Omaggio a Michelangelo

Marlene Dumas, Hommage to Michelangelo, 2012.

Marlene Dumas, Omaggio a Michelangelo

(..)«Penso che l’intera idea della crocifissione abbia una doppia anima, perché Cristo nella storia della Bibbia ha accettato di dover morire, ma sapeva che sarebbe risorto… Anche in quanto madre, quando hai un bambino, ti confronti con qualcosa che non hai mai sperimentato prima: la paura che possa accadere qualcosa a tuo figlio. Ma non puoi combinare insieme la vita senza la consapevolezza di quello che succederà, quindi la sintesi di tutte queste figure (i quadri, ndr) è la sintesi per la vita. Anche fare un dipinto è un atto positivo per la vita, perché se non trovi un significato in nulla non puoi dipingere». Marlene Dumas è una delle pittrici di maggior successo in circolazione. E così spiega la propria poetica e la decisione di affrontare il tema – così insidioso per un artista contemporaneo – della crocifissione.(..)

Luca Fiore, Marlene Dumas, La vertigine e il coraggio di dipingere, Tracce.it

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Il segno dell’anima

«La medicina si occupa sempre di più di rendere migliore la vita dell’uomo,anche quando non può più fare nulla per preservarla o prolungarla.Viviamo però (e non era mai successo prima) un clima culturale che considerale circostanze e le condizioni in cui ci troviamo a vivere, quasi più“decisive” del vivere stesso.Quasi che il desiderio strutturale dell’uomo di Infinito (“di non finire”)fosse sconfitto; come se la positività ultima della vita non fosse più un’esperienza possibile in determinate condizioni.Ma è ragionevole, possibile cercare di contribuire a migliorare la vita degliuomini, cercando di determinarne la qualità? E quali strumenti sono necessari,con quale metodo avvicinarsi ad un mistero così grande e profondo come quellodella vita di ogni singolo uomo?“Tutto concorre al bene per coloro che amano Dio”, questa frase di Paoloindica forse l’unica condizione che rende qualsiasi tentativo umano, nonviolento né artificioso, ma fruttuoso di conoscenza e di bene.Tutto può essere misteriosamente positivo quando ci si accosta all’uomo,quando ci accostiamo ad un altro, ricordandoci del desiderio di infinito checostituisce la natura più profonda ed intangibile del nostro io.
(Giuseppe Olivetti, Centro Culturale Simona Romagnoli)  

