Che permanga

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(..)Quello che lega tutto è il tentativo, che non possiamo non fare, di penetrare, di conoscere, di essere sempre più familiari con la realtà che sostiene tutto. E cos’è questa realtà che sostiene tutto? È la realtà per cui io sono qui, la realtà per cui voi siete qui, la realtà per cui la realtà c’è: il Mistero. Il Mistero non è una cosa strana; infatti tutti i giorni noi diciamo: «È un mistero», e lo diciamo nella quotidianità, non solo nelle circostanze strane. Quando qualcosa di particolare ci colpisce diciamo: «È un mistero». Vuol dire che il Mistero è qualcosa che interloquisce con la nostra vita, sensibilmente, e che ci fa domandare: «Che cos’è? Da dove viene? Da dove vengo? Cosa succede? Perché?». Perciò il primo, fondamentale compito che abbiamo è quello di lavorare personalmente e aiutarci reciprocamente a penetrare, a conoscere, a rendere familiare sempre di più questa realtà misteriosa, che rende permanenti le cose che vediamo. Le cose che vediamo ci sono e non ci sono; ciò che rende davvero permanente tutto quel che vediamo è il Mistero che lo fa. È il Mistero ciò per cui nessun attimo della nostra vita si perderà più, perché è legato all’Eterno, è legato a Lui. È legato a questa X misteriosa e presente, le cui propaggini sono le cose che vediamo, le circostanze che viviamo e che non ci siamo preparati noi. La permanenza delle cose è misteriosa, non dipende da quello che noi riusciamo a fare o a dire: tutto finisce. (..)

L’EVEREST DELL’umano

Enzo Piccinini

Non risparmia mai nulla

(..) Lei è obbligata a gestirsi.

La sola bambina Speranza

è la sola che non risparmia mai nulla.

Lei non risparmia i suoi passi, la ragazzetta, e non risparmia i nostri.

Come non risparmia i fiori e le foglie nelle grandi Processioni.

E le rose di Francia e i bei gigli di Francia.

Dal collo non piegato.

Così nella piccola, nella lunga processione, nella dura processione della vita  lei non risparmia nulla

Nè i suoi passi né i nostri

Nell’ordinaria, nella grigia, nella normale processione

Di tutti i giorni

( Poiché non tutti i giorni è il Corpus Domini.)

Lei non risparmia  i suoi passi, e siccome lei ci tratta come se stessa

Lei non risparmia nemmeno i nostri.

Lei non si risparmia; e ugualmente, insieme lei non risparmia nemmeno gli altri.

Lei ci fa ricominciare venti volte la stessa cosa.

Ci fa andare venti volte nello stesso posto.

Che è generalmene un posto di delusione

(Terreste)

Questo per lei è uguale. E’ come una bambina. Lei è una bambina.

Per lei è uguale far correre i grandi.

La saggezza terrestre non è suo affare.

Lei non calcola come noi.

Lei calcola, o insomma lei non calcola, lei conta ( senza accorgersene) come una bambina.

Come una che ha tutta la vita avanti a sé.

Per lei è uguale farci  camminare.

Lei crede, lei conta che non siamo come lei.

Lei non risparmia le nostre pene. E i nostri travagli.

Come si sbaglia. Come ha ragione lei.

Poiché noi non abbiamo forse tutta la Vita davanti a noi.

La sola che conta. L’intera vita Eterna.

Charles Pegùy

Qualsiasi vita

(..)La bellezza è dunque lo splendore della verità, del giusto e del buono: una bellezza che ha lo spessore di un’esperienza, l’«esperienza della resurrezione che raggiunge l’uomo nel fondo dell’inferno in cui si trova», come ha ricordato Giovanni Paolo II a proposito di Dostoevskij nel suo messaggio augurale al Meeting. E ancora, il Papa aggiunge: «Lo starets è icona della presenza di Cristo, egli richiama il dramma della libertà dell’uomo di fronte al riconoscimento della positività del reale. Tale riconoscimento non è mai un’affermazione scontata o superficiale ma giunge al termine di una sofferta ricerca, grazie alla quale è possibile, dentro l’esperienza stessa del male e del dolore, riconoscere i segni di un disegno misericordioso in cui anche ciò che è negativo viene misteriosamente recuperato e redento».

tratto da Profeta dell’età moderna,  di Anna Vicini

Alberto Sughi

 

 

