Le domande dell’Io

Da: https://www.ilsussidiario.net/news/cronaca/2018/11/16/250-suicidi-di-minori-in-giappone-e-il-nostro-mondo-al-bivio-tra-profitto-alienazione-e-verita/1807248/Ciao

L’incontro tra una cultura radicata nel senso del dovere e i meccanismi del sistema capitalista ha portato alla nascita e alla fortuna del Giappone contemporaneo. Ridurre un Paese a una struttura economica, e pensare di comprenderlo, è sempre un’operazione azzardata. Tuttavia impressiona vedere realizzate nel Giappone odierno molte delle profezie con cui Pasolini accompagnava l’affermarsi della società dei consumi e il suo sfrenato individualismo: il mito della riuscita e della performance perfetta trasforma la promessa di benessere della società occidentale in una pretesa che è la causa principale, secondo il ministero degli Interni nipponico, del record di suicidi tra gli under 18, al top dal 1986.

Il suicidio non è neppure il segnale più preoccupante: 500mila hikikomori — persone che si chiudono in casa e si ritirano dalla vita — raccontano di un’alienazione radicale che attraversa trasversalmente vecchi e giovani, lasciando tutti più soli e più vuoti.

Si comprendono così notizie di cronaca che a volte si guardano di sfuggita, derubricandole a mero folklore, come il matrimonio di un trentacinquenne con l’ologramma di una popstar che non esiste, ma che è frutto di un sintetizzatore vocale, o l’afflusso straordinario di pellegrini a un santuario dove si prega per avere dei bei capelli. Tenere insieme tutti questi fattori sembra difficile, finché si tenta di leggerli sociologicamente, come se dovessero rivelarci qualcosa di lontano o di esotico, mentre invece si dipanano con una straordinaria naturalezza nel momento in cui ci guardiamo in casa, portando l’attenzione ai tanti giovani che restano letteralmente incastrati negli ingranaggi che li accolgono nel mondo del lavoro.

Che cosa porta al suicidio, alla stranezza, all’isolamento? La risposta è quasi banale, eppure non scontata: ogniqualvolta avvertiamo la mancanza di uno spazio per noi, di uno spazio dove poter dire “Io”, con tutta l’originalità e l’irriducibilità che si avverte quando affermiamo quello che siamo, tutto diventa ricatto, misura, e il valore della nostra vita è appaltato al successo, al consenso del capo, alla riuscita, al fatto di essere adeguati allo standard che ci viene proposto.

È il grido che spunta da uno degli ultimi singoli degli Onerepublic, “Connection”, quando il cantante della band si domanda: “Se ci sono tante persone qui, allora perché sono così solo?”. L’assenza di un momento di tempo dove far spazio a se stessi, al proprio cuore, genera solitudine, genera distanza, genera disperazione. In un tempo di connessioni finiamo per essere sconnessi da noi stessi e da chi ci sta accanto, dotati della dignità che potrebbe avere un bullone, tesi di non essere presto sostituiti da qualcun altro o — cosa molto più plausibile — da un’intelligenza artificiale che nel giro di dieci anni saprà fare molte delle cose che sappiamo fare noi, ma molto meglio di noi.

Il Giappone, e con esso l’ossatura del mondo capitalista, si trova a un bivio: o lasciarsi divorare dalle richieste sempre più pressanti del profitto, delegando a una politica violenta la conquista di una fetta di felicità, o ritrovare nel proprio desiderio di bellezza e di verità un’altra misura del profitto e del benessere. Che nessuna macchina potrà sostituire, che nessun capo potrà addomesticare, ma che soprattutto nessuna solitudine potrà intaccare. Perché non c’è niente che riempia più la giornata della compagnia di una domanda. Alla faccia dell’ologramma.

 

 

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L’urto del tempo

COSA PERMETTE DI RIMANERE NELLA CHIESA OGGI?

“Annunciare Cristo nel cambiamento d’epoca”. Su questo tema, 300 sacerdoti hanno vissuto, guidati dal cardinale Angelo Scola, gli annuali Esercizi spirituali. «Il cuore dell’uomo è sempre pronto per Gesù e non è mai lontano. Solo l’incontro salva!» Simone Riva

Si è trattato di un vero e proprio incontro quello che ha radunato a Pacengo del Garda circa trecento preti, nei giorni scorsi, nell’aiutarsi a rimettere al centro Colui che, chiamandoci, ha donato a ciascuno la propria identità. La presenza autorevole e le parole illuminate del cardinale Angelo Scola hanno guidato il lavoro degli esercizi spirituali, permettendo realmente il riaccadere di Cristo in mezzo a noi.

