Almaviva e l’egoismo del sottosviluppo

Il caso Almaviva ha interessato l’opinione pubblica nelle ultime settimane, ma non è un caso isolato. E’ l’eredità di una concezione del lavoro distorta. GIORGIO VITTADINI

Sorgente: Almaviva e l’egoismo del sottosviluppo

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Dov’è Dio?

DOMANDA CHE L’UOMO NON PUÒ EVITARE
«Che cosa allora può rendere l’uomo capace di riconoscere il Divino?». Oggi esce “Dov’è Dio?”, il libro-intervista di Julián Carrón con Andrea Tornielli, vaticanista de “La Stampa”. Ecco un brano
17.10.2017
Quali sono le ragioni per le quali dovremmo credere all’esistenza di un Essere superiore che ci ha creati, ci ha voluti e che continua a volerci bene?

È una domanda impegnativa, che mi sembra in rapporto con quanto appena detto. Interrogarsi sull’esistenza di un Essere superiore appare a taluni come qualcosa di irrazionale o per addetti ai lavori, estraneo a chi ha interessi vitali e concreti, qualcosa, insomma, per coloro che non hanno altro da fare o al massimo per qualche filosofo che ancora si pone certi problemi. Ora, fino a quando viviamo nella superficialità, nella dimenticanza, nella banalità, possiamo – più o meno – tirare a campare evitando la questione. Ma quando la vita urge, quando è provocata da un fatto, da una situazione, da un’incompiutezza, da un fallimento, da un’irrequietezza che non sappiamo come “risolvere”, allora certe domande esplodono, bruciano: «Perché la sofferenza, il dolore, la morte?», «Che senso ha la vita?». Cominciano a riemergere quegli interrogativi che avevamo censurato, dai quali avevamo cercato di fuggire. Il problema religioso coincide precisamente con queste domande.
La copertina di “Dov’è Dio?”, conversazione di Julian Carrón con Andrea Tornielli (Piemme)
La copertina di “Dov’è Dio?”, conversazione di Julian Carrón con Andrea Tornielli (Piemme)
Quando capitano eventi come il crollo dell’albergo di Rigopiano o lo tsunami di qualche anno fa o lo schianto dell’aereo di Germanwings contro le Alpi, perfino i giornali non possono fare a meno di dare spazio a certe domande, proprio quelle che la cultura contemporanea cerca di mettere a tacere, quasi fosse una vergogna parlarne, come diceva Rilke: «E tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace/ un’onta, forse». Compaiono così titoli come: «Soltanto il silenzio», «Di fronte al vuoto», «Perché siamo uomini?», «Cosa siamo?». Pensavamo di poter vivere senza porci certe domande, di poterle censurare, ma la realtà delle nostre esigenze costitutive erompe quando meno ce lo aspettiamo dal di dentro dell’esperienza. Ci ritroviamo, così, di nuovo alle prese con ciò che avevamo tentato di mettere da parte. La vita è questa provocazione continua: noi cerchiamo di “tamponare” in tutti i modi l’affiorare di certi interrogativi, ci sforziamo di distrarci, ma il reale continua a bussare alla nostra porta e ci costringe a farci i conti. A meno che non compia o subisca una riduzione sistematica di quello che gli capita, l’uomo non può evitare le domande sul senso del vivere e della realtà intorno a sé. Queste, non altre, sono le domande religiose.
Pensavamo di poter vivere senza porci certe domande, di poterle censurare, ma la realtà delle nostre esigenze costitutive erompe quando meno ce lo aspettiamo dal di dentro dell’esperienza
Non ha però risposto alla mia domanda…