Cercarlo tra i vivi

(..)Salvezza. Come è possibile la salvezza? Solo attraverso “un’esperienza”, avrebbe detto il prete di Desio ripetendo una delle parole che più hanno contraddistinto il suo insegnamento. Per questo c’è bisogno di una comunità, di un popolo, di una Chiesa che corregga, indirizzi, sostenga. Altrimenti la fede è uno svolazzo da azzeccagarbugli di sacrestia o l’ultimo buon proposito prima delle ninne nanne equosolidali. «Don Giussani – ha spiegato don Camisasca – è stato il creatore di un popolo: non possiamo mai disgiungere la sua persona da ciò che è nato intorno a lui. Chi guarda la storia d’Italia degli anni Settanta e Ottanta, non può non riconoscere che egli ha letteralmente salvato dalla morte o da una vita disastrata un’intera generazione di giovani. Potevano essere dei terroristi, dei drogati o alcolizzati, dei borghesi… attraverso di lui sono stati e sono uomini felici di vivere, drammatici, capaci di affrontare le difficoltà della vita, fecondi e creativi». Cercatelo tra i vivi, si diceva. «Don Giussani – ha ripetuto ancora don Camisasca – è vivo e continua dal cielo ad assistere ciò che è nato attraverso di lui. Rimane il movimento da lui fondato, guidato da don Julian Carrón, che don Giussani ha scelto come suo successore. Rimangono le persone che sono state a lungo a fianco di don Giussani e quelle nuove che verranno. Rimangono le sue parole, scritte e nei nostri cuori. Rimane tutta la storia che è nata da lui e che è di fondamentale importanza per capire il presente».
Don Giussani. La sua presenza cercatela tra i vivi, E. Boffi e D. Ciacci, tempi.it

 

Ecco il luogo

(..)«La fede è una chiesa, è una cattedrale radicata nel suolo di Francia. La carità è un ospedale, un ricovero che raccoglie tutte le miserie del mondo. Ma senza speranza, tutto questo non sarebbe che un cimitero». Venti secoli di cristianità, di santità, di dottrina, di teologia, sarebbero solo cose passate, senza una nuova azione della grazia del Risorto, apparentemente inerme come un germoglio che fiorisce alla fine dell’inverno, come Péguy fa dire a Dio stesso: «Ora, senza questo germogliare della fine d’aprile, senza quell’unico piccolo germogliare della speranza, che evidentemente chiunque può spezzare… tutta la mia creazione non sarebbe che del legno morto. […]. Quando vedete tanta rudezza la piccola gemma tenera non sembra proprio nulla… Eppure è da lei che invece tutto viene».(..)
«Ecco il luogo del mondo dove tutto diviene facile,
Il rimpianto, la partenza e anche l’avvenimento.
E l’addio temporaneo e anche la separazione
Il solo angolo della terra dove tutto si fa docile. […]
Ciò che dappertutto altrove è un’aspra lotta
E una lama da macello tesa alla gola,
Ciò che dappertutto altrove è la potatura e l’innesto
Qui non è che il fiore e il frutto del pesco […].
Ciò che dappertutto altrove è la noiosa abitudine
Seduta accanto al fuoco, le mani sotto il mento,
Ciò che dappertutto altrove è solitudine
Qui non è che un vivace e forte germoglio […].
Ce ne han dette tante, regina degli apostoli,
Abbiamo perso il gusto per i discorsi
Non abbiamo più altari se non i vostri
Non sappiamo nient’altro che una preghiera semplice». (..)
Gianni Valente, “..ecco il luogo del mondo dove tutto diviene facile, anche l’avvenimento”
La Cattedrale di Notre-Dame de Chartres, in Francia
La Cattedrale di Notre-Dame de Chartres, in Francia

Todo cambia

“Cambia lo superficial
cambia también lo profundo
cambia el modo de pensar
cambia todo en este mundo
Cambia el clima con los años
cambia el pastor su rebaño
y así como todo cambia
que yo cambie no es extraño
Cambia el mas fino brillante
de mano en mano su brillo
cambia el nido el pajarillo
cambia el sentir un amante
Cambia el rumbo el caminante
aunque esto le cause daño
y así como todo cambia
que yo cambie no extraño
Cambia todo cambia
Cambia todo cambia
Cambia todo cambia
Cambia todo cambia
Cambia el sol en su carrera
cuando la noche subsiste
cambia la planta y se viste
de verde en la primavera
Cambia el pelaje la fiera
Cambia el cabello el anciano
y así como todo cambia
que yo cambie no es extraño
Pero no cambia mi amor
por mas lejos que me encuentre
ni el recuerdo ni el dolor
de mi pueblo y de mi gente
Lo que cambió ayer
tendrá que cambiar mañana
así como cambio yo
en esta tierra lejana
Cambia todo cambia
Cambia todo cambia
Cambia todo cambia
Cambia todo cambia”.
Traduzione.
“Cambia ciò che è superficiale
e anche ciò che è profondo
cambia il modo di pensare
cambia tutto in questo mondo.
Cambia il clima con gli anni
cambia il pastore il suo pascolo
e così come tutto cambia
che io cambi non è strano.
Cambia il più prezioso brillante
di mano in mano il suo splendore,
cambia nido l’uccellino
cambia il sentimento degli amanti.
Cambia direzione il viandante
sebbene questo lo danneggi
e così come tutto cambia
che io cambi non è strano.
Cambia, tutto cambia
cambia, tutto cambia
cambia, tutto cambia
cambia, tutto cambia.
Cambia il sole nella sua corsa
quando la notte persiste,
cambia la pianta e si veste
di verde in primavera.
Cambia il manto della fiera
cambiano i capelli dell’anziano
e così come tutto cambia
che io cambi non è strano.
Ma non cambia il mio amore
per quanto lontano mi trovi,
né il ricordo né il dolore
della mia terra e della mia gente.
E ciò che è cambiato ieri
di nuovo cambierà domani
così come cambio io
in questa terra lontana.
Cambia, tutto cambia…”.

