Il destino dell’amore

(..)L’altra testimonianza viene da Shakespeare. È un sonetto dove l’amato parla all’amata, e parla della propria morte, del destino del loro amore quando lui non ci sarà più:

Non piangere per me quando sarò morto,

quando sentirai la tetra campana funerea

annunziare al mondo che io sono scomparso

da questo mondo, a dimorare con i vermi più vili;

anzi se tu leggerai queste rime, non ricordare

la mano che le ha scritte, perché io ti amo così tanto

che dai tuoi dolci pensieri vorrei sparire

se il pensare a me dovesse recarti dolore,

e se (io dico) leggerai questi versi

quando io sarò mescolato all’argilla,

non ripetere continuamente il mio nome,

ma lascia che il tuo amore svanisca con la mia vita;

affinché il saggio mondo non guardi nel tuo lamento

e derida me e te dopo che io non sarò più[3].

Questa è una testimonianza altrettanto tragica, perché dice che anche quando l’uomo e la donna raggiungessero la gratuità nell’amore, proprio allora darebbero al mondo uno spettacolo ridicolo, perché la morte ne svelerebbe tutta l’inconsistenza. Si sono voluti bene, perdutamente bene, per niente: l’esito del loro rapporto è la morte.

Allora, come vediamo, l’affettività pone delle grandi questioni: è possibile quella gratuità che ne è la legge costitutiva? E anche se fosse possibile, c’è una ragione sufficiente per amare con questa gratuità?

Torno ancora a don Giussani il quale diceva che l’amore è possibile solo nell’adorazione dell’altro – usava questo termine audace: adorazione – ma per insinuare che si tratta di adorare Dio nell’altro. La gratuità, infatti, è l’amore all’altro come a Dio:

Non può un uomo voler bene ad una donna, se non la guarda amando il suo destino; uno non è compagno di un altro, se non lo guarda pensando al suo destino[4].(..)

Don Francesco Venturino, L’amicizia coniugale

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Il dono

(..)Il dono implica che io possegga me stesso, cioè sia libero: se non sono libero e agisco per istintività, non c’è donazione, c’è soltanto la ricerca di un possesso. Quello che Tommaso dice degli animali: quando gli animali si uniscono fra di loro, anche se creano una soave atmosfera di godimento, in quel rapporto non c’è donazione di se stessi, c’è soltanto una presa egoistica dell’altro, come di una preda. La donazione implica una capacità di libertà che mi fa trascendere il livello dell’istintività. Un animale non sarà mai un martire, perché è dominato da un istinto di sopravvivenza, e non ha la libertà necessaria per superare quest’istinto in forza di un ideale: se salva il suo piccolo in un gesto che a noi sembra di eroico altruismo è solo in forza di una dinamica naturale, necessaria e istintiva, che lo conduce a compiere quell’azione.

È necessaria la libertà per amare, per donare: il dono è il superamento dell’appagamento dell’istintività. Il dono non nasce da questa esigenza; nasce dalla capacità che l’uomo ha di dare se stesso. Ma per dare se stesso deve possedere se stesso, deve avere anche un possesso di tutta la sua sfera sensitiva e istintiva.

Nell’orto del Getsemani, Gesù provò tutte le paure umane, sentì nella sua carne tutti gli istinti, la voglia di fuggire, la paura della croce, il terrore della morte, com’è descritto bene nel Vangelo. Quell’atto per cui dice: “Sia fatta la Tua volontà e non la mia” dimostra che lui è più di tutto questo. Se lui fosse stato soltanto la somma dei suoi istinti non sarebbe potuto arrivare ad un atto d’obbedienza. Per questo abbiamo fatto l’analogia tra l’amore umano e il Crocifisso, perché esso ha la stessa radice.

L’uomo è capace di voler bene solo quando acquista per un po’ la coscienza e la maturità affettiva di Cristo, cioè quando ha educato talmente la propria libertà da renderla capace di questa donazione di sé e, come ho detto prima, questo non può accadere se non in una relazione profonda col Mistero. Quindi è necessario possedere se stesso, per potere donare se stesso e realizzare se stesso come uomo libero.