Ci sto arrivando. Qual è il punto di partenza? È il reale, che bussa alla porta della nostra esperienza e fa emergere tutta la nostra esigenza di significato. Quando facevo il professore di religione, un ragazzo in fila al self service della scuola mi chiese: «Ma lei è sicuro di quello che ci dice su Dio?». Gli risposi: «Sì, perché, vedi, ciò che distingue la mia posizione è che io non parto da Dio, parto dalla realtà». È infatti la realtà, con la sua presenza, che ci pone la questione. Come? Per introdurre alla comprensione di quello che sto dicendo, ne Il senso religioso, uno dei suoi testi più noti, Giussani invita a immaginare questa situazione: se io nascessi ora, se aprissi dunque gli occhi per la prima volta, ma con la consapevolezza che ho in questo momento, alla mia età attuale, quale sarebbe la mia prima reazione di fronte al reale? Sarei dominato dallo stupore per la presenza delle cose, una presenza che non faccio io, che trovo, che mi si impone. Si potrebbe obiettare: questa è soltanto una immaginazione! Risponderei: no, è l’originale esperienza del nostro rapporto con la realtà, e sarebbe facile riconoscerlo se non fossimo normalmente preda dell’ovvietà. Un giovane, che era stato in coma per alcuni mesi, mi raccontava che al risveglio si era trovato a guardare tutta la realtà con uno stupore assoluto: essa non era più qualcosa di ovvio, ma un “dato”, la cui “presenza” lo rendeva grato e lo interrogava.
Spesso, a lezione all’Università Cattolica, nella stessa prospettiva, parlo della realtà come segno, e faccio un esempio: «Immaginate, arrivando a casa, di trovarvi di fronte a un bellissimo vaso di fiori nella vostra stanza. Quale sarebbe la vostra prima reazione?». «Lo stupore». E subito dopo? «Ma chi me li ha mandati?». «E perché siete sicuri che ci sia un chi?» domando. «Solo per la presenza dei fiori». È impossibile che la realtà non ci provochi. Certo, c’è sempre la possibilità di una risposta parziale o insoddisfacente. Immaginiamo, per restare all’esempio, che una ragazza, trovando i fiori in camera, vada dalla madre a chiederle: «Chi me li ha portati?». E la madre risponda: «Perché ti domandi chi te li ha portati? Sono lì perché sono lì». La ragazza non potrà essere soddisfatta da questa risposta. Magari qualcuno, al posto suo, potrebbe anche decidere di accontentarsi: «Sono lì perché sono lì; me li godo fino a quando marciscono, e poi è finita». Ma è chiaro che la risposta non corrisponde alla domanda suscitata dalla presenza del reale. La ragazza, assecondando la provocazione rappresentata dalla presenza dei fiori, insisterà alla ricerca di una risposta adeguata. Perché il meglio dei fiori non sono i fiori, dei quali potrebbe godere fino a quando marciscono; il meglio dei fiori è il rimando a chi glieli ha donati: le interessa scoprire chi le vuole così bene da averglieli mandati. Ora, ciò che accade con i fiori accade in misura evidentemente maggiore con la realtà tutta, con la vita di ciascuno.
«Immaginate, arrivando a casa, di trovarvi di fronte a un bellissimo vaso di fiori nella vostra stanza. Quale sarebbe la vostra prima reazione?». «Lo stupore». E subito dopo? «Ma chi me li ha mandati?». «E perché siete sicuri che ci sia un chi?» domando. «Solo per la presenza dei fiori». È impossibile che la realtà non ci provochi
Che cosa allora può rendere l’uomo capace di riconoscere un Essere superiore? La provocazione che il reale rappresenta per la sua ragione, per la sua libertà. Sia l’uomo comune sia lo scienziato, nella misura in cui si aprono a essa, non possono accontentarsi di spiegazioni parziali, che non soddisfano l’esigenza di totalità della ragione.

 

Giovedì 19 ottobre alle ore 21, a Milano, nell’ Aula Magna dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (Largo A. Gemelli, 1), la prima presentazione di Dov’è Dio? con Julián Carrón e Andrea Tornielli. Intervengono Adolfo Ceretti, giurista dell’Università Bicocca di Milano, e Mauro Magatti, sociologo della Cattolica. Modera l’incontro Elisabetta Soglio, responsabile di Buone Notizie – Corriere della Sera.

Per partecipare all’evento è necessario registrarsi sul sito del Centro Culturale di Milano

 

https://it.clonline.org/news/attualità/2017/10/17/dov%20è%20dio%20andrea%20tornielli%20julián%20carrón%20piemme

