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giugno 3, 2012

Le nozze di Cana

2. SERGE RAZAFINBONY E FARA ANDRIANOMBONANA (Coppia di fidanzati dal Madagascar):
SERGE: Santità, siamo Fara e Serge, e veniamo dal Madagascar. Ci siamo conosciuti a Firenze dove stiamo studiando, io ingegneria e lei economia. Siamo fidanzati da quattro anni e non appena laureati sogniamo di tornare nel nostro Paese per dare una mano alla nostra gente, anche attraverso la nostra professione. FARA: I modelli famigliari che dominano l’Occidente non ci convincono, ma siamo consci che anche molti tradizionalismi della nostra Africa vadano in qualche modo superati. Ci sentiamo fatti l’uno per l’altro; per questo vogliamo sposarci e costruire un futuro insieme. Vogliamo anche che ogni aspetto della nostra vita sia orientato dai valori del Vangelo. Ma parlando di matrimonio, Santità, c’è una parola che più d’ogni altra ci attrae e allo stesso tempo ci spaventa: il «per sempre»…

SANTO PADRE: Cari amici, grazie per questa testimonianza. La mia preghiera vi accompagna in questo cammino di fidanzamento e spero che possiate creare, con i valori del Vangelo, una famiglia «per sempre». Lei ha accennato a diversi tipi di matrimonio: conosciamo il «mariage coutumier» dell’Africa e il matrimonio occidentale. Anche in Europa, per dire la verità, fino all’Ottocento, c’era un altro modello di matrimonio dominante, come adesso: spesso il matrimonio era in realtà un contratto tra clan, dove si cercava di conservare il clan, di aprire il futuro, di difendere le proprietà, eccetera. Si cercava l’uno per l’altro da parte del clan, sperando che fossero adatti l’uno all’altro. Così era in parte anche nei nostri paesi. Io mi ricordo che in un piccolo paese, nel quale sono andato a scuola, era in gran parte ancora così. Ma poi, dall’Ottocento, segue l’emancipazione dell’individuo, la libertà della persona, e il matrimonio non è più basato sulla volontà di altri, ma sulla propria scelta; precede l’innamoramento, diventa poi fidanzamento e quindi matrimonio. In quel tempo tutti eravamo convinti che questo fosse l’unico modello giusto e che l’amore di per sé garantisse il «sempre», perché l’amore è assoluto, vuole tutto e quindi anche la totalità del tempo: è «per sempre». Purtroppo, la realtà non era così: si vede che l’innamoramento è bello, ma forse non sempre perpetuo, così come è il sentimento: non rimane per sempre. Quindi, si vede che il passaggio dall’innamoramento al fidanzamento e poi al matrimonio esige diverse decisioni, esperienze interiori. Come ho detto, è bello questo sentimento dell’amore, ma deve essere purificato, deve andare in un cammino di discernimento, cioè devono entrare anche la ragione e la volontà; devono unirsi ragione, sentimento e volontà. Nel Rito del Matrimonio, la Chiesa non dice: «Sei innamorato?», ma «Vuoi», «Sei deciso». Cioè: l’innamoramento deve divenire vero amore coinvolgendo la volontà e la ragione in un cammino, che è quello del fidanzamento, di purificazione, di più grande profondità, così che realmente tutto l’uomo, con tutte le sue capacità, con il discernimento della ragione, la forza di volontà, dice: «Sì, questa è la mia vita». Io penso spesso alle nozze di Cana. Il primo vino è bellissimo: è l’innamoramento. Ma non dura fino alla fine: deve venire un secondo vino, cioè deve fermentare e crescere, maturare. Un amore definitivo che diventi realmente «secondo vino» è più bello, migliore del primo vino. E questo dobbiamo cercare. E qui è importante anche che l’io non sia isolato, l’io e il tu, ma che sia coinvolta anche la comunità della parrocchia, la Chiesa, gli amici. Questo, tutta la personalizzazione giusta, la comunione di vita con altri, con famiglie che si appoggiano l’una all’altra, è molto importante e solo così, in questo coinvolgimento della comunità, degli amici, della Chiesa, della fede, di Dio stesso, cresce un vino che va per sempre. Auguri a voi!

 

5. FAMIGLIA ARAUJO (Famiglia brasiliana di Porto Alegre)
MARIA MARTA: Santità, come nel resto del mondo, anche nel nostro Brasile i fallimenti matrimoniali continuano ad aumentare. Mi chiamo Maria Marta, lui è Manoel Angelo. Siamo sposati da 34 anni e siamo già nonni. In qualità di medico e psicoterapeuta familiare incontriamo tante famiglie, notando nei conflitti di coppia una più marcata difficoltà a perdonare e ad accettare il perdono, ma in diversi casi abbiamo riscontrato il desiderio e la volontà di costruire una nuova unione, qualcosa di duraturo, anche per i figli che nascono dalla nuova unione. MANOEL ANGELO: Alcune di queste coppie di risposati vorrebbero riavvicinarsi alla Chiesa, ma quando si vedono rifiutare i Sacramenti la loro delusione è grande. Si sentono esclusi, marchiati da un giudizio inappellabile. Queste grandi sofferenze feriscono nel profondo chi ne è coinvolto; lacerazioni che divengono anche parte del mondo, e sono ferite anche nostre, dell’umanità tutta. Santo Padre, sappiamo che queste situazioni e che queste persone stanno molto a cuore alla Chiesa: quali parole e quali segni di speranza possiamo dare loro?

SANTO PADRE: Cari amici, grazie per il vostro lavoro di psicoterapeuti per le famiglie, molto necessario. Grazie per tutto quello che fate per aiutare queste persone sofferenti. In realtà, questo problema dei divorziati risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi. E non abbiamo semplici ricette. La sofferenza è grande e possiamo solo aiutare le parrocchie, i singoli ad aiutare queste persone a sopportare la sofferenza di questo divorzio. Io direi che molto importante sarebbe, naturalmente, la prevenzione, cioè approfondire fin dall’inizio l’innamoramento in una decisione profonda, maturata; inoltre, l’accompagnamento durante il matrimonio, affinché le famiglie non siano mai sole ma siano realmente accompagnate nel loro cammino. E poi, quanto a queste persone, dobbiamo dire – come lei ha detto – che la Chiesa le ama, ma esse devono vedere e sentire questo amore. Mi sembra un grande compito di una parrocchia, di una comunità cattolica, di fare realmente il possibile perché esse sentano di essere amate, accettate, che non sono «fuori» anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’Eucaristia: devono vedere che anche così vivono pienamente nella Chiesa. Forse, se non è possibile l’assoluzione nella Confessione, tuttavia un contatto permanente con un sacerdote, con una guida dell’anima, è molto importante perché possano vedere che sono accompagnati, guidati. Poi è anche molto importante che sentano che l’Eucaristia è vera e partecipata se realmente entrano in comunione con il Corpo di Cristo. Anche senza la ricezione «corporale» del Sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo Corpo. E far capire questo è importante. Che realmente trovino la possibilità di vivere una vita di fede, con la Parola di Dio, con la comunione della Chiesa e possano vedere che la loro sofferenza è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore, del Matrimonio; e che questa sofferenza non è solo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede. Penso che la loro sofferenza, se realmente interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa. Devono saperlo, che proprio così servono la Chiesa, sono nel cuore della Chiesa. Grazie per il vostro impegno.

Benedetto XVI, Family Day,Le domande delle famiglie , le risposte del Santo Padre

giugno 2, 2012

Lo studio

“Che cosa significa studiare? Quando un ragazzo pensa alla sua ragazza, oppure quando dagli spalti della scuola allunga il collo per vedere la sua ragazza che è entrata in scuola e così è un po’ distratto dal professore perché ogni tanto la guarda, questo si potrebbe indicare in latino con la parola “studere”, un termine potente che nella traduzione italiana è boicottato dalla superficialità con cui viviamo lo “studiare”. Studere è l’essere attirato dall’essere, come il giovane dalla giovane. Allora chi realmente cerca il vero, da tutto si fa aiutare per il vero. Noi studiamo per questo.”Luigi Giussani (1978, equipe nazionale)

giugno 1, 2012

Senza nessun dubbio

 
La Verità ci rende liberi
Editoriale pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 29 maggio 2012
 


“Nihil sub sole novi”, non c’è niente di nuovo sotto il sole (Qo 1,10) dice non senza sarcasmo la Sacra Scrittura. Alla luce di questa saggia Parola, vorrei osservare le scomposte notizie circa le faccende dei cosiddetti corvi in Vaticano. Sebbene siano vicende spiacevoli che sicuramente procurano dolore alla Chiesa e a Papa Benedetto XVI, bisogna circoscriverle senza farci travolgere da generalizzazioni che a torto stimmatizzano una corruzione dilagante estesa a tutta la Chiesa e che vogliono dipingere il Santo Padre come un anziano che non controlla poteri occulti. Davvero è grottesco il circo mediatico che fino a poco tempo fa descriveva Benedetto XVI come il panzer cardinal Ratzinger salito con sicurezza al soglio pontificio e che adesso invece assolve come un nonno stanco, che a volte è triste e altre volte  prende decisioni battendo il pugno.

 

Ma dov’è la verità? In ogni comunità di uomini, e la Chiesa è tale, vi sono divisioni, fazioni e difficoltà di ogni tipo. Ma questo non può far ignorare il tesoro che questa comunità di uomini, che è la Chiesa, contiene in sé e che viene da un Altro presente in lei sino alla fine dei tempi. Gli errori devono essere riconosciuti e corretti e poi ci rendono più umili, più attenti a non cadere e soprattutto più fiduciosi nell’ unica Presenza che salva.

 

La comunità apostolica non ha mai fatto mistero della ferita profonda recata dal tradimento di Giuda e l’insistenza di Gesù, nella preghiera sacerdotale, al capitolo 17 di Giovanni, che implora con insistenza l’unità peri suoi amici, è sintomatica  della sfida che accompagnerà sempre la Chiesa e cioè quella di rimanere una, conservando il vincolo indispensabile della pace. È logico che il successore di Pietro, che è custode dell’unità della Chiesa, sia il punto di scarico di tante forze che vorrebbero ridurre la Chiesa a uno dei tanti giochi del potere di questo mondo e a uno dei pezzi del circolo mediatico.

 

Come vescovo non mi sento in balìa delle onde, sento che il braccio di Pietro tiene dritta la barra del timone; la testimonianza e il magistero di Benedetto XVI sono tutt’altro che incerti. Non c’è nessuna parola del Papa che non abbia come punto di riferimento il Cristo roccia, il Cristo maestro, il Cristo vita per tutti. Nel mondo il Vangelo, anche tra diverse difficoltà,continua a fiorire in una perenne nuova primavera, per questo siamo grati e uniti profondamente intorno al Vicario di Cristo.

 

Non ci perdiamo d’animo e non perdiamo la fiducia; confidiamo nella giustizia di Dio sperando che anche  quella degli uomini faccia il suo corso. Preghiamo invece per chi in questo momento è causa di scandalo, perché il Signore nel Vangelo per questi fratelli non usa certo parole dolci. Non dobbiamo lasciarci nemmeno travolgere in questo vortice di notizie che assume ogni giorno, non senza malizia di chi riporta fatti e ricostruzioni, i toni di un giallo meschino che, al di là della dovuta attenzione ai fatti, molte volte tende a ampliare gli scandali come se tutto fosse in balia delle onde. Non siamo in balia delle onde, anche se siamo rattristati da una certa logica dello spettacolo che spinge anche dentro la Chiesa, piccoli e grandi – questo deve essere giustamente giudicato -, a violare il riserbo e la discrezione necessaria di chi si riferisce al Santo Padre come suprema istanza di giudizio. E anche sulla questione del potere il Signore, quando prevedeva il tradimento di Giuda, ha detto «Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola. … Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22, 21). E papa Benedetto , che avrebbe voluto ritirarsi in pensione dopo un lungo servizio reso alla Chiesa, ha accettato di essere  umile servitore nella vigna del Signore.

 

Per questo vorrei notare, in ultimo, due aspetti importanti. Il primo è che il tradimento di Giuda non riesce ad oscurare nel cenacolo la volontà di Gesù di donarsi a noi nella croce, nel pane e nella resurrezione. Anzi il dono sembra assumere la maturazione perfetta, il suo pieno compimento, proprio nel momento in cui il Signore si lascia consegnare, tradire. L’ amore è più forte del tradimento e del sospetto. Il secondo è che non dobbiamo aver timore di quello che apprendiamo dalla stampa perché abbiamo come criterio la verità che sempre si afferma al di là del gioco mediatico e come dice il Signore “la verità vi farà liberi”(Gv 8, 32).

 

Mons. Filippo Santoro
Arcivescovo di Taranto

maggio 31, 2012

Le nostre preghiere

(..)Nella celebre opera di san Giovanni della Croce, Salita al Monte Carmelo, leggiamo che «per vedere realizzati i desideri del nostro cuore, non v’è modo migliore che porre la forza della nostra preghiera in ciò che più piace a Dio. Allora, Egli non ci darà soltanto quanto gli chiediamo, cioè la salvezza, ma anche quanto Egli vede sia conveniente e buono per noi, anche se non glielo chiediamo» (Libro III, cap. 44, 2, Roma 1991, 335).(..)

Papa Benedetto XVI, Regina Caeli, 20/05/2012

maggio 30, 2012

Il vero avventuriero

(..)

II padre di famiglia é solo, e condannato a non riuscire affatto. Non può mai scanto­nare. Deve sempre passare in tutta la sua larghezza. Ed è molto semplice, non ci passa. Non ci passa mai. Non passa da nessuna parte. Non riesce né nella regola né nel secolo. Non riesce nella regola, la regola si oppone. Prima di cominciare. Non riesce nel secolo. Il secolo si oppone prima, durante, dopo. Non riesce nella poli­tica e non riesce nell’audacia…È troppo grosso. Ha tutta la famiglia attorno al corpo.. È come la donnola di La Fontaine, ma dopo che è ingrassata. Ha socialmente un grasso, un tessuto adiposo sociale, che lo rende inadatto alla corsa. Ora, temporalmente tutto non è altro che corsa, non è altro che concorso e con­correnza. Gli altri corrono, intanto, gli altri arrivano, quelli magri, fini, sottili, socialmente scarichi, sgombri di bagagli. Così tutti lo disprezzano; in sua presenza, tra di loro, lo schermi­scono; sordamente, involontariamente congiurano con­tro di lui. Più di tutti gli altri, lo disprezzano i preti. Perché hanno questo (di bello), quando si accaniscono su qualcuno, ci si riaccaniscono di preferenza. Prefe­renzialmente. E quello che chiamano la carità.
Bisogna sottolineare attentamente che la vita di famiglia è la vita più impegnata nel secolo, la vita meno conforme, la meno simpatica, la meno affine alla regola. Vuol dire lasciarsi prendere, lasciarsi ab­bindolare dalle apparenze più grossolane, commettere l’errore più smaccato, e anche naturalmente il più co­mune, l’errore più frequente,   quello di dire che la vita pubblica è vivace, e la vita di famiglia è silen­ziosa, e la regola, la vita regolare è anche lei silenziosa; e quindi la vita pubblica è non ritirata, e la vita di fa­miglia è ritirata, e la regola, la vita regolare è anche lei ritirata; e concluderne, credere, che sia la vita di famiglia che è vicina alla vita di regola, apparentata alla vita di regola, e che sia la vita pubblica che se ne è allontanata. Questo é lasciarsi prendere dalle più grossolane apparenze. È diame­tralmente il contrario. La vita di famiglia è agli antipodi della vita della regola. Nessun uomo al mondo è coin­volto nel mondo, nella storia e nel destino del mon­do quanto l’uomo di famiglia, tanto quanto il padre di famiglia, così pienamente, così carnalmente. L’uomo pubblico invece, il vir politicus,   non è affatto coinvolto nel mondo, non è affatto coinvolto nella storia e nel destino del mondo. Cosa importa all’uomo politico, al demagogo, al tribuno, all’oratore, al legislatore, all’eloquente, anche all’uomo politico serio, all’uomo pubblico, all’uomo di Stato, all’uomo di governo, (e a maggior ragione) al capo di partito (come tali), cosa importa al militare e al giudice, al generale e al presidente di corte e al presidente di camera, (come tali, come tali), che importa come tali al funzionario e al magistrato, al generale, al deputato, al senatore, al giornalista, al pubblici­sta, all’esattore, e all’usciere del ministero, cosa importa al signor sindaco; cosa importa come tale a ogni uomo pubbli­co delle sorti della città presente, le sorti ulteriori, la destinazione e il destino; cosa gli importa di cosa sarà di questo popolo, cosa faremo di questo popolo; vi sono coinvolti solo con la testa e qualcuno con la gloria; al massimo con l’onore, quando ne hanno: niente, meno di niente. Non ci rischiano che la testa, al più, al maximum; al meno, di solito l’avanzamento, la carriera, al più del meno l’apice; miserie. Gloria tem­porale, onore temporale; niente, meno di niente. Avan­zamento temporale, carriera temporale, apice temporale, testa temporale; miserie. E le gioie e le miserie del dominio. E le gioie e le miserie del denaro. Ecco tutto quello che si giocano. Come tali. Se intanto, se insieme sono padri di famiglia, cosa estremamente rara, l’ope­razione è tutta diversa, il comportamento e l’azione pubblica è tutta diversa, tutta diversa la situazione anche per così dire topografica, geografica, demogra­fica. Cosa importa loro, come tali, una rivoluzione, una guerra civile o straniera, un sabotaggio di tutto un po­polo. Una diminuzione, una decrescita; una perdita, forse irrimediabile; una decadenza, forse irreparabile, irrevocabile. Tutt’al più si giocano, nel temporale, una gloria del loro nome, la gloria, ulteriore, l’onore o il discredito sul loro nome. Di solito questo tipo di con­siderazione li lascia abbastanza freddi. Sono abba­stanza poco sensibili a considerazioni di questo tipo. Di solito.
Solo il padre di famiglia mette in gioco, rischia, impegna infinitamente di più nella destinazione del mondo, nel secolo, nella destinazione di tutto un popolo; nel futuro di una razza. Nel destino di tutto questo popolo, nell’avvenire di questa razza impegna tutto, mette tutto, la sua carne e di più; si gioca la razza, si gioca davvero il popolo, si gioca la sua discendenza. II solo padre di famiglia, il padre di famiglia da solo. Ed è un pover’uomo. Tormentato da scrupoli, assalito, invaso, tormentato da rimorsi, per crimini che non ha affatto commesso, che non commetterà mai, che altri mille, che tutti gli altri commetteranno, sente oscura­mente, molto profondamente, che è lui, in effetti, che è lui davvero il responsabile. Perché è padre di famiglia. È uno dei casi più significativi che ci siano di responsa­bilità senza colpa, di colpevolezza senza colpa. Eppure di responsabilità reale, di colpevolezza reale; comune; misteriosa; di fatalità, anche; infinitamente più profonda; segreta; in comunità, in comunione; con la crea­zione con (tutto) il mondo; infinitamente più grave delle nostre proprie responsabilità, personali, particola­ri, limitate, note, individuali e collettive; infinitamente più profonda; infinitamente più vicina alla creazione stessa; e quasi (oscuramente ce ne accorgiamo), quasi infinitamente più giusta, attinente alla creazio­ne stessa, al mistero, al segreto della creazione; una col­pevolezza, allora, infinitamente più seria delle nostre colpevolezze propriamente criminali Per il padre di famiglia (questo è lo stato, costante, uno stato situazionale; è la sua stessa patente, la sua condizione ab urbe condita, una volta fondata la famiglia. È la sua stessa definizione, il pane di tutti i (suoi) giorni, il cruccio delle sue notti. È il midol­lo, stesso, della sua vita, il segreto della sua esistenza, la sua regola interiore, la sua regola esteriore, la regola del suo secolo, la suaregola di secolo. Ed è un pover’uomo; innocente criminale; innocente responsabile; innocente colpevole; innocente assalito da scrupoli; innocente tormentato dai rimorsi; legato, incatenato da ogni parte, mani, piedi, da tutti i lacci, da tutte le catene, è lui, amico mio, è lui, e lui solo, che ha le relazioni peri­colose; confuso, prigioniero, ostaggio, manette alle ma­ni, ganasce ai piedi, capo, responsabile dei prigionieri, capo, responsabile degli ostaggi, fa pena, è esposto a tutto, ai quodlibet, alle ingiurie, al peggio di tutto: a una sorta di riprovazione, di malevolenza universale, di presa in giro, di tacita ingiuria, (peggiore, infinitamen­te più grave di quella formale), perché se è così tacita, se può essere così sottintesa, come se andasse da sé, per così dire; non vale la pena di parlarne, perché tutti lo sanno bene; è una cosa intesa, senza che ci si pensi, una cosa alla quale tutti consentono, a cui tutti danno la mano. È infinitamente peggio di una cosa infinitamen­te concertata, che una cosa universalmente concertata. È una cosa universalmente non concertata. Così è infi­nitamente meno demolibile. Una cosa che va da sé. Che si sappia. Allora tutti ci calpestano sopra. Allora, rin­galluzzito, anche il prete ci calpesta sopra. Clericus. Il sacerdote se ne accorge bene, un istinto di casta lo av­verte, uno degli avvertimenti, uno degli istinti più si­curi, uno degli istinti più infallibili, un segreto orgo­glio infallibile lo avverte che è lui il nemico, il più lontano, il più straniero, che l’uomo di famiglia, che il padre di famiglia è l’uomo più lontano dalla regola e dalla clericatura, l’uomo del mondo più coinvolto nel mondo, un istinto segreto lo avverte che lui è infinita­mente più vicino al pubblico peccatore; e reciproca­mente; che il tribuno, l’oratore, l’eloquente, l’uomo della tribuna è infinitamente più vicino all’uomo del pulpito, infinitamente più imparentato all’uomo del pulpito, che l’uomo del meeting, della pubblica riunio­ne è infinitamente più vicino all’uomo della predica e all’uomo del sermone; più pronto, per l’uno e per l’al­tro, sia per diventarlo, sia per subirne l’effetto, sia insie­me l’uno e l’altro, che sono dello stesso genere, che si passa comodamente e quasi continuamente dall’uno all’altro, che c’è tra loro un’intesa, interna, un accordo segreto, una somiglianza, almeno di modo, e in più che appartengono allo stesso mondo; e per la regola che il celibe, l’uomo libero, il non prigioniero, il non ostag­gio, lo slegato, il non legato, l’inlegato, il mai legato, lo scantonatore, il pié leggero, il corridore, il bombarolo, il festaiolo, l’uomo all’erta è infinitamente più vicino; e più pronto, più disponibile; che lui piace di più; che con lui ci si capirà meglio, ci si intenderà sempre. E poi è lui che è un personaggio gradevole. Il padre di fami­glia è un povero essere. Tirar su solo tre bambini, pensa un po’. Che grottesco, che ridicolo. Tutte le forze della società sono congiurate, si congiurano contro una cosa del genere. Ora, il sacerdote è una forza della società, fa parte delle forze della società. Allora tutti calpestano il padre di famiglia. Allora il sacerdote, ardi­to, lo calpesta. Non ha che indulgenza, e che indulgenze, per tutti gli altri. Si crede di solito che il celibe, l’uomo senza famiglia è un uomo di fortuna(e), un avven­turiero, che vive di avventure. Invece è l’uomo di fami­glia che è un avventuriero, che vive non solo alcune avventure, ma una sola, una grande, un’immensa, una totale avventura; l’avventura più terribile, la più costan­temente tragica; la cui vita stessa è un’avventura, il tes­suto stesso della vita, la trama e l’ordito, il pane quoti­diano. Ecco l’avventuriero, il vero, il reale avventuriero.

C. Pegùy, Il padre di famiglia, il vero avventuriero

maggio 29, 2012

Spirituale e politica

(..)Ciò che Péguy vuole rappresentare di Giovanna è l’essenziale: e l’essenziale è che la santa di Orléans compie la sua missione spirituale in modo terreno, e la sua testimonianza personale si dilata e diventa testimonianza di un popolo. La sua mente ha radici infitte nel cielo, come i rami autunnali descritti da Rilke: tanto quanto le sue azioni si radicano nella terreno dell’esistenza storica, carnale, nella comunanza con i suoi simili.

La vicenda di Giovanna d’Arco racchiude il mistero di Dio. Di un Dio che si è fatto uomo non solo perché l’uomo ha bisogno di Dio ma anche perché Dio ha scelto, con illimitata libertà, di aver bisogno dell’uomo e della sua collaborazione. La Pulzella di Péguy rappresenta una prospettiva globale, una luce inaspettata, non preventivata da calcoli e misure umane, ma proprio per questo capace di includere il senso dell’esistenza personale come vita di un singolo e di un popolo: capace di rendere visibile il sole anche quando questi scivola necessariamente al di sotto dell’orizzonte ottico e quindi al di fuori di un’immediata visibilità. Giovanna d’Arco, figura reale in cui spirituale e terrestre sono compresenti, è l’esempio perfetto della libertà che si propone come peculiarità popolare presso e oltre l’individualità singolare: la libertà spurgata da ogni traccia di possibile egoismo individuale, che diventa libertà personale e plurale al contempo. Il mistero della carità divina che diventa carità fraterna e reciproca collaborazione, affinché mistica e politica non siano, come di prassi sono, termini inconciliabili, realtà separate.

Fabrizio Gualco,

La libertà dell’outsider,Ragionpolitica.it

maggio 28, 2012

Anche noi poeti del desiderio

Nembrini Franco

Dante, poeta del desiderio

Conversazioni sulla Divina Commedia
Volume 1 – Inferno

La Divina Commedia rimanda per molti ai tempi della scuola, a testi di difficile comprensione, adatti solo per pochi eletti. Al contrario, essa è nata come opera per il popolo. Lo documenta la storia di questo libro la cui origine è nelle conversazioni dell’Autore prima con i figli – su loro richiesta – e alcuni loro amici diventati in breve tempo duecento; poi con un gruppo di massaie e infine con migliaia di ragazzi e adulti in tutta Italia. Da questo lavoro è nata l’associazione Centocanti, una sorta diDivina Commedia vivente.
Dante, dunque, non autore difficile, riservato ai letterati, ma «uno di noi». Una scoperta che l’Autore ha fatto a dodici anni mentre trasportava casse di bottiglie lungo le scale di una cantina, folgorato dal verso «E proverai [...] come è duro calle / lo scendere e ’l salir per l’altrui scale». Quell’intuizione lo ha portato a uno studio appassionato di Dante e alla scoperta che ciò che percorre tutta la sua opera è il desiderio, la tensione a un Bene totale, «l’Amor che move il Sole e l’altre stelle».
La lettura offerta dall’Autore in queste affascinanti conversazioni si pone in continuità con il fine di tutta l’opera di Dante, da lui stesso così definita: «removere viventes in hac vita de statu miseriae et perducere ad statum felicitatis», rimuovere gli uomini da uno stato di miseria e condurli a uno stato di felicità.
Un libro originale, unico, che ci invita a intraprendere, in compagnia di Dante, il viaggio verso «un bene [...] nel qual si queti l’animo», per vivere da uomini l’avventura della vita.

Itacalibri.it

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