La domanda

(..)Don Giussani non mi fece nessuno sconto, ma con il suo abbraccio tenero e con il suo sguardo luminoso decise di dirmi che se Cristo fosse stato la ragione totalizzante e definitiva della mia vita qualsiasi difficoltà si sarebbe trasformata in una positività, in una possibilità più grande di amore a Cristo, l’unica che possa soddisfare pienamente la sete e la fame di amore e felicità che il mio cuore desidera. Cara amica, il fatto che dopo un anno tu non abbia più sopportato questa situazione di solitudine cercando «nell’abbraccio di un uomo quella fisicità, quella “carne” di Cristo che il tuo cuore desiderava e per il quale avevi offerto la tua vita fino a quel momento», da un lato conferma la verità della provocazione che ti fecero i tuoi superiori e dall’altro ha aperto una ferita molto positiva, perché mai come in questo momento hai gridato, mendicato, cercato aiuto. Questo grazie al fatto di esserti innamorata di un uomo quando la maggior parte di noi consacrati viviamo “innamorati” di cose peggiori, che non disturbano i superiori né gli altri e nemmeno ci fanno perdere il sonno.

Quanti vivono nel tepore, attaccati al denaro, a relazioni meschine, al cachet, al computer ultimo modello, alle ultime tecnologie, a mille capricci? Quanti religiosi passano il loro tempo dormendo o cercando le loro piccole soddisfazioni in una vita borghese? Capisco bene la tua situazione, perché l’ho sperimentata sulla mia pelle. Non ho mai dubitato ed affermo, dopo anni di sofferenza, che è stata la grazia più grande che ho sperimentato nella vita, perché ho imparato a gridare, a mendicare, a vivere con gli occhi fissi verso il Mistero. Quella ferita aperta, grazie ad un innamoramento imprevisto, ha risvegliato un’infinita sete e fame di conoscere il Suo volto. Senza quell’esperienza Cristo avrebbe continuato ad essere astratto, un punto di riferimento, un’ispirazione e non l’unica ragione della mia vita. Certamente è stata una battaglia durissima, è stato un “mordere la pietra” come direbbe Milosz nella sua opera Miguel Mañara. Ma l’esito è stata la grazia di poter dire “Io” e conoscere, apprezzare, amare la mia umanità, cosa che prima detestavo considerandola come qualcosa di terribilmente negativo e un impedimento alla mia relazione con Cristo.
padretrento@rieder.net.py

Aldo Trento, tempi.it

 

Il più caro

Volantone  Pasqua 2012, CL


«L’imperatore si rivolse ai cristiani dicendo: “Strani uomini… ditemi voi stessi, o cristiani, abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi: che cosa avete di più caro nel cristianesimo?”. Allora si alzò in piedi lo starets Giovanni e rispose con dolcezza: “Grande sovrano! Quello che abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della Divinità». […]

Vladimir Solov’ev,Il dialogo dell’Aticristo

L’assenza di un ideale

“Non c’è una macchina che produce intossicazione culturale. E’ l’assenza di un ideale che produce confusione”. “Una persona che non ammette che in lui c’è una parte di tradimento, di non volontà nel perseguire il proprio ideale, che ognuno ha dentro di sé ( per i cristiani è il riconoscimento del peccato originale), non è più autentica, non è più vera in nessun rapporto. Perché dimentica la verità essenzialmente iniziale, cioè che la meschinità, la miserabilità, la pigrizia, la cattiveria offuscano il cuore dell’uomo che è costituito dall’ideale. Il peccato originale è un mistero senza il quale non si capisce più nulla; un’ipotesi di lavoro senza la quale non ci si orienta più”.
Luigi Giussani

 

Auguste  Macke