Carrón: Papa Francesco è una cura alla modernità liquida

Il nuovo libro di don Julián Carrón, Dov’è Dio?, un’intervista con Andrea Tornielli, si può leggere in parallelo con L’innominabile attuale di Roberto Calasso. Non stupisca l’accostamento di personalità tanto diverse, un prete e un guru. Perché il soggetto che entrambi studiano è l’homo saecularis, questo discendente dell’homo sapiens che oggi domina l’Occidente, che si è un po’ alla volta scrollato di dosso tutti i pesi — tradizione, religione, morale — solo per finire attanagliato da una epocale crisi di panico: «Ha vinto — dice Calasso — ma gli manca qualcosa di essenziale».
Che cos’è quell’essenziale? Che cosa impedisce alla società secolarizzata di provare quantomeno soddisfazione, se non felicità, invece che angoscia e rabbia? È l’incontro con Cristo che le manca, argomenta Carrón, successore di don Giussani nella guida della Fraternità di Comunione e Liberazione. Nella parte più affascinante del libro, risale alle origini della modernità per spiegare la frattura che si è determinata tra società e cristianesimo. E l’origine è Kant, La religione entro i limiti della sola ragione. Quando la riforma protestante ruppe l’unità del mondo cristiano, e mise fine a un’epoca in cui «uomo» e «cristiano» erano sinonimi, l’Illuminismo tentò di salvare dalle guerre di religione i valori essenziali della morale e di basarli sulla sola loro evidenza razionale. Kant riconosceva che «se il Vangelo non avesse insegnato prima le leggi etiche universali nella loro integra purezza, la ragione non le avrebbe riconosciute nella loro compiutezza». E del resto altrove, al di fuori della tradizione giudaico-cristiana, non sempre è avvenuto. Però il filosofo credeva anche che fosse giunto il momento in cui se ne poteva fare a meno: «Dato che ormai quei valori esistono, ognuno può essere convinto della loro giustezza e validità mediante la sola ragione».
Due secoli dopo, si può dire che non è andata così. Valori che prima erano condivisi e riconosciuti da tutti, oggi non lo sono più. Il valore della persona, della vita, della solidarietà, persino quello della democrazia, vengono messi in discussione. Separandoli dalla sorgente cristiana, la modernità non è stata in grado di mantenerli nella loro forza e originale integrità, questo è il grido di Carrón. Ed è questa la ragione per cui ritiene che proprio oggi, proprio al culmine del processo di secolarizzazione, si riapra un grande spazio per il cristianesimo, sollecitato anzi dalla stessa cultura laica, sgomenta di fronte alla crisi dell’umanesimo provocata dalla modernità. Purché i cristiani, avverte l’autore, la smettano di guardare al mondo come un «abisso di perdizione», e lo vedano invece come un «campo di messe», per citare le metafore che don Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, usò nel 1929 in un editoriale su «Azione Fucina».
Di qui derivano conseguenze profonde per il dibattito in corso nel mondo cristiano. Negli Stati Uniti, per esempio, fa discutere il libro di Rod Dreher, l’autore dell’«opzione Benedetto», che paragona la modernità liquida al Diluvio Universale della Bibbia, e invita i cristiani a fare come il Santo da Norcia nel VI secolo, ritirarsi in nuovi conventi: «Costruirci delle arche con le quali sopravvivere, e con l’aiuto di Dio galleggiare fino a quando non vedremo di nuovo la terraferma, e potremo cominciare a ricostruire, ripiantare, rinnovare il mondo».
Carrón indica la via opposta, quella che lui chiama la «cura Francesco», la terapia di Papa Bergoglio: altro che ritirarsi, piuttosto buttarsi nel mondo. Sapendo però che l’unico modo in cui si possa farlo è tornando alle origini del messaggio cristiano: non presentarlo cioè come una dottrina, come un insieme di regole e formule, o una morale, una religione civile, una devozione privata. Ma piuttosto come un evento storico, un avvenimento, l’incontro con Cristo; che si comunica non per proselitismo, ma «per attrazione», scrive Francesco nella Evangelii gaudium. Un po’ come agli albori del cristianesimo, quando la gente guardava quei pazzi che credevano nell’uguaglianza degli uomini, che curavano i malati durante le epidemie, che rispettavano le donne e non le costringevano ad abortire né uccidevano le neonate, e cominciò a imitarli. «Il cristianesimo — dice Carrón — in fondo si comunica per invidia: vedendo che la vita cristiana è più piena, più intensa, più capace di abbracciare il diverso, di amare l’altro, si accende il desiderio di vivere così».
L’opzione Francesco, di cui il leader di Cl costantemente segnala la coerenza col magistero del fondatore, don Giussani, e la continuità con il papato di Benedetto XVI, è una vera scelta di campo per un Movimento che è stato a lungo raccontato come un bastione del conservatorismo, militante sul fronte dei «valori non negoziabili», un pezzo della destra cristiana, da cui non a caso provengono alcuni dei più affilati critici di questo papato. «Devo confessare che mi sfuggono le ragioni di simili posizioni», risponde netto Carrón. «Papa Francesco rappresenta una grazia per la Chiesa nel mondo di oggi. Chi non crede che Francesco sia la cura, non ha capito qual è la malattia».
L’APPUNTAMENTO
Il volume di Julián Carrón Dov’è Dio? La fede cristiana al tempo della grande incertezza. Una conversazione con Andrea Tornielli esce, martedì 17, per Piemme (pagine 211, euro 15,90) Carrón e il vaticanista Tornielli presentano il libro giovedì 19 nell’Aula Magna della Cattolica di Milano (ore 21) col criminologo Adolfo Ceretti e col sociologo Mauro Magatti, modera Elisabetta Soglio, responsabile del supplemento «Buone notizie» del «Corriere della Sera»
ANTONIO POLITO

http://www.corriere.it/cultura/17_ottobre_14/julian-carron-cl-comunione-liberazione-piemme-andrea-tornielli-papa-francesco-societa-religione-a3f3d536-b0f9-11e7-8c8a-61b69bf57dc4.shtml#