Il collante delle passioni

Puoi addizionare le parti
ma non ne avrai la somma
puoi dare il via alla marcia,
mancano i tamburi
ogni cuore
giungerà all’amore
ma come un rifugiato.

 Leonard Cohen

Boccioni

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Si rifiorisce dall’essere amati nella realtà

quadro

 

Ettore Goffi, Insistenza d’amore

 

(..)Perché non viene dal travaglio la salvezza! La salvezza viene dalla grazia. La salvezza viene dalla grazia, non viene dal travaglio, la salvezza viene dall’essere amati, non viene dal dolore dell’uo- mo, la salvezza! Viene dalla felicità di Dio, viene dalla pienezza della felicità di Dio, la salvezza! La salvezza viene dall’essere amati. Che Lo abbia partorito con un parto senza dolore24, che Lo abbia partorito con un parto senza violenza, che Lo abbia partorito verginal- mente, cioè nello stupore, è segno che la salvezza vie- ne dall’essere amati. La certezza di fede circa il parto verginale è raccolta da Pio XII nella Mystici Corporis in questa espressione: «Con un parto stupendo». Mentre ciascuno di noi è venuto al mondo in un parto di dolo- re, quel parto è stato un parto di stupore, senza dolore, senza violenza: perché la salvezza viene dalla grazia. La salvezza non nasce dal peccato, la salvezza non na- sce dal deserto: fiorisce nel deserto, fa rifiorire il deser- to, ma viene dall’essere amati. L’essere amati nasce dalla felicità di Dio. Si è amati per la sovrabbondanza di felicità che è la Trinità, si è amati per la sovrabbon- danza di corrispondenza che è l’eterno Amore del Pa- dre e del Figlio che chiamiamo Spirito Santo. Si è ama- ti per grazia. Il parto di Maria, il parto stupendo di Ma-ria è il segno fisico, è il segno carnale che la salvezza non viene da noi, che la salvezza non viene dal trava- glio, che la salvezza non viene dal dolore, che la sal- vezza non viene dal grido dell’uomo. La salvezza viene per grazia di Dio, felicità infinita, per sovrabbondanza di felicità, per sovrabbondanza di grazia.

E così la verginità di Giuseppe. E così il fatto che Maria sia rimasta sempre vergine si può intuire per esperienza: non avendo l’esperienza del paradiso, del paradiso sulla terra, non si può intuire che la carità, cioè il paradiso presente, è più potente, è più potente, come attrattiva, della pur natu- rale attrattiva dell’uomo e della donna. Dice san Tomma- so d’Aquino che la carità, come attrattiva, per l’uomo pur ferito dal peccato, è più potente, come intensità di attratti- va e di diletto, che qualunque attrattiva naturale25. La cari- tà è imparagonabile, come attrattiva avvincente, rispetto all’attrattiva naturale dell’uomo verso la donna. Non avendo esperienza di questo, forse, hanno dipinto san Giuseppe come una persona anziana, quasi per difendere così la verginità della Madonna. Invece era il paradiso presente, era il di più presente che rendeva verginale, così umano quel rapporto: nessun uomo ha voluto bene alla sua sposa come Giuseppe ha voluto bene a Maria. Perché era un amore che nasceva dalla felicità, non nasceva da una mancanza, come tante volte è il nostro povero affet- to. Quando nasce da una mancanza, l’affetto inevitabil- mente è segnato da un’ultima violenza. Nasceva da una pienezza di felicità: questo era l’amore di quell’uomo, di quel povero uomo di nome Giuseppe verso la più bella delle creature che era Maria. Sarebbe stato un di meno se

non fosse stato verginale il loro rap- porto. Sarebbe stato un di meno. Un di meno di piacere. Era umanamente im- possibile non gioire in pienezza del paradiso presente. E questo non eli- mina nulla dell’umanità. I vesperi di Natale della liturgia ambrosiana si concludono con questa antifona: «Io- seph conturbatus est de utero virginis / Giuseppe fu turbato quando si accor- se che il ventre di Maria si ingrossava perché era incinta». Una delle cose a livello esegetico che ha confortato la fede mi è stata suggerita dal povero don Saldarini quando spiegava, in prima teologia, il Vangelo di Matteo che dice che «Giuseppe essendo giu- sto voleva rimandare Maria in segre- to» (Mt 1, 19). Voleva rimandarla non perché dubitasse di Maria, ma perché si era accorto che era presente e agiva il Mistero. La giustizia per gli ebrei, di fronte al Mistero che agisce, consiste nello stare a distanza (cfr. Es 3, 5)