Il possesso necessario per donarsi è il traguardo proprio dell’uomo. Chi non è capace di questo non è uomo. Perciò non è facoltativo amare, è essenziale per essere uomini.(..)

L’Amicizia coniugale, Don Francesco Ventorino

L’alterità

(..)Il poeta brasiliano João Cabral de Melo Neto (1999) mostra in “Morte e Vida Severina” l’uomo che avverte continuamente il mondo come contraddittorio, inconsistente, senza capacità di rispondere alle speranze che continuamente suscita. Nella ricerca costante di terre migliori, (il “retirante”) l’itinerante si chiede il senso del continuare a vivere. La sorprendente emergenza della vita come alterità attrae tutta la sua sensibilità, mobilita tutta la sua energia personale, in modo tale che trova risposta alla sua domanda radicale nel mistero della bellezza vincitrice dentro le condizioni umane e le circostanze fragili: “bello come un sì in una stanza negativa”,” bello come la palma che vince la sabbia del mare” (p.200). (..)

Medicina e persona, L’esperienza di salute tra cronicità e guarigione

La ricerca su di noi

(..)Giussani ha testimoniato che la vita sarebbe stata comunque una passione utile anche se non avessimo incontrato Dio perché la grandezza e la dignità dell’ uomo è nella sua ricerca. La grandezza e la dignità dell’ uomo sta nell’ essere ferito dalla bellezza e la prima ferita è la prima domanda di verità. Questa ferita è quella che don Giussani portava nel cuore. Le generazioni avevano questa ferita, la ferita di Dio che li ama. La ferita del Mistero delle cose che li ama. Giussani portava in sé lo stigma di Dio cioè della domanda. Anche la sua generazione portava con sé un’ altra ferita. Una ferita che complicava, inquinava, distorceva la prima ferita: la ferita dell’orgoglio che si aggiunge alla prima ferita ma con una complicazione. L’ orgoglio non accetta che la vita sia un mistero e vuole che la vita sia un oggetto, un oggetto da conoscere secondo le proprie misure, da manipolare secondo le proprie capacità. Perché ci sia un rapporto tra un uomo e una donna, ci deve essere il mistero. Se non c’è il senso del mistero, l’ altro non ti appare. Giussani innamorato di Cristo perché innamorato della vita ci ha fatto prendere sul serio la domanda di senso e ci ha avviato a vivere questa che è la fatica dell’ esistenza e quindi porta con sé quella vera armonia. Lui ha scritto pagine straordinarie nelle sue opere elaborando l’ altro pensatore che ha scritto cose straordinarie sulla melanconia della vita e che è legato a Giussani da una grande frequentazione e da una grande reciprocità di affetti e di intenti, intendo riferirmi a Romano Guardini.
Domandai la vita, “tutta la vita a chiedere l’ eternità”. Noi ci siamo sentiti inoltrare con lui verso Cristo. È venuto ad insegnarci che per capire chi fosse Lui dovevamo capire chi eravamo noi.(..)

Monsignore Luigi Negri su ” Cristo me trae tutto tanto è bello “

L’abbraccio che cura

Milano, lunedì 26 marzo. Le aule del seminario “Malattia e Cura” della facoltà di Medicina dell’Università Bicocca aprono le porte a un sacerdote per spiegare cosa significhino la malattia e la cura in ambito psichiatrico. Davanti a padre Aldo Trento, missionario in Paraguay, dove il sacerdote ha fondato una clinica per moribondi, anziani, bambini violentati e malati di mente, ci sono diversi studenti e più di una decina di psichiatri, alcuni fra i più famosi d’Italia (Italo Carta, Cesare Cornaggia, Lorenzo Calvi, Leo Nahon, Rodolfo Reichmann, Massimo Clerici). «Conoscendo la sua esperienza – dirà ad un certo punto uno di loro – ho ritrovato un modo di guardare al malessere profondo che è positivo. Padre Trento, ma lei come riesce a stare davanti alla sofferenza altrui in questo modo?».

