Un’esperienza personale

https://it.clonline.org/news/attualità/2019/04/19/luigi-giussani-la-verita-nasce-dalla-carne-prefazione-julian-carron

«Il nodo essenziale è l’incarnazione di Gesù». Il Corriere della Sera pubblica un brano dalla prefazione a “La verità nasce dalla carne” (Bur), il libro di don Giussani appena uscitoJulián Carrón

«Che cos’è il cristianesimo se non l’avvenimento di un uomo nuovo che per sua natura diventa un protagonista nuovo sulla scena del mondo?». Queste parole, pronunciate nell’ottobre del 1987, sintetizzano bene come don Luigi Giussani percepiva la natura del cristianesimo.

Ebbe modo di ribadirlo nel dicembre di quello stesso anno, quando venne in Extremadura per trascorrere con alcuni amici spagnoli i giorni tra Natale e Capodanno: «L’origine è il mistero della comunicazione della persona di Cristo alla persona dell’uomo, alla persona». Ma questo avvenimento non si avvera se non arriva a penetrare l’uomo a cui questa comunicazione viene rivolta. Per questo Giussani sottolineava che «è arrivato il momento della personalizzazione». Di quale personalizzazione si tratta? «Dell’avvenimento nuovo nato nel mondo, del fattore di protagonismo nuovo della storia, che è Cristo, nella comunione con coloro che il Padre gli ha dato». Dunque l’annuncio cristiano potrà investire le fibre dell’uomo solo se diventa esperienza personale.

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Un amore libero

Nei “Fratelli Karamazov” l’ultimo suo romanzo, il grande scrittore russo Fëdor Dostoevskij (1821-1881) interpreta la morte di Cristo in croce come una garanzia della libertà dell’uomo, chiamato sì ad amare Dio, ma per sua scelta, senza costrizioni.

«Tu non scendesti dalla croce,
quando per schernirti e per provocarti ti gridavano:
“Scendi dalla croce, e crederemo che sei proprio tu!”.
Non scendesti perché, anche questa volta,
non volesti rendere schiavo l’uomo con un miracolo,
perché avevi sete
di una fede nata dalla libertà e non dal miracolo.
Avevi sete di amore libero,
e non dei servili entusiasmi dello schiavo
davanti al padrone potente
che lo ha terrorizzato una volta per sempre».

 

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Liberati dal sepolcro

Cosa regge l’urto del tempo?

https://it.clonline.org/news/attualità/2019/04/15/esercizi-fraternita-comunione-e-liberazione-2019-che-cosa-regge-urto-del-tempo

In 22mila a Rimini per andare al fondo della domanda che segna l’esperienza di tutti: «Che cosa dura nella vita?». Un percorso che va da Guccini a Houellebecq, da Machado a Čhecov. E poi i canti, la musica, e le parole di monsignor Matteo Zuppi…Ubaldo Casotto

«Non c’è niente che duri più di tre minuti». Torino, 1978. Si era a tavola, giovani studenti di Filosofia, con il professor Gianni Vattimo, gran teorico del «pensiero debole», che gelò così il nostro entusiasmo nella ricerca di «qualcosa che duri» e per cui valesse la pena impegnare la vita. Siamo cresciuti respirando quest’aria. Non solo. Per nostra fortuna.

Quarant’anni dopo la domanda «Che cosa regge l’urto del tempo?» campeggia nei padiglioni della Fiera di Rimini come titolo degli Esercizi spirituali della Fraternità di Comunione e Liberazione. Posta da don Luigi Giussani a suo tempo agli universitari, viene riproposta oggi da don Julián Carrón a chi, rispetto agli universitari, ha «più tempo, più storia sulle spalle e più dati» su cui riflettere, per cui la domanda acquista una profondità maggiore.

È una gravità che l’orecchio non distratto percepisce già nella musica che accoglie i ventiduemila partecipanti all’ingresso dei saloni, la Settima sinfonia di Beethoven, di cui Giussani diceva: «È un accordo che riempie quasi tutto il brano e lo domina, mentre la melodia ha una tale suggestività e ricchezza di variazione che uno dovrebbe esserne contento, ma non può più esserlo: il tema del destino e della tristezza domina sul tema della vita come un costante sottofondo».

(Foto: Roberto Masi)(Foto: Roberto Masi)

In un mondo dominato da una mentalità che nella sua coscienza, sia essa espressa dal genio poetico di Beaudelaire o dalla cultura pop di cantautori come Francesco Guccini, Vasco Rossi o Giorgio Gaber, ha come punto fisso che «il tempo ci usura e ci stritola» (Guccini), anche lo scetticismo o il nichilismo di chi «mantiene la disperazione a un livello accettabile» (Houellebecq) ti obbliga drammaticamente a richiederti che ne sia di te. Carrón lo fa con la prima pagina di un libro di don Giussani, Alla ricerca del volto umano, là dove il suo predecessore scrive che «il supremo ostacolo al nostro cammino umano è la trascuratezza dell’io». È più umano invece «avere verso di sé un po’ di quell’attaccamento che tua madre aveva verso di te», è un gesto di «amicizia verso sé stessi», una affezione a sé senza la quale «è come se mancasse il terreno su cui costruire».

La liquidità del mondo che ci circonda – riflette Carrón – dovrebbe averci vaccinati nel non insistere. E invece così non è: l’inestirpabile esigenza di durata, stupendoci, riemerge anche dai più disastrosi insuccessi. E che non si tratti di letteratura ma di realtà è dimostrato dal fatto che rimette in moto, fa muovere anche fisicamente, le persone. Un uomo molto deluso da come gli va la vita e con ben poche ragioni per essere presente (almeno a sentire ciò che Carrón legge della sua lettera) dice, a un certo punto: «Vengo per l’unica cosa che mi sembra di poter dire una costante: un’ultima indistruttibile attrattiva di qualcosa che vive nel movimento e da cui non riesco a staccarmi, a cercare qualcosa di cui ho davvero nostalgia».

Una bellezza, sottolinea Carrón, citando Antonio Machado e Patrizio Barbaro, che passa, visibile solo a chi ha occhi aperti per vederla. E l’occhio è come una ferita, anch’essa aperta, che si guarda attorno e cerca risposte alla propria domanda, e non se ne fa nulla delle teorie che non rispondono: cerca ciò che corrisponde.

«Il mio cuore non dorme, il mio cuore è desto, né dorme né sogna, guarda, i limpidi occhi aperti, e ascolta segnali lontani dalla riva del grande silenzio». Perché è dal Mistero – dice Carrón – che può venire il segnale. Quel Mistero che noi lapidiamo – aggiunge don Stefano Alberto nell’omelia della prima messa – con le pietre delle nostre ragioni invece di ricercarne il volto umano.

Ma la misura delle nostre ragioni è esattamente ciò che ci fa vivere in continua oscillazione tra la bellezza di certi incontri e la depressione della nostra quotidianità. Siamo presi da una strana, ma purtroppo reale, paura della bellezza che pur abbiamo visto e il cui fascino ci ha afferrati e cambiati, ma è un cambiamento che non dura.

Leaning on the Everlasting Arms (2:22)

Carrón invita tutti a riflettere su un passaggio del salmo recitato nelle Lodi del sabato: «Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai». È questa l’esperienza da cui non è possibile tornare indietro, non la nostra fedeltà, ma la fedeltà – come si dirà ampiamente nel pomeriggio di sabato – di Chi, essendo noi preziosi ai suoi occhi, ci è venuto incontro accogliendoci nella nostra umanità più vera. Come anticipo di ciò che avrebbe poi detto sulla pienezza dell’incontro con Cristo risorto e vivo, Carrón legge una lettera: «Tanto ho dimenticato, ma non quegli occhi con cui sono stata guardata, quello sguardo torna incessantemente a cercarmi e a guardami, con una insistenza oltre ogni logica».

Non basta che l’imprevisto succeda, che l’eccezionale si palesi davanti ai nostri occhi, occorre l’intelligenza di quello che succede, senza capire la portata di un avvenimento, l’avvenimento è pari a nulla, svanisce dopo il sussulto sentimentale che provoca. Solo che l’intelligenza non è questione di quoziente intellettivo, ma di purità di cuore, di semplicità di spirito.

Come esempio, Carrón ha usato il capitolo manzoniano dell’Innominato e la sua esclamazione dopo l’incontro con il cardinal Federigo: «Dio veramente grande! Dio veramente buono! Io mi conosco ora, comprendo chi sono». E non scandalizza, a questo punto, il paragone con don Giussani in piazza San Pietro nel 1998: «È una semplicità del cuore quella che mi faceva sentire e riconoscere come eccezionale Cristo, con quella immediatezza certa, come avviene per l’evidenza inattaccabile e indistruttibile di fattori e momenti della realtà, che, entrati nell’orizzonte della nostra persona, colpiscono fino al cuore».

L’innominato, don Giussani, noi – fa capire Carrón – abbiamo la stessa possibilità di esperienza dei primi che hanno incontrato Gesù, e legge l’impressionante brano de Lo studente di Anton Čhecov, là dove la vedova, che stava ascoltando da Ivan, lo studente, il racconto del tradimento di Pietro, si mette a singhiozzare. «Lo studente pensò a Vassìlissa; se ella piangeva, significava che tutto ciò che era accaduto a Pietro in quella terribile notte aveva qualche rapporto con lei… Pietro le era vicino e ella aveva rivissuto con tutto il suo essere ciò che s’era svolto nell’anima di lui».

Si apre, a questo punto, il gigantesco capitolo sulla libertà. In estrema sintesi: il razionalismo riduce moralisticamente il valore e il ruolo della libertà, a sforzo morale, appunto, per applicarsi alle conseguenze dell’aver conosciuto Cristo. Mentre la libertà è molto di più, entra in gioco già nel processo della conoscenza, nel riconoscimento di Cristo. E Dio, che l’ha creata, la rispetta in modo assoluto, come fa il padre del figlio prodigo: attende la decisione dell’uomo.

«Come fa il padre della parabola ad attendere senza ansia?», chiede un padre in carne e ossa durante l’assemblea. Qui Carrón sfodera un coraggio e una radicalità che rasenta la temerarietà, e a ventiduemila laici dice che per amare i figli e insieme rispettarne la libertà bisogna «vivere la verginità», che è «un rapporto totalmente vero con il Mistero».

Noi vorremmo che Lui decidesse al posto nostro, che ci risparmiasse il cammino: «Non lo risparmiò ai primi, non lo risparmierà a noi». Passa attraverso la libertà di ciascuno la necessaria verifica del cristianesimo come pienezza dell’umano: senza verifica, non c’è personalizzazione della fede. Anche la sequela al movimento e al carisma di don Giussani, come testimonia un’altra lettera, resta un fatto «esterno alla persona», il contraccolpo dell’incontro non diventa certezza nella vita. Perché, come si troverà proiettato sugli schermi nel pomeriggio di sabato a illuminare le note del Concerto per pianoforte e orchestra (n. 20) di Mozart, «la bellezza è il nesso tra il presente e l’eterno, per cui il presente è segno dell’eterno, è l’inizio dell’eterno, è esperienza iniziale dell’eterno, per cui il gusto della vita incomincia a palpitare di certa nota inconfondibile, la nota del permanente».

Egli è il tuo bon Jesu – Comunione e Liberazione (1:22)

Il problema della durata di questa bellezza – insiste Carrón – non può essere affidato alla nostra volontà, la cui fragilità è quotidianamente riscontrabile, né alla bravura dei primi, che il giorno dopo la sua morte erano delusi come noi dopo i nostri insuccessi. Eppure – constata – il cristianesimo è arrivato sino a noi. Come quel fatto iniziale è diventato storia? La risposta non ammette dialettica: o la si accetta e la si verifica, o la si rifiuta.

«Il divino si è manifestato con una potenza ancora più grande: lo hanno visto vivo. Cristo ha la padronanza del tempo, è il signore del tempo, vince il tempo. Questa è l’eccezionalità del cristianesimo: la pretesa di contemporaneità di Cristo alla storia, che nessun potere ha potuto fermare, tanto che è arrivata sino a noi».

La fedeltà, allora, è fedeltà a Cristo risorto. Quello che regge l’urto del tempo è la Sua stessa presenza, il riaccadere della Sua presenza ora. Cristo è contemporaneo alla storia e si rende udibile e tangibile dalla compagnia della Chiesa, nella precarietà di una carne. È da vivere nel suo riaccadere.

Colpisce, nelle parole di Carrón, l’accostamento continuo delle parole «risorto» e «vivo». Soffermarsi solo sulla prima (che comunque implica la seconda) ci lascerebbe in un atteggiamento protestante, quello che relega Cristo nel passato e la felicità nell’oltre-morte, mentre Carrón, riprendendo Giussani, ci tiene a sottolineare la differenza: «Il punto è la certezza che esiste tra noi la vittoria sulla storia, questa certezza si chiama fede. Questa è la differenza tra cattolici e protestanti: il riconoscimento di Cristo risorto costituisce il soggetto storico nuovo, diverso dagli altri, cioè noi. E dicendo questo “noi” uno capisce con stupore l’abissale differenza tra questa modalità con cui Dio va avanti nella storia e le proprie capacità».

E allora la domanda «come si fa a resistere?» viene ribaltata. «La resistenza è già data. Non sei tu, è Cristo. È Lui che permane vivo nella storia e, resistendo, consente anche a te di resistere».

Il cambiamento dell’umano frutto di questa resistenza – che è sempre resistenza al potere, di qualsiasi tipo, politico, culturale, laico ed ecclesiastico – è il contributo che il movimento dà alla società e alla storia. Gli esempi, cioè i testimoni, non mancano, dalla donna che perde il bambino per un aborto spontaneo, al professore ateo stupito dalla collega che non si tira indietro di fronte alle domande dei ragazzi sulla morte di un loro compagno, alle parole incredibili se non fossero vere di chi spiegava perché, pieno di debiti, ha continuato a versare il fondo comune.

C’è anche una testimonianza con suspense. È quella di un uomo scandalizzato per la famosa lettera di Carrón sulla politica apparsa su Repubblica il 1 maggio 2012 («don Giussani non l’avrebbe mai scritta»), incappato anche lui in un’indagine giudiziaria e allontanatosi dal movimento. Poi, però, si coinvolge dalla moglie nel rapporto con una persona di CL che insieme iniziano a seguire: «Più che buttarmi, io non mi sono opposto. E mi sono trovato dentro questo cambiamento». Un «buchino in una diga», lo chiama; che, un po’ alla volta, si allarga «fino a farla crollare». Quando, nelle scorse settimane, legge il comunicato di CL sulla condanna di Roberto Formigoni, ne resta colpito. Ne parla con la moglie. «Lei mi dà da leggere una tua lettera, Carrón. Condivido tutto, riga per riga: mi sembra che approfondisca ancora di più le ragioni di quel comunicato. Poi arrivo alla fine e vedo la data: 1 maggio 2012…».

Ci si è chiesto molto in questi anni, e ci si chiede ancora, quale sia il peso culturale del movimento. Carrón, con Giussani, risponde che il peso culturale del movimento è «il peso culturale del nostro cambiamento»: «Quando uno vive questo riconoscimento e questa memoria, quando uno ha questa fedeltà, allora è pieno di energia nel rischiarsi in proposta, indomabile. Questa indomabilità è il riverbero in me della vittoria che Cristo risorto è sul tempo. Allora uno rischia la propria energia nella proposta a se stesso e agli gli altri».

Altro ci sarebbe ancora da scrivere, soprattutto sull’assemblea, su come si è parlato dell’autorevolezza, della verifica, di tanto altro. Ma si permetta a chi scrive, che partecipa da trentasei anni agli Esercizi della Fraternità, un ultimo appunto di commozione. È lo stesso che sembra aver provato sua eccellenza monsignor Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, quando, guardando durante la sua omelia i ventiduemila che aveva davanti, e ascoltandone sia il silenzio sia i canti, ha fatto sue queste parole di don Giussani: «La Chiesa è proprio un luogo commovente di umanità, è il luogo della umanità, dove l’umanità cresce, si incrementa, espungendo continuamente ciò che di spurio vi entra, perché siamo uomini; ma essa è umana, perciò gli uomini sono umani quando espungono lo spurio e amano il puro. È una cosa veramente commovente la Chiesa».

Quando tu mi hai scelto

AB043977-D172-40CB-92FE-807D4A2EE5FD.jpegQuando tu mi hai scelto

– fu l’amore che scelse –

sono emerso dal grande anonimato

di tutti, del nulla.

Sino allora

mai ero stato più alto

delle vette del mondo.

Non ero mai sceso più sotto

delle profondità

massime segnalate

sulle carte del mare.

E la mia allegria  era

triste, come lo sono

quei piccoli orologi,

senza braccio cui cingersi,

senza carica, fermi.

Ma quando mi hai detto “Tu”

– a me, sì a me, fra tutti –

più in alto ormai di stelle

o coralli sono stato.

E la mia gioia

ha preso a girare, avvinta

al tuo essere, nel tuo pulsare.

Possesso di me tu mi davi,

dandoti a me. Ho vissuto, vivo.

Fino a quando?

So che tu tornerai

indietro. E quando te ne andrai

tornerò a qual sordo

mondo, indistinto,

del grammo, della goccia,

nell’acqua, nel peso.

Sarò uno dei tanti

quando non ti avrò più.

E perderò il mio nome,

i miei anni, i miei tratti,

tutto perduto in me, di me.

Ritornato all’ossario immenso

di quelli che non sono morti

e non hanno più nulla

da morire nella vita.

Pedro Salinas