Giuseppe non ha dubitato mai di Maria, non ha dubitato quando si è accorto che il ventre di Maria si ingrossava perché era incinta, non ha mai dubitato. Soltanto che, es- sendo giusto, non voleva interferire col Mistero presente, col Mistero del Dio infinito che si faceva visibile, tangibile nella sua sposa. Allora pensò di licenziarla in segreto. E l’angelo appare a Giuseppe e gli dice: «Non temere, Giu- seppe, di prendere con te Maria tua sposa perché quello che è nato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1, 20). Uno dei versetti più belli dell’Inno di Natale di sant’Ambrogio dice: «Non ex virili semine / Non da seme di uomo / sed mystico spiramine / ma per soffio di grazia / Verbum Dei fac- tum est caro / il Verbo di Dio si fece carne / fructusque ventris floruit / e il frutto del ventre di Maria fiorì»26. «Fiorì», come ha detto Giussani il 24 dicembre 2004, due mesi prima di morire: «In quel luogo [Betlemme] fiorì»27. Il ventre di Maria fiorì, il frutto del ventre fiorì. (..)

L’umanità di Cristo è la nostra felicità, Don Giacomo Tantardini

 

 

 

Può accadere anche a noi

 La fede non può che essere sem- plice. Se è venuto in modo co- sì semplice, non può essere ve-

nuto per complicarci la vita. Se la felicità è venuta, non può che essere semplice abbracciare la felicità, non può che esse- re semplice essere contenti abbracciando la felicità. Altri- menti sarebbe bastata la legge per indicare come raggiunge- re la felicità, come andare in paradiso (cfr. Mt 19, 17). Per questo bastava Mosè (cfr. Gv 1, 17). Sarebbe stato inutile che la felicità stessa venisse, se poi non la si può facilmente, sem- plicemente abbracciare, se poi non si può facilmente, sem- plicemente riconoscere. «Mestier non era» direbbe Dante «parturir Maria»29. E infatti per i pastori è stato semplice , udito l’annuncio degli angeli, riconoscere quel bambino. Non hanno riconosciuto che era la Seconda Persona della Santissima Trinità fatta uomo. No. Han- no soltanto scoperto che una cosa così bella e una felicità così umana non l’avevano mai pro- vata nella vita. Hanno riconosciuto questo. Di fronte a quel bambino, di fronte a Giuseppe e a Sua madre Maria hanno riconosciuto che un’e- sperienza così non era mai capitata loro. Han- no riconosciuto che una corrispondenza così al loro cuore non era mai accaduta.

Così voglio leggere un brano, che, secondo
me, è uno dei più belli e più riassuntivi di Gius-
sani, in cui dice che cosa è questo rapporto
umile con l’umile Gesù, questo abbraccio
umile con l’umile Gesù, questo abbraccio
umile con la felicità qui sulla terra, questa co-
munione del Figlio suo Gesù Cristo, questa possibilità di familiarità col Figlio suo Gesù
Cristo. Dice Giussani: «Il tuo rapporto con Cristo non de- ve essere evoluto, scaltro, maturo, perché la tua personali- tà ne nasca e la tua personalità da esso sappia creare com- pagnia [sappia volere bene. Quando si è amati gratuita- mente si può liberamente cioè gratuitamente volere be- ne].(::)

Don Giacomo Tantardini

La parola del silenzio

«Il silenzio è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense di contenuto».

«Tacendo si permette all’altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a noi di non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole o alle nostre idee».

«Sono da considerare con interesse le varie forme di siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l’uomo di oggi a vivere momenti di riflessione e di autentica domanda, ma anche a trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio. Nella essenzialità di brevi messaggi, spesso non più lunghi di un versetto biblico, si possono esprimere pensieri profondi se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorità».

Benedetto XVI

Gianni Savio, Omaggio al silenzio

Liberare dalla libertà

 

.(..) Come a dire che il bene resta bene e il male male, e di entrambi l’uomo fa l’esperienza. Si pone in una zona intermedia dove è chiamato continuamente a decidersi per l’uno o per l’altro. “In luogo di seguire la salda legge antica, l’uomo doveva per l’avvenire decidere da sé liberamente, che cosa fosse bene e che cosa fosse male, avendo dinanzi come guida la sola Tua immagine”. Ciò che lo salva è questa presenza di Gesù che nel suo silenzio sembra non partecipare agli avvenimenti, ma che invece c’è. È lui stesso il bene. Pietra di scandalo continua per chi vorrebbe addomesticare la libertà dell’uomo, per chi ha fatto diventare un esercizio di potere anche il bene, piegato e ridotto alle convenienze del momento e soprattutto separato dalla sua fonte. (..)

ilsussidiario.net, Dostoevskij e quel bene scomodo della “libertà”

 

 

 

 

 

 

Ewelina Ozòg