Non richiami spirituali, non commenti originali ai testi della Scrittura, non il silenzio fine a se stesso, ma l’Avvenimento di un incontro è ciò che ci ha preso. Solo questo, del resto, è in grado di reggere «l’urto del tempo», come ha detto don Carrón nell’introduzione di domenica sera. Solo il riaccadere oggi di quel fenomeno che colpì Giovanni e Andrea duemila anni fa, può avere la pretesa di non essere liquidato come una delle tante opinioni di cui siamo ripieni o una delle tante «constatazioni logiche» come le chiamava Romano Guardini.

La questione – del resto – è seria, la sfida è aperta: cosa ci permetterà di rimanere nella Chiesa di Dio? Non ci siamo radunati a parlare delle cose penultime, quelle che svaniscono al primo colpo, ma siamo arrivati – anche da molto lontano – per mettere a tema la vita che, per noi, è legata indissolubilmente a quella di Cristo vivo nel corpo della sua Chiesa. Proprio questo Cristo vivo abbiamo riscoperto come l’annuncio più urgente anche in questo “cambiamento d’epoca”, consapevoli del fatto che, come ha rilanciato il Cardinale: «Ogni tempo è propizio per annunciare Cristo». Chi lo direbbe di oggi? Eppure abbiamo visto che è proprio così: cosa sarebbe di noi se non fosse vera questa affermazione? Chi garantirebbe la giovinezza del nostro “sì” se Cristo non fosse comunicabile oggi, all’uomo di oggi, al suo modo di guardare la vita e la morte, gli affetti, il lavoro e il riposo? Se non fosse contemporaneo a me e a te, se non potessimo amarlo ora, cosa impedirebbe di liquidare il fatto cristiano come una delle tante ideologie che l’umanità ha conosciuto?

Persino i nostri fallimenti e peccati non riescono a fermare la grazia di questa Presenza che, come una tenace catena, raggiunge ciascuno di noi facendo vibrare il cuore appena viene riconosciuta. La stessa sfida la lanciò Gesù nel brano di Vangelo citato più volte dal cardinale Scola: «Tutto è possibile per chi crede» (Mc 9,23). Perché l’impossibile accada Gesù domanda la fede. L’epoca in cui viviamo ha già superato il cosiddetto secolarismo, che affermava l’impossibilità della pretesa cristiana secondo la quale un Uomo è il significato di tutte le cose, ed è entrata nella fase della deresponsabilizzazione: l’uomo non risponde più alla chiamata della vita. Ma noi siamo, sin dalla nascita, gettati nella realtà con una vocazione, un compito, immersi in una dinamica responsoriale. Se non rispondiamo noi, nessun altro lo farà al nostro posto. Rispondere a chi? A Dio che chiama. Possiamo dare la nostra risposta solo assecondando criticamente circostanze e rapporti che tramano la realtà. La Trinità è in attesa del nostro “eccomi”. Gli Esercizi prendono dunque subito la forza di un invito alla conversione personale e comunitaria davanti all’Avvenimento di Cristo, sempre contemporaneo.

Il Cardinale legge un brano tratto dal romanzo di Anton Cechov intitolato Lo studente. Si crea un silenzio impressionante per la densità del racconto con cui si descrive alla perfezione che cosa sia Tradizione. Così deve avvenire la comunicazione della fede, questo è il metodo dell’annuncio cristiano: da Avvenimento a Avvenimento, per tutta la storia e senza preparazioni – sottolinea con forza Scola – perché il cuore dell’uomo è sempre pronto per Cristo e non è mai lontano. A noi, spesso delusi dall’esito dei nostri tentativi “pastorali”, non potevano che risuonare come una vera liberazione quelle parole. Solo l’incontro salva! Questo vale anche per il nostro essere sacerdoti.

«Il sacerdote che agisce in persona Christi Capitis e in rappresentanza del Signore, non agisce mai in nome di un assente, ma nella Persona stessa di Cristo Risorto, che si rende presente con la sua azione realmente efficace» (Benedetto XVI, Udienza generale del 14 aprile 2010). Ciò che ci permetterà di rimanere nella Chiesa di Dio, e non in modo formale, è proprio questa compagnia del Figlio di Dio alla nostra vita, che arriva persino a prendere possesso della carne di coloro che ha chiamato alla verginità per essere nel mondo la Sua. Il cardinale richiama il modo con cui don Giussani presentava la verginità cristiana: un possesso con dentro un distacco. «Senza questa concezione del dono di sé», afferma Scola, «io semplicemente non sarei prete».