Racconta il missionario: «Non so nulla delle teorie psichiatriche. Ho passato 15 anni della mia vita a cercare di farmi curare e, mentre qualcuno mi stava a fianco, la Provvidenza faceva crescere la clinica di cui oggi sono il vice-direttore. Perché il direttore è il Santissimo Sacramento». Gli occhi degli studenti strabuzzano e gli sguardi si catalizzano sull’uomo che racconta della sua «depressione, di cui Dio ha usato per salvarmi». Padre Trento narra la vicenda che nel 1968, già prete, lo portò alla follia: «Non capivo più nulla. Solo una cosa sapevo: non potevo fuggire da quello che mi stava accadendo. Non è che se scappi dai problemi, andando nella Terra del Fuoco, le cose si risolvono. Perché il problema è nell’Io. La mia unica risorsa fu l’urlo, la richiesta d’aiuto, la confessione e l’abbraccio fisico, prima di don Luigi Giussani (quando tutti volevano ricoverarmi, mi mandò ad Asunción) poi di un prete che passava le giornate con me, volendomi bene anche quando ero una larva lamentosa».

Per lui è vero quello che diceva don Giussani e che lo psichiatra Eugenio Borgna ripete sempre: «C’è in tutti noi della follia. Chi può dire di essere completamente equilibrato? Forse un morto». Secondo padre Trento l’unico modo per stare davanti al disagio altrui è un metodo «di cui nessuno parla più: l’abbraccio all’altro. Una carne che ti stia a fianco. È stato fissando una presenza fisica che mi amava che, nel tempo, ho iniziato ad accettare me stesso, a guardare a questo bene anziché alla mia pochezza. A ironizzare sul nulla che sono. Oggi tanti si odiano perché non riconoscono questo sguardo misericordioso su di sé».

Per padre Trento il nocciolo della questione non è la malattia, ma l’uomo: «Io non conosco la patologia, ma so chi è l’uomo e di cosa ha bisogno. Solo per questo posso cercare di curare la malattia». Il sacerdote si ostina a parlare di un “Io” bisognoso di una compagnia che lo abbracci. «Solo questo rende grande la vostra arte medica e la tecnica. Solo se al centro c’è l’uomo guardato così: come un essere in relazione al Padre, che poi è la persona di Cristo. Pensate a chi ha inventato la medicina e le tecniche moderne. Sono i grandi santi come san Camillo de Lellis che, amando il malato come Cristo, rivoluzionò la medicina».

Il punto per il sacerdote è offrire un abbraccio «che risponde a questo grido. Un abbraccio che non è il mio, ma quello di Cristo attraverso di me. Il metodo nella mia clinica è fissare il Santissimo: tutti i medici, gli operatori, io, dobbiamo inginocchiarci davanti al Corpo di Cristo ogni giorno. Così portiamo il suo sguardo ai pazienti e accadono miracoli. Gente che muore cantando, bambine violentate che crescono e diventano buone mamme».

In aula non vola una mosca. Padre Trento racconta dei propri malati, di mille storie di umanità sfibrate e poi redente «perché se non ci fosse l’abbraccio di Dio risorto l’uomo dovrebbe maledire chi lo ha messo al mondo». Si sofferma sulla vicenda di una piccola undicenne, appena arrivata nella sua clinica, violentata per due mesi e poi gettata su una strada: «Stando con me, certo del bene che Cristo vuole a me e a lei, la bimba ha cominciato a volermi al suo fianco, a chiamarmi “papà” e a dirmi che mi vuole bene. I miei pazienti? Alcuni muoiono felici, altri tristi ma sorridenti. C’è chi ringrazia della malattia per aver incontrato Cristo e chi si converte, come accaduto a un musulmano di recente». Padre Trento dice di non avere altro metodo per curare se non quello che cura anche lui. «E allora porto loro il Santissimo e li abbraccio perché loro sono Cristo sofferente nel Getsemani che chiede di non essere abbandonato».