Mistero e segno coincidono

(..)Ma il tagliare che elimina l’altro, che eliminerebbe l’altro (se ci si riesce!), il tagliare come tale non è giusto. Perché, se Dio ci ha fatto incontrare quella cosa, c’è un bene nuovo in noi che deve attecchire.
L’obiezione, allora, avviene per il sacrificio. Invece il sacrificio bisogna che sia voluto: non voluto come insorgenza, ma voluto come esito; il sacrificio deve c’entrare nell’esito della tua vita, nel comportamento che nella vita avrai in questi tempi.
Insomma, è vero che il Signore manda certi incontri, fa fare certi incontri, fa nascere certi sentimenti, obbliga a certe fatiche: perché il sacrificio inerente sia parte della Sua croce, sentito parte della Sua croce, e ti cambi. Perciò il sacrificio, il sacrificio inerente a certe risposte alla nostra problematica, è un sacrificio giusto. Ma normalmente noi non centriamo di che si tratta, perciò non riusciamo neanche a cogliere l’urgenza che Gesù fa verso di noi. La nostra vita può passare tre, quattro, cinque anni, sorda, come uno che non ha orecchie, e opaca, come uno che ha gli occhi malati, non interessata a nulla.
Diceva il foglio di cui v’ho letto una parte: “Quando uno ha questa ferita aperta [cioè quando uno è in un rapporto che non risolve], uno ha il desiderio di possedere l’altro, ma non conosce il come [come fare a risolverlo, cioè come fare ad aderire a questa possibilità che Dio fa venire]”. Allora, se è uno che comincia a sentire tutto il bisogno umano di conoscere Cristo, capisce che questo non è per soddisfare un bisogno particolare, bensì per compiere anche quello carnale; paradossalmente è per compiere il vero dell’alternativa, è per conoscere la verità di quello che prova. In una emergenza affettiva, in ogni emergenza affettiva, il bene di quel che si prova non può essere a dispetto dell’una e dell’altra cosa: non può essere a dispetto di te stesso (perciò un dimenticare l’impeto che ti è nato dentro), né può alterare il tuo atteggiamento nella vita quotidiana. Ma devi capire che il tuo sacrificio (e non è vero il sacrificio, se non giunge fino a qui) è perché diventi vero quello che sentivi, per far diventar vero quello che sentivi; era un voler bene perché diventasse vero il voler bene, perché diventi bene il voler bene.
Ed è in questa chiarezza di amore e di tensione alla verità che il sacrificio placa il suo aspetto turbinoso e carico di ferita, di dolore, e diventa un dolore che aspetta il futuro, in cui quello che era suggerito dalla natura, dentro la visione cristiana (di seguace della Chiesa e di Cristo) viene ad essere evidente.Insomma, uno non può dimenticare o trattare come non accaduto qualsiasi rapporto abbia avuto con le persone. Non può non sentire quello come un pungolo del Signore: “Signore, cosa vuoi da me? Con questo cosa vuoi da me? Cosa vuoi dirmi?”. E la risposta sarà sempre: “Che sia vero quello che tu volevi prendere, afferrare, possedere”. Che sia vero, perché solo ciò che è vero è eterno. Ciò che è vero è eterno (“Tutto, Signor, fuor che l’eterno, al mondo è vano”)9 e, perciò, anche una vanità effimera, passeggera.
Dunque: “non eliminazione dell’altro”, se deve essere affermata la “non eliminazione di Dio”! Il rapporto con l’altro è rapporto con Dio, con il Signore. In questo senso, per sciogliere il problema affettivo positivamente è decisiva la formula che ho usato: “Mistero e segno coincidono”. È giusto che tu senta questo perché è segno, è giusto che tu guardi quella creatura perché è segno di Dio, è segno del Mistero. E questo non è contraddittorio o labile, equivoco, solo in quanto il Mistero coincide col segno. “Coincide col segno” vuol dire che, se quella donna che hai visto ti aggrava l’anima perché ti ha colpito, non puoi se non accettare realmente quello che è accaduto, ma è nel sacrificio inerente che tu scopri il vero! Perché la determinazione tua di non accettare di cambiare vocazione o strada o modo di vita implica un sacrificio.
Il sacrificio, perciò, non è riduzione del segno, perché quanto più è forte l’unità Mistero-segno, tanto più è forte il segno; non è portare l’accento sul segno e poi dimagrirlo fino a farlo retrocedere in un’ombra! Quanto più è forte il segno in cui sacrifichi il tuo dramma umano, tanto più è potente l’evidenza del fatto che il Mistero coincide col segno. Se è il segno che indica il Mistero, che fa capire il Mistero, è questo che compone positivamente tutto.
Guardate, per favore, che se un dubbio vi viene o una non risposta vi atterra, una mancanza di risposta vi atterra su queste cose, dovete andare dagli amici più grandi e “la fate fuori”, perché, anche dette così approssimativamente, ho toccato cose che sono vere.
Ho voluto parlarvi della totalità dei problemi, perché è una cosa importante questa: se tutti i rapporti con tutte le cose sono rapporti con Dio, col Dio creatore o col Dio redentore, se tutti i rapporti sono così, non c’è nessun rapporto di nessun tipo in cui io non sia responsabile (di nessun tipo: dalla sedia che deve girare bene all’amica che ha parlato male di te). Quando abbiamo parlato del lavoro, come il modo migliore, più difficile e più grande di rapporto con Cristo,10 era già stato introdotto come tema. Quanto ho detto oggi è per chiarire ulteriormente quello che forse era sembrato una cosa strana!

Luigi Giussani, Ognicosa: mistero e segno, Tracce, 1/6/1999

L’iniziativa

Claudio Chieffo
In fondo io non c’ero e Lui mi ha creato
io non esistevo e Lui mi ha aiutato.

In fondo ha preso Lùi l’iniziativa
e alla che paura abbbiamo.

Non c’era la luce, non c’era il colore
non c’era l’amicizia, il tempo e l’amore.

In fondo ha preso Lui l’iniziativa
e allora che paura abbiamo.

Solo l’ingratitudine ci fa dimenticare
che Dio non incomincia se non per terminare.
In fondo tu non c’eri non ci saremmo mai incontrati
se Dio che ci ha voluti non ci avesse amati.

In fondo ha preso Lui l’iniziativa
e allora che paura abbiamo.

Ed ora non ci resta che una cosa da fare
seguire la Sua strada e cominciare a lavorare.

Per primo Lui ci ha amato fino in fondo
e adesso ci regala il mondo
e adesso ci regala il mondo.


La malinconia

(..)L’interpretazione cristiana della malinconia

Romano Guardini, che sul tema si è servito largamente di pensieri e suggestioni di Kierkegaard, è l’autore che, a nostro giudizio, ha trattato con maggiore profondità del senso della malinconia nell’ottica cristiana. Esponiamo i punti nodali della sua riflessione17. La malinconia sorge dalla vulnerabilità, che non è a sua volta il prodotto di manchevolezze della propria struttura intima o di carente forza interiore, quanto una singolare sensibilità dell’essere di particolari uomini, sui quali agiscono congiuntamente la complessità delle disposizioni e la spietatezza della vita con le sue sofferenze inevitabili. Da tale inevitabilità, da questa ineluttabilità proviene la noia. Non la pigrizia, non la svogliatezza, non l’ozio: anche vite molto impegnate e occupate sopportano la noia. La malinconia, nella quale si inserisce la noia, è la dolorosa sensibilità a ciò che di difettoso e di incompiuto esiste in ogni cosa e, perciò stesso, è la sensibilità alla delusione e al senso di vuoto che deriva da tale consapevolezza. È un male che non dipende direttamente dalle circostanze e dai conflitti esterni, ma da una specie di affinità elettiva con tutto ciò che può ferire. Non guarisce col successo, con la stima degli altri ,con l’esercizio della confidenza nelle proprie capacità, con i progetti di lavoro, con i sogni, con il gusto per la bellezza. «Fa parte del quadro spirituale del malinconico l’impulso a tormentare se stesso. […]. Ogni cosa diviene strumento a questa muta volontà: tutto, anche ciò che vi è di più alto»18. Anche quei valori che, per riconoscimento generale, costituiscono la nobiltà della vita umana. E non desta meraviglia l’esito estremo, e non raro, della malinconia e della noia che giunge fino all’autodistruzione. Vengono in mente, dalla grande letteratura, lo spleen di Baudelaire, l’ennui di Pascal, la nausée di Sartre, la noia di Moravia, pur nelle loro sostanziali differenze.

È una caratteristica della malinconia la sensibilità per la bellezza. Dove è sofferta coscienza della transitorietà delle cose, suole nascere il gusto per la bellezza e dove la bellezza è contemplata come valore passeggero, anch’esso minato dalla morte, dalla malinconia può germinare la nostalgia per ciò che dura, che non passa. Può allora accadere che la malinconia desideri l’assoluto e di questo desiderio sia mediatrice la bellezza. E a questa funzione è adatta la bellezza sia per il senso di eterno che contiene e alimenta nel suo fruitore sia per il tarlo della ineludibile evanescenza con cui amareggia il dono della sua fruizione. Scrive il Guardini: «Medici e psicologi ti sanno dire un mucchio di cose, e tutte pertinenti, circa le cause e la struttura intima della malinconia. Purtuttavia e spesso vi frappongono cose talmente banali, che non si sa proprio come mandarle d’accordo con la profondità e la violenza della passione che sta sotto a quella esperienza. Ciò che essi ti sanno dire non va oltre la teoria di certe sottostrutture fondamentali. Il vero significato non si rivela se non attraverso lo spirito. E mi pare che lo si debba formulare così: la malinconia è l’inquietudine dell’uomo che avverte la vicinanza dell’infinito»19.

Questa possibile apertura a ciò che è eterno, superando il dolore presente, permette di distinguere una malinconia buona da una malinconia cattiva. Quest’ultima consiste nell’assenza di quell’apertura, nell’incapacità di pensarla, nella sfiducia nei mezzi che potrebbero trasformarla e far passare dallo sconforto e dalla disperazione al recupero delle motivazioni che mostrano la vita più interessante della sua problematicità. Quella buona, invece, è tale perché trae motivo da ciò che essa è e dal suo svolgersi, dalla coscienza del vuoto immanente anche nei valori più nobili e fermi, per vivere lo splendore, fragile ma reale, dell’esistenza, le forme viventi del mondo, i loro colori, la loro musica interiore, gli spazi, la luce, l’amore che il poeta tedesco disse «l’amen dell’universo». Questa malinconia buona esprime lo spirito cristiano. Da un lato, ce lo ha ricordato il Capograssi, è in se stessa misteriosa nostalgia del soprannaturale, inquietudine agostiniana dell’anima pensosa di Dio e di se stessa, dall’altro, è pienezza di bontà, volontà di comunione con tutti gli esseri, ricerca di fraternità. «Non so credere che l’uomo realmente malinconico possa, da natura, essere duro. Troppo è lui stesso imparentato con la sofferenza. […]. Nulla tanto incrudelisce, quanto la disperazione che non sa più correre al soccorso di se stessa. Allora veramente, quando il malinconico smarrisce la bontà […] subentra in lui qualcosa di particolarmente malvagio. […]. Allora egli è in grado di far male nello stesso modo che la vita fa male a lui»20. Sono, queste, considerazioni che vanno riprese quando si riflette sull’uomo spaesato dalla postmodernità in quanto tale, su un uomo che, perduti i saldi orizzonti di riferimento, non possiede e non può trasmettere salde ragioni di vita e di speranza21. (..)

Giandomenico Mucci, La malinconia nel tempo della postmodernità

Eppur questo non basta

 

Salvatore Fratantonio

È fuggita l’estate,
più nulla rimane.
Si sta bene al sole.
Eppur questo non basta.

Quel che poteva essere
una foglia dalle cinque punte
mi si è posata sulla mano.
Eppur questo non basta.

Ne’ il bene ne’ il male
sono passati invano,
tutto era chiaro e luminoso.
Eppur questo non basta.

La vita mi prendeva,
sotto l’ala mi proteggeva,
mi salvava, ero davvero fortunato.
Eppur questo non basta.

Non sono bruciate le foglie,
non si sono spezzati i rami…
Il giorno è terso come cristallo.
Eppur questo non basta.

Arsenij Tarkovskij

Tra la folla

Carmen Lafranconi

Tu lo sai bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco e non ce la fai più. E d’un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno – uno sguardo umano – ed è come se ti fossi accostato a un divino nascosto. E tutto diventa improvvisamente più semplice.

— Andrej Tarkovskij

Le gru

Nel grigio mattino

in cielo si sente il triste richiamo delle gru.

Ricordi ?

All’arrivo della primavera andammo insieme incontro a loro,

lungo è il fiume, ed ora

non riesco a capire perché sono rimasta sola

ad accompagnarle.

In città i fiocchi di neve copriranno tutto il cielo, ma con la primavera

le gru ritorneranno.

D’estate e d’inverno io ti vorrei vicino, amore mio,

anche al freddo e al gelo,

voglio che siamo felici insieme mio caro.

(Canto popolare russo)

Home again

 

Di nuovo a casa
Di nuovo a casa
Un giorno lo so
Mi sentirò di nuovo a casa
Rinato
Rinato
Un giorno lo so
Mi sentirò di nuovo forte

Ho abbandonato la mia testa
Mi è stato detto molte volte
Che tutti questi discorsi mi faranno invecchiare
Così chiudo gli occhi
Guardo indietro
Andando avanti, andando avanti
Così chiudo gli occhi
Guardo indietro
Andando avanti

Di nuovo smarrito
Di nuovo smarrito
Un giorno lo so
Ci passerò di nuovo
Sorridendo di nuovo
Sorridendo di nuovo
Un giorno spero
Di farti sorridere ancora
Io non..
Me lo hanno detto molte volte
Così chiudo gli occhi
Guardo indietro
Andando avanti, andando avanti
Così chiudo gli occhi
Le lacrime diranno
Che non ho paura
Che non sento un modo
I mio percorso…

Di nuovo a casa
Di nuovo a casa
Un giorno lo so
Mi sentirò di nuovo a casa
Rinato
Rinato
Un giorno lo so
Mi sentirò di nuovo forte

Ho abbandonato la mia testa

Mi è stato detto molte volte
Che tutti questi discorsi mi faranno invecchiare
Così chiudo gli occhi
Guardo indietro
Andando avanti