Che richiamo e che stupore nel vedere un uomo di settantasette anni, compiuti proprio l’ultimo giorno degli Esercizi, così certo e innamorato di Cristo e della Chiesa. Questo ci ha consentito di vedere ciò che abbiamo ascoltato. Forse è questo che gli uomini desiderano: vedere i fatti in una vita cambiata. Che la Madonna custodisca e faccia fiorire, per il bene di tutta la Chiesa, la grazia di questi giorni, ben sintetizzati dall’espressione dell’evangelista Giovanni ripresa più volte dal cardinale: «Dio è amore» (1Gv 4,8). «L’amore non ha bisogno di essere spiegato da cause che lo precedono», continua il Cardinale: «Si impone da sé. Per questo è autoevidente». Tutta la riflessione filosofica a cui l’umanità era abituata, a cominciare da Cartesio, lasciava fuori l’amore. «La domanda di Leopardi “ed io che sono?” non avrebbe trovato risposta nel cogito cartesiano», insiste Scola. Dunque l’ultima parola sulla nostra vita è questo abbraccio libero d’amore della Trinità al nostro cuore.

Con semplicità

Moltiplicatore di vita e di bellezza

 

Da : https://www.ilsussidiario.net/editoriale/2018/11/8/la-domanda-del-clochard/1802459/

 

Che cosa vale portare un pubblico da record in uno dei più bei musei italiani se poi una notte sulle scalinate di quello stesso museo un uomo muore nella solitudine? È la domanda estremamente civile che si è posto Paolo Giulierini, direttore del Museo archeologico di Napoli. La notte del 3 novembre uno dei clochard che abitualmente stazionavano sotto i portali del museo, un uomo di 56 anni, era stato trovato morto. Una notizia drammatica arrivata proprio mentre il museo e il suo direttore potevano dirsi ben contenti per i numeri straordinari di questo 2018: già superati i 550mila visitatori con un più 18 per cento sull’anno precedente. Numeri che confermano come l’Archeologico sia un’istituzione viva, capace di attrarre nuovo pubblico e di fare quindi davvero cultura. Ma capita che un museo vivo debba confrontarsi con un fatto di morte. Così il direttore ha preso carta e penna e ha scritto un qualcosa che sottintende la necessità di un cambiamento: “Tutti i colleghi hanno lavorato con l’angoscia nel cuore, costernati”, ha messo nero su bianco Giulierini. “Se vogliamo onorare la memoria di quest’uomo sfortunato, che ha scelto come tanti altri di passare la notte tra il piazzale del Mann, la Galleria antistante, i giardinetti comunali, la nostra agenda dovrà cambiare”.

Cosa significa cambiare l’agenda di un museo? Una possibile risposta l’ha data lo stesso direttore: partire dall’idea che il Museo è un bene per tutti, nessuno escluso. Di qui la proposta di aprire uno spazio, chiamato non a caso “Casa museo” in cui dare accoglienza ai clochard. Un investimento che non ha nulla a che vedere con la mission di un’istituzione culturale, ma che ha il coraggio di ristabilire quel legame che così spesso si è spezzato tra cultura e vita. “La vita non fa sconti e il Museo stesso conserva storie di soprusi e ingiustizie, di marginalità e indifferenza”, ha scritto il direttore. E non si può pensare che quelle storie non c’entrino con la quotidianità di un museo di successo.

Dietro questa consapevolezza c’è un’idea ben condivisibile di patrimonio culturale: un qualcosa che non è di pochi ma di tutti. Può esserlo in forme diverse, ma è per definizione di tutti. È interessante che una consapevolezza come questa riemerga in una città come Napoli che convive con moltissime difficoltà. Proprio Napoli è teatro di una delle più straordinarie esperienze di rivitalizzazione del patrimonio, con numeri da record, quella delle Catacombe di San Gennaro alla Sanità, gestite dai ragazzi della cooperativa La Paranza di don Antonio Loffredo. Anche le catacombe in questi giorni sono salite alla ribalta della cronaca in quanto la Pontificia Commissione per i beni archeologici ha chiesto di rivedere la convenzione che regola il rapporto con la cooperativa per avere il 50 per cento degli incassi dei biglietti. Ora si sta arrivando ad un accordo che permetterà di continuare questa straordinaria esperienza che oltretutto garantisce un posto di lavoro per 50 ragazzi. Ma questi due storie napoletane ricordano che un bene culturale, quando sia inclusivo e non venga vissuto come “proprietà”, può essere davvero un moltiplicatore di vita e di bellezza.

La verità non si può imprigionare

Da :https://www.ilsussidiario.net/news/cultura/2018/11/7/letture-solzenicyn-la-verita-non-si-puo-imprigionare/1801706/

 

È un anno di ricorrenze importanti questo 2018, lo si è ricordato più volte; una di queste ricorrenze, doppia, cento anni dalla nascita e dieci dalla morte, è quella legata al nome di Aleksandr Solženicyn (anche questa è stata già ricordata dal Sussidiario). Eppure non è eccessivo richiamarla ancora se un grande storico francese come François Furet, nel pieno delle polemiche suscitate dalla pubblicazione dell’Arcipelago Gulag (la grande opera di Solženicyn che uscì a Parigi tra la fine del 1973 e il 1974, prima in russo e poi in francese), arrivò a dire che nella storia della cultura e della mentalità ci sarebbero stati ormai un prima e un dopo Solženicyn.