Uno psichiatra chiede come deve essere organizzato il luogo della cura: «Questa è una conseguenza, come la tecnica – risponde il missionario -. La clinica esiste per fare compagnia a Gesù “nevrastenico nel Getsemani”, come scrive Charles Péguy. Allora la pizzeria, allora la ricerca delle cure migliori, allora la confessione. Come i viados che vengono da me e con la confessione si riconoscono amati a tal punto da ritrovare la loro identità nell’amore di Dio».
Quindi viene la tecnica migliore, le medicine più adeguate e tutto il resto: «Perciò ho scelto il lavoro in équipe settimanali dove ciascun operatore (siamo più di 20) deve prima parlare di quello che vive con ogni paziente. Solo poi si fa l’analisi clinica e si pensa al miglior farmaco o modo per curarlo. Anche i soldi arrivano di conseguenza perché chi conosce la nostra clinica si affeziona e dona. E, poi, in modo inaspettato, arrivano sempre anche i farmaci in un paese dove non si trovano quelli basilari».

«Capite quale responsabilità avete voi, dottori? Per curare dovete riunire quello che si è separato». Padre Trento chiude così il suo intervento. Un gruppo di studenti lo segue, pieno di domande, sin fuori dalle porte dell’aula.

tempi.it, Aldo Trento :”  Amici dottori, curare  significa abbracciare l’altro”

L’orizzonte

(…)
Il problema è che la fede non deve essere qualcosa di presupposto e lasciato lì, dato per scontato, pensando: « Adesso dobbiamo agire! ». La fede deve essere l’orizzonte di tutte le azioni. Se no anche il senso della giustizia sociale è moralista, perché nasce da una posizione razionalista. Anche i pagani possono averlo e agire per esso, anzi i pagani lo fanno meglio di noi, i marxisti lo fanno meglio di noi: l’origine del loro atteggiamento è l’impeto umano di fronte al bisogno che occorre risolvere. Questo tutti gli uomini onesti lo possono fare. Allora l’impeto di fronte al bisogno idealizza il bisogno, cerca la sua teoria, cioè le sue strade, e cerca di fare il suo programma; per cui, se il bisogno è insistente, anche la violenza diventa giusta. Invece, per il cristiano non è affatto così. Il cristiano è come svegliato dal sentirsi « preso dentro » da un avvenimento che dapprima non c’entra col problema della giustizia sociale: è l’avvenimento di Cristo. La gente del Vangelo non era percossa dal problema della giustizia sociale; era lo stesso l’annuncio ai pastori e a Nicodemo (« Maestro, nessuno fa quello che fai tu »), cioè ai pastori ignoranti e ai professori di università, allo stesso modo. Così, l’uomo cristiano è preso dentro da un avvenimento. L’avvenimento che Dio ha provocato nel mondo è il primum, la prima cosa nella vita: è venuto Dio, l’alleanza di Dio. Questa è la situazione nuova: è lo stupore, la meraviglia, l’ammirazione, la fedeltà a questo avvenimento. Io sono preso dentro da questo avvenimento, e questo avvenimento mi cambia e mi porta su me e sugli altri, sul mondo, con occhi carichi di un’attenzione e di una fraternità da cui deriva poi tutta l’esigenza di giustizia, di aiuto. Sembra che sia una questione magari teorica, ma ne nascono due metodi radicalmente diversi. Il secondo atteggiamento, quello che qualifica il cristiano, non lascia tregua all’inadeguatezza o all’ingiustizia che c’è, ma il suo non lasciar tregua è diverso, ha un senso più completo della questione, per cui non può portare avanti un discorso di valori schiacciando altri valori, è costretto a portare avanti tutto e perciò esige la pazienza, che è la grande parola cristiana. La pazienza è il contrario della quietitudine, dello stare passivi, è una tenacia senza fondo, che non si altera, cioè non diventa impazienza, violenza, perché è sicura, non della propria energia, ma di Cristo, di Dio che porta avanti tutto, e dei suoi tempi, soprattutto del suo disegno, della sua storia. « Colla vostra pazienza possederete l’esistenza vostra ». Così non si distrugge il valore della persona per portare avanti una struttura sociale. Questa profonda differenza di metodo, che possiamo constatare in noi stessi, è forse il paragone più impressionante. Perché quando scivoliamo nel metodo moralistico, razionalistico, tutta la nostra serietà morale ci porta allo scoraggiamento, salvo i momenti in cui siamo distratti o illusi, pieni di amor proprio, di sicurezza delle nostre azioni. Ma quando ci vediamo con chiarezza, la sproporzione fra quello che siamo e quello che vorremmo essere non può non farci disperare, e così, pieni di impazienza, si fa violenza a se stessi e si dice: « Mi faccio questo proposito, in questa settimana » ed è veramente terribile. Nel secondo metodo, uno invece non cede un istante nel desiderio del bene, è tutto teso, pieno della consapevolezza del condizionamento che ha addosso e che solo il tempo di Dio purificherà e decanterà, e perciò è tutto proteso alla domanda. Tutto proteso, non al suo programma, ma alla domanda. Una domanda, infatti, non può essere sincera, se non tenendoti tutto proteso, cioè tutto pronto. Ed è questa la liberazione di cui parla san Paolo: « Liberati dalla legge ». È la libertà dei figli di Dio, che non vuol dire che noi siamo perfetti: noi, peccatori, eppure così peccatori e così salvi.
È questa la contraddizione, o meglio, la tensione tra l’Alleanza, che è fondamento e origine, e la nostra storia, che rivelerà questo a suo tempo, che lo rivela secondo il tempo di Dio. È veramente quel che diceva Isaia: « A chi segue Dio spunteranno le ali come all’aquila, camminerà senza mai stancarsi » (Cfr. Is 40, 31). Mentre non c’è niente che stanchi di più dell’appoggiarci su noi stessi e sui nostri programmi. « Chi si perde si trova »: la nostra vita è la vita di un Altro.
Io non riuscirei a restare cristiano, se non fossero vere queste cose; uno non potrebbe più sopportarsi né quindi sopportare gli altri, poiché non sopportiamo gli altri se non abbiamo motivo di sopportare noi stessi. Il nostro rapporto con gli altri è sempre proiezione del modo in cui percepiamo noi stessi, coscientemente o incoscientemente; in fondo, se nel subcosciente non ci accettiamo e non ci riconosciamo, non riusciamo ad accettare e riconoscere gli altri. Ma come facciamo a riconoscerci e ad accettarci con questa nullità che siamo? Ci accettiamo perché la faccia di un Altro è in noi, un’altra realtà è in noi. Non per nulla tutta la mentalità mondana accetta e tollera il cristianesimo nella misura in cui viene ricondotto a moralismo o attivismo. È la tendenza che c’è sempre stata e che la desacralizzazione o la secolarizzazione ha teorizzato fino alle sue conseguenze, per cui il cristiano è accettabile nella misura in cui identifica il suo cristianesimo con l’azione sociale e politica. Perché là dove il cristianesimo tira fuori il suo contenuto, ciò per cui è, la sua fisionomia, la sua personalità, non è più tollerabile, nel migliore dei casi è assurdo: per i « filosofi », i quali sono per la razionalità pura, per la gente colta è un assurdo (la gente colta non si sporca le mani) e lo mettono da parte; per i « farisei », vale a dire per i moralisti, per chi è impegnato con i « valori », è scandalo, non è tollerabile, deve essere strappato via. Così il liberalismo colto ha sopportato il cristianesimo, la Chiesa; il marxismo, che è molto più impegnato nella realtà, non lo tollera. Dunque, « scandalo per i giudei », cioè per i moralisti, per chi stima molto il rapporto e l’azione, e « assurdo per i gentili », cioè per la filosofia pagana.
È un altro mondo. Del resto, se Dio si rivela all’uomo, se Dio viene nella nostra storia, deve portare qualcosa che sconvolge tutte le nostre misure a priori, altrimenti non è lui. E la ricerca piena di ascolto di questo, il desiderio, la preghiera che si avveri, che la nostra realtà, la nostra carne sia modulata secondo questo avvenimento, è tutto lo sforzo cristiano, l’ascesi, si dice. Questo è il nostro compito. Io non conosco nient’altro. I giudei chiedevano i miracoli, i moralisti che si cambi il mondo, che la situazione si cambi; i greci, la sapienza, la filosofia, una concezione organica. Ma noi non conosciamo altro che Cristo e Cristo crocifisso.
Tutta la nostra preoccupazione in questi anni è che, nel mondo cristiano, si svuotino di contenuto queste frasi ultimissime, che però nessun esegeta può ridurre.

 La vita : Dio si è “immischiato ” con noi, Luigi Giussani,

 

Le ninfee

 le ninfee di Monet

Monet

(..)Monet , quel gran pittore dipingendo trentasette volte le sue celebri, mirabili ninfee ha dipinto anche un grande problema, un concentrato di grande problema, un problema di limite. Dato che ha dipinto trentasette ninfee, anche se sono cose tutte uguali, quale sarà la migliore, la meglio dipinta? quale sarà la volta migliore?. Il primo impulso, l’impulso del buon senso, l’impulso logico, in un certo senso l’impulso meccanico è quello di dire: l’ultima perché dall’una all’altra fino all’ultima, continuamente acquisita, guadagna, incamera, sale di più. E’ un impulso illusorio. E’ proprio la teoria del progresso. La teoria dell’inganno e del disinganno. E’ l’idea, la teoria del progresso temporale indefinito  per l’uomo e per l’umanità. Questa teoria ,sostanzialmente moderna, e d è sostanzialmente, una teoria di risparmio, di cassa di risparmio, di fecola e di provvista, una teoria di capitalizzazione e dell’era di capitalizzazione. E io ti dico:la creazione artistica, l’operazione non è affatto una operazione di una capitalizzazione borghese. (..) E allora te lo dico: la prima sarà la migliore perché non sa, perché è lei ancora tutta piena di stupore, anche se sono cose  tutte uguali, tutta piena di stupore e di novità. E’ tutto un problema di genio, anzi, tutto il suo problema temporale è forse là : guadagnare se si può ( ma questo non è molto importante), ma senza perdere, guadagnare, acquisire mestiere, Dio mio, sì, ma , soprattutto, non perdere in stupore e novità, non perdere il fiore, se mai è possibile, non perdere neanche  un atomo di stupore. E’ la prima che conta. E’ lo stupore che conta, principio indiscusso di scienza, come ha detto quell’Antico, ma non tanto principio di scienza quanto davvero e realmente , quanto infinitamente di più tra i più profondi principi dell’ adorazione.(..) Il genio non nasce mai, non arriva mai troppo tardi in un mondo troppo vecchio. Ignora proprio cosa sia tardi, cosa sia vecchio, cosa sia invecchiare o invecchiamento. E’ solo giovinezza . E’ solo ignoranza,  è tutto ignoranza di invecchiare.(..)

Charles Pegùy, Veronique- Dialogo della storia e dell’anima carnale.

La scintilla della mente

“La mente non è un vaso da riempire ma, come la legna da ardere, ha solo bisogno di una scintilla che la accenda e che le dia impulso per la ricerca e amore ardente per la verità”. Così scriveva lo storico greco Plutarco nell’Arte di ascoltare.

dal web

 

 

I dieci piaceri semplici

Mi fa  piacere  rapportarmi agli altri, la famiglia , gli amici…

Mi piace ascoltare la musica in macchina…

Mi rilassa talvolta  cucinare…

Adoro parlare della vita….

amo le  passeggiate…

Prenderei cento  caffè al bar…

Mi piace  il computer e internet…

Le letture le seguo, libri e online…

Adoro cantare con gli amici…

E infine ma non meno importante, mi piace ritrovarmi in Chiesa con gli amici a pregare…

 

 

La concretezza e l’implicito

Questa rivelazione della divinità che si palesa nella esistenza viva di Gesù , non però con manifestazioni irruenti e con azioni grandiose, ma con un continuo, silenzioso trascendere i limiti delle umane possibilità, in una grandezza e in una vastità che si percepiscono dapprima solo come una naturalità benefica, come una libertà che appare naturale, come umanità  semplicemente sensibile- espresse nel nome meraviglioso di ” Figlio dell’uomo”, che egli stesso tanto volentieri si attribuiva-, finisce per rivelarsi semplicemente come  un miracolo (…) un passo silenzioso che trascende i limiti segnati alle umane possibilità ma ben più portentoso della immobilità del sole e del tremare della terra !:

Romano Guardini,  La figura di Gesù Cristo nel Nuovo Testamento