che il poeta tedesco disse «l’amen dell’universo». Questa malinconia buona esprime lo spirito cristiano. Da un lato, ce lo ha ricordato il Capograssi, è in se stessa misteriosa nostalgia del soprannaturale, inquietudine agostiniana dell’anima pensosa di Dio e di se stessa, dall’altro, è pienezza di bontà, volontà di comunione con tutti gli esseri, ricerca di fraternità. «Non so credere che l’uomo realmente malinconico possa, da natura, essere duro. Troppo è lui stesso imparentato con la sofferenza. […]. Nulla tanto incrudelisce, quanto la disperazione che non sa più correre al soccorso di se stessa. Allora veramente, quando il malinconico smarrisce la bontà […] subentra in lui qualcosa di particolarmente malvagio. […]. Allora egli è in grado di far male nello stesso modo che la vita fa male a lui»20. Sono, queste, considerazioni che vanno riprese quando si riflette sull’uomo spaesato dalla postmodernità in quanto tale, su un uomo che, perduti i saldi orizzonti di riferimento, non possiede e non può trasmettere salde ragioni di vita e di speranza21. (..)

Giandomenico Mucci, La malinconia nel tempo della postmodernità

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