Richiamare questo anniversario, come farà una bella mostra presentata in questi giorni a Milano e accompagnata da un convegno anch’esso doppio (in Università Statale e in Cattolica), non è eccessivo perché davvero tante sono le cose che devono ancora essere dette e ribadite su questo autore, che fu grande non solo perché denunciò in maniera inoppugnabile i campi di concentramento sovietici (altri lo avevano fatto prima di lui) e perché mise perfettamente in luce la logica del sistema (anche qui, altri avevano già iniziato a farlo prima di lui e altri ancora lo avrebbero fatto dopo di lui); Solženicyn fu grande perché, mentre segnava comunque queste pietre miliari, aveva saputo trovare un nuovo sguardo sull’uomo e sulla sua possibilità di restare uomo anche nell’inferno dei campi. E proprio perché aveva saputo trovare uno sguardo simile, quella denuncia e quella logica erano apparse così chiaramente, tanto agli occhi degli esperti quanto a quelli della gente semplice.

Nel 1962, all’uscita di Una giornata di Ivan Denisovič, il primo racconto della giornata di un detenuto in un campo staliniano, uno sconosciuto lettore scrive al Kirovskij rabočij (L’operaio di Kirovsk, un altrettanto sconosciuto settimanale pubblicato in una cittadina della regione di Murmansk): “Ormai i commenti al racconto di Solženicyn superano come numero di pagine, il racconto stesso… I fortunati possessori del numero della rivista stilano le liste di quanti, amici e sconosciuti, desiderano leggerla”. E il grande studioso Sergej Averincev, ricordando quell’evento, commentava: “era successo qualcosa di nuovo non solo nella storia delle letteratura russa, ma nella storia della Russia in quanto tale: era la prima volta dopo cinquant’anni che le parole tornavano a corrispondere alle cose”. Era semplicemente rinata la realtà, così affascinante e sorprendente tanto per l’abitante di uno sperduto buco nell’estremo nord del paese, quanto per uno dei massimi rappresentanti della cultura russa dell’ultima metà del XX secolo.

Le cose tornavano a chiamarsi col loro nome; l’uomo appariva un infinito irriducibile ad ogni presa di qualsiasi potere terreno: “vedete di spiegare a chi di dovere, più in alto, che a un uomo al quale avete tolto tutto non potete più togliere nulla: è di nuovo libero”, dice uno dei detenuti di Solženicyn ad uno dei suoi aguzzini.

La libertà si era di nuovo mostrata, non come un arbitrio irresponsabile ma come una corrispondenza dell’uomo alla propria vocazione infinita, come la riscoperta e la rinascita della coscienza, là dove, come diceva Solženicyn, “non tutto più sono io”, così che ogni volta che l’uomo dice io rimanda a qualcosa di più profondo che lo costituisce.

E la verità riscoperta in questa libertà aveva smesso di essere uno strumento di potere per essere invece l’occasione di una vita nuova. Certo, c’era stata l’ideologia, che con la sua menzogna era stata il vero cuore del regime, l’origine e la giustificazione di crimini mai visti prima; e a questa menzogna Solženicyn aveva saputo contrapporre la realtà, la verità; ma il fascino di questa operazione consisteva appunto nel fatto che essa non creava così un nuovo muro di inimicizia, ma apriva uno spazio per l’incontro tra gli uomini, per la scoperta di un punto di purezza al fondo di ogni uomo: “immagine della perfezione”, “frammento dello Spirito universale”, “cuore”, “anima”, i personaggi di Solženicyn chiamano in mille modi diversi questo punto che resta intangibile al fondo di ogni uomo, quali che siano i suoi atti, e che fa sì che ciascuno possa guardare gli altri senza condannarli e rispettandoli anche nella loro diversità, anche se hanno opinioni diverse dalle nostre; cosa che è possibile solo se la verità non è un concetto astratto, ma una persona e dietro ogni opinione c’è innanzitutto una persona; “allora le ‘opinioni’ non sono più armi ma corrispondono a presenze: si distinguono diversi modi di accostarsi all’essere, poi, a poco a poco, si uniscono in una comunione”. La riscoperta di questo nuovo spazio di umanità è esattamente una di quelle cose che rendono ancora opportuno ricordare il grande scrittore.

Il programma del convegno:
Università Statale di Milano, mercoledì 7 novembre 2018
Università Cattolica di Milano, giovedì 8 